Scuole palestinesi: questi i libri di testo

Questo è quello che viene insegnato nei licei della cosiddetta Autorità Palestinese, nei libri di testo stampati con soldi dell’EU, USA e ONU. (formato PDF)

Se non riuscite a vedere il PDF, lo si trova su:
http://www.pmw.org.il/BookReport_Eng.pdf

Annunci

“Perchè Israele va difeso”

“PERCHE’ ISRAELE VA DIFESO”

Martedì 23 Gennaio 2007

di JOSÉ MARIA AZNAR

CI FU un tempo in cui la sinistra, in special modo quella europea, guardava con profonda ammirazione all’esistenza di Israele. Da un lato si trattava di recuperare una giustizia storica nei confronti del nazismo che non si era mai riusciti a ottenere con i propri mezzi; dall’altro, c’era il romanticismo dei kibbutz che in pieno deserto creavano frutteti secondo i principi di un autentico socialismo egualitario.

Ma l’ammirazione ben presto svanì quando Israele fu costretto a difendersi dai propri vicini facendo ricorso alle armi, a volte preventivamente come in occasione della guerra dei sei giorni. La sinistra, inoltre, impegnata a portare dalla sua parte un proletariato che in Europa le voltava le spalle, vide nei palestinesi il protagonista rivoluzionario della sua storia. E via via che Israele veniva considerato un’appendice degli Stati Uniti, l’antiamericanismo viscerale finiva per confondersi con l’avversione per lo stato ebraico. Oggi, di fatto, essere antiamericano e antisemita è praticamente la stessa cosa.

Sono in tanti a rallegrarsi ogni volta che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta una risoluzione di condanna nei confronti dello stato d’Israele, a prescindere dalla motivazione o dalla sua legittimità. Così come sono in tanti a preferire di non dare ascolto alle minacce che, un giorno sì e l’altro pure, lancia contro l’esistenza di Israele l’attuale presidente iraniano Mohamed Ahmadinejad. Costoro, tuttavia, non si rendono conto del gravissimo errore che stanno commettendo. La sinistra non può ammettere che nel mondo di oggi vi siano personaggi politici che parlano apertamente, sinceramente e senza mezzi termini dei propri obiettivi e delle proprie intenzioni.

Eppure, sappiamo fin troppo bene che di individui così ce ne sono stati e ce ne sono tuttora. Uno è stato Hitler, che espresse in maniera inequivocabile il suo piano d’azione nel ben noto Mein Kampf, anche se nessuno al momento gli prestò soverchia attenzione; un altro è Bin Laden, al quale il mondo non credette quando dichiarò unilateralmente guerra all’America e continua ancora a non credere quando dice di volere farla finita col mondo occidentale e instaurare un nuovo Califfato. Personalmente non metto in dubbio le parole di Ahmadinejad, che ritengo più che capace di dare attuazione ai propri piani il giorno in cui riterrà di disporre dei mezzi necessari per realizzarli.

Proprio un anno fa, il leader iraniano apriva a Teheran una conferenza con un’immagine che fece il giro del mondo: una clessidra sulla cui base si era infranta una palla con i colori della bandiera americana, mentre un’altra, con quella d’Israele, stava per andare in pezzi. Non meno famose furono le sue parole: «Occorre cancellare Israele dalla carta geografica». A un anno di distanza – un anno durante il quale, non va dimenticato, si è preso gioco della comunità internazionale riguardo al programma nucleare iraniano – ecco che è celebrato un altro convegno internazionale nella capitale iraniana, questa volta per negare l’esistenza stessa dell’Olocausto, ossia il genocidio hitleriano che ha rischiato di sterminare completamente il popolo ebraico.

Quella sua provocazione di un anno prima restò impunita. Gli europei desideravano che l’Iran si aprisse al dialogo e al negoziato, per cui scelsero di non reagire. Proprio per questo, perché le sue parole non suscitarono se non flebili rimostranze, il presidente iraniano si permette di tornare a minacciare Israele. Non contento di negare l’Olocausto e di contestare in tal modo la legittimità della nascita d’Israele, il dirigente della repubblica islamica ha augurato la fine dello stato ebraico. «I giorni di Israele sono contati», ha esclamato.

In quella circostanza, le sue parole hanno provocato non più di qualche tiepida condanna diplomatica nelle principali cancellerie europee. Nei confronti di Ahmadinejad, però, serve ben altro che mere espressioni di disapprovazione. Da anni si discute su come contrastare un Iran chiaramente intenzionato a dotarsi di armi atomiche, e tuttavia continuiamo a disquisire su quali possano essere le strategie da seguire per raggiungere il consenso all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Bene: se la comunità internazionale non riesce a mettersi d’accordo sul programma nucleare, si continui pure a parlare, ma questo non significa che le provocazioni di Ahmadinejad debbano passare senza conseguenze.

Il mio buon amico Bibi Netanyahu ha lanciato un’iniziativa che merita di essere presa in considerazione: accusare il presidente iraniano di incitamento al genocidio. Non è uno scherzo. E’ imprescindibile che i leader e gli ayatollah iraniani sappiano che si devono rispettare certe regole e che, in caso contrario, se ne debbano subire le conseguenze. Possiamo discutere sul tipo di sanzioni economiche da imporre a un Iran avviato sulla strada del nucleare, ma le sanzioni che hanno sempre effetto sono quelle messe in atto nei confronti dei leader politici. La proposta di perseguire Ahmadinejad a livello internazionale ha il merito di cominciare ad applicare questo tipo di sanzioni limitate, ma molto efficaci.

Invocando la dissoluzione di uno stato sovrano senza aver ricevuto alcuna provocazione da parte di Israele, se non la sua stessa esistenza, Mohamed Ahmadinejad sta commettendo un errore gravissimo secondo il diritto internazionale. Egli non solo si richiama a principi contrari a quelli stabiliti dalla Carta delle Nazioni Unite, ma si rende anche colpevole di una palese violazione della Convenzione contro il genocidio. Si potrebbe poi aggiungere che le sue affermazioni contrastano con le disposizioni dello statuto del Tribunale Penale Internazionale. Di fatto, se Ahmadinejad invece di essere il presidente dell’Iran fosse un leader serbo, sarebbe già stato messo in stato d’accusa dalla Corte dell’Aia.

Dobbiamo renderci conto che invocare la distruzione d’Israele non deve restare impunito. Se le parole di oggi non avranno una risposta forte, da sole intenzioni si trasformeranno in dura realtà. Cosa potranno pensare del nostro silenzio i nemici d’Israele? Una sola cosa, cioè che Israele è oggi più solo che mai e di conseguenza più debole. Ad ogni nostro segno di debolezza, gli avversari diventano più forti. Ma si sbagliano, e di molto, coloro che credono che tutto finirà per risolversi entro i confini del Medio Oriente. Oggi Israele è sottoposto a troppe minacce. I palestinesi e i terroristi suicidi; l’islamismo di Hezbollah a nord; Al Qaeda a sud, e sempre più presente in Giordania; senza contare il fondamentalismo iraniano. E un elemento li accomuna tutti: l’antioccidentalismo. Ahmadinejad non pensa al destino del popolo palestinese quando proferisce le sue minacce, ma pensa all’Islam e all’America, il Grande Satana. Pensa a Israele come al nemico occidentale alle sue porte.

Per questo è così importante difendere Israele. Perché, pur trovandosi in Medio Oriente, è una nazione pienamente occidentale e la sua sparizione significherebbe la perdita della nostra posizione in quest’area del mondo e, con tutta probabilità, l’inizio di un attacco contro di noi. Abbandonare Israele alla propria sorte equivarrebbe a chiudere gli occhi davanti ai vincoli morali, politici, economici, culturali, storici e strategici che ci uniscono. Oggi più che mai.

Fonte: Il Messaggero, 23 Gennaio 2007

Nucleare: Iran, ambasciatore Israele critica politica Svizzera

Nucleare: Iran, ambasciatore Israele critica politica Svizzera

09.12.07 11:48 | Estero |

L’ambasciatore di Israele a Berna Ilan Elgar critica il ruolo della Confederazione nel dossier del nucleare iraniano. “Gli interventi della Svizzera sono inutili”, afferma in un’intervista pubblicata oggi dal domenicale “Sonntag”. Il diplomatico stigmatizza anche la nozione di neutralità attiva e l’attenzione prestata da Berna ad Hamas ed Hezbollah.

Per Israele l’Iran è il paese più pericoloso in Medio Oriente. Contrariamente ad alcuni paesi europei – come la Francia, che chiede un inasprimento delle sanzioni contro Teheran – i servizi della consigliera federale Micheline Calmy-Rey promuovono una “soluzione diplomatica”. “Ma in Iran non bisogna andare ed intervenire”, suggerisce Elgar alla Svizzera.

L’ambasciatore giudica inoltre “delicata” l’interpretazione che il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) dà della neutralità attiva. Elgar considera che la Confederazione si è espressa in parte in modo unilaterale, ad esempio nel conflitto tra Libano e Israele. “Per me la neutralità significa che un paese non prende posizione in modo unilaterale”, ha detto al giornale.

A Israele dà particolarmente fastidio il fatto che la Svizzera abbia accettato Hamas ed Hezbollah libanese come interlocutori. Queste due organizzazioni vogliono distruggere lo Stato ebraico e non accettano gli accordi dei Palestinesi con Tel Aviv, afferma Elgar. Con le sue posizioni singolari, la Svizzera indebolisce la posizione della comunità internazionale (Stati Uniti ed Unione europea non dialogano con Hamas ed Hezbollah).

Ticino news

16:10 09-12-2007
Israele critica la politica di Berna

L’ambasciatore di Israele a Berna Ilan Elgar ha criticato il ruolo della Confederazione nel dossier sul nucleare iraniano. “Gli interventi volti a promuovere una soluzione diplomatica sono inutili”, ha affermato in un’intervista pubblicata dal domenicale Sonntag. L’ambasciatore ha inoltre stigmatizzato il fatto che Berna abbia accettato Hamas ed Hezbollah libanese come interlocutori. “Queste due organizzazioni vogliono distruggere lo Stato ebraico”, ha dichiarato Elgar, secondo cui “la Svizzera, con le sue posizioni singolari, indebolisce la comunità internazionale”.

Bluewin News

Medio Oriente: arriva la flotta russa a proteggere l’Iran ed Hezbollah

Medio Oriente: arriva la flotta russa a proteggere l’Iran ed Hezbollah

Scritto da Miriam Bolaffi
sabato 08 dicembre 2007

Sarà guidata dalla portaerei Kuznetsov e dall’incrociatore lanciamissili Moskva la prima flotta russa posizionata stabilmente nel Mediterraneo. Ad annunciarlo sono stati il presidente Vladimir Putin e il Ministro della Difesa russo Anatoly Serdyukov.In totale le navi da guerra saranno sei ma si pensa che ci saranno almeno altrettanti sottomarini russi e forse iraniani a completare lo schieramento navale che andrà a posizionarsi di fronte alle coste libanesi.

L’annuncio ha destato molta preoccupazione nei comandi NATO in quanto quelle acque sono al momento altamente frequentate dalle flotte occidentali che pattugliano il mare antistante il Libano su mandato delle Nazioni Unite. Si teme che la mossa russa sia tutta in chiave anti-israeliana.

Con ogni probabilità, infatti, Putin vuole lanciare un chiaro segnale a Israele nel caso, come riferito nei giorni scorsi dall’intelligence russa, a Gerusalemme stiano pensando ad una azione unilaterale contro l’Iran dopo che gli USA si sono in qualche modo tirati fuori dalla vicenda iraniana con l’ultimo rapporto della Cia.

Secondo fonti di intelligence israeliane la flotta russa userà le strutture siriane sul Mar Nero e si pensa che organizzerà diverse “manovre navali” in collaborazione con i suoi alleati, Siria e Iran. La missione durerà per molti mesi e si porrebbe l’obbiettivo di impedire alla flotta israeliana di effettuare operazione nel mare antistante il Libano, azioni che dovrebbero essere di competenza della forza navale multinazionale ma che, secondo Putin, non vengono effettuate con “scrupolo”.

Questa notizia ci preoccupa molto in quanto rischia di allargare il fronte della crisi e di fatto fornisce una massiccia copertura militare all’Iran che non mancherà di approfittarne, sia per continuare nell’implementazione del suo programma nucleare, sia per proseguire a rifornire di armi Hezbollah.

Riteniamo che la decisione russa contribuisca ad aiutare il regime iraniano e a spingerlo ancora di più sulla strada delle violazioni dei diritti, più volte denunciate da noi e da altre organizzazioni, fornendogli quella copertura militare di cui tanto ha bisogno. Ribadiamo all’Europa e a tutto il mondo civile la richiesta di fermezza nei confronti del regime dei Mullah arrivando, se necessario, ad imporre sanzioni mirate e che non danneggino la popolazione civile, già duramente provata da questo regime omicida.

Miriam Bolaffi

secondoprotocollo.org

Accadeva venti anni fa….

10/12/2007 Venti anni fa, il 9 dicembre 1987, scoppiava la prima intifada. Un banale incidente stradale nella striscia di Gaza descritto come un’aggressione israeliana fu la scintilla che diede fuoco alle polveri: manifestazioni violente (dapprima di massa, successivamente per bande organizzate) dilagarono nei territori di Cisgiordania e Gaza. Fino ad allora, per i precedenti venti anni non erano esistite barriere di separazione fra Israele e territori.

Israele.net

Cresce tra i palestinesi la sfiducia nei propri mezzi di informazione

Sui Territori l’effetto Annapolis – E’ della stampa palestinese ma gli islamici correggono: Condizioni non accettabili

L’ANNUNCIO
Sui Territori l’«effetto Annapolis»

RETROSCENA

E’ della stampa palestinese, ma gli islamici correggono «Condizioni non accettabili»

I giornali sostengono che Hamas e Fatah faranno pace a breve? Qui a Ramallah non ci crede nessuno“. Lo scetticismo di Mustafà, titolare di un chioschetto a un paio d’isolati dalla Muqata, è simmetrico a quello di Mohammed, maestro di scuola nel campo profughi di Jabalya, Gaza: «Se lo dicesse la radio israeliana…». L’unica cosa che oggi unisce davvero i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è la sfiducia nei propri mezzi d’informazione. Non che Mustafà e Mohammed diano più credito a ministri e leader di partito ma almeno, concordano, «i politici parlano in prima persona».

Due giorni fa l’agenzia di stampa palestinese Maan aveva annunciato la svolta, «Hamas si prepara a consegnare Gaza all’Autorità Nazionale del presidente Mahmoud Abbas». Un effetto indiretto di Annapolis, secondo Maan: «Spinta dalla mediazione dell’Arabia Saudita e altri Paesi arabi, Qatar, Sudan e Yemen, Hamas ha accettato di cedere il controllo delle frontiere e di alcuni ministeri civili. Manca ancora un’intesa sugli apparati di sicurezza». Immediata la smentita del portavoce di Hamas, Aami Abu Zuhri: «A queste condizioni non c’è alcuna trattativa in corso». Le condizioni sono quelle di sempre, ribadite da Rafik Al Natsha, leader del Fatah Revolutionary Council: «Consegna delle armi, scioglimento delle milizie, mea culpa per il colpo di stato di giugno».

Niente di nuovo dunque, come scommettono a distanza Mustafà e Mohammed? Non proprio. Qualcosa si muove, insiste il quotidiano arabo-londinese Al-Quds Al-Arabi. Secondo un retroscena pubblicato ieri «nei giorni scorsi alcuni leader palestinesi tra cui il segretario della Jihad Islamica Ramadan Shallah, il capo di Hamas in esilio Khaled Meshal e membri delle Brigate Martiri al Aqsa si sono incontrati a Damasco per discutere la possibilità di una hudna, una lunga tregua con Israele». Il congelamento dei razzi Qassam a patto della fine degli omicidi mirati. A smuovere le acque sarebbe stata la paura di un’invasione dell’esercito israeliano. Una minaccia confermata dal ministro della Difesa israeliano Ehud Barak e del Capo di Stato Maggiore generale Askhenazi coerenti nel ripetere che «i militari sono pronti a un’operazione su larga scala a Gaza».

«Il dialogo tra l’ala politica di Hamas e Fatah non è mai cessato ma si è intensificato nelle ultime ore», conferma una fonte a Gaza. Il pontiere sarebbe l’Egitto, che il questi giorni ha sbloccato il valico di Rafah per consentire il passaggio dei pellegrini palestinesi diretti alla Mecca. Un’altra fonte, legata a Fatah, avvalora la notizia del quotidiano arabo Al-Shark Al-Awasat di un tacito assenso israeliano alla riapertura di Rafah in cambio di una nuova cassetta di Gilad Shalit, il soldato rapito a Gaza diciassette mesi fa: «Senza il consenso israeliano il transito sarebbe stato impossibile. Ci sono trattative in corso». Hamas nega, i Comitati di Resistenza Popolare negano, il governo israeliano nega. Hamad Yussef, consigliere politico del leader deposto Ismail Haniyeh frena: «Non si aprirà nessuna trattativa finché il presidente americano Bush non darà il suo assenso». Bush è atteso in Israele per gennaio, visiterà anche i Territori Palestinesi. L’ombra ostile dell’Iran incalza e spinge gli Stati Uniti verso la mezzaluna sunnita, Israele verso la Siria anche a prezzo del Libano, l’Autorità Nazionale Palestinese del presidente Abbas verso la direzione indicata da Annapolis. Quanto tempo converrà ad Hamas resistere, in solitudine, contromano?

Francesca Paci
Fonte: La Stampa, 9-12-2007

Il passo indietro del Cardinale Martini

Il passo indietro del Cardinale Martini

di Giorgio Israel

Nel suo ultimo libro ripropone la ‘teoria della sostituzione’, affermando la fine storica dell’ebraismo

Dovrebbe essere evidente che un ebreo può essere di sinistra o di destra. Dovrebbe essere altrettanto evidente che l’ebraismo e il popolo ebraico non sono né di destra né di sinistra. Eppure si riaffaccia la tendenza, nel seno dell’ebraismo italiano, a stabilire che i cromosomi o il Dna degli ebrei e dell’ebraismo sarebbero di sinistra.

È forse per questo impulso a schierarsi politicamente, per giunta su basi genetiche, che si affaccia anche la propensione a valutare i cattolici e il dialogo ebraico-cristiano secondo che l’interlocutore sia ritenuto e (magari superficialmente) classificato di destra o di sinistra. Colpisce al riguardo l’occhiuta diffidenza con cui alcuni ambienti guardano all’attuale pontefice (comunemente considerato “di destra”), levando subito alti lai al minimo accenno di qualche mossa che possa sembrare discutibile, e addirittura gridando alla crisi del dialogo ebraico-cristiano, mentre non si è ancora udita una parola in merito alle tesi del recente libro del Cardinale Carlo Maria Martini (emblema del progressismo cattolico), Le tenebre e la luce, di cui La Repubblica ha anticipato, senza commenti, i passi più sensibili per l’ebraismo.

Dovrebbe essere superfluo ricordare che la “Nostra Aetate” si limitava a dire degli ebrei che sono «ancora» carissimi a Dio e da rispettare per «religiosa carità evangelica». Giovanni Paolo II fece un deciso passo avanti affermando che «chi incontra Gesù, incontra l’ebraismo». L’attuale Papa Benedetto XVI è andato ancora più in là asserendo che «i doni di Dio sono irrevocabili». Non sembra che sia stata sufficientemente valutata l’importanza storica di una simile affermazione che mette in soffitta la “teologia della sostituzione”, ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita al popolo cristiano ed alla Chiesa. Il recente libro del Papa (Gesù di Nazaret) prosegue su tale via, perseguendo l’obbiettivo indicato nel discorso alla Sinagoga di Colonia, ovvero di «fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto fra ebraismo e cristianesimo», senza «minimizzare o passare sotto silenzio le differenze». Il libro ha come uno dei nodi centrali il confronto con il libro del rabbino Jacob Neusner, A Rabbi talks with Jesus. In un dialogo profondo e rispettoso si adducono argomenti in sostegno della tesi cristiana proprio attraverso l’analisi del discorso con cui Neusner sostiene l’inaccettabilità per un ebreo delle tesi del Discorso della montagna. Senza entrare nel merito, quel che conta è che l’analisi assume come dato che l’ebraismo non è un orpello del passato, morto e senza funzione, e che la via di un cristiano verso la propria fede non può che partire dal dialogo con un ebraismo vivo.

Guardiamo invece a come il Cardinale Martini affronta il tema del processo a Gesù. Martini sostiene che il Vangelo di Giovanni presenta questo processo come una “farsa” e una “caricatura” al fine di mettere in luce «il crollo di un’istituzione che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia, verificandone le prove. Sarebbe stato questo l’atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale». Dare per scontato proprio quel che non lo è – e cioè che il Sinedrio fosse un’istituzione che «era sorta in vista» di questa «occasione provvidenziale» e che l’avrebbe persa – permette a Martini, con un salto logico sconcertante, di dedurre la fine storica dell’ebraismo. Non si tratta soltanto della «decadenza di un’istituzione religiosa»: «si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare». Si tratta della decadenza dell’intera tradizione ebraica che, in quanto non più “autentica”, va quindi radicalmente superata: «Molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche». E quale sia l’esito di questo superamento è quasi superfluo dirlo: «Solo la parola di Dio, rappresentata qui da Gesù, è normativa e capace di dare chiarezza».

A questo punto, Martini sottolinea quale sia la sua concezione del dialogo interreligioso: non considerare le religioni come «monoliti immutabili», bensì «fermentarci e vivificarci a vicenda» partendo dall’assunto che anche le tradizioni possono decadere. Pertanto, al di là di un dialogo spesso formale «il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù e, a partire da esse, aiutare gli altri a compiere lo stesso percorso». E queste parole sono quelle espresse nel Discorso della montagna, «assolutamente autentiche e affidabili, perché contengono anche la giusta critica alle tradizioni religiose degradate». Come se ancora non fosse chiaro. Non mi sono mai scandalizzato che alcune religioni e religiosi vogliano convertire gli altri alla propria fede. È legittimo proporre il valore del proprio percorso. Purché non lo si faccia con la violenza, che non è soltanto quella fisica, ma anche quella consistente nell’affermare il disvalore del percorso religioso altrui. Nel caso dei rapporti ebraico-cristiani – resi delicati da un passato tanto dolente – affermare questo disvalore significa né più né meno sostenere che il dono di Dio è stato revocato. Pertanto, il cardinale Martini ha riproposto – e in termini molto brutali, insistendo su aggettivi spiacevoli – la teologia della sostituzione, facendo un passo persino indietro alla “Nostra Aetate”. Chi voglia dialogare con lui (e con chi la pensa come lui) sa quale sia l’intenzione e l’unico possibile esito di tale dialogo: la conversione “radicale” alle parole di Gesù e il riconoscimento del carattere ormai “degradato”, “decaduto” e “non autentico” dell’ebraismo.

È probabile che una simile tesi sia frutto della volontà del Cardinale Martini di contrapporsi punto per punto alle tesi del Papa; e quindi che la sua sia una replica proprio all’impostazione del libro Gesù di Nazaret. È comunque assai deprimente che questa contrapposizione si giochi sulla pelle degli ebrei e del dialogo ebraico-cristiano cui Martini, pur di fare il controcanto a Benedetto XVI, assesta un colpo brutale. Non si può non notare che si sono sollevate polemiche a non finire, spesso capziose, sulla reintroduzione della Messa in latino e sulla formula di auspicio di conversione degli ebrei – non della formula concernenti i “perfidi giudei” che è definitivamente abolita – che potrebbe essere letta il venerdì santo, e che comunque apparteneva alla versione dovuta al Papa “progressista” Giovanni XXIII, contro cui nessuno direbbe una parola. Sorvoliamo su altre polemiche ancor più capziose. È strano che nessuno si sia ancora levato a sottolineare la gravità di queste affermazioni del Cardinale Martini che, oltre a riesumare un linguaggio che si sperava definitivamente abbandonato proprio sul tema delicato del “processo a Gesù” – cerca di riesumare quella “teologia della sostituzione” che è la pietra tombale di ogni possibile dialogo ebraico-cristiano. Staremo a vedere. È da augurarsi che nessuno pensi di usare due pesi e due misure per ragioni di Dna.

Da Shalom