Olimpiadi Pechino: antisemitismo anche in vasca

Olimpiadi Pechino: antisemitismo anche in vasca

Iran-Israele divisi anche in vasca

Il nuotatore Alirezaie non gareggia perche’ c’e’ Beeri

(ANSA) - PECHINO, 9 AGO - Un nuotatore iraniano, Mohammad Alirezaie, non e’ sceso in vasca alle Olimpiadi, per la presenza di un atleta israeliano, Tom Beeri. La gara era una batteria dei 100 rana. La Repubblica islamica dell’Iran non riconosce l’esistenza dello Stato ebraico, di cui il presidente Mahmud Ahmadinejad ha auspicato la ‘cancellazione dalle carte geografiche’. Quindi gli atleti iraniani non prendono parte a competizioni internazionali in cui debbano gareggiare con atleti israeliani.

Iran: tv, lanciati altri missili sperimentali

Iran: tv, lanciati altri missili sperimentali

(ANSA-REUTERS) - Teheran, 10 lug - L’Iran ha lanciato altri missili sperimentali nel Golfo, secondo quanto annunciato da organi di informazione statali oggi, il giorno dopo essersi attirato critiche e moniti dell’Occidente per aver lanciato nove missili sperimentali.

“I guardiani della rivoluzione dell’Iran hanno sperimentato altri missili nel Golfo persico”, ha detto la televisione satellitare iraniana Press Tv. Un analogo annuncio è stato fatto dalla radio di stato. Secondo quanto detto dalla televisione iraniana nel suo sito internet, i missili lanciati oggi sono stati del tipo “terra-mare, terra-terra e mare-terra”.

Fra i lanci di prova di ieri c’é stato anche quello di una versione aggiornata del missile balistico Shahab-3, con una gittata di 2.000 km, in grado di raggiungere anche Israele.

I lanci sono stati fatti nel terzo giorno delle manovre militari del potente corpo militare dei pasdaran, i Guardiani della rivoluzione. Oltre ai missili, ha detto il sito della Tv, è stato sperimentato anche il siluro Hoot (’balena’, in persiano), provato per la prima volta nell’aprile 2006 e in quell’occasione descritto come un’arma superveloce in grado di distruggere i sottomarini nemici.

Iran: nove tipi missili testati, uno può colpire Israele

Iran: nove tipi missili testati, uno può colpire Israele

(ANSA) – 10:09 - Teheran, 9 lug - Nove tipi di missili, tra i quali una versione aggiornata dello Shahab-3, che è in grado di raggiungere Israele, sono stati lanciati oggi dai Guardiani della rivoluzione iraniani durante manovre che si svolgono nel Golfo. Lo riferiscono le agenzie iraniane. Non appena i mercati hanno appreso la notizia, il prezzo del petrolio, che ieri era scivolato di circa il 4 per cento, ha invertito la rotta, segnando una parziale ripresa.

Le manovre dei Pasdaran, cominciate ieri e denominate ‘Profeta-3′, avvengono mentre rimane alta la tensione per il contenzioso nucleare tra la comunità internazionale e l’Iran, che rifiuta di sospendere l’arricchimento dell’uranio.

Secondo l’agenzia Fars, lo Shahab-3 testato oggi ha una gittata di 2.000 chilometri ed è stato modificato per portare “bombe a grappolo in grado di colpire con precisione diversi obiettivi nello stesso momento, tra i quali le basi del nemico e le sue navi”. Il comandante delle forze aeree dei Pasdaran, Hossein Salami, ha sottolineato che con queste esercitazioni l’Iran “vuole mostrare la sua determinazione e la sua forza ai nemici, che nelle ultime settimane lo hanno minacciato con un linguaggio rude”. Un riferimento alle ipotesi circolate in Israele su un attacco alla Repubblica islamica per fermare il suo programma nucleare.

Iran: condanna a morte per una presunta “spia sionista”

IRAN: CONDANNA A MORTE PER UNA PRESUNTA “SPIA SIONISTA”

Teheran, 08:25 - L’Iran ha condannato a morte un cittadino riconosciuto colpevole di aver fatto spionaggio a favore di Israele. La notizia, data dall’agenzia ufficiale Fars, arriva mentre cresce la tensione tra Teheran e lo stato ebraico, con uno scambio di accuse sempre piu’ infuocato tra i due Paesi. La sentenza ai danni di Ali Ashtari, 43 anni, che era stato arrestato un anno e mezzo fa, e’ stata emessa da un tribunale rivoluzionario. L’uomo puo’ ancora presentare appello.

Repubblica.it

Attacco all’ Iran, la prova generale. Simulazione israeliana su Creta

Venti di guerra Oltre 100 caccia hanno condotto una missione di 1.500 chilometri

Attacco all’ Iran, la prova generale Simulazione israeliana su Creta

El Baradei dell’ Aiea: «La regione diventerebbe una palla di fuoco» Il presidente Ahmadinejad promette ritorsioni pesanti, l’ ayatollah Khatami minaccia conseguenze «terribili»

Il precedente: l’attacco. In 2 minuti, una domenica pomeriggio del giugno 1981, caccia israeliani distrussero il reattore di Osirak (Osiris+Iraq) costruito con assistenza francese fuori Bagdad, mettendo fine al programma atomico

WASHINGTON - Nome in codice «Glorious Spartan 08». Teatro operativo: il tratto di mare a sud est dell’ isola di Creta. E’ in questo splendido angolo di Mediterraneo che l’ aviazione israeliana ha simulato - dal 28 maggio al 18 giugno - l’ attacco all’ Iran. Oltre cento caccia F16 e F15, con l’ ausilio di aerei per il rifornimento in volo, hanno condotto una missione di 1500 chilometri, la stessa distanza che divide lo Stato ebraico dall’ impianto nucleare di Natanz. I jet hanno sganciato bombe, condotto raid contro i radar, attuato manovre evasive. In loro supporto velivoli per la guerra elettronica ed elicotteri che trasportavano i commandos dell’ unità speciale 5101, conosciuta come Shaldag, e gli incursori della Sayeret. Una delle simulazioni prevedeva infatti il recupero di piloti abbattuti in «territorio ostile». Al loro fianco i greci, che hanno offerto l’ ospitalità dei poligoni e provato interventi coordinati.

Gli israeliani, di solito estremamente riservati su quello che combinano, hanno passato al New York Times le informazioni su «Spartan 08» accostando le manovre ad un possibile blitz contro l’ Iran. E hanno spiegato, con l’ abituale pragmatismo, quali fossero gli obiettivi. Il primo - tecnico - era quello di esercitarsi in un raid a lungo raggio. Le forze aeree israeliane sono abituate ad azioni di questo tipo. Hanno organizzato il raid di Entebbe andando a liberare ostaggi in Uganda e distrutto il reattore iracheno di Osirak. Ma proprio il ricorso «al lungo braccio» ha spinto gli avversari di Israele a dotarsi di contromisure e dunque una eventuale incursione in territorio iraniano può rivelarsi insidiosa. Il secondo obiettivo era ribadire agli Stati Uniti e ai governi occidentali che l’ opzione militare non è poi così lontana. Se i ripetuti tentativi negoziali falliranno, non resterà che la forza. Le fughe di notizie, i «piani» rivelati dai giornali, gli scenari dei think thank fanno parte di una accurata regia per preparare le opinioni pubbliche. E la stessa interpretazione va data alle previsioni nere di politici come il tedesco Josckha Fischer e del più coinvolto ex premier israeliano (di origini iraniane) Shaul Mofaz. Il punto non è più «se» ma piuttosto «quando» ci sarà l’ assalto.

Preoccupato per questi sviluppi, Mohammed El Baradei, il direttore dell’Aiea, l’ ente per l’ energia atomica dell’ Onu, ha detto ieri sera che si dimetterà nel caso di un attacco contro l’ Iran: «Secondo me, è la peggiore opzione possibile. Traformerebbe la regione in una palla di fuoco… Se l’Iran non sta già costruendo armi nucleari, lancerà un corso accelerato con la benedizione di tutti gli iraniani». Agitando le sciabole gli israeliani hanno anche voluto accentuare le inquietudini degli ayatollah, ormai da tempo sotto una forte pressione psicologica e diplomatica.

Ogni giorno Teheran dovrà chiedersi se la formazione di jet in avvicinamento sono l’ ennesima simulazione o il colpo di maglio. Gli iraniani sono convinti che ai loro confini si sta preparando qualcosa. E reagiscono a parole e con i fatti. Il presidente Ahmadinejad promette ritorsioni pesanti, l’ ayatollah Ahmad Khatami minaccia conseguenze «terribili». L’ aviazione è in costante allerta e nelle ultime settimane i vecchi caccia F4, eredità dello Scià, si sono levati in volo per intercettare aerei finiti fuori rotta. Lo Stato Maggiore ha intensificato il programma per potenziare la difesa contraerea: sono state acquistate diverse batterie di missili russi «Sa 300» e «Sa 20». Inoltre gli iraniani hanno chiesto aiuto ai tecnici di Mosca per migliorare i radar. Una necessità emersa dopo il raid compiuto da Israele in Siria il 6 settembre. Il blitz - che per alcuni esperti ha rappresentato un’ ulteriore prova di attacco - ha dimostrato che i radar russi sono stati «accecati» con sistemi da guerra elettronica. L’ intelligence khomeinista ha anche monitorato con attenzione le attività dell’ Us Air Force. Nell’ agosto di un anno fa, una formazione di F16 statunitensi ha condotto una misteriosa missione d’ addestramento - durata 11 ore - dall’ Iraq all’ Afghanistan. Per l’ analista William Arkyn «c’entra l’Iran».

E se il cielo promette tempesta, sul terreno la situazione non è serena. Minoranze etniche e oppositori interni sembrano spinti da nuova linfa e forse nuovi aiuti. I separatisti curdi sono passati all’ attacco anche al di fuori della loro regione. I beluci del gruppo Jundallah continuano ad attaccare i pasdaran. Si sono mossi anche gruppi inediti: il Movimento jihadista della Sunna e i «Soldati dell’ Assemblea del Regno» (nazionalisti). Entrambi hanno rivendicato la strage nella moschea di Shiraz. Negli ambienti della diaspora non si esclude che le tattiche «mordi e fuggi» di questi nuclei siano legate a un ordine segreto firmato da George Bush alla fine di gennaio con il quale si autorizzano «attività clandestine» per destabilizzare l’ Iran.

Uno spettatore interessato, la Russia, ha fatto sentire la sua voce. Il ministro degli Esteri Lavrov ha lanciato ieri una severa messa in guardia. Non sarebbe strano se i russi avessero seguito da vicino le manovre a Creta: come ai tempi della Guerra fredda, la Marina ha rimandato in Mediterraneo le sue navi spia. A volte innocui pescherecci, irti di antenne, più interessati ai segreti che ai pesci.

Guido Olimpio

(Fonte: Corriere della Sera, 21 Giugno 2008, pag. 13)

Libano: Hezbollah respinge supervisione Onu su Shebaa

Libano: Hezbollah respinge supervisione Onu su Shebaa

(ANSA) – 12:26 - Beirut, 18 giu - Il gruppo guerrigliero sciita Hezbollah, che vuole “liberare” con le armi il contestato territorio di confine con Israele delle Fattorie di Shebaa, ha respinto una proposta del presidente libanese, Michel Suleiman, e del primo ministro incaricato, Fuad Siniora, di porre l’area sotto la supervisione temporanea dell’Onu.

“Mettere le Fattorie di Shebaa sotto controllo Onu è parte di un disegno che ha per bersaglio le armi della resistenza - ha detto la tv del movimento sciita, Al Manar - il vero obiettivo (della proposta) è di rendere illegittime le armi della resistenza e portarle via”.

Il quotidiano in lingua francese L’Orient le Jour sostiene che l’organizzazione sciita, appoggiata da Iran e Siria, “ha probabilmente informato il presidente Suleiman del suo rifiuto del piano”. La proposta è stata fatta da Suleiman e Siniora nei loro incontri separati lunedì scorso con il segretario di Stato Condoleezza Rice che, in visita a Beirut, ha affermato che “gli Stati Uniti credono che sia arrivato il momento di occuparsi della questione delle Fattorie di Shebaa”.

L’Iran riconosce implicitamente il fallimento di Ahmadinejad a Roma

L’Iran riconosce implicitamente il fallimento di Ahmadinejad a Roma

La visita romana del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stata un fallimento? Tutta colpa dell’ambasciatore in Italia Abdolfazi Zohrevand, che dal 20 giugno lascerà la sede di via Nomentana per tornare in patria, dove l’attende un’inchiesta aperta a suo carico dal ministero degli Esteri. A dare la notizia il sito iraniano Tabnak, vicino al generale Moshen Rezaii e puntuale sulle novità del regime di Teheran. Dopo il vertice Fao, Ahmadinejad è tornato in Iran (dove è già in campagna elettorale per la sua rielezione, il prossimo anno, possibile ma non certa) sbandierando lo straordinario successo riscosso a Roma, la platea di giornalisti provenienti da tutto il mondo che applaudivano convinti ogni sua affermazione, le richieste di centinaia di imprenditori italiani e il quasi unanime consenso manifestato dalla cittadinanza nei suoi confronti. Evidentemente, però, non gli è sfuggito il messaggio chiaro e forte rivoltogli dalla comunità nazionale (anche per colpa nostra, del Riformista, lo confessiamo): noi non parliamo con chi vuol dotarsi della bomba atomica, minaccia di distruggere Israele e calpesta i diritti umani in patria.

Così, il capo del regime l’ha risolta alla sua maniera, trovando nell’ambasciatore Zohrevand (che pure era un suo protetto) il perfetto capro espiatorio della sua débacle diplomatica e da tempo inviso al ministro degli Esteri Manoucher Mottaki, che tentava di rimuoverlo da due
anni.

(Fonte: Il Riformista, 18 Giugno 2008 )

Esperimento

Roma: Alemanno, condivisibile ribattezzare via ambasciata iraniana

Roma: Alemanno, condivisibile ribattezzare via ambasciata iraniana

ROMA, 12 giu - ”La richiesta che mi e’ stata inoltrata dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia, dall’alto valore simbolico, e’ piu’ che mai condivisibile e apprezzabile, alla luce del difficile periodo storico che stiamo vivendo. Modificare il nome della strada che ospita la sede dell’ambasciata iraniana e ribattezzarla ‘Via 9 Luglio’, in ricordo del giorno in cui gli studenti iraniani scesero in piazza per la difesa della liberta’ e della democrazia, rappresenterebbe un altro forte segnale di protesta contro l’intolleranza e a favore della coesistenza pacifica. Prendiamo atto della proposta del presidente Ugei, Daniele Nahum, e auspichiamo che sia possibile realizzarla, tenendo conto delle norme vigenti in materia di toponomastica”.

Cosi’ il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in riferimento alla proposta quest’oggi di Daniele Nahum, presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia (Ugei), il quale ha chiesto al Sindaco ”di compiere un ulteriore gesto questa volta permanente, intitolando la strada dove ha sede l’ambasciata iraniana, con il nome 9 luglio. Il gesto - ha spiegato Nahum -acquisirebbe un valore inestimabile per tutti gli iraniani che vivono sotto il giogo di una feroce dittatura e per tutti colore che si battono per i valori della liberta’, della democrazia e del rispetto dei diritti umani nel mondo”. Come spiegato dal Presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia ”abbiamo fatto nostra la proposta del Professore Emanuele Ottolenghi, il quale attraverso le pagine del quotidiano ‘Il Riformista”, ha richiesto al sindaco Alemanno di ribattezzare simbolicamente un tratto della strada che ospita la sede dell’ambasciata Iraniana, con il nome del leader studentesco Nikou- Nesbati, ‘colpevole’ di aver recentemente criticato un discorso di Ahmadinejad e, per questo, condannato a cinque mesi di prigione e a dieci frustate”. ”Quest’ultimo, sempre sulle pagine de ‘Il Riformista’, ringraziando Ottolenghi - ha chiarito oggi Nahum - ha proposto una soluzione alternativa: modificare il nome della strada in Via 9 luglio. Una data dall’alto valore simbolico, poiche’ il 9 luglio 1999, gli studenti iraniani scesero in piazza per difendere i valori della liberta’ e della democrazia nel loro paese e diedero vita ad una grandissima rivolta contro il regime iraniano, nella quale morirono una decina di studenti, un centinaio rimasero feriti ed oltre duecento furono incarcerati”.

(ASCA, 12 giugno 2008 )

Gruppo islamico palestinese ammette legami con Al Qaida

Gruppo islamico palestinese ammette legami con Al Qaida

Minacce contro Iran e Hezbollah, “legati ad al-Qaeda ideologicamente”

GAZA - Per la prima volta un gruppo armato attivo all’interno dei territori palestinesi ammette pubblicamente il proprio legame con la rete terroristica di al-Qaeda. Il gruppo in questione si chiama «Esercito islamico». Intervistato dalla Tv satellitare al-Arabiya, il suo leader, Abu Muhammad al-Maqdisi, parla dei suoi rapporti con il gruppo di Osama Bin Laden e lancia nuove minacce contro Iran e Hezbollah, accusati di voler diffondere lo sciismo nei territori palestinesi. «Il nostro gruppo è legato ad al-Qaeda solo ideologicamente - spiega - Al momento non ci sono legami dal punto di vista organizzativo. Siamo presenti a Gaza, ma anche in Cisgiordania e all’interno dei territori occupati da Israele nel 1948».

Il leader denuncia il fatto che, seppur in modo molto limitato, a Gaza si stia diffondendo lo sciismo. «L’Iran sta cercando di diffondere lo sciismo nella regione - spiega - nonostante i contrasti esistenti con gli Stati Uniti, entrambi sono nemici di Allah e vanno combattuti. Iran e Hezbollah sono miscredenti e vanno combattuti come nemici di Allah». Questa nuova formazione jihadista palestinese sarebbe composta, a suo dire, da centinaia di combattenti e opererebbe al fianco delle altre fazioni armate, avendo già compiuto diverse operazioni contro Israele.

Al-Maqdisi ha però negato che i suoi uomini abbiano preso di mira i cristiani residenti a Gaza. «Non abbiamo niente a che fare con gli attentati compiuti contro i cristiani - aggiunge - né con quelli contro gli internet caffé o i saloni di bellezza di Gaza. Questi ultimi sono il frutto di atteggiamenti corrotti di basso profilo contro i quali non è utile usare la violenza». Nonostante ciò ha ammesso che da parte dei suoi uomini sono stati commessi alcuni errori, imputabili ai singoli, come quello dell’incendio del club giovanile cristiano di Gaza.

A proposito del sequestro del militare israeliano Gilad Shalit, pur avendo pianificato e partecipato al rapimento l’«Esercito islamico avrebbe lasciato alle altre formazioni la gestione della trattativa politica. A proposito invece del sequestro dell’inviato della Bbc Alan Johnston, rilasciato a luglio 2007 «l’obiettivo iniziale era quello di scambiarlo con la sorella Sajjada, in carcere ad Amman per gli attentati compiuti nella capitale giordana nel 2006, e con Abu Qatada, detenuto in Gran Bretagna. Ma la nostra commissione fatta da Ulema ha deciso di liberarlo per evitare che il suo sequestro provocasse lo spargimento di altro sangue palestinese».

(La Stampa, 11 giugno 2008 )

A un anno dal golpe di Hamas a Gaza

A un anno dal golpe di Hamas a Gaza

È passato un anno da quando Hamas prese il controllo sulla striscia di Gaza ricorrendo alla forza e ai Kalashnikov e da allora la posizione dell’organizzazione jihadista palestinese si è rafforzata e consolidata, nonostante le forti perdite subite negli scontri con le Forze di Difesa israeliane, il persistente isolamento internazionale e le sofferenze patite dalla sua popolazione.

Hamas si è insediata a Gaza e ne ha assunto la sovranità come un governo legittimo. L’anarchia dei primi mesi è scomparsa come se non ci fosse mai stata. Oggi gli abitanti non osano più nemmeno sparare raffiche in aria durante i matrimoni, come era loro consuetudine. Hamas ha assunto il pieno controllo di università, uffici commerciali, mass-media, istituzioni pubbliche e sull’insieme della popolazione.

Hamas ha imposto la propria egemonia grazie a un governo dittatoriale che non permette alcuna possibilità di rivolta e nemmeno di protesta. Di fatto, non esiste alcuna opposizione.
La striscia di Gaza del 2008 è una realtà che rasenta l’assurdo: su un milione e 300mila abitanti, il 70% dipende per la propria sussistenza da sussidi assistenziali elargiti da vari enti di aiuti; circa il 60% si arrangia con meno di 2 dollari al giorno e vive sotto la linea di povertà. Non esiste una vere rete di acqua potabile e il sistema fognario è al collasso. Metà della popolazione è sotto i 18 anni e non vede un futuro. Dunque non sorprende che nei recenti sondaggi il 70% degli abitanti dica che preferirebbe vivere in qualunque altro posto al mondo fuorché a Gaza.

Israele fa arrivare aiuti umanitari, e le merci che non arrivano attraverso i valichi di Karni e di Sufa (peraltro costantemente bersagliati da terroristi controllati da Hamas) vengono contrabbandate nella striscia di Gaza attraverso i tunnel sotto Rafah che la collegano al Sinai egiziano. I paesi europei pagano il carburante necessario per far funzionare le centrali elettriche, e il governo di Hamas addebita agli abitanti i costi della traballante fornitura elettrica. I profughi (e loro discendenti) ricevono assistenza dalle Nazioni Unite, mentre il governo di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Salam Fayyad finanza l’assistenza sanitaria e il sistema scolastico. Fayyad è anche quello che paga la bolletta della compagnia israeliana Dor Energy per il carburante, e che continua a pagare gli stipendi mensili dei 78.000 abitanti di Gaza che erano impiegati nelle istituzioni dell’Autorità Palestinese anche se, allo stato attuale, risultano senza occupazione. L’Iran copre tutte le spese del governo Hamas, comprese le spese militari. Donazioni provenienti dai paesi del Golfo vengono usate da Hamas a scopi assistenziali, e coloro che non ricevono aiuti dall’Onu o da Hamas ricevono tessere alimentari da altre organizzazioni internazionali.

Tuttavia, sebbene gli abitanti della striscia di Gaza siano ridotti a vivere di elemosina, Hamas si occupa praticamente della sola cosa che veramente le interessa: la corsa al riarmo, con la creazione di un regolare apparato militare che comprende divisioni, compagnie e corpi professionali specializzati. Oggi l’esercito di Hamas conta già circa 16.000 combattenti ed è strutturato sul modello di Hezbollah. Molti di questi combattenti escono attraverso i tunnel di Rafah e vanno a ricevere addestramento militare in Iran e in Siria.

Nel momento in cui celebra il suo primo anniversario, ecco dunque come si presenta il “Hamastan” palestinese: un piccolo stato terrorista, violento e dittatoriale, che dipende totalmente dall’assistenza altrui.

(Da: YnetNews, 13.06.08 )

Membri di Fatah nella striscia di Gaza hanno fatto appello lo scorso fine settimana al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) perché si adoperi per porre fine a quella che definiscono una “campagna di sequestri, intimidazioni e terrore“ condotta contro di loro da Hamas.

In una lettera indirizzata ad Abu Mazen nel primo anniversario del violento golpe di Hamas a Gaza, i membri di Fatah denunciano il fatto che il movimento jihadista palestinese continua a prenderli di mira nonostante la recente iniziativa del presidente dell’Autorità Palestinese volta a superare il conflitto fra le due parti.

“La esortiamo a muoversi rapidamente per porre fine alle azioni criminali e terroristiche delle milizie di Hamas contro i figli di Fatah – scrivono gli esponenti di Fatah – Sono milizie che continuano a rapire e torturare i nostri membri nella striscia di Gaza nonostante la sua iniziativa”.

La lettera sottolinea che nelle scorse settimane molti attivisti di Fatah nella striscia di Gaza sono stati convocati dalle forze di sicurezza di Hamas per essere interrogati, compresi alti esponenti di Fatah come Issam Najjar, Abdel Rahim Najjar e Abdel Rauf Abdeen. “Queste milizie nere [di Hamas] hanno forse il diritto di fare quello che vogliono a Fatah mentre lei se ne sta in Cisgiordania senza far nulla? – chiedono gli attivisti di Fatah – E’ al corrente del fatto che le milizie di Hamas vietano alla gente, a forza di botte, di sostare in luoghi pubblici? Perché se ne sta in Cisgiordania senza far niente? Intende aspettare fino a quando Hamas ci avrà uccisi tutti?”.

I membri di Fatah esortano Abu Mazen a “spazzare via completamente” Hamas in Cisgiordania prima che sia troppo tardi, avvertendo che altrimenti lui e i suoi seguaci verranno prima o poi abbattuti dal movimento jihadista palestinese.

La lettera lamenta anche il fatto che i mass-media controllati da Fatah abbiano smesso di riportare le pratiche di Hamas contro i membri di Fatah nella striscia di Gaza, evidentemente nell’intento di evitare un’escalation della tensione fra le due parti. “Perché la TV di Palestina ha smesso di riferire dei sequestri di membri di Fatah nella striscia di Gaza? – chiede la lettera – Perché lei se ne sta in disparte mentre coloro che hanno combattuto per lei vengono presi di mira da queste milizie?”.

Gli autori della lettera sostengono che sabato scorso Hamas ha impedito ai famigliari dei membri di Fatah di recarsi nei cimiteri. Dicono che decine di poliziotti di Hamas hanno sigillato il cimitero maggiore di Khan Yunis. Hamas avrebbe anche impedito ai sostenitori di Fatah e ai famigliari degli uomini di Fatah uccisi nei combattimenti di un anno fa con Hamas di sfilare nelle strade e tenere riunioni pubbliche per protestare contro il golpe del movimento islamista.

Le famiglie di circa 450 palestinesi uccisi negli scontri fra Fatah e Hamas hanno chiesto sabato ad Abu Mazen di adoperarsi per portare alla sbarra le milizie “assassine” di Hamas per le “atrocità” commesse. Dicono che alcune delle vittime, specialmente quelle appartenenti alle forze di sicurezza controllate da Fatah, vennero uccise a sangue freddo dopo essere state catturate da Hamas.

Hamas sostiene che le forze di sicurezza che fanno capo ad Abu Mazen trattengono in detenzione senza processo decine di suoi sostenitori. Secondo il movimento, durante l’anno appena trascorso sarebbero stati più di 1.500 i sostenitori di Hamas arrestati dalle forze di Fatah in Cisgiordania.

(Da: Jerusalem Post, 15.06.08 )

Tra Gaza e Beirut

Livni: “Gaza impedisce la nascita dello stato palestinese”

Israele.net