Souha Arafat, la vedova allegra, si lamenta degli “stenti”

Souha Arafat, la vedova allegra, si lamenta degli “stenti”

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Vivo con appena 10.000 dollari (circa 7.100 euro – ndr) al mese, una pensione dell’Autorità palestinese”. Questo il lamento di Souha Arafat nelle pagine del Sundey Times.

Souha ricorda che, durante l’agonia del marito, Yasser Arafat, gli era stato chiesto di parlargli, di modo da favorire la sua uscita dal coma. “gli parlai di ciò che più gli piaceva: la Palestina, Gerusalemme, la sua infanzia, la madre….. Gli abbiamo recitato i suoi versetti preferiti del Corano”.

Souha Arafat vive a Malta con sua madre, Raymonda al-Tawil, una “militante della causa palestinese” proveniente da una famiglia agiata e proprietaria terriera nel nord di Israele, e la figlia dodicenne, Zahwa.

I suoi beni personali nonchè i documenti del marito le sono stati confiscati dal governo tunisino che, lo scorso mese di agosto, le ha revocato anche la cittadinanza a seguito di una aspra polemica avuta con il presidente tunisino a circa la fondazione di una scuola.

Quanto alle voci di avvelenamento di Arafat, Souha pensa che “i rapporti dei medici erano discordanti e non c’erano prove attendibili. Credo che, in fondo, non sapremo mai la verità”.

Mahmoud Abbas lo scorso 10 novembre ha inaugurato un mausoleo dedicato proprio a Yasser Arafat ed il cui costo si aggira intorno a 1,75 milioni di dollari.

Liberali per Israele

Fonte: Guysen International News

Eppure nel 2005 era uscita questa notizia……

17-11-2005
Introvabili “gli aiuti al popolo palestinese” incassati da Arafat

Otto mesi fa il ministro delle finanze palestinese Salam Fayad avrebbe chiesto a Israele di aiutarlo a ritrovare il “tesoro di Arafat”, ovvero i fondi segreti accumulati all’estero dal presidente palestinese scomparso un anno fa. Secondo fonti dei servizi di sicurezza israeliani, Fayad avrebbe rivelato ai suoi interlocutori israeliani che non sono rintracciabili circa 600 milioni di dollari, depositati su conti bancari aperti in vari paesi. Altre fonti palestinesi parlano di una somma persino più alta, vicina al miliardo di dollari.

L’insolita richiesta di collaborazione sarebbe stata nata dall’impossibilità di ottenere tutte le informazioni relative ai fondi da Mohammed Rashid, il faccendiere che per anni ha realizzato decine di investimenti e depositi bancari su incarico di Arafat. Rashid, che oggi vive al Cairo, fu particolarmente vicino ad Arafat nei suoi ultimi giorni di vita all’ospedale militare di Parigi dove il presidente dell’Autorità Palestinese era stato ricoverato.

I dirigenti palestinesi, tra cui il futuro leader Mahmoud Abbas (Abu Mazen), gli hanno chiesto ripetutamente di fornire all’Autorità Palestinese o all’Olp un quadro preciso dei fondi esteri. Sino ad oggi, tuttavia, Rashid avrebbe rivelato solo una minima parte delle informazioni in suo possesso.

Restano peraltro un mistero anche le attività finanziarie che la moglie del presidente scomparso, Suha Arafat, ha svolto in Europa per conto del marito. Due anni fa furono aperte indagini su movimenti per milioni di dollari avvenuti su un suo conto corrente in Svizzera. Suha Arafat da mesi vive a Tunisi con la figlia Zahwa, e ha troncato ogni contatto con l’attuale dirigenza palestinese.

Arafat, spesso celebrato per il suo stile di vita spartano, per tutta la sua carriera politica ha realizzato ottimi affari in varie parti del mondo, garantendosi fondi indispensabili per mantenersi al potere. Tutti i suoi collaboratori e consiglieri dipendevano direttamente dalle sue elargizioni e, se benvoluti, potevano contare su regali “eccezionali” come auto di lusso, abitazioni sfarzose, lauti stipendi, vacanze in hotel a cinque stelle.

I servizi israeliani starebbero contribuendo alle ricerche, ma gli agenti temono che una buona parte dei milioni di dollari scomparsi non verrà mai ritrovata a causa dell’abilità finanziaria di Mohammed Rashid, il “tesoriere di Arafat”.

(Da: Yediot Ahronot, Apcom, Israele.net, 16.11.05)

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Una Risposta to “Souha Arafat, la vedova allegra, si lamenta degli “stenti””

  1. Am Israel Hai Says:

    ESTERI
    IL RETROSCENA
    Suha, dall’ospedale un patto con Khaddoumi
    DAL NOSTRO INVIATO

    PARIGI – Adesso, che i suoi occhi guardano senza vedere e le sue orecchie ascoltano senza sentire, Yasser Arafat potrebbe capire molto, se non tutto, della sua litigiosa corte, in trasferta a Parigi. Amici e nemici, fidi e infidi, lo circondano senza più maschere, parlano e litigano liberamente, stringono patti e inedite alleanze. A pochi metri dal suo letto, in una stanza asettica della Rianimazione dell’ospedale militare Percy di Clamart, si gioca la partita finale.

    Tra qualche ora o qualche giorno, da lì non uscirà soltanto il corpo del leader, ma anche la conclusione di una trattativa condotta alla luce sinistra di un reparto d’urgenza. Da un lato Suha, la moglie rediviva e pugnace, dall’altra lo stato maggiore di Arafat, i suoi consiglieri, e Leila Shahid, la sua ambasciatrice in Francia. Suha, finora isolata, ha trovato sostegno in Farouk Khaddoumi, ex ministro degli Esteri palestinese, domiciliato a Tunisi dai tempi dell’esilio di Arafat, quindici anni fa. Combinazione, anche Suha era a Tunisi alla fine di ottobre, quando le condizioni di salute del marito si sono improvvisamente aggravate e lei è volata a riprenderselo a Ramallah per portarlo a Parigi.

    Un «rapimento», si mormora nel fronte opposto, che non dimentica di sottolineare l’attaccamento al denaro di Madame, la sua vita dispendiosa e accuratamente lontana dal raìs, negli ultimi quattro anni: «Arafat non voleva vederla, quando Suha si è presentata alla Mukata. Non voleva nemmeno lasciarla entrare». Ne è uscita, comunque, tenendolo saldamente per mano, e dopo aver scelto, nome per nome, chi li avrebbe accompagnati.

    In Francia la legge parla chiaro: sta alla moglie legittima ogni decisione finale sul paziente in coma, sulla sua degenza, sulla diffusione di notizie al riguardo. E’ lei l’arbitro, se si vuole evitare la definizione di «regista», scelta dai giornali israeliani. Suha, laureata alla Sorbona, conosce il diritto ed esercita i suoi diritti. Sono costretti a obbedirle anche gli ufficiali dell’ospedale di Clamart, i cui bollettini medici e comunicati stampa devono passare la censura della capofamiglia. Ridotte all’osso le informazioni, si alimentano le leggende. Nulla impedisce di vagheggiare la resurrezione di Arafat o di insinuare che in realtà sia morto già da due giorni e che Bush lo abbia appreso in gran segreto da Chirac. Con lei devono concordare le informazioni da divulgare anche il primo consigliere di Arafat, Nabil Abu Rudeina, e Leila Shahid, esautorata di fatto. Le discussioni più serrate e più concrete sono con il banchiere personale del raìs, Mohammed Rashid, e il segretario privato Ramzi Khouri.

    Sabato sera Suha ha consegnato un messaggio per l’Autorità palestinese in Cisgiordania a Mohammed Dahlan, che è ripartito da Parigi con la lettera, come un corriere d’altri tempi. Il contenuto è misterioso, come si conviene a questa lugubre soap opera. Pare che la signora Arafat voglia rendere partecipe lo stato maggiore del marito sull’evoluzione del quadro clinico e, perché no?, politico in assenza del presidente. Una temeraria interferenza o un tentativo di conciliazione? La seconda ipotesi non sarà più facilmente praticabile della prima, per Suha, che non ha nascosto la diffidenza verso l’ex premier Abu Mazen e altri dirigenti: «Anche attorno ai bei fiori crescono piante cattive», avrebbe detto una volta. Da Ramallah si chiedono insistentemente notizie del «grisbì». Mancherebbero all’appello 200 milioni di dollari e fonti anonime attribuiscono ad Abu Mazen il sospetto che la quasi vedova voglia impossessarsi della cassa in favore di un gruppo libanese con cui è in affari. Il deputato indipendente palestinese Abdul Jawad Saleh ha chiesto che Mohammed Rashid sia interrogato sulla storia dei soldi e che Suha dica se è in società con lo stesso Rashid, mediatore di una tregua interna, in queste ore, tra Suha e i suoi avversari.

    Elisabetta Rosaspina

    8 novembre 2004 – Corriere.it


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