Il Sig. D’Alemmah e i suoi amici….

18.11.2007 D’Alema incontra di nuovo Hezbollah
che definisce una forza politica

Testata: Corriere della Sera
Data: 18 novembre 2007
Pagina: 10
Autore: Marco Nese
Titolo: «D’Alema in Libano, il problema è Aoun»

Il vicepremier incontra Hezbollah: «È normale»

E’ questa la notizia più interessante dela viaggio in Libano di Massimo D’Alema, un incontro che lui definisce . Che per il ministro degli esteri del governo italiano sia normale incontrare un gruppo terrorista, non è cosa nuova, era già successo e presumiamo succederà ancora. Gli suggeriamo, per i suoi prossimi tour intorno al mondo, di dare un’occhiata ai vari gruppi terroristi che pullulano un po’ ovunque, avrà solo l’imbarazzo della scelta. Già che che c’è, veda se può programmare anche un incontro con Osama Bin Laden, nel mazzo dei terroristi è certamente quello di maggior spicco. Riprendiamo la cronaca dal CORRIERE della SERA di oggi, 18/11/2007, a pag.10, il servizio dell’inviato Marco Nese, dal titolo ” D’Alema in Libano, il problema è Aoun”.
Il patriarca maronita ha individuato sette candidati. Tra questi Michel Aoun, convinto di essere la scelta ideale

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

” BEIRUT — «Si sta lavorando per una soluzione condivisa da tutti, cristiani, sciiti e sunniti. Ma la situazione è complicata». Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema è a Beirut per incontrare le autorità libanesi e incoraggiarle a trovare un accordo sul nome del presidente della Repubblica. L’elezione deve avvenire entro venerdì 23, quando scade il mandato del presidente Emile Lahoud, che dopo i sei anni previsti è rimasto in carica per altri tre con una proroga. In base alla divisione delle cariche istituzionali prevista dalla Costituzione, il capo dello Stato deve essere scelto fra i cristiano-maroniti.

Il patriarca Nasrallah Butros Sfeir — dice D’Alema — si è adoperato per individuare candidati di prestigio accettabili anche per l’opposizione». Ne è venuta fuori una lista che comprende 7 personaggi: ci sono politici come Nassib Lahoud, Robert Ghanem e Butros Harb, e leader cristiani abbastanza indipendenti come Joseph Tarabay, Michel Edde e Damianos Kattar. Il settimo è il generale Michel Aoun, 72 anni, il quale è fermamente convinto di essere il candidato ideale. «Il mio nome è quello che conta».

Nell’incontro con D’Alema, Aoun è stato categorico: «Non mi tiro indietro». E ha sostenuto che la sua candidatura gode dell’appoggio dei due terzi dei cristiano-maroniti. «Ha esibito — spiega D’Alema — i risultati di sondaggi che gli riconoscerebbero un buon seguito». Però, gli ha fatto notare il ministro, si sta lavorando per una soluzione condivisa da tutti. Per questo sarebbe opportuno che chi può contare solo su un sostegno parziale metta da parte le ambizioni individuali e lasci il campo a una personalità con maggiori chance.

È un passaggio cruciale nella storia tormentata del Libano. Già per tre volte il Parlamento ha rinviato quest’anno l’elezione del nuovo capo dello Stato per l’impossibilità di individuare un personaggio super partes, che non sia troppo filoccidentale, ma neanche apertamente filosiriano. È obbligatorio scegliere. «Il rischio — teme D’Alema — sarebbe una drammatica deriva istituzionale per un Paese nel cuore di una regione instabile ». In caso di fallimento, il ministro degli Esteri sarebbe pronto a tornare a Beirut lunedì 26 insieme con i colleghi spagnolo e francese Angel Moratinos e Bernard Kouchner.
Si è mosso anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon che ha ammonito i capi libanesi: «Accordatevi, altrimenti siete sull’orlo di un baratro ». Già si agita il capo Hezbollah, lo sceicco Nasrallah: «Senza un accordo il presidente Lahoud deve prendere iniziative forti». Non ha detto quali. D’Alema ha incontrato anche un rappresentante di Hezbollah: «Incontriamo i rappresentanti di tutte le forze politiche — ha spiegato — è normale».
Il presidente del Parlamento Nabih Berri e il capo della maggioranza Saad Hariri promettono di selezionare dalla lista dei 7 un paio di nomi. D’Alema crede che fra loro ci sia l’uomo giusto: «Abbiamo mandato Di Paola alla Nato. In campo internazionale siamo come il Milan, non perdiamo colpi».

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25 ottobre 2007

Certificazione di un fallimento!

Il rapporto del consiglio di sicurezza sulla situazione in Libano
Onu: Hezbollah è forte più di prima
Aumentata la forza militare delle milizie sciite in contrasto con la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite
25 ottobre 2007

Certificazione di un fallimento!

Il rapporto del consiglio di sicurezza sulla situazione in Libano
Onu: Hezbollah è forte più di prima
Aumentata la forza militare delle milizie sciite in contrasto con la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite

NEW YORK – Le milizie sciite libanesi di Hezbollah hanno «ricostituito e persino aumentato la loro capacità militare» dalla fine della guerra con Israele nell’agosto 2006, una situazione «profondamente sconcertante e in piena contraddizione» con la risoluzione 1701, che prevede il disarmo e la piena conversione in partito politico di Hezbollah oltre che il monitoraggio del cessate il fuoco da parte dell’esercito libanese assistito dai Caschi blu della missione Unifil 2.. Lo afferma un rapporto del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul Libano, controfirmato dal segretario generale Ban Ki-moon che in pratica certifica il fallimento della missione sui progressi nella pacificazione dell’area.

PIÙ FORTE – Secondo il rapporto Onu, la forza militare di Hezbollah sarebbe attualmente paragonabile al periodo precedente alla guerra del luglio-agosto 2006, terminata con il cessate il fuoco imposto dal Consiglio di sicurezza il 14 agosto dello scorso anno. Il rapporto contiene un appello al dialogo fra le forze politiche libanesi per una conferma dell’impegno comune al disarmo. «Mi aspetto anche una cooperazione inequivocabile di tutte le parti della regione che hanno la capacità di sostenere un processo simile, e più precisamente della Siria e dell’Iran», dice Ban Ki-moon, «le quali che mantengono stretti legami con Hezbollah». Il rapporto riferisce anche che «la maggior parte dei partiti politici» in Libano sono preparati a un ulteriore deterioramento della situazione dopo gli ultimi omicidi di personalità politiche libanesi. «Il riarmo e l’addestramento militare contravvengono direttamente» anche i contenuti della precedente risoluzione 1559, «che chiede il disarmo e lo smantellamento di ogni milizia libanese e non libanese», si legge nel rapporto. Al tempo testo è contenuta la richiesta diretta a Damasco di una «cooperazione per il rispetto del cessate il fuoco e dell’integrità territoriale, della sovranità e dell’indipendenza politica» del Libano.
FonteIl Corriere della Sera del 25.10.2007

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26.10.2007 La denuncia questa volta arriva dall’Onu: Hezbollah si è riarmato e si prepara alla guerra
un articolo di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 26 ottobre 2007
Pagina: 13
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Allarme Onu: Hezbollah è più forte di prima»

Dal GIORNALE del 26 ottobre 2007, un articolo di Fiamma Nirenstein

Forse ha aspettato troppo il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon quando, in un rapporto per il Consiglio di Sicurezza, mercoledì ha dichiarato «sconcertante e in piena contraddizione con i termini della risoluzione 1559» il fatto che gli Hezbollah abbiano «ricostruito e persino aumentato la loro capacità militare» rispetto a quel luglio del 2006 in cui trascinarono Israele in guerra. Questo ha significato per il sud del Libano, scavi, mura, rifugi, corridoi, missili e uomini dal confine siriano per conto della Siria e dell’Iran: niente di invisibile. E forse è tardi, a un mese dalle elezioni in Libano, anche per l’altra denuncia di Ban Kimoon quando nel rapporto tratta del legame della Siria con organizzazioni terroriste in Libano come Fatah al Islam affiliate ad Al Qaida. Queste informazioni rappresentano, insieme al riarmo di Nasrallah, un forte grido d’allarme sul futuro del Libano manipolato dalla Siria e dal suo sponsor iraniano. Beirut, tartassata da delitti che hanno decimato le schiere politiche antisiriane, è soggetta a un rischio fatale per la sua democrazia. Ban Ki-moon con il suo documento sembra avvertire la Siria che l’occhio del mondo intero è su di lei e sui suoi alleati dentro i confini del Libano. Bene, ma sarebbe stato meglio se l’Onu avesse monitorato nel tempo l’Unifil, la forza internazionale incaricata di mantenere il cessate il fuoco, di disarmare gli Hezbollah nel sud del Libano e sorvegliare la sua trasformazione in partito politico. Nasrallah è di nuovo pronto alla guerra che minaccia a ogni discorso. Nel luglio 2005, aveva più di 20mila missili, ora può averne di più.

Abbiamo scritto spesso sul palese riarmo degli Hezbollah, sul passaggio dal confine siriano. È avvenuto sin dal giorno in cui la guerra è finita. È stato testimoniato in ogni modo. Ma già un anno fa, a settembre, Romano Prodi dopo una telefonata con Bashar Assad annunciava le promesse del Presidente siriano che gli garantiva di bloccare i confini. Non era vero. Gli Hezbollah hanno goduto dell’omertà dettata dalla paura, lo ha denunciato anche il leader druso Walid Jumblatt parlando dell’Unifil: «Un accordo alla libanese, gli hezbollah restano là, armati ma nascosti così da dare l’impressione che l’esercito ritorni sovrano». Nasrallah ha continuato nel disegno di sovvertire la democrazia del Libano per garantire l’egemonia islamista sciita e parallelamente rendere alla Siria un servizio minacciando il governo. Tutto questo basandosi sulla forza demagogica del richiamo anti- israeliano.

Gli Hezbollah sono forti di un curriculum terrorista internazionale, di grande popolarità, di un vero e proprio esercito: Massimo D’Alema si è esposto oltre il limite che consentono le regole della comunicazione lasciandosi fotografare a braccetto con loro esponenti a Beirut, forse per propiziare un atteggiamento non aggressivo verso i nostri 2450 soldati. Ma gli Hezbollah non hanno per questo cessato di prepararsi alla prossima guerra; hanno mentito promettendo di ritirarsi dal sud del Libano. Già il 23 agosto scorso, Nasrallah dichiarava tranquillo ad Al Jazeera che gli Hezbollah sono in grado di «colpire qualsiasi angolo di Israele». Nel frattempo fonti israeliane certificavano che gli Hezbollah avevano mosso le katiushe nei villaggi, nascondendole nelle strutture pubbliche e private.

La Forza Internazionale ha battuto le zone aperte cespugliose e non invano: vi ha trovato fortificazioni, bunker, gallerie in 33 locazioni diverse, le «riserve naturali» abbandonate. Ma da là, le strutture tecniche più importanti erano passati nei villaggi. I missili a lunga gittata sono invece stati sistemati a nord del fiume Litani, ma si cerca di farli passare anche al sud. Mentre l’Unifil distruggeva le vecchie strutture, gli Hezbollah attaccarono il veicolo blindato spagnolo su cui furono uccisi sei soldati. Nello stesso momento una visita strategica di Nasrallah, Bashar Assad e Ahmadinejad a Damasco, risistemava la strategia della tensione che si affaccia oggi minacciosa alla vigilia del prossimo summit di Annapolis. GliHezbollah armati fino ai denti rappresentano una miccia accesa nel Medio Oriente e in Libano. Gli uomini contrari al dominio siriano sono stati uccisi non solo con agghiacciante determinazione, ma con la sfacciataggine che punta sull’omertà. Il fatto che il segretario generale Ban Ki-moon scriva con una specie di preghiera: «La Repubblica Araba Siriana e la Repubblica Islamica dell’Iran che mantengono stretti contatti con le parti cooperino inequivocamente… per il bene del Libano e di tutta la Regione» è un ordine, oltre a un grido di dolore che non si rivolge più all’Unifil, ma ai responsabili diretti della violenza. Questo nel giorno in cui gli Stati Uniti inaspriscono le sanzioni. L’esercito libanese ieri, e per la prima volta dalla fine della guerra, ha sparato: presi di mira, tre aerei israeliani in ricognizione. C’erano già state proteste libanesi e dell’Unifil contro voli simili, ritenute autentiche provocazioni. Eppure, è difficile pensare che i voli di ricognizione siano una provocazione peggiore del riarmo degli Hezbollah, contro cui Israele si guarda bene dal reagire.

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Qualcuno fermi -con garbo- D’Alema antisemita

Qualcuno fermi D’Alema, con calma, con dolcezza, con garbo, ma è indispensabile che qualcuno prenda il nostro Ministro degli Esteri, lo metta comodo su una poltrona e gli spieghi che ha due scelte: o inizia a ragionare e dismette la cultura staliniana che permea ogni sua frase e analisi che riguarda il sionismo e il medio oriente, oppure deve lasciare gli Esteri e occuparsi di settori in cui faccia minor danno. A ore, attendiamo una protesta formale dell’ambasciata di Israele per questo giudizio espresso dal Nostro sulla crisi palestinese a Lucio Caracciolo di Limes: “Ci si comincia a rendere conto che il prolungarsi del conflitto, conseguenza della volontà di alcuni settori della classe dirigente israeliana di “gestire” la crisi invece di risolverla, sta producendo la progressiva trasformazione del problema palestinese da questione nazionale a questione religiosa”. Dunque la colpa del prolungamento del conflitto è esclusivamente –altri responsabili non vengono citati- di “alcuni settori della classe dirigente israeliana”! Non è mai esistita l’offerta del 97% dei Territori di Barak e Clinton nel 2000! Non è mai esistita l’Intifada delle Stragi! Nulla, i palestinesi e la loro leadership sono mondi da ogni peccato. E’ lo schema che il giovane D’Alema applicava con me, quando litigavamo come pazzi durante la guerra dei sei giorni nel giugno 1967 nel cortile del Liceo Doria di Genova e ripeteva le cose demenziali che leggeva sull’Unità e sulla Prava, convinto che Israele fosse “lacché dell’Imperialismo” e Nasser e gli arabi “i nuovi vietnamiti”.

Ma il Nostro non si ferma qui e al solito, ci tiene a fare una ennesima dimostrazione di ignoranza, perché sostiene appunto che il risultato di questa “colpa” israeliana è “la trasformazione del problema palestinese da questione nazionale a questione religiosa”.

Solo chi ignora totalmente la storia può fare questa affermazione. Solo chi non sa –e non vuol sapere- che fino al 1948 incluso il problema palestinese era già tanto una “questione religiosa” che la leadership era saldamente nelle mani del filo nazista Gran Mufti di Gerusalemme Haji Amin al Husseini, può pensare che questa sia una svolta recente. Peggio ancora, solo chi ancora oggi pensa che Nasser fosse un “socialista arabo” e non quel che era, un mammalucco, un classico pretoriano che, a fronte della ennesima crisi monarchica in una paese islamico, aveva preso il potere, senza alcuna ideologia di ricambio rispetto all’islamismo.

Solo uno sprovveduto, oggi, nel 2007, può pensare che sia esistita nei paesi arabi, Olp di Arafat inclusa, una parentesi laica e che questa sia sfociata in un revival fondamentalista a causa del permanere del conflitto.
Il “rifiuto arabo di Israele” è sempre stato motivato, ab initio, da ragioni religiose, tanto che i nazionalisti palestinesi e arabi (gli al Hashemi in una prima fase, poi i Nashashibi di Gerusalemme, poi Bourghiba, poi gli Abu Mazen), sono sempre stati in netta minoranza a fronte di una maggioranza jihaadista.

D’Altronde, proprio gli spasmi della società irachena post Saddam stanno lì a dimostrare che quella società baathista non è mai stata minimamente sfiorata da altra ideologia che no fosse quella islamico-jihaadista.
Veniamo qui al punto saliente dell’intervista di D’Alema a Limes, là dove si proclama tranquillissimo a fronte dell’evenienza di una presa del potere per via elettorale dei Fratelli Musulmani in vari paesi islamici.

Qui, di nuovo, D’Alema ci tiene a far saper di essere di una ignoranza crassa perché elenca il partito Akp di Erdogan in Turchia assieme alle formazioni legate ai Fratelli Musulmani in Giordania, Marocco e Egitto. Il Nostro, evidentemente non sa che invece l’Akp ha rotto violentemente con i Fratelli Musulmani dopo il golpe democratico dei generali del 1997 e che con loro è invece sempre collegato quell’Erbakan che ha rumorosamente manifestato addirittura contro la visita di Benedetto XVI° a Istanbul.

Ma D’Alema non ha la più pallida idea di cosa pensino i Fratelli Musulmani, trincia giudizi per aria, mom ha letto no un libro, ma una riga su di loro e di loro.Le legga e scoprirà che negano tutti il diritto di Israele ad esistere, che Hamas è in pieno la loro branchia riconosciuta in Palestina, che la donna deve essere sottoposta alla autorità tutoria dell’uomo, che il convertito musulmano che dua scandalo pubblico deve essere condannato a morte.
Si informi, signor ministro e taccia.
O si dimetta.

Non sarebbe d’altronde un gesto di cattivo gusto se finalmente Emma Bonino e Marco Pannella chiedessero le sue dimissioni, motivate proprio da questa incredibile sequela di dichiarazioni paleosovietiche (anche Stalin ha avuto a un certo punto un debole per i fondamentalisti musulmani, per il loro ruolo “antimperialista)

www.carlopanella.it

18 settembre 2007

Contro il terrorismo D’Alema sbaglia alleati

Massimo D’Alema ha lasciato il campo di regate di Valencia, visita tanto inopportuna, quanto utile ad avere una scusa qualsiasi, anche la più impresentabile, pur di non partecipare al Consiglio dei Ministri che ha destituito Roberto Speciale, ed è oggi in Siria. Una visita che preoccupa, perché il vice premier dà prova in questo campo di essere affetto da una incredibile e inguaribile sindrome post sovietica. Incapace di dotarsi di strumenti che gli permettano di guardare la realtà con gli occhi dell’oggi, il titolare della Farnesina ha infatti rilasciato una intervista all’Unità in cui formula sconcertanti analisi della crisi mediorientale. Innanzitutto, naturalmente, sostiene che la radicalizzazione perversa della crisi mediorientale e gli spazi all’azione di al Qaida in Libano e Palestina sono responsabilità – al solito – di Israele e di quei paesi che non gli hanno dato retta e non hanno dato sostegno al governo di unità nazionale palestinese “pur con i suoi limiti”. Il fatto che questi “limiti” siano costituiti dal fatto che Hamas e al Fatah continuano allegramente a spararsi nei denti e a uccidere i rispettivi comandanti militari, non tocca neanche il Nostro, che evidentemente attribuisce alla responsabilità israeliana anche la guerra civile interpalestinese. Il fatto che questi “limiti” che hanno impedito il sostegno al governo Haniyeh fossero la sua ribadita volontà di non riconoscere Israele a nessun costo, non turba neanche la coscienza del Nostro, che considera, come Prodi, quel diritto un fattore negoziabile, secondario, non imprescindibile.

Ma D’Alema dà chiara prova di non avere la minima idea di quello che dice, di non avere minimamente studiato il fenomeno terrorista, di non avere letto libri, articoli, analisi, ma di basarsi solo sulla sua millantata “professionalità”, iniziata col grado di “giovane pioniere”, là dove sostiene che “sono emersi segnali positivi” perché “sia Hamas, che la maggioranza delle organizzazioni palestinesi, che Hezbollah si sono schierati contro i gruppi jihadisti”. D’Alema evidentemente non sa cosa vuol dire jihad, non ha ancora compreso, a sei anni dall’11 settembre, cosa sia la cultura jihadista, non vuole rendersi conto di cosa sia Hamas e di cosa sia Hezbollah e quindi della ragione per cui queste contrastano al Fatah al Islam. La differenza tra questo gruppo, Hamas e Hezbollah, non è infatti in alcun modo in una diversa visione del mondo – che è identica – in una minore volontà di distruggere Israele – che è comune – in un odio razzista per gli ebrei – che è corale – non è insomma di strategia, ma di tattica, solo di tattica. Al Fatah al Islam è un gruppo marginale, dedito al piccolo cabotaggio criminale, al servizio della Siria, con pochi margini di autonomia. Hamas ed Hezbollah sono dei gruppi con ampio consenso popolare (questo acceca D’Alema che non vuole ricordare la lezione di Furet e De Felice e fa finta di non sapere che Hitler e Stalin godevano di ampio consenso di massa), con attività criminali radicate e con un rapporto di sudditanza politica, non gerarchica dal governo di Damasco. Il dissidio è forte, ma perché è una concorrenza sullo stesso mercato. Ma D’Alema, da buon sovietista, non è interessato alla realtà, quel che conta per lui è solo “la frase”, la propaganda, quel che gli importa è continuare a tirare stilettate contro Israele, continuare a flirtare con i jihadisti in camicia e cravatta, stringere la mano ad Assad, fare dispetti agli americani e soprattutto, innanzitutto, prima di tutto, non perdere i voti di Oliviero Diliberto e Franco Giordano.

Per questo non legge, non studia, non dibatte, si limita a penose conferenze in cui legge il mondo con le lenti di un multilateralismo che sarebbe di per sé santo, mentre l’unilateralismo è diabolico (puri discorsi di metodo, senza alcuna indicazione strategica alternativa a quella americana, ben al di sotto dello stesso immobilismo di Chirac). Quel che deve fare come ministro degli Esteri non ha nessun rapporto con la posizione dell’Italia nel mondo, problema per lui assolutamente secondario rispetto alla “contraddizione principale”: come fare a rimanere al governo, a qualsiasi costo, con i voti dei partiti italiani alleati di Hezbollah e di Hamas. Senza neanche accorgersi, peraltro, che Fausto Bertinotti, che invece studia e dibatte e si interroga, gli ha dato molte lunghezze anche su questo terreno, sapendosi dissociare con fermezza proprio da Hamas e da Hezbollah, durante il suo recente viaggio in Medio Oriente.

Carlo Panella
L’occidentale

www.liberaliperisraele.ilcannocchiale.it

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