“Jenin, Jenin” sotto processo

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La Corte Distrettuale di Petah Tikva ha iniziato martedì ad esaminare una causa da 2,5 milioni di shekel intentata più di quattro anni fa da un gruppo di cinque soldati israeliani che hanno combattuto a Jenin (Cisgiordania) durante l’ Operazione Scudo Difensivo della primavera 2002. Ofer Ben-Natan, Doron Keidar, Nir Oshri, Adam Arbiv e Yonatan Van-Kaspel hanno infatti citato in giudizio il regista e attore arabo israeliano Muhammad Bakri per aver prodotto il film documentario “Jenin, Jenin”, e le cineteche di Tel Aviv e Gerusalemme per averlo messo in programmazione sebbene all’epoca il film fosse sotto sequestro.
Il film acquistò notorietà quando Bakri fece ricorso all’Alta Corte di Giustizia contro il sequestro delle autorità in quanto accusato di distorcere gravemente la verità dei fatti. Dopo un lungo braccio di ferro, la Corte respinse la decisione delle autorità autorizzando la proiezione del film in tutto Israele.

Il film tocca un nervo scoperto della società israeliana. Uscì nel pieno della cosiddetta seconda intifada, mentre gli attentatori suicidi palestinesi compivano continue stragi fra la popolazione del paese. L’incursione delle Forze di Difesa israeliane nel campo palestinese della città di Jenin venne lanciata dopo una sequenza particolarmente feroce di attentati nel marzo 2002, culminati il 27 marzo, sera della Pasqua ebraica, nella strage al Park Hotel di Netanya la (29 morti).
Durante i combattimenti nel campo di Jenin, esponenti palestinesi, organizzazioni per i diritti umani e giornalisti accusarono Israele di compiere un deliberato “massacro” di civili inermi, parlando di centinaia o addirittura migliaia di morti. Alla fine emerse che i morti palestinesi erano stati 52, dei quali almeno 38 sicuramente armati, e che nei durissimi scontri erano caduti anche 23 soldati israeliani.

Utilizzando soprattutto interviste a palestinesi raccolte dopo la fine dei combattimenti, ma anche video-clip, nel suo film Bakri dipinge i soldati israeliani come responsabili di tutta una serie di crimini di guerra. Pur definendo il suo film un documentario, non intervistò nessun rappresentante israeliano né concesse alcuna opportunità di contraddire le accuse in esso contenute.
La querela, curata dall’avvocato Amir Tytunovich, elenca una lunga serie di esempi di queste accuse: un vecchio sostiene che i soldati gli spararono al braccio e alla gamba a sangue freddo senza alcun motivo; una sequenza del film è stata montata in modo da lasciar intendere che un bulldozer sia stato fatto passare su un gruppo di palestinesi allineanti sul terreno; i soldati avrebbero usato bambini come scudi umani ordinando loro, sotto la minaccia delle armi, di fare buchi nei muri delle case così da poter avanzare da una casa all’altra senza esporsi; i soldati avrebbero ucciso un disabile con ritardo mentale passandogli sopra con il bulldozer; un medico di Jenin accusa le Forze di Difesa israeliane d’aver portato via i corpi dei palestinesi uccisi negli scontri; i soldati avrebbero sparato a un palestinese legato.

Sono ben 13 i casi che la querela indica come calunnie diffamatorie. “Tutte le cose orribili sopra elencate non sono avvenute affatto e sono completamente false”, si legge nell’esposto dell’avvocato Tytunovich, che fa anche riferimento al fatto che le cineteche di Tel Aviv e Gerusalemme, pubblicizzando il film, usarono locandine con l’immagine di Ben-Natan e Keidar, cioè due dei cinque querelanti.
L’avvocato di Bakri, Avigdor Feldman, non è disponibile per un commento sull’inizio del processo. A suo tempo, tuttavia, in un’intervista concessa durante le audizioni all’Alta Corte di Giustizia contro il sequestro, Feldman aveva riconosciuto che le accuse contenute nel film potrebbero anche non essere vere.

“Quello che dico è che non posso affermare che sono vere – dichiarò ad Ha’aretz – Ma io credo che tutto sia possibile. Bakri non afferma nulla nel suo film. Chi parla sono le persone che ha filmato. Gli abitanti del campo palestinese dicono cose che talvolta sono vere e talvolta no. È un film e riflette la percezione soggettiva degli intervistati. Talvolta raccontano cose più pesanti di quello che furono, perché questo è il modo in cui le hanno percepite. Talvolta riferiscono voci. Si sa che in situazioni di tensione, le cose vengono esagerate. Per cui talvolta non sono vere”.

(Da: Jerusalem Post, 18.09.07)

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