Nuovo Patriarca di Gerusalemme: Sabbah lascia, ma la politica di mistificazione e di attacco a Israele non cambia

NUOVO PATRIARCA, “NO AL MURO, SI’ A STATO PALESTINESE”

(AGI) - CdV, 21 giu. - ”E’ ora di farla finita con il muro, e’ ora di farla finita con i check-point, e’ ora di dare vita ad uno Stato palestinese”. Lo afferma il nuovo patriarca di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, in un’intervista trasmessa dalla Radio Vaticana a commento della nomina pubblicata oggi. A dispetto della formazione diplomatica e degli anni di servizio in Vaticano, il successore di Sabbah non si discosta per nulla dalla sua linea, a cominciare dalla polemica sui visti che non vengono rilasciati ai religiosi.

”Il Patriarcato latino - ricorda - copre la Giordania, la Palestina e Israele e abbiamo bisogno di poterci spostare liberamente per poter svolgere i nostri compiti pastorali, non per parlare di politica. E invece siamo limitati: limitati perche’ fino ad oggi, Israele non si fida, Israele segue una politica della paura e la paura non e’ la condizione migliore per vivere e per condividere. Noi - spiega il nuovo Patriarca - vogliamo che tutti possano avere libero accesso ai Luoghi Santi, vogliamo la liberta’ per la gente che vive sul posto, per i nostri cristiani, quelli di Betlemme, di Ramallah, della Galilea, della Giordania, che possano visitare liberamente la Citta’ Santa, i Luoghi Santi. Finora - denuncia - questa grazia, questa benedizione, questa gioia ci sono state precluse”. (AGI)

Israele e il fronte della menzogna

Israele e il fronte della menzogna

Israele è sotto assedio intellettuale e morale, in Europa, nei giorni del suo sessantesimo compleanno. Minoranze faziose e rumorose contestano brutalmente il suo diritto alla festa, alla presenza come stato ospite, dunque come paese e come popolo, come identità nazionale, in manifestazioni culturali come le fiere del libro di Torino e di Parigi. C’è diritto al dissenso, sebbene il «boicottaggio» e il rogo delle bandiere siano livelli di rottura delle convenzioni polemiche, e di odio, duri da sopportare. Ma la questione vera è: che cosa significa questo dissenso?

Siamo sempre allo stesso punto, sebbene proprio questo punto sia futilmente, ipocritamente negato: è in discussione il diritto all’esistenza di uno stato ebraico in Medio Oriente. Alcuni tra gli odiatori di Israele negano che questa sia la posta in gioco e si rifugiano nella distinzione fra la critica della politica dei governi, legittima, e l’inimicizia verso lo stato. Altri, più duri ma più chiari e sinceri, stanno sulla scia di Tariq Ramadan, il controverso predicatore e agitatore islamista euro-occidentale che vuole uno stato senza radici ebraiche al posto di Israele, cioè la scomparsa del sionismo, del focolare nazionale degli ebrei.

Teoricamente Israele potrebbe voltarsi dall’altra parte e occuparsi della vera minaccia alla sua sicurezza, che è la minaccia nucleare dell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. A 60 anni quel paese benedetto, quella democrazia unica in quelle forme in Medio Oriente, quello stato-guarnigione uscito dalle tragedie del Novecento e da sogni plurisecolari gode per certi aspetti di buona salute, ha fatto immensi progressi. Nell’analisi del Financial Times, gli israeliani «hanno molte ragioni per guardare con soddisfazione alla loro storia e con fiducia al loro futuro». Il loro è un paese ricco, robusto, con una rete di alleanze solida, a partire da quella con il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti; e hanno un esercito non invulnerabile ma che torreggia sui vicini, come d’altra parte primeggiano le loro tecnologie, il loro grado di felice integrazione di etnie, lingue ed esperienze diverse, la forza delle istituzioni e della cultura laica e religiosa. Ma Israele non si volta dall’altra parte, e ha ragione di non farlo, davanti alle provocazioni ideologiche delle élite e dei gruppi militanti antisionisti in Europa.

Quando Gianni Vattimo, un filosofo che ama scherzare con le proprie idee nichiliste, rivaluta i Protocolli degli anziani savi di Sion, cioè il clamoroso falso antisemita che l’Europa ha esportato in terra islamica e ora reimporta dopo nuovi nutrimenti e consolidamenti in lingua araba, il veleno della delegittimazione e dell’odio ricomincia a circolare e il disagio prenucleare di Israele, quello che conta come pericolo imminente e chiaro, si ripropone in tutta la sua portata. Gli ayatollah e Ahmadinejad hanno giocato la carta del negazionismo e dell’antigiudaismo in modo chiaro, hanno costruito ponti con la comunità intellettuale europea invitando i suoi studiosi antisemiti a convegni storici parodistici ma insidiosi, l’assedio di Israele stringe insieme un fronte molto più robusto e ampio di quanto non sembri, da Teheran a Torino, a Oxford, alla Rive gauche: il fronte della menzogna.

Israele può essere minacciato esistenzialmente perché non esiste nelle carte geografiche su cui studiano generazioni di arabi e di iraniani, e può essere messo in stato d’assedio perché la sua storia viene negata in Europa. Negata come vicenda umana fatta di emigrazione, di guerre contro il rifiuto arabo, di lotta per l’indipendenza sotto il mandato britannico. Negata come fatto e come diritto sancito dalle Nazioni Unite

Giuliano Ferrara

(Fonte: Panorama, 14 Maggio 2008 )

Polonia: malgrado polemiche l’arcivescovo Glodz è il nuovo responsabile della Chiesa di Danzica

POLONIA: MALGRADO POLEMICHE GLODZ A CAPO CHIESA DANZICA

CONTRO NOMINA ARCIVESCOVO VICINO RADIO MARYJA ANCHE WALESA

(ANSA) – 20:11 - VARSAVIA, 17 APR - A dispetto delle polemiche sulla sua candidatura, l’arcivescovo Leszek Slawoj Glodz, noto per le sue simpatie per l’emittente ultra conservatrice cattolica Radio Maryja, è stato nominato oggi nuovo responsabile della diocesi di Danzica. Contro una sua nomina si era levato una parte autorevole dei fedeli polacchi, compreso l’ex presidente e premio Nobel per la pace 1983 Lech Walesa.

La nomina di Glodz da parte di Papa Benedetto XVI è stata ufficialmente annunciata oggi a Varsavia dal nunzio apostolico arcv. Jozef Kowalczyk. Glodz succede all’arcv. Tadeusz Goclowski, che proprio oggi compie 77 anni, e lascia per motivi di età la diocesi da lui guidata dal 1984. Walesa, che giorni fa aveva definito la nomina di Glodz “una disgrazia per Danzica”, è stato oggi più diplomatico: dichiarando fedeltà alla Chiesa ha osservato che “le sfide dello Spirito Santo sono diverse”.

Felice per la nomina si è detto invece padre Henryk Jankowski, il controverso ex capellano di Solidarnosc, allontanato dall’arcv. Goclowski dalla parocchia di Santa Brigida a Danzica per motivi di salute e la scarsa tolleranza dimostrata verso gli ebrei. “E’ una grandissima gioia, di colpo mi è tornata la salute”, ha detto.

Molto contento anche il cardinale di Cracovia Stanislaw Dziwisz. Glodz è “un uomo molto preparato che ha esperienza romana, parla le lingue e conosce bene il mondo”, ha detto l’ex segretario di Papa Wojtyla.

Goclowski ha da parte sua invitato la Chiesa di Danzica ad accogliere con pace il suo successore il quale con la “sua energia militare” potrebbe dare alla comunità ecclesiale una nuova spinta vitale. Goclowski, che stando ai media avrebbe in precedenza espresso riserve sullo stile del lavoro dell’ex capellano militare del esercito polacco, oggi ha detto che Glodz é una persona di “carattere ben diverso” dal suo, che dovrà “imparare a conoscere la Chiesa di Danzica”. Non solo il vescovo influenza la società, anche viceversa, ha detto Goclowski.

In una prima dichiarazione alla sezione polacca di Radio Vaticana, Glodz ha detto di avere intenzione di “continuare l’opera del vescovo Goclowski” e sottostare alle decisioni del Santo Padre. Inoltre ha assicurato di essere ben consapevole del ruolo nella storia e nella mentalità polacca di Danzica, da cui negli anni ‘80 si e’ levato “il vento del mare” che ha cambiato l’Europa dell’est. “Non sono il vescovo al servizio della Radio Maryja”, ha detto, aggiungendo che si tratta di un mezzo di informazione che come tutti può essere imperfetto.

Glodz lascia la diocesi del distretto Praga a Varsavia guidata dal 2004. Nato nell’ agosto 1945, ha studiato a Roma e ha lavorato per dieci anni alla Congregazione per le Chiese orientali del Vaticano. Nel 1991 è stato nominato primo cappellano militare polacco e nel 1993 fu nominato generale nell’esercito. E’ membro del Consiglio permanente dell’episcopato polacco e responsabile del Consiglio per i mezzi di comunicazione sociale. L’insediamento a Danzica è previsto per il 26 aprile. Dopo le critiche alla sua candidatura di alcuni media, l’episcopato, in una nota il 10 aprile, ammoniva che sulle nomine dei vescovi devono essere rispettate le competenze del Pontefice nonché l’autonomia della Chiesa rispetto allo Stato, garantita dal concordato fra il Vaticano e la Polonia in vigore dal 1998.

Gravina: ma che c’entrano i bambini palestinesi?!

09.04.2008 “Partecipi della passione di Cristo, morti come i bimbi palestinesi”
le pericolose parole del vescovo di Gravina

Testata: Informazione Corretta
Data: 09 aprile 2008
Pagina: 1
Autore: la redazione
Titolo: «”Partecipi della passione di Cristo, morti come i bimbi palestinesi”»

“Francesco e Salvatore sono stati partecipi della Passione di Cristo, sono morti come i bambini palestinesi” (riprendiamo la frase dal MESSAGGERO, e la STAMPA riporta invece “Sono nelle braccia di Gesù, come i bambini della Palestina”) ha detto monsignor Mario Paciello, vescovo di Gravina, aprendo la veglia di preghiera per i fratelli Pappalardi

La morte dei bambini ispira sempre sentimenti di sgomento e di pietà. Anche, ovviamente, quella dei bambini palestinesi. Non è, in se, il richiamo alla loro sofferenza che desta scandalo.

La sofferenza e la morte dei bambini, però, nel nostro mondo non è certo confinata al popolo palestinese. Vi sono per esempio, i bambini israeliani vittime del terrorismo. Se si voleva proprio fare riferimento al conflitto mediorentale, perché non nominare anche loro ? Oppure, perché non fare riferimento alla sofferenza di tutti i bambini, ovunque essa si produca ?. Perché scegliere come termine di paragone una vicenda complessa come quella del conflitto israelo-palestinese, darne una versione unilaterale nella quale le vittime sono solo da una parte, non spiegare come e perché esse si producono ? ( nessun riferimento all’indottrinamento al martirio che i terroristi rivolgono sistematicamente all’infanzia palestinese, per esempio).

Per di più il vescovo di Gravina ha associato la morte dei bambini palestinesi alla “Passione di Cristo”. Sappiamo che la disinformazione fa si che per molti sia Israele l’ “assassino” dei bambini palestinesi. E sappiamo che il pregiudizio antisemita ha descritto per secoli gli ebrei come i responsabili della Passione di Cristo, il “popolo deicida”.

Accostare i due temi, legandoli entrambi a una vicenda che ha sconvolto l’Italia è purtroppo un forte contributo al pregiudizio, che non può essere passato sotto silenzio

Informazione Corretta

Preghiera Ebrei: profonda deplorazione dei lefebvriani

PREGHIERA EBREI: PROFONDA DEPLORAZIONE DEI LEFEBVRIANI

(ANSA) – 19:28 - CITTA’ DEL VATICANO, 25 FEB - Oltre al mondo ebraico e ai tradizionalisti cattolici, la riformulazione della preghiera in latino del venerdì santo “pro judaeis” ha scontentato anche i lefebvriani, che avevano invece apprezzato la liberalizzazione della messa in latino.

La Fraternità San Pio X, - che raccoglie i seguaci italiani di mons. Marcel Lefebvre, scismatici, - infatti “deplora profondamente” la decisione del Papa di modificare la preghiera: “In seguito alle pressioni esterne alla Chiesa cattolica”, scrive l’ultimo numero di Dici (Documentazione informazione cattoliche internazionali), l’organo di comunicazione della casa generalizia della Fraternità, “il Papa si è creduto in obbligo di cambiare la molto venerabile orazione per gli ebrei che è parte integrante della liturgia del venerdì santo. Essa risale circa al terzo secolo, ed è stata dunque recitata, attraverso tutta la storia della Chiesa, come la piena espressione della fede cattolica. Bisogna notare - prosegue la comunità sacerdotale - che i commenti del cardinal Kasper, che si può pensare siano stati autorizzati ufficialmente, danno a questa amputazione un’aura di vera e propria trasformazione che esprime una nuova teologia dei rapporti con il popolo ebreo. Essa si iscrive nello sconvolgimento liturgico che è la marca caratteristica del Concilio e delle riforme che ne sono derivate. Sebbene la necessità di accettare il Messia al fine di essere salvati sia stata conservata - concludono i lefebvriani - non si può non deplorare profondamente questo cambiamento”.

Antisemitismo: Steinberg, in Italia c’è “asse del male”

Antisemitismo: Steinberg, in Italia c’è “asse del male”

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lunedì 11 febbraio 2008

“Gli ultimi tre incidenti italiani ci allarmano, non parlo solo del blog coi nomi dei presunti professori ebrei e del boicottaggio anti-Israele alla fiera di Torino ma anche della decisione del Papa di resuscitare la preghiera tridentina, che esorta gli ebrei a riconoscere Gesù come messia, se vogliono essere salvati. Ci ha catapultati indietro di decenni, distruggendo i ponti ebrei-cattolici faticosamente costruiti dal predecessore”. È quanto afferma il direttore esecutivo emerito del World Jewish Congress, nonché vicepresidente della più grande associazione di sopravvissuti dell’Olocausto, Elan Steinberg (foto).

“Il responsabile vaticano dei rapporti con gli ebrei - afferma Steinberg - il cardinale tedesco Kasper, ha solo aggiunto benzina sul fuoco. Tanto che vertici del mondo ebraico si incontreranno oggi a Washington per formulare una risposta ufficiale e unitaria al Papa. Esprimendo la totale solidarietà al rabbino capo di Roma Di Segni che ha chiesto la sospensione temporanea del dialogo tra ebrei e Vaticano”.

Sul pericolo antisemita, sottolinea Steinberg, “oggi in Italia esiste un vero e proprio ‘asse del male’: l’alleanza stranissima e sempre più organizzata tra estrema sinistra, estrema destra e fondamentalisti islamici, uniti dal loro comune odio per l’America di Bush e per Israele”. ”A questo triunvirato si aggiunge l’operato di un Vaticano che invece di andare avanti va indietro. E poi - conclude Steinberg - c’è la sorpresa del comunisti” ovvero la “partecipazione dei comunisti italiani al boicottaggio di Torino”.(fonte Adnkronos)

Agenzia Radicale

I rabbini al Papa: pausa nel dialogo

Nuove polemiche sulla preghiera modificata dal Vaticano. Protestano anche i tradizionalisti cattolici

I rabbini al Papa: pausa nel dialogo

L’assemblea italiana protesta. si impone un momento di riflessione

Il comunicato firmato dal presidente Laras: la nuova versione della preghiera è una sconfitta del dialogo

ROMA — L’Assemblea rabbinica italiana vede nella nuova preghiera «per gli ebrei» pubblicata l’altro ieri dall’«Osservatore romano» una «sconfitta del dialogo» che impone «una pausa di riflessione» in ordine alla sua «prosecuzione». Per il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni quella preghiera costituisce una «marcia indietro di 43 anni» perché richiama la finalità della «conversione» degli ebrei alla Chiesa cattolica. Per David Rosen, presidente del Comitato ebraico internazionale per le consultazioni interreligiose (Ijcic), è un «passo indietro rispetto alla strada intrapresa con il secondo Concilio vaticano».

Si tratta di una preghiera di nuova formulazione destinata a sostituire quella tradizionale contenuta nel vecchio messale, il cui uso Benedetto XVI ha reso più facile con un «motu proprio» pubblicato il luglio scorso. Essa sarà usata fin da quest’anno nella liturgia del Venerdì santo ma solo nelle chiese dove un gruppo di cultori del vecchio rito ne faccia richiesta. Nella normalità delle celebrazioni continuerà a essere usata la preghiera contenuta nel messale di Paolo VI (1970) che non allude più alla conversione degli ebreL Nel testo dell’altro ieri invece i fedeli vengono invitati a pregare affinché gli ebrei «riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini».

La protesta più impegnativa — al momento — è quella espressa dall’Assemblea rabbinica italiana con un comunicato firmato dal presidente Giuseppe Laras: la nuova preghiera costituisce «una sconfitta dei presupposti stessi del dialogo» ed è «solo apparentemente meno forte» di quella tradizionale (che conteneva le espressioni «accecamento» e «tenebre», dalle quali gli ebrei dovevano essere «liberati»).

Con questa preghiera — continua il comunicato — «si legittima anche nella prassi liturgica un’idea di “dialogo” finalizzato, in realtà, alla conversione degli ebrei al Cattolicesimo, cosa che è ovviamente per noi inaccettabile». Questa è la severa conclusione: «In relazione alla prosecuzione del dialogo con i cattolici, si impone quantomeno una pausa di riflessione che con- senta di comprendere appieno gli effettivi intendimenti della Chiesa cattolica circa il dialogo stesso». Come a dire: attendiamo chiarimenti.

Per il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni il nuovo testo «non è un fulmine a cielo sereno: nei mesi scorsi avevamo fatto presente le nostre perpiessità e ci avevano dato ampie assicurazioni, ma ora ci troviamo davanti al peggio». Come causa dell’«inciampo» Di Segni indica il problema «dell’immagine del popolo ebraico per la Chiesa cattolica», dove «la domanda è sempre la stessa: cosa ci stanno a fare gli ebrei su questa terra?»

Conclusione: «Se questo è il presupposto del dialogo, è intollerabile. Evidentemente la Chiesa ha il problema di riscoprire i fondamenti della sua ortodossia».

Protestano anche i tradizionalisti cattolici legati alla vecchia liturgia. Una nota dell’associazione «Una Vox» si chiede come mai si sia «ritenuto indispensabile cambiare una preghiera usata per secoli: la Chiesa si vergogna del suo passato, della sua preghiera, della sua dottrina?»

Fonte: Corriere della Sera, 7 Febbraio 2008, pag. 23

Segnalazioni dalla rassegna stampa del 7 Febbraio 2008

SEGNALAZIONI DALLA RASSEGNA STAMPA DEL 7/2/2008

La calunnia è un venticello… Per fortuna ogni tanto c’è chi cerca di bloccarlo. L’Avvenire pubblica oggi una chiara smentita del CdA della Fiera alle illazioni diffuse da Tarik Ramadan, che stanno diventando il Vangelo dei contestatori, tra i quali il filosofo Gianni Vattimo. Primo: non è vero che l’Egitto doveva essere l’ospite di quest’anno, e poi si è optato per Israele, per festeggiareil 60°anniversario della fondazione . L’Egitto sarà ospite nel 2009, in concomitanza con una grande mostra a Venarla. L’ospite doveva essere il Cile, che però ha declinato in quanto già impegnato altrove. Il 60° di Israele è un pura coincidenza, e comunque non si celebra uno Stato, ma i suoi letterati.

C’è però una insospettata difesa di Ramadan da parte di Sergio Romano, nella risposta a una lettera pubblicata sul Corriere: Ramadan, sostiene Romano, si starebbe impegnando per creare un Islam europeo. Ci si chiede a questo punto quale Islam: quello dei Fratelli Musulmani, di cui Ramadan è l’erede spirituale, essendo il nipote dei fondatori, ed avendo scritto sul di esso la sua tesi di laurea?

Intanto imperversano le polemiche, riprese anche dalla stampa straniera, sulla nuova versione della preghiera pasquale, che è stata riformulata, sostituendo l’auspicio di una “conversione” degli ebrei, con l’auspicio che essi “riconoscano Gesù Cristo Salvatore”. Ieri avevano protestato i rabbini Laras e Di Segni, oggi è la volta dell’Assemblea Rabbinica italiana che denuncia (Corriere, Luigi Accattoli) un “salto indietro di 43 anni” (cioè da quando Paolo VI aveva totalmente eliminato l’idea di conversione) e prevedono un raffreddamento del dialogo con il Vaticano.

Da non perdere l’analisi di Pio Pompa sul Foglio, circa il ruolo di Saddam Hussein nel porre le basi del nuovo antisemitismo europeo. Secondo l’esperto di servizi segreti, Saddam già nel 2002 avrebbe infiltrato suoi agenti in Europa, facendoli passare per contestari del suo regime, e quindi molto credibili. Il loro obiettivo: diffondere odio verso Israele e Stati Uniti. Gli agenti sarebbero riusciti ad arrivare anche ad ambienti poco inclini a Bin Laden e avrebbero pesantemente influenzato anche l’Unione Europea, tant’è vero che nel rapporto della UE del 2003, che denunciava il crescente antisemitismo in Europa, la prefazione di Bob Purkiss e Beate Winkler venne rimossa di punto in bianco e sostituita con un disclaimer in cui se ne confutavano i risultati.

Il Corriere della Sera pubblica una lunga intervista con Tony Blair, da poco inviato dal Quartetto in medio Oriente per accelerare il processo di pace. Secondo Blair, dieci mesi (cioè entro il mandato di Bush) sono pochi, ma si può riuscire. Bisogna però cambiare prospettiva: non prima l’intesa, poi le azioni concrete, ma viceversa. Israele deve ritirarsi e avere fiducia nella sorveglianza palestinese, Hamas deve riconoscere Israele e abbandonare il lancio dei razzi, allora ci saranno le premesse per siglare l’intesa. Annuncia che Bush tornerà in Medio Oriente a maggio, e critica la politica di Israele a Gaza, che “isola la gente e aiuta di fatto i terroristi” mentre dovrebbe essere il contrario”.

Infine, un preoccupato articolo del Financial Times, che denuncia l’aumento della povertà in Israele, e l’aprirsi della forbice tra ricchi e poveri, in completo contrasto con le premesse socialiste con cui nacque lo Stato di Israele. Mentre il paese è in buona crescita economica, una famiglia su cinque (soprattutto tra ortodossi e minoranze arabe) è sotto la soglia della povertà, e siccome in queste due enclaves è maggiore il numero dei figli, un terzo dei bambini sono indigenti: dieci anni fa erano il 22%.

Viviana Kasam

Ucei

Selezione dalla rassegna stampa del 18/1/2008

Selezione dalla rassegna stampa del 18/1/2008

In preparazione alla giornata della memoria, il prossimo 27 gennaio, si intensifica l’attenzione dei media sull’ebraismo.

Due interessanti iniziative editoriali valgono la pena di essere segnalate.

Panorama uscirà in edicola con la versione integrale del film di Lanzmann “Shoah”, quattro DVD, i primi due il 25 gennaio, gli altri il 1° febbraio, allegati alla rivista a soli 9.90 euro ogni uscita. Un modo importante per far conoscere al vasto pubblico il capolavoro cinematografico che meglio di ogni altro documenta la persecuzione nazista.

Canale 5 venerdì 25 in prima serata presenta il film di Carlo Carnei “Fuga per la libertà” con Sergio Castellitto, sulla persecuzione nazista in Italia. La Giornata della Memoria sta dimostrando una notevole efficacia divulgativa.

L’altra buona notizia, data da Andrea Tornielli in un ampio ariticolo sul Giornale a pagina 14, è la decisione di Ratzinger di modificare le frasi del messale offensive per gli ebrei, levando ogni riferimento al loro “accecamento” e alle “tenebre” in cui versano. Dopo che Giovanni XXIII eliminò i “perfidi ebrei”, non rientrati, come alcuni temevano, con il ritorno alla Messa in latino, papa Benedetto XVI ha compiuto l’ultimo passo contro le espressioni antisemite nella liturgia cattolica. Il nuovo testo dovrebbe essere pronto per la Settimana Santa, e il gesto potrebbe preludere a una visita del Papa alla sinagoga di Roma, e forse, suggerisce Tornielli, a un viaggio in Israele nel 2009, condizioni politiche permettendo.

La Tribune parla, una volta tanto, di Israele dal punto di vista economico. L’articolo di Pascal Lacorie analizza il problema dello shekel forte a seguito della caduta del dollaro, che pone al Paese seri problemi di esportazione. E ora lo shekel si sta rafforzando anche nei confronti dell’euro…

Una notizia sorprendente viene da Europa. Siavush Randjabar-Daemi racconta come la comunità ebraica in Iran, costituita da 3.000 persone, viva nonostante tutto indisturbata, anche se con difficoltà economiche per la situazione del Paese. Non sono state molte le emigrazioni, nonostante gli incentivi da parte ebraica, e, assicura Randjabar, molti emigrati ebrei, residenti in Israele ma anche in America, tornano in visita in Iran, con documenti falsi e la connivenza delle autorità locali.

Da segnalare inoltre L’Unità, che una volta tanto si occupa di vittime israeliane. Il lungo articolo di Umberto De Giovannangeli analizza la difficile vita dei bambini di Sderot, sui quali negli ultimi sette anni sono piovuti 5785 missili Qassam, e che presentano gravi problemi psicologici.

Dimenticato? No. Il Venerdì di Repubblica dedica un articolo ad Ariel Sharon, in coma da tre anni, dei quali i media da tempo non si occupavano.

Paola Caridi, sempre ben informata a e puntuale sui problemi, racconta sul Riformista delle trattative per la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit, catturato un anno e mezzo fa, e suggerisce che gli israeliano siano pronti a concedere, oltre allo scambio dei prigionieri, anche una tregua su Gaza.

La rubrica “Senza vergogna” di Panorama è meritoriamente dedicata a Maurizio Mugolino per la sua dichiarazione di boicottare la Fiera del Libro di Torino, che sarà dedicata quest’anno a Israele.

E chiudiamo con due segnalazioni culturali: il libro umoristico “Sì, ma va bene per gli ebrei?” dell’ebreo londinese Johnny Geller recensito da Paolo Casicci sul Venerdì di Repubblica, in uscita da Einaudi, e la pagina che Andrea Tarquini dedica su La Repubblica al saggio “Sie waren die Boys” dello storico inglese Martin Gilbert, appena uscito in Germania: resoconto della commovente storia dei 732 bambini scampati al lager di Terezin, che sono riusciti a creare un network tra loro e mantenersi in contatto fino ad oggi, come una vera famiglia.

Viviana Kasam

Ucei.it

Jihad via internet ed antigiudaismo:il nuovo e l’antico

24.12.2007 Jihad via internet ed antigiudaismo:il nuovo e l’antico
L’analisi di Federico Steinhaus

Testata: Informazione Corretta
Data: 24 dicembre 2007
Pagina: 1
Autore: Federico Steinhaus
Titolo: «Jihad via internet e antigiudaismo:il nuovo e l’antico»

JIHAD VIA INTERNET ED ANTIGIUDAISMO: IL NUOVO E L’ANTICO

Abbiamo già segnalato in diverse occasioni il fenomeno, sempre più vasto ed incisivo, dei messaggi che i fautori del Jihad globalizzato lanciano attraverso internet: siti e forum, ora anche blog, che servono per scambiarsi informazioni, lanciare proposte, confrontare opinioni ma anche dare istruzioni operative. Ugualmente abbiamo già segnalato in passato che molti di questi siti sono ospitati da server occidentali, spesso statunitensi.

Negli ultimi mesi il sito di monitoraggio MEMRI, dopo aver presentato una relazione molto accurata al Congresso degli Stati Uniti, ha dedicato ampio spazio a questo argomento sfuggente ma di capitale importanza.

Solo per dare ai lettori la sensazione dell’ampiezza di questo uso “funzionale” e perverso di internet – in sé uno strumento di libertà culturale e di liberazione dal predominio di una informazione guidata e manipolata – citiamo di seguito alcuni di questi siti, fra le molte dozzine di cui sono stati pubblicati da MEMRI i dettagli:

Sito associato alla sezione irachena di Al Qaeda “Stato Islamico dell’Iraq”: http://sadcom.montadamoslim.com/ ospitato da un server del Texas

Sito ufficiale di Kata’ib Thawrat Al-Ishrin: http://kataeb-20.org/main/ ospitato da un server del Texas

Sito ufficiale di Assa’ib Al-Iraq Al-Jihadiyya: http://www.asaeb.net/, ospitato da un server olandese

Sito che ospita messaggi e comunicati della Jihad irachena: Minbar Al-Ru’ya Al-Wataniyya Al-Munahidha lil-Ihtilal, http://www.iraqipa.net, ospitato da un server danese

Sito analogo, Subhanaka forum, http://sobhank.com/vb/, ospitato da un server della California

Blog che promuove il terrorismo in Iraq: http://kjgafd.blogspot.com/, ospitato da un server californiano

Il Fronte Islamico della Resistenza Irachena ha un sito http://www.jaami.info/ ospitato in Germania

Al-Basra Minbar Al-Iraq ha un sito http://www.albasrah.net/index.php ospitato da un server in Spagna

Il blog che diffonde i messaggi video dei massimi capi del terrorismo, tra i quali figurava spesso Al-Zarqawi, http://almagribi.blogspot.com/ è ospitato da un server della California.

Un esempio concreto del tipo di messaggi che circolano è il seguente.

Il sito www.ek-ls.org, ospitato da un server della Florida, ha postato lo scorso 19 novembre una proposta molto articolata sull’uso del “lupo solitario” da parte di Al Qaeda, formulata da un certo “Jihadi Salafi”. La traduciamo in sintesi.

“Ciò che non fa dormire l’FBI è il pensiero che un “lupo solitario” possa compiere attentati…perché non facendo parte di una cellula organizzata non avrebbe motivo di temere tradimenti o infiltrazioni…Ecco ciò di cui avrebbe bisogno:

1)Una conoscenza eccellente del linguaggio colloquiale…2) un aspetto personale che non riveli alcuna connessione col mondo arabo o islamico…3) una carta d’identità falsa, molto facile da ottenere negli Stati Uniti….ed un nome messicano o brasiliano perché fisicamente vi sono somiglianze fra loro e noi …4) dovrebbe risiedere in un quartiere nel quale non vi siano vicini curiosi o bianchi…5) la zona di residenza non dovrebbe essere infestata da spacciatori di droga…6) conoscenza approfondita di computer ed internet… e poi ovviamente ottima capacità di usare fucili di precisione, con silenziatore, da combattimento, e di preparare cinture esplosive e bombe.

Fantascienza? John Allen Muhammad nel 1985 aveva servito nell’esercito degli Stati Uniti ed era stato addestrato nell’uso delle armi automatiche. Nel 2003 sparò ad 11 persone con un fucile di precisione e fu catturato dall’FBI solo per aver commesso una imprudenza; ma egli aveva progettato, con un suo compagno, di uccidere 6 persone al giorno per un mese.

Molti server occidentali hanno rimosso i siti islamisti legati al terrorismo, ma non tutti come si constata dalla quantità che ancora esistono, e del resto anche i gestori di questi siti si sono attrezzati per questo genere di emergenze. Una delle nuove strategie consiste nel servirsi di molti server in catena, per consentire al sito di rimanere attivo anche se uno o due di questi server lo dovessero cancellare. Il forum Al-Ekhlaas, ad esempio, che è diventato uno dei principali e più popolari e pubblica i comunicati ed i video delle organizzazioni terroristiche, le opinioni delle autorità religiose e le loro fatwe, e magari consigli per “buone” letture oltre che informazioni operative e formazione ideologica; esso viene oggi ospitato da 4 server distinti, tre negli Stati Uniti (Florida, Arizona) ed uno in Malaysia (citiamo solo quello malaysiano: http://www.al-ekhlaas.net/forum/TMIDC-MY).

Di ben altra natura è il secondo argomento al quale vogliamo dedicare la nostra attenzione.

Lo scorso 19 dicembre il Patriarca Latino di Gerusalemme Michel Sabbah ha affermato che il riconoscimento dell’identità di Israele come “stato ebraico” costituisce una discriminazione nei confronti dei non ebrei. Questa dichiarazione pretende di posizionare la Chiesa sulla linea dell’oltranzismo islamico che vorrebbe negare ad Israele questa sua identità in un futuro accordo di pace, ma crea anche una continuità con le posizioni preconciliari della Chiesa di Roma . Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, in epoca di persecuzioni antiebraiche ma anche di nascita e sviluppo del movimento sionista, la parola d’ordine del Vaticano era: sia fatto tutto per aiutare gli ebrei come individui, ma non sia fatto nulla per favorire la nascita di uno stato ebraico in Palestina. Lo stesso Sabbah ha avuto modo in passato di specificare meglio il suo pensiero: “Alla fine li manderemo via (gli ebrei) esattamente come (noi arabi) abbiamo fatto coi crociati”. Uno scomodo testimone è anche il vescovo Hylarion Capucci, espulso da Israele per collusione col terrorismo (era entrato in Israele dal Libano con la vettura diplomatica stracarica di armi e munizioni) e tuttora sempre bene in vista nelle cerimonie pubbliche del cosiddetto pacifismo italiano.

Non è certamente una novità che Sabbah sia schierato e dia prova di una faziosità non solo anti-israeliana ma anche antiebraica. Tuttavia questa dichiarazione, che si inserisce in una fase politica delicata, fa eco a quanto – come ha segnalato qualche tempo fa in una acuta analisi Giorgio Israel – ha scritto anche un personaggio ben più illustre ed influente della Chiesa, il cardinale Martini: la religione ebraica è degradata , non più autentica espressione di fede, e pertanto non sussiste altra scelta che dichiararla sostituita per volontà di Dio dal cristianesimo.

Anche l’attenzione, giustificata ma forse un pò ossessiva, che la Chiesa dedica al problema dei Luoghi Santi in Israele (dopo aver ignorato il problema nel periodo in cui erano sotto dominazione araba) si contrappone al silenzio della medesima Chiesa dinanzi alle persecuzioni anticristiane nel mondo arabo, inclusi i territori controllati dall’Autorità Palestinese dai quali i cristiani sono costretti a fuggire.

Ricordiamo quanto ha scritto Amnon Rubinstein: la risoluzione dell’ONU del 1947 ha riconosciuto la natura di stato ebraico di Israele, e tutta la legislazione e simbologia di Israele (dall’inno nazionale alla dichiarazione d’indipendenza) ha questa identità come punto di partenza e di arrivo. Al contempo Israele è anche uno stato che rispetta e tutela tutte le religioni ed i loro luoghi di culto, senza distinzione alcuna. Privare Israele di questa identità significherebbe privare a priori il popolo ebraico, unico al mondo a subire questa ingiustizia, del diritto ad avere una patria.

Questo è quel che vorrebbero gli arabi ed il mondo islamico; questo è quel che vorrebbe Sabbah. E’ anche quel che vorrebbe la Chiesa? Se, come riteniamo che sia, la risposta univoca proveniente da Roma non può che essere un chiaro no, è forse giunto il momento per la Chiesa di pronunciarlo.

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