Il signor D’Alemmah e i suoi amici…..

30.11.2007 Il ministro degli Esteri italiano indossa la kefiah
due cronache scorrette

Testata:L’Unità – Il Messaggero
Autore: la redazione
Titolo: «D’Alema indossa la kefiah – D’Alema, la kefia e la causa palestinese I prossimi mesi decisivi per la pace»

Massimo D’Alema partecipa alla “giornata internazionale di solidarietà con i diritti dei palestinesi”, riccorrenza voluta dall’Onu che abitulmente si risolve in un’occasione propagandistica antisraeliana.
Il ministro degli Esteri italiano eraseduto a fianco di Hilarion Capucci, vescovo melchita di Gerusalemme arrestato dagli israeliani mentre trasportava armi e rilasciato su interessamento di Paolo VI, con la promessa, mai rispettata, che non si sarebbe più occupato di politica mediorentale.

Ha indossato una kefia, poi l’ha riposta dichiarando “Sono un vostro storico amico. Ora consentitemi di parlare da ministro degli Esteri”.

Una frase che lascia molte perplessità. Qual’è il vero D’Alema ? Il “ministro degli Esteri” o lo “storico amico” dei palestinesi ? Un caso di “doppiezza” togliattiana ?

Di seguito riportiamo il trafiletto con il quale L’UNITA’ ha dato la notizia.:

ARRIVATO alla giornata internazionale di solidarietà con i diritti dei palestinese, gli viene porta una kefiah e Massimo D’Alema la indossa per qualche momento. D’Alema raggiunge si siede accanto all’arcivescovo di Gerusalemme in esilio, mons. Capucci ed ascolta i primi interventi con la kefiah attorno al collo. Ma poco prima di iniziare a parlare davanti alla platea se la sfila e la piega riponendola con cura al suo fianco.

Hilarion Capucci non è l'”arcivescovo di Gerusalemme in esilio”. Piuttosto, è l'”arcivescovo di Gerusalemme a piede libero”, visto che gli israeliani lo avevano arrestato per la sua complicità con il terrorismo.

Anche la cronaca del MESSAGGERO definisce Capucci arcivescovo di Gerusalemme in esilio. Vi si legge inoltre questa frase su D’Alema:

Amico, va detto, soprattutto del presidente Abu Mazen, che cerca la pace insieme al premier israeliano Olmert, e molto meno dell’ala palestinese stretta a Gaza intorno a Hamas e protetta dall’Iran

Non sappiamo da dove il quotidiano romano abbia tratto le sue informazioni sull’attuale politica estera italiana.
Devono essere informazioni molto speciali, visto che tutti gli altri ricordano i tentativi di D’Alema di leggittimare Hamas come interlocutore della comunità internazionale, idipendentemente dal riconoscimento o dal non riconoscimento di Israele.

Informazione Corretta

Ansa, 29/11/2007

MO: D’ALEMA;DECISIVI PROSSIMI MESI,C’È CHI REMA CONTRO

ISRAELE CONGELI INSEDIAMENTI E PALESTINESI ISOLINO ESTREMISTI

(ANSA) – ROMA, 29 NOV – Dopo «il passo avanti» fondamentale della Conferenza di Annapolis, ora «saranno decisivi i prossimi mesi», perché sia in Israele che nei Territori «ci sono forze che contrastano» il cammino verso la pace. Massimo D’Alema arriva in serata in un centro congressi della Capitale per partecipare alla ‘Giornata internazionale di solidarieta’ con i diritti del popolo palestiinesé e – a due giorni dal summit del Maryland – rivendica il «successo» della Conferenza, ma mette in guardia dagli «scogli» che potrebbero far naufragare il processo.

Accolto da un applauso più che caloroso della sala, a D’Alema viene offerta una Kefiah, che il ministro indossa per qualche istante, per poi sfilarsela e ripiegarla con cura al suo fianco: «Sono un amico storico del popolo palestinese e della sua causa, ma ora – dice rivolgendosi alla platea e all’ambasciatore palestinese Sabri Ateyeh – consentitemi di parlare come ministro degli Esteri dell’Italia».

Con gli Stati Uniti che hanno avuto «il coraggio» di spendersi in prima persona e con la partecipazione alla Conferenza di Paesi arabi determinanti (Siria e Arabia Saudita in testa), è il ragionamento del capo della diplomazia italiana, l’orizzonte in Medio Oriente finalmente si è schiarito. Ma nei prossimi mesi si capirà meglio quante chance ci sono realmente di costruire sulle fondamenta di Annapolis. I prossimi mesi, spiega infatti D’Alema, e non tutto il 2008, perché da qui alla primavera si entrerà nel vivo della campagna elettorale americana, e l’attenzione di Washington comincerà inevitabilmente a diminuire. E poi nei prossimi mesi inizieranno ad alzarsi le voci di quanti hanno interesse a boicottare la pace, da entrambe le parti.

Per questo – è l’auspicio del responsabile della Farnesina, condiviso peraltro anche da Piero Fassino nel suo intervento – ci vogliono segnali chiari: Israele deve rispettare l’impegno «a congelare gli insediamenti», mentre i palestinesi hanno il compito di neutralizzare gli estremisti, seguendo la politica «coraggiosamente» indicata loro da Abu Mazen. Perché al di là dei fondamentalisti, è la convinzione di D’Alema, «la stragrande maggioranza dei palestinesi è pronta a sostenere un accordo di pace giusto, che trasformi finalmente in realtà il sogno di uno Stato palestinese».

Così come la maggioranza dei popoli mediorientali vuole una soluzione per tutte le altre questioni che hanno lacerato la Regione nei decenni, a cominciare da quelle libanese e siro-israeliana. Seguendo un vecchio adagio della diplomazia internazionale, in Medio Oriente ‘tutto si tiene…’.

Da Annapolis sono arrivate finalmente indicazioni chiare su «un negoziato» di pace, ora tocca non solo agli Stati Uniti, ma a tutta la Comunità internazionale infilarsi nello spiraglio che si è aperto e lavorare «con tutte le nostre forze affinché la speranza stavolta non venga tradita».

L’Italia, assicura D’Alema, così come ha lavorato per un’apertura siriana, continuerà ad impegnare ogni sua risorsa per spianare la strada ad un accordo: «Voi – scandisce infatti il vice premier, rievocando il concetto di ‘equivicinanza’ caro a Giulio Andreotti – potrete contare sulla forza di un grande Paese, il nostro, che può giocare un ruolo importante proprio perché si sente amico sia degli israeliani sia dei palestinesi». Perché consapevole, conclude D’Alema citando lo scrittore israeliano Amos Oz, che non ci sia conflitto più delicato da risolvere di un conflitto «tra due ragioni».
(ANSA).

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Le Ong che vogliono cancellare Israele

29.11.2007 Le Ong che vogliono cancellare Israele
si mobilitano in Italia

Testata: L’Opinione
Data: 29 novembre 2007
Pagina: 0
Autore: Dimitri Buffa
Titolo: «Le Ong vogliono due popoli in una Palestina»

Da L’OPINIONE del 29 novembre 2007:

Ad Annapolis si parla di fare la pace entro il 2008. Ma Olmert e Abu Mazen avranno un problema in più, oltre a quello di fare digerire ai rispettivi cittadini i sacrifici necessari per giungere a un compromesso: tacitare una volta per tutte le organizzazioni non governative e i gruppi di pressione europei, come Forum Palestina in Italia e il London One State Group in Inghilterra, che organizzano convegni e manifestazioni per promuovere la cosiddetta soluzione di un solo stato per due popoli. Che equivale a dire: cancelliamo Israele come Stato ebraico dalla mappa geografica. Giovedì 29 novembre, a tale proposito sono previste una serie di manifestazioni in Italia per promuovere questa distorta visione delle cose e per propagandare alcune menzogne anti-israeliane che sono state raccontate gli scorsi 17 e 18 novembre proprio a Londra nella Brunei Gallery della School of Oriental and African Studies (Soas). Volete un assaggio? Eccolo: “…l’idea della partizione è un’idea coloniale e occidentale per una politica del divide et impera”.

E con questo slogan si elimina la decisione dell’Onu del 1947 di dividere in due, uno Stato ebraico e uno arabo, la Palestina mandataria britannica ereditata dalla disgregazione dell’impero Ottomano dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale. Non basta, i convegnisti, che adesso probabilmente faranno un tour anche per la nostra penisola (Nur Masalha, Ghada Karmi, Ilan Pappe, Joseph Massad, Ali Abuminah, Haim Bresheeth, Ghazi Falah, As’ad Ghanem, Leila Farsach, Amnon Raz-Krakotzkin, Nadim Rouhana, Omar Barghouti, Tikva Honig-Parnass, Louise Bethlehem, Kathleen O’Connell, Sumantra Bose, Eitan Bronstein, Eyal Sivan, Rajaa Omari) tutti attivisti di Ong palestinesi, ma anche inglesi e americane, che si sono già distinti a Durban nel 2001 quando l’Onu dichiarò che Israele era uno stato razzista, sostengono anche che “il paradigma dei due Stati, considerato all’inizio vincente per il suo pragmatismo, nella realtà è stato una mistificazione senza sbocchi. Non ha portato da nessuna parte, se non alla appropriazione e alla ‘bantustanizzazione’ (un chiaro riferimento al Sud Africa dell’apartheid, ndr) dei territori palestinesi da parte di Israele”. Ora queste idee circoleranno per le università italiane come originale contributo alla pace che si sta cercando di fare ad Annapolis.

Infatti Forum Palestina, per tutto il 2008, “anno della liberazione della Palestina”, ha in mente una serie pressoché interminabile di appuntamenti e convegni per promuovere il nuovo credo: un solo Stato per due popoli. E questo perché “l’idea di un solo Stato laico e democratico sfida il progetto imperialista degli USA e di Israele in Medio Oriente”. E poi, secondo loro, “in effetti esiste già uno Stato unico ed è lo Stato di Israele compresi i territori palestinesi occupati, ma è uno stato razzista che discrimina i suoi stessi cittadini”. E allora che si fa? “L’importanza di un lavoro comune per ‘delegittimare’ lo Stato d’Israele e dimostrare la vera natura dei suoi miti fondatori” diventa centrale nell’opera di propaganda di queste organizzazioni che fanno quasi più danno culturale loro in Europa di quanto non ne producano le propagande degli imam dell’odio in Medio Oriente. Ad Annapolis, come convitati di pietra, oltre agli ayatollah e alla loro atomica anti israeliana, ci sono sicuramente anche questi volenterosi attivisti della delegittimazione poltico-culturale dello stato di Israele.

Informazione Corretta

Turchia: in moschea versetto contro Ebrei e Cristiani

Ansa, 29/11/2007

ISLAM: IN MOSCHEA TURCA VERSETTO CONTRO EBREI,CRISTIANI

POLEMICA PER GESTO IMAM CHE RIPROPONE SURA DA DIMENTICARE

(ANSA) – ANKARA, 29 NOV – «O voi che credete, non scegliete per vostri amici e alleati i cristiani e gli ebrei. Essi sono alleati tra loro. E chi li sceglie per amici è uno di loro». Questo versetto del sacro Corano (il 51 della Sura della ‘Tavola imbandita’) è stato affisso all’entrata della moschea di Zeynep Sultan di Istanbul nei giorni scorsi e sta provocando in Turchia un vasto dibattito teologico-politico e una vera polemica sui giornali anche per le sue implicazioni sulla politica estera turca, orientata all’adesione all’Unione europea e ad un’alleanza strategica con Stati Uniti ed Israele.

Il mufti del quartiere di Eminonu, dove la moschea si trova, ha affermato che avrebbe indotto l’imam a togliere quel cartello, unendosi a quanti «interpretano» quel versetto come «dovuto alle particolari circostanze storiche di guerra nel
quale fu pronunciato». Tuttavia il gran Mufti di Istanbul ha difeso il cartello affermando che quel versetto significa che «bisogna evitare amicizie religiose con cristiani ed ebrei, ma solo per la loro fede». «Dovremmo censurare il Corano solo perché la moschea di Zeynep Sultan (del 18/mo secolo in stile bizantino) è visitata da turisti?», si è chiesto il gran muftì di Istanbul. Il vice presidente della Direzione per gli affari religiosi (Diyanet) ha invece annunciato di avere espresso un «richiamo» all’imam che ha fatto affiggere il testo.

Il Diyanet è un organismo che forma, assume, stipendia e controlla gli imam esprimendo con i suoi orientamenti un vero «islam di stato moderato».

Ma alcuni commentatori si sono posti la domanda: «perché quell’imam ha scelto proprio quel versetto?».

Il suo gesto rischia di confermare quanto affermano i religiosi ebrei e cristiani in Turchia, lamentando che quel versetto «non è stato affatto dimenticatoìì e viene letto spesso nelle moschee contravvenendo alle indicazioni del Diyanet e rendendo perciò molto difficile un autentico dialogo interreligioso.

Il direttore dell’autorevole giornale Hurriyet, Ertugrul Ozkok, ha osservato che il gesto dell’imam di Istanbul rischia di incoraggiare episodi come quelli degli omicidi di don Andrea Santoro, del giornalista cristiano-armeno Hrant Dink e dei tre missionari cristiani evangelici a Malatya e di rendere difficile la convivenza di cittadini di diverse confessioni.

Il noto commentatore laico Burak Bekdil, su Turkish Daily News si è chiesto le ragioni del «dogmatismo selettivo» del Diyanet: «perché sì ai versetti sul velo e sul maiale, e no a quelli sull’usura e sui cristiani?», si è chiesto Bekdil.

La sua domanda tende a insinuare che il governo di Ankara (egemonizzato dal partito filoislamico Akp, che ha nelle moschee e nelle confraternite il «nocciolo duro» del suo elettorato) alla lunga potrebbe non riuscire a contenere le tendenze fondamentaliste, che finisce con l’incoraggiare promuovendo l’uso del velo islamico femminile e combattendo l’alcool e la carne di maiale. Tali tendenze si basano, anche in Turchia, sulla lettura letterale di versetti del Corano, «parola diretta ed immediata di Allah», negando così ogni possibilità di sua interpretazione storica.

L’episodio è però – secondo vari osservatori – anche il segno che tra gli imam turchi vi è una crescente tendenza ad esercitare pressioni sul governo filoislamico di Ankara a modificare in senso teocratico, islamico e orientalista, le linee della politica estera ed interna della Turchia. (ANSA)

Algeria: Ministro evoca lobby ebraica per Sarkozy

Ansa, 29/11/2007

ALGERIA: MINISTRO EVOCA LOBBY EBRAICA PER SARKOZY, TENSIONE

(ANSA) – ALGERI, 29 NOV- Alla vigilia della prima visita di stato di Nicolas Sarkozy in Algeria, esplode la polemica tra Francia e paese maghrebino, dopo dichiarazioni del ministro dei Moujahidin (i combattenti della guerra di liberazione) Mohamed Cherif Abbes, che in un’intervista al quotidiano El Khabar ha evocato le origine ebraiche del presidente francese ribadendo ancora una volta la necessità di scuse da Parigi per i crimini commessi durante la colonizzazione.

«Una normalizzazione delle relazioni tra Algeria e Francia non si farà durante l’era Sarkozy», ha detto Abbes. «Conoscete le origini del presidente francese e chi lo ha portato al potere. Sapete che le autorità israeliane hanno messo in circolazione un francobollo con l’immagine di Sarkozy in piena campagna elettorale?», ha incalzato.

«Nel governo di Sarkozy, ci sono molte personalità di sinistra e questo suscita molti interrogativi. Ci si chiede perché Kouchner abbia deciso di passare dall’altra parte», ha aggiunto sottolineando che tutto questo dimostra come «Sarkozy sia stato eletto» grazie al sostengo «della lobby ebraica» che detiene il potere in Francia. (ANSA)

Annapolis, successo o fallimento ?

28.11.2007 Annapolis, successo o fallimento ?
la cronaca e l’analisi di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 28 novembre 2007
Pagina: 17
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Intesa tra Israele e Anp Bush: “Pace entro il 2008″»

Dal GIORNALE del 28 novembre 2007, l’analisi di Fiamma Nirenstein sulla Conferenza di Annapolis:

Annapolis – In un vento sferzante, la baia increspata, i dignitari di 49 stati fra gli stucchi della sala del Memorial Hall dell’Accademia navale e i giornalisti nello stadio di fronte a un grande schermo, cosa abbiamo visto in definitiva? Un’opportunità storica, come l’ha definita Bush, che con una serie di passi successivi porterà alla pace fra Israele e palestinesi? Una strizzata d’occhio fra Paesi moderati, Usa, Quartetto e soprattutto Paesi arabi moderati che allude non tanto al Medio Oriente, quanto a un’asse che blocchi l’atomica di Ahmadinejad? Oppure si è aperto un vaso di Pandora in cui le forze estremiste scateneranno attentati per bloccare ogni speranza? È stato un successo o un fallimento la conferenza di Annapolis, voluta da Condi Rice e da George Bush, riuscita nell’affluenza solo grazie a funambolici giochi d’interessi incrociati?

Possiamo capirlo in due modi: guardando agli eventi di ieri e a quelli di domani. Ieri: George Bush, da parte sua, ce l’ha fatta. Ha fatto firmare il documento comune a Olmert e ad Abu Mazen sette minuti prima di salire sul palco; ha radunato una schiera di leader mondiali, tra cui 16 dai Paesi arabi, una brutta sorpresa per l’Iran e i suoi amici, tanto da suscitare persino le telefonate degli hezbollah ai siriani. Ha portato il re saudita ad applaudire Olmert, anche se non gli ha dato la mano, e la tv saudita ha trasmesso il discorso in ebraico. La Siria invece ha trasmesso una partita di calcio, ma Bush ha costretto anche Bashar Assad a mandare almeno un viceministro.

Sul fronte israelo-palestinese, Bush è riuscito a portare a casa il documento che unisce i contendenti di sempre in un patto di cui si dovrà dar conto giorno dopo giorno solo a lui, grande mallevadore e responsabile. Li impegna a porre fine allo spargimento di sangue, promette due Stati per due popoli, impegna a propagare una cultura di pace e di non violenza, a lanciare subito negoziati bilaterali definitivi e totali. L’accordo dovrà essere concluso, dice il documento firmato dai tre, entro la fine del 2008. Ci sono anche i particolari dei lavori: Olmert e Abbas, aiutati da una squadra, dovranno incontrarsi ogni quindici giorni, e da subito: il 12 dicembre 2007. Concludere prima della fine del mandato di Bush è la parola d’ordine, del tutto nuovo sarà il modo in cui Bush intende controllare il lavoro, e probabilmente questo sarà oggetto di maggiori contese: la Road map, il documento del 30 aprile 2003, sarà la pietra angolare della retta via, e solo Bush avrà il diritto di decidere se il documento che stabilisce come si arriva a una soluzione bilaterale viene onorato: e poiché la Road map prevede che le concessioni territoriali e di sicurezza avvengano dopo che i palestinesi avranno combattuto fattivamente il terrorismo, lo strumento di controllo e quindi anche dell’eventuale rovesciamento delle priorità sarà in mano agli Usa, affidato alla loro discrezione.

Nel suo discorso, poi, Bush ha ripetuto che i due popoli dovranno vivere fianco a fianco, uno Stato ebraico per il popolo ebraico, e uno Stato palestinese per il popolo palestinese. Come dire che il diritto al ritorno dei profughi non può diventare un’arma per negare il diritto all’esistenza di Israele, il pericolo demografico definitivo.

Abu Mazen e Olmert hanno tenuto discorsi carichi di preoccupazione per la situazione interna, ma anche della immensa soddisfazione per la folta presenza araba alla Conferenza. Gli israeliani non conoscono piacere maggiore di quello di sentirsi bene accolti nella famiglia mediorientale; e i palestinesi, cui i Paesi arabi ne hanno fatte parecchie, hanno sentito la loro causa di nuovo in auge, finalmente.

Abu Mazen, anche se ha condannato esplicitamente il terrore e ha annunciato una nuova aurora per tutti, anche per Gaza, finalmente libera da Hamas, ha espresso un sincero sogno di pace, ma non ha fatto nessun passo verso le posizioni israeliane: diritto al ritorno, confini del 67, occupazione, Gerusalemme Est come capitale… Niente è cambiato, anche se i toni erano alti e chiara l’invocazione: «E ora non ci abbandonate».

Olmert, invece, ha scelto un tono da guerriero: ha ricordato gli attentati, i rifiuti palestinesi, i bambini morti sugli autobus. Poi ha riconosciuto la sofferenza palestinese e la dignità dell’aspirazione alla pace, e la sua ansia di normalizzazione e riconoscimento, rendendo così omaggio al piano saudita per la pace. Ma alla fine è saltato nel vuoto con la frase più drammatica della giornata: «Io non ho dubbio che la realtà creatasi nella nostra regione nel 1967 cambierà in modo significativo. Sarà un processo estremamente difficile per molti di noi, ma è inevitabile. Lo so. Molti nel mio popolo lo sanno. Siamo pronti». Vuol dire: via dai territori, sia quel che sia, almeno in gran parte.
E dunque, se guardiamo da questo punto agli eventi di domani, essi sono già cominciati: proteste e forse una crisi di governo attendono Olmert. Più ancora, la jihad islamica affila le armi, gli avvertimenti di attentati si moltiplicano. Il conflitto israelo-palestinese si placherà con la sconfitta dell’ideologia che lo nutre.

Informazione corretta