Cresce tra i palestinesi la sfiducia nei propri mezzi di informazione

Sui Territori l’effetto Annapolis – E’ della stampa palestinese ma gli islamici correggono: Condizioni non accettabili

L’ANNUNCIO
Sui Territori l’«effetto Annapolis»

RETROSCENA

E’ della stampa palestinese, ma gli islamici correggono «Condizioni non accettabili»

I giornali sostengono che Hamas e Fatah faranno pace a breve? Qui a Ramallah non ci crede nessuno“. Lo scetticismo di Mustafà, titolare di un chioschetto a un paio d’isolati dalla Muqata, è simmetrico a quello di Mohammed, maestro di scuola nel campo profughi di Jabalya, Gaza: «Se lo dicesse la radio israeliana…». L’unica cosa che oggi unisce davvero i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è la sfiducia nei propri mezzi d’informazione. Non che Mustafà e Mohammed diano più credito a ministri e leader di partito ma almeno, concordano, «i politici parlano in prima persona».

Due giorni fa l’agenzia di stampa palestinese Maan aveva annunciato la svolta, «Hamas si prepara a consegnare Gaza all’Autorità Nazionale del presidente Mahmoud Abbas». Un effetto indiretto di Annapolis, secondo Maan: «Spinta dalla mediazione dell’Arabia Saudita e altri Paesi arabi, Qatar, Sudan e Yemen, Hamas ha accettato di cedere il controllo delle frontiere e di alcuni ministeri civili. Manca ancora un’intesa sugli apparati di sicurezza». Immediata la smentita del portavoce di Hamas, Aami Abu Zuhri: «A queste condizioni non c’è alcuna trattativa in corso». Le condizioni sono quelle di sempre, ribadite da Rafik Al Natsha, leader del Fatah Revolutionary Council: «Consegna delle armi, scioglimento delle milizie, mea culpa per il colpo di stato di giugno».

Niente di nuovo dunque, come scommettono a distanza Mustafà e Mohammed? Non proprio. Qualcosa si muove, insiste il quotidiano arabo-londinese Al-Quds Al-Arabi. Secondo un retroscena pubblicato ieri «nei giorni scorsi alcuni leader palestinesi tra cui il segretario della Jihad Islamica Ramadan Shallah, il capo di Hamas in esilio Khaled Meshal e membri delle Brigate Martiri al Aqsa si sono incontrati a Damasco per discutere la possibilità di una hudna, una lunga tregua con Israele». Il congelamento dei razzi Qassam a patto della fine degli omicidi mirati. A smuovere le acque sarebbe stata la paura di un’invasione dell’esercito israeliano. Una minaccia confermata dal ministro della Difesa israeliano Ehud Barak e del Capo di Stato Maggiore generale Askhenazi coerenti nel ripetere che «i militari sono pronti a un’operazione su larga scala a Gaza».

«Il dialogo tra l’ala politica di Hamas e Fatah non è mai cessato ma si è intensificato nelle ultime ore», conferma una fonte a Gaza. Il pontiere sarebbe l’Egitto, che il questi giorni ha sbloccato il valico di Rafah per consentire il passaggio dei pellegrini palestinesi diretti alla Mecca. Un’altra fonte, legata a Fatah, avvalora la notizia del quotidiano arabo Al-Shark Al-Awasat di un tacito assenso israeliano alla riapertura di Rafah in cambio di una nuova cassetta di Gilad Shalit, il soldato rapito a Gaza diciassette mesi fa: «Senza il consenso israeliano il transito sarebbe stato impossibile. Ci sono trattative in corso». Hamas nega, i Comitati di Resistenza Popolare negano, il governo israeliano nega. Hamad Yussef, consigliere politico del leader deposto Ismail Haniyeh frena: «Non si aprirà nessuna trattativa finché il presidente americano Bush non darà il suo assenso». Bush è atteso in Israele per gennaio, visiterà anche i Territori Palestinesi. L’ombra ostile dell’Iran incalza e spinge gli Stati Uniti verso la mezzaluna sunnita, Israele verso la Siria anche a prezzo del Libano, l’Autorità Nazionale Palestinese del presidente Abbas verso la direzione indicata da Annapolis. Quanto tempo converrà ad Hamas resistere, in solitudine, contromano?

Francesca Paci
Fonte: La Stampa, 9-12-2007

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