Hamas chiede all’ONU di revocare la risoluzione che sancì la nascita dello Stato di Israele

30/11/2007 In un comunicato indirizzato all’Onu nel giorno del 60esimo anniversario della risoluzione 181 sulla spartizione del Mandato Britannico, Hamas ha chiesto all’organizzazione internazionale di “revocare immediatamente” la risoluzione, che sancì sul piano del diritto internazionale la nascita dello Stato di Israele.

Israele.net

Gaza urla il suo “no” ma la gente è stanca

La Stampa
Data: 28/11/2007
“Gaza urla il suo “no” ma la gente stanca”

Gaza urla il suo “no” ma la gente è stanca

Alle 18 la famiglia Al Hellou, sette fratelli divisi tra oppositori e sostenitori del vertice di Annapolis come in un derby calcistico, è riunita nel diwan, il salotto arabo, intorno alla grande televisione LG. Gli operatori di al Aqsa TV, l’emittente di Hamas e l’unica di Gaza, raccontano una manifestazione «oceanica», «decine di migliaia di persone in marcia contro il tradimento del popolo palestinese». Dal palco, nella piazza del Parlamento di Gaza City, il premier deposto Haniyeh condanna i Paesi arabi tentati dalla «normalizzazione dei rapporti con il nemico sionista», in strada i militanti ripetono l’inno-mantra dei rifugiati, «Aedun, aedun», ritorno.

Ahmed Al Hellou, 39 anni, titolare di un negozio di mobili, è andato a dare un’occhiata: «È un successo della Resistenza, tutto si è svolto senza incidenti». Nelle stesse ore in Cisgiordania la polizia palestinese ha sparato sui dimostranti anti-Annapolis, un uomo è morto a Hebron. Il prezzo dello scontro intestino voluto da Hamas, si scalda Mohammed Al Hellou, 30 anni, il fratello simpatizzante di Fatah: «A protestare a Gaza erano quattro gatti. Il presidente Mahmud Abbas almeno ci sta provando, la strategia del muro contro muro invece cosa ha prodotto?». Il padre, l’anziano Abu Al Hellou, elettore storico di Hamas, oggi fa il tifo per «i sognatori» riuniti in Maryland.

Gli Al Hellou sono divisi, i palestinesi sono divisi, Gaza è divisa. La manifestazione organizzata ieri mattina da Hamas e Jihad Islamica ha deluso le aspettative. Nonostante la precettazione negli uffici pubblici e nelle scuole, in piazza c’erano circa 50 mila persone: la sola Forza Esecutiva, la polizia di Hamas, conta 25 mila agenti. «Un fallimento che conferma quanto Hamas abbia accusato la partecipazione della Siria ad Annapolis», osserva Mukhaimar Abu Saada, analista politico e docente di storia all’università Al-Azhar di Gaza. Ma che rafforza le frange radicali.

«Abbiamo un esercito di kamikaze che fanno la fila per immolarsi in Israele», annuncia sotto al palco Abu Khaled, uno dei più anziani leader delle Brigate Izzadin al Qassam. Sui tetti dei palazzi intorno al Parlamento si contano più cecchini che antenne paraboliche. Pochi metri più in là Bha, un ragazzino con la t-shirt nera della Jihad Islamica, spiega che «Mahmoud Abbas sta svendendo la Palestina agli ebrei». Lui, a 11 anni, non vede l’ora di «diventare un martire». Come Aisha, 20 anni, il niqab nero che lascia scoperti solo gli occhi e intorno alla fronte la fascia verde di Hamas: «Il mio massimo desiderio è farmi saltare in aria in un locale di Tel Aviv».

La corda è tesa. L’ala politica di Hamas, rappresentata da Haniyeh, arretra. «È il momento dei leader massimalisti come Mahmoud al Zahar», nota il politologo Hasad Abu Sharek. Eppure, fiaccato dal caro-sigarette più che dalla nostalgia per la moschea al Aqsa, a Gaza cresce il dissenso. Bastava andare ieri davanti alla Al Karmel Secondary School, un liceo maschile, il vivaio della Resistenza, per capire l’umore degli studenti precettati per la manifestazione. Rashid, 16 anni, felpa Nike e medaglietta al collo con la foto dello sceicco Yassin, fondatore di Hamas. Alle sue spalle Kaled, Mohammed, Nasser, addestrati a ripetere in coro che «la Palestina non si tocca», ma convinti che il miglior leader mondiale oggi sia… Condoleezza Rice.

“Damasco e Teheran attori fondamentali”

L’Eco di Bergamo
Data: 28/11/2007
“Damasco e Teheran attori fondamentali”

Damasco e Teheran attori fondamentali

«A parte l’accordo su un testo abbastanza preciso, la svolta nel processo di pace israelo-palestinese è il ruolo che gli Stati Uniti si sono attribuiti. Ruolo che non è solo quello di mediatore ma essenzialmente di arbitro dell’accordo». Gianni Bonvicini, direttore dell’Istituto affari internazionali (Iai), sottolinea che rispetto all’esperienza di Clinton nel 2000 a Camp David gli Usa ad Annapolis si sono attribuiti un ruolo più pesante e diretto nel mettere le due parti d’accordo: «È qui il vero cambiamento», rimarca Bonvicini.

C’è anche la presenza al vertice della Siria, pur con figure di secondo piano.

«Questa presenza apre un altro tema fondamentale che è quello dell’accordo tra Israele e Siria per le alture del Golan. Questo significa che è difficile distinguere o slegare il processo di pace in Medio Oriente se non si risolve anche questo contenzioso. Il gioco diventa più complesso, entrano altri attori nella contesa: oltre alla Siria ci sono gli Hezbollah del Sud del Libano e l’Iran».

I palestinesi in questo momento sono divisi: Abu Mazen rappresenta Fatah ma non Hamas che oggi ha il potere a Gaza.

«C’è una difficoltà enorme a negoziare con i palestinesi per questo motivo. Hamas non ha alcuna intenzione di farsi imporre accordi da Fatah. Inoltre, ad essere debole non è solo Abu Mazen ma anche Bush giunto ormai alla fine del suo mandato e non più rieleggibile. Anche Clinton nel 2000 era al termine e dopo Camp David le cose andarono a rotoli».

E il mondo arabo?

«Sulla questione israeliana il mondo arabo non è particolarmente coeso. Da una parte teme enormemente l’Iran, dall’altra è attraversato da questa lotta di sempre tra fondamentalismo sciita e l’atteggiamento più moderato dei sunniti. I due gruppi, che passano anche attraverso Paesi a maggioranza sunnita, rischiano di scontrarsi sulle vie del processo di pace. E rischia di saldarsi l’arco sciita che va dall’Iran agli Hezbollah e ad Hamas. Il processo di pace è legato a eventi che non si possono controllare, come il terrorismo e i kamikaze».

Abu Mazen vuole lo Stato palestinese con capitale Gerusalemme: Israele potrà cedere su questo punto?

«È l’ultimissima carta sulla quale Israele cederà, se la tiene come riserva. Credo che un accordo non potrà prescindere da questo ma è una carta su cui gli israeliani alzeranno enormemente il prezzo e chiederanno in termini di sicurezza e di emarginazione di Hamas una contropartita notevole».

Rosario Caiazzo

Gaza, il fronte del rifiuto invoca la jihad contro Israele

Gaza, il fronte del rifiuto invoca la jihad contro Israele

Hamas manifesta per le strade della Striscia: un morto, decine di feriti e di arresti

Il «Fronte del Rifiuto» si ritrova a Gaza. Per dire che le parole pronunciate ad Annapolis, gli impegni evocati in quella sede sono solo carta straccia. Convogliate da Hamas e dalle altre fazioni radicali palestinesi, decine di migliaia di persone sono scese ieri in piazza a Gaza City per manifestare contro la «Conferenza del tradimento», mentre in Cisgiordania analoghe manifestazioni di poche migliaia di persone sono state represse dalla polizia palestinese che a Hebron ha sparato uccidendo un manifestante, ferendo alcune decine di persone e arrestando altre. Al tempo stesso si sono intensificati gli scontri lungo il confine tra Gaza e Israele tra truppe israeliane e miliziani di Hamas e della Jihad Islamica. Sette miliziani sono stati uccisi nelle ultime 48 ore. Razzi sparati da Gaza hanno colpito l’adiacente territorio israeliano ma senza causare vittime e neppure danni.

La giornata, per il milione e mezzo di abitanti di Gaza, è iniziata con la lettura dai minareti delle moschee di versetti del Corano: una pratica che esprime sentimenti di lutto. Hamas ha spiegato che questo è appunto il suo sentimento «mentre ad Annapolis ci si accinge a seppellire i diritti del popolo palestinese, fra cui il diritto del ritorno per i profughi». Centinaia di studenti dell’ università islamica di Gaza sono sfilati, uomini e donne separatamente, per le vie di Gaza City.

Un giovane oratore arringa la folla. «Siamo disposti a concessioni?» ha urlato. «Noo» gli risponde la folla che, sollecitata dall’oratore, ripete il rifiuto a voce più alta «perchè gli infedeli ci possano sentire». Nel raduno di massa davanti al Parlamento hanno parlato tutti i maggiori esponenti delle fazioni radicali palestinesi. Hamas ha stimato la folla in 250 mila persone; osservatori in diverse decine di migliaia. Mahmud al Zahar, esponente dell’ala più dura di Hamas, ha affermato che «il popolo palestinese non riconoscerà mai Israele». «La terra della Palestina – ha scandito – dal Giordano al Mediterraneo e dai confini siriano e libanese a quello egiziano appartiene solo ai musulmani e ai cristiani».

La folla invoca la «guerra santa» contro il nemico sionista. – Hamas stronca in tempo reale le parole pronunciate da Abu Mazen ad Annapolis. Il portavoce del partito islamico al potere a Gaza delegittima il presidente palestinese: «Non ha mandato per discutere, concordare o cancellare una sola parola relativa ai nostri diritti. Non ha l’appoggio della sua gente, è isolato e rappresenta solo sè stesso», sentenzia Fawzi Barhum, dopo aver ascoltato il discorso di Abu Mazen, rilanciando rilancia minacciosamente il proclama di Hamas: «Useremo tutti gli strumenti della resistenza per ottenere i nostri diritti».

In Cisgiordania vi sono stati tentativi di alcune migliaia di persone di manifestare contro Annapolis, ma qui la polizia dell’ Autorità palestinese è intervenuta con la forza e a Hebron ha pure sparato uccidendo un manifestante e ferendo alcune decine di persone. Le speranze di Annapolis si perdono tra gli spari di Gaza e della Cisgiordania. u.d.g

Annapolis – l’Iran preso in contropiede ordina attentati alla Jihad

Corriere della Sera – NAZIONALE –
sezione: Primo Piano – data: 2007-11-28 num: – pag: 3
categoria: REDAZIONALE

Strategie – Gli intrighi degli ayatollah

L’Iran preso in contropiede ordina attentati alla Jihad

Teheran, irritata con la Siria, ora teme l’isolamento

ANNAPOLIS — Intrighi iraniani sulla via di Damasco. Teheran, insoddisfatta della «moderazione» di Hamas, ha chiesto alla Jihad islamica palestinese di intensificare gli attacchi. Una mossa fatta in casa dei siriani alla vigilia della conferenza di pace.

Rappresentanti dell’intelligence khomeinista hanno contattato il segretario della Jihad, Ramadan Shallah, promettendo aiuti per scatenare una campagna di attentati. La fazione — minoritaria sulla scena palestinese — dovrebbe intensificare i preparativi per portare il caos in Cisgiordania, ora controllata da Abu Mazen.

Teheran, per rendere più doloroso lo schiaffo, ha precisato che i finanziamenti verrebbero dirottati dal budget garantito ad Hamas. Non solo. L’Iran ha un altro messaggio: il futuro Stato islamico non potrà esistere senza un maggiore coinvolgimento della Jihad e l’assistenza diretta degli ayatollah. Shallah ha replicato sostenendo di aver chiesto ad Hamas di non ostacolare le sue operazioni contro Israele, ma la reazione non sarebbe stata positiva.

Khaled Meshal, una delle figure più importanti del movimento, ha sostenuto che Hamas ha la sua agenda e considera l’Iran come «una vecchia sorella » che dispensa aiuti e sostegno. In altre parole il partito islamico non vuole farsi condizionare. A Teheran hanno preso molto male il pragmatismo di Hamas e ancora di più la decisione della Siria di partecipare alla conferenza di Annapolis. Con un’insolita dichiarazione, il consigliere del leader iraniano Khamenei ha espresso «sorpresa» per la mossa di Damasco, considerata alla stregua di un atto «ostile».

Il presidente Ahmadinejad ha subito convocato per i prossimi giorni una contro- conferenza invitando le principali formazioni radicali. Gli iraniani temono infatti che un futuro coinvolgimento dei siriani nel negoziato di pace possa accrescere l’isolamento di Teheran nella sfida nucleare. E in fondo, Washington ha promosso Annapolis proprio con questo intento. Damasco è troppo importante per i mullah. Siria e Iran — secondo indiscrezioni — hanno rafforzato la collaborazione nel settore dell’intelligence. Militari dei due Paesi gestirebbero insieme 4 stazioni d’ascolto elettronico: sulle alture del Golan, nella regione di Al Jazira (nord), a Bab Al Hawa (confine turco) e nell’area di Abu Kamal. Alcuni esperti non escludono che il raid israeliano del 6 settembre in Siria possa aver coinvolto alcuni di questi impianti dotati di tecnologia russa.

Guido Olimpio

L’appello dei professori sfida il «no» di Hamas – A Gaza 60 intellettuali a favore dei colloqui

Corriere della Sera – NAZIONALE –
sezione: Primo Piano – data: 2007-11-28 num: – pag: 2
categoria: REDAZIONALE

A Gaza Sessanta intellettuali a favore dei colloqui

L’appello dei professori sfida il «no» di Hamas

Tensioni per il comizio anti-conferenza

DAL NOSTRO INVIATO

GAZA — «Quanti anni ho? Sono sempre la stessa persona che ogni mattina si guarda allo specchio». Quella faccia Hassan Kashef ha deciso di metterla davanti alle telecamere. Per un giorno ancora. Il suo programma, Linea Rossa, è stato cancellato dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, sei mesi fa. È lui che ha letto il documento firmato da oltre sessanta intellettuali palestinesi. Docenti universitari, scrittori, giornalisti che nel giorno di Annapolis hanno avuto il coraggio di sostenere il presidente Abu Mazen e i negoziati con Israele.

Nel giorno di Annapolis e nel giorno della rabbia di Hamas. Kashef parla con voce calma, rauca per le sigarette egiziane che fuma fin da ragazzino («e va bene, ho 63 anni»). Fuori gli altoparlanti dei fondamentalisti convocano la gente in piazza Palestina, per protestare contro la conferenza «dei traditori». Il volume è ancora più alto perché stanno arrivando in molti meno che alla manifestazione per l’anniversario della morte di Yasser Arafat: venti giorni fa erano almeno duecentocinquantamila. I fondamentalisti sono scesi in strada anche in Cisgiordania. A Hebron, la polizia dell’Autorità palestinese ha sparato, uccidendo uno dei partecipanti.

Il giornalista legge l’appello scritto per «far sentire ad Abu Mazen che Gaza non l’ha lasciato solo»: «Consideriamo un dovere appoggiare la delegazione, negli Stati Uniti per cercare di ottenere la nostra indipendenza e libertà. Anche se il vertice non porterà a un accordo, ma lancerà i negoziati di pace. I tentativi di indebolire i rappresentanti arabi e palestinesi mettono in pericolo la causa nazionale».

I sostenitori di Hamas e della Jihad islamica sfilano sotto un suo poster elettorale, cartolina sbiadita della democrazia che non si è mai realizzata. Due anni fa Kashef ha partecipato come indipendente, cinquemila voti a Gaza City non sono bastati a portarlo in Parlamento. Nessuno lo ha minacciato per gli attacchi contro i fondamentalisti, il suo clan è troppo rispettato. «Mi conoscono tutti: Ismail Haniyeh, Mahmoud Zahar. Quando hanno cancellato il mio programma, mi hanno fatto mandare una lettera dal ministero dell’Informazione. Non hanno osato dirmelo in faccia». Ricorda che Arafat «venne accolto come un eroe, quando ritornò da Camp David dopo aver rifiutato le offerte israeliane »:«Se Abu Mazen ottiene un accordo giusto per la nascita di uno Stato palestinese nei confini del 1967, dev’essere celebrato come un eroe. Se non accetta le proposte perché sono contrarie ai nostri diritti, dev’essere celebrato come un eroe. È lo stesso presidente che Hamas ha riconosciuto alla guida dell’Olp. Sono loro ad avergli dato il mandato per negoziare».

Poche ore prima della manifestazione, la forza esecutiva di Hamas ha fatto irruzione in un’università nel centro della Striscia. Il rettore è stato picchiato e venti ragazzi di Fatah arrestati perché volevano proseguire le lezioni invece che essere costretti a partecipare. Nelle strade, gli integralisti urlano la professione di fede islamica («Non c’è altro dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo profeta »). Uno studente passa in mezzo a loro con un sorriso, un libro e la camicia azzurra stirata, restare puliti quando attorno tutto si sporca. Sussurra la sua professione di fede: «Lasciatemi studiare».

Davide Frattini

MO: Annapolis; Ahmadinejad, Israele non durerà

Ansa, 28/11/2007

MO: ANNAPOLIS; AHMADINEJAD, ISRAELE NON DURERÀ

(ANSA) – TEHERAN, 28 NOV – «Israele non durerà». Lo ha ribadito oggi il presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad,giudicando «un fallimento» la conferenza sul Medio Oriente di Annapolis, che a suo parere è stata soltanto un esercizio di «propaganda politica».

«Non è possibile che il regime sionista (Israele, ndr) duri», ha detto Ahmadinejad, citato dall’agenzia Isna.«È nella sua stessa natura l’impossibilità di continuare ad esistere – ha aggiunto il presidente iraniano – perché è basato sul male, l’aggressione, la menzogna, la tirannia e il crimine, e tutto questo finirà».
(ANSA).