Le prospettive di Fatah a Gaza

Le prospettive di Fatah a Gaza

In seguito alla presa di potere di Hamas a Gaza nel giugno scorso, il controllo della Striscia è sempre rimasto saldamente in mano al gruppo islamico. Gli affiliati a Fatah sono stati uccisi, sono fuggiti o sono stati ridotti al silenzio. Tuttavia la repressione non ha cancellato la presenza del partito di Abu Mazen nella striscia, come mostrato dalla manifestazione per la morte di Arafat. Rimane però il problema dell’oggettiva debolezza di Fatah a Gaza, tale da garantire il controllo di Hamas ancora per lungo tempo. Solo le intransigenze e le minacce del gruppo islamico potrebbero cambiare la situazione in caso di risposta militare da parte dell’esercito israeliano.

Lorenzo Nannetti

Equilibri.net 22 Novembre 2007

La manifestazione per la morte di Arafat

Il primo vero segno di una resistenza da parte degli affiliati a Fatah a Gaza si è concretizzato durante le manifestazioni per l’anniversario della morte di Yasser Arafat. Il corteo si è presto trasformato in comizio anti-Hamas, fino a che uomini della sicurezza di Hamas hanno aperto il fuoco contro la folla, uccidendo 6 persone. Entrambe le parti puntano il dito contro l’altro: Hamas accusa Fatah di aver introdotto uomini armati all’interno della folla per provocare, mentre al contrario il gruppo di Abu Mazen sostiene la tesi della repressione ingiustificata da parte dei propri avversari.

Indipendentemente dalla verità, quello che emerge è la continua crescente distanza tra le due organizzazioni. Le ferite di giugno sono ancora aperte e Fatah cerca di sfruttare la condanna internazionale per cercare di screditare Hamas. Inoltre sono le modalità in cui è avvenuta la manifestazione ad essere interessanti: è presumibile che Hamas abbia autorizzato il corteo per evitare di dare un’impressione di atteggiamento anti-Arafat. Nonostante il movimento islamico non lo abbia mai avuto come vera guida, il padre del sogno palestinese è infatti ancora troppo apprezzato per rischiare un’offesa alla sua memoria: si correrebbe il rischio di perdere in popolarità anche fra i propri attuali sostenitori.

Tuttavia ciò che forse non è stato previsto è stata l’entità dei partecipanti: è difficile ottenere informazioni attendibili, ma al-Jazeera ha riportato una presenza di quasi duecentomila persone, molte delle quali affiliate o comunque simpatizzanti di Fatah. E’ necessario notare però che l’importanza della manifestazione risiede principalmente nell’essere stato il primo atto di sfida all’attuale amministrazione di Gaza. I seguaci di Abu Mazen hanno voluto mostrare di essere ancora presenti nella striscia, abbastanza da sfidare apertamente Haniye e i suoi uomini. La questione in bilico tra le due parti rimane ancora quella della legittimità: se da un lato Hamas continua a sostenere il governo deposto dell’ex-premier, dall’altro Fatah accusa i miliziani di essere golpisti. A tal proposito va segnalato come i seguaci di Haniye siano stati apostrofati come “sciiti”, un insulto mirato ad indicare l’apparente sudditanza a Teheran. A un’accurata analisi l’intero evento può significare un cambio di strategia da parte dell’Autorità palestinese. Ora che le maglie della sicurezza si stanno stringendo nella West Bank (come nelle recenti operazioni a Nablus) e Abu Mazen ha il supporto di gran parte della comunità internazionale in vista della conferenza, Fatah potrebbe tentare di testare il terreno per una futura ripresa del potere a Gaza. Tali primi passi sono necessariamente di natura propagandistica e verbale, dato l’attuale strapotere militare di Hamas.

La reale debolezza di Fatah nella striscia

Non bisogna dimenticare infatti come Fatah sia attualmente incapace di mettere in atto una seria opposizione armata. Le forze di sicurezza di Abu Mazen sono pienamente impegnate nella West Bank dove operano contro i miliziani avversari, e non vi sono grandi riserve disponibili per operazioni a Gaza. Le risorse dell’autorità palestinese, così come tutte le energie, sono focalizzate infatti sulla Cisgiordania e sulla gestione del difficile negoziato con Israele. Anche immaginando un reale interesse a riprendere il controllo di Gaza ora, l’effettivo isolamento delle due regioni l’una dall’altra rende difficile far arrivare le proprie forze in numero sufficiente. Inoltre questo rende impossibile usufruire di una qualsiasi base logistica in zona: non è quindi possibile né far affluire sufficienti rifornimenti bellici né assicurare il rapido arrivo di rinforzi.

Rimane la via del supporto popolare, ma va notato come Fatah non raccolga necessariamente il favore della maggior parte della popolazione locale. Un recente sondaggio commissionato nella Striscia da fonti indipendenti ha mostrato come Fatah goda di un leggero vantaggio in popolarità. Tuttavia non è mai stato reso noto l’intervallo di confidenza di tale consultazione, a tutto svantaggio dell’attendibilità. Il dialogo con Israele e gli aiuti ricevuti nei mesi precedenti alla perdita di Gaza danno infatti forza ad accuse di collaborazionismo; a questo si aggiunge la nota corruzione di parte della sua classe dirigente. Ne risulta che gran parte della popolazione non si sia apertamente schierata. Anche immaginando un generale discontento per la condotta di Hamas, rimane comunque molto dubbioso che possa verificarsi un’azione popolare sufficientemente incisiva per mettere a rischio l’amministrazione di Haniye e dei suoi uomini. Gaza rimane così un ambito dove Fatah non riesce ancora ad operare efficacemente su nessun livello, né economico né sociale né militare. Il conflitto con Hamas rimane quindi sul piano propagandistico, dove però nessuna delle due fazioni può contare su un netto vantaggio.

La conferenza di pace e le implicazioni per Gaza

La situazione a Gaza diventa ancor più precaria con l’avvicinarsi della conferenza di pace di Annapolis. Il 16 Novembre i militanti di Hamas hanno inscenato una contro-manifestazione anti Fatah davanti all’ex palazzo di Abu Mazen. Durante il meeting uno dei leader di Hamas, Khalil al-Haya, ha annunciato la possibilità di una nuova eruzione di violenza nel caso Abbas faccia concessioni riguardo a Gerusalemme, ai confini dello stato palestinese e al diritto del ritorno. Il primo scopo di un tale evento è stato sicuramente controbattere alla precedente manifestazione di Fatah: in questo senso l’operazione non sembra riuscita, data l’esigua partecipazione (circa diecimila persone) rispetto ai propri avversari. Ma ciò che va notato maggiormente sono le parole che sono state espresse. Un’analisi delle richieste esposte mostra un’apparente totale indisponibilità al dialogo con Israele, prerequisito fondamentale per un qualsiasi colloquio di pace. Le tre questioni indicate come non negoziabili sono infatti punti cruciali anche per lo stato d’Israele e sono gli ambiti in cui maggiormente entrambe le parti dovranno dimostrare flessibilità e disponibilità al compromesso. Ne deriva l’impressione che Hamas non sia disposta a un dialogo serio.

Tuttavia a un’analisi più attenta le parole di al-Haya assumono anche il significato di richiedere che nessun negoziato sia condotto senza la presenza del movimento islamico. In effetti la preoccupazione maggiore di Hamas è proprio di non rimanere isolata e senza voce nei colloqui di pace, e tali dichiarazioni sono una specie di “ultimo avviso”. Il movimento islamico sembra infatti incapace di accettare le richieste base della comunità internazionale (rinuncia alla violenza, riconoscimento di Israele) e questo lo pone in un vicolo cieco, costituito dal fatto che la propria influenza sugli eventi rischia di essere annullata. La sua leadership potrebbe allora decidere di recuperare visibilità attraverso la lotta, raccogliendo l’appoggio di quella parte di popolazione palestinese che, inevitabilmente, non sarà soddisfatta degli accordi. Forte è il timore che Hamas tenti di boicottare la conferenza o che successivamente riprenda la tattica degli attentati suicidi. Questo però provocherebbe un’inevitabile massiccia risposta militare israeliana. Una tale operazione è stata preannunciata dal Ministro della Difesa Ehud Barak già da numerose settimane, ma è importante notare come un comportamento particolarmente ostile di Hamas dopo la conferenza potrebbe fornire a Israele il casus belli perfetto: in caso di successo ad Annapolis il mondo intero da un lato criticherebbe Israele, ma dall’altro farebbe fatica ad appoggiare una fazione che di fatto ostacolerebbe il cammino verso la pace. Esiste tuttavia anche la prospettiva inversa: ovvero che Hamas attenda l’ormai imminente operazione delle IDF così da usarla come giustificazione per mettere in atto le proprie minacce.

Al momento non è possibile prevedere quali saranno le conseguenza di un’eventuale confronto diretto tra Israele e Hamas a Gaza. Difficile però che le milizie islamiche non ne escano pesantemente indebolite se gli Israeliani si impegnassero a fondo, a tutto vantaggio di un eventuale ritorno di Fatah nella striscia.

Conclusioni

Al momento Fatah non è in grado di minacciare la supremazia di Hamas a Gaza. Non ha né gli uomini, né le armi, né le infrastrutture necessarie. La sua opera rimane quindi quella di opposizione passiva, facilitata dal fatto che ogni reazione forte dei propri avversari ne provoca la condanna da parte della comunità internazionale. Questo però non basta a cambiare gli equilibri all’interno della striscia.Il futuro di Gaza dipenderà quindi dalle reazioni di Hamas alla conferenza di pace. Se, come minacciato, eventuali compromessi di Abu Mazen dovessero scatenare la violenza da parte del movimento islamico, sembra inevitabile una risposta militare israeliana. Se Hamas dovesse uscirne particolarmente indebolita, Abu Mazen potrebbe approfittarne per riprendere il controllo.

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