Terrorismo islamista 2007: Dagli attentati in Maghreb alla prevenzione dell’Unione Europea

Una analisi interessante presa direttamente dal sito del Cesdis, Centro Studi per la Difesa e la Sicurezza:

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Basta con l’ipocrisia dell’ONU!

Basta con l’ipocrisia dell’ONU!

Anche il Papa si è stancato dell’ipocrisia dell’Onu, del suo trasformare fantasmaticamente il numero delle nazioni in legittimazione morale, del farsi giudice del giusto e del buono nei popoli del mondo grazie alla quantità. «Ci sono principi non negoziabili» ha detto sabato 1º dicembre. «Il relativismo delle ong e dell’Onu non è ammissibile». Certo Benedetto XVI non pensava alla coincidenza delle date, ma è interessante, ancorché involontario, che questo sia avvenuto proprio nei giorni in cui ricorre il 60esimo anniversario della Partizione che stabiliva la nascita di uno stato palestinese e di uno ebraico, il 29 novembre 1947. Gli arabi rifiutarono, attaccarono Israele con cinque eserciti, e l’Onu non fece assolutamente nulla per obbligarli a rispettare la decisione.

Nel sito EyeontheUn scopriamo con sorpresa che il 29 novembre l’Onu, invece di festeggiare la nascita della patria del popolo ebraico, ha tenuto il suo Giorno annuale di solidarietà con il popolo palestinese. Nel quartier generale dell’Onu il giorno è stato marcato da discorsi di molti leader in una sala ornata con due bandiere, quella dell’Onu e quella palestinese. Assente la bandiera israeliana.

Nel 2005, durante il medesimo evento, veniva esibita una carta del Medio Oriente senza lo stato d’Israele e si tenne un minuto di silenzio per il sacrificio dei terroristi suicidi. Nel 2006, dopo che lo scandalo esplose, la carta sparì e il momento di silenzio fu omesso. Ma per non mancare alla tradizione di lutto, la stanza del Trusteeship council dell’Onu fu adornata con pannelli che proclamavano il «diritto al ritorno» di 7 o 8 milioni di palestinesi (espulsi furono circa 700 mila contro un numero pari di ebrei dai paesi arabi).

Quest’anno non ci sono stati pannelli, ma una quantità di discorsi. In quello di Abu Mazen, letto da Yasser Abed Rabbo, si faceva presente che Israele «costruisce un muro di apartheid» e si denunciavano le «misure di giudaizzazione». Un rappresentante della società civile (quelli a cui si riferisce il Papa quando invita le ong a politiche più confacenti alla morale), il reverendo Chris Ferguson del Consiglio mondiale delle Chiese, ha detto la parola «terrorismo» soltanto, riporta EyeontheUn, per definire «terrorizzanti» gli attacchi dei missili Kassam. E si è rivolto invece alla comunità internazionale perché «rafforzi la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro l’apartheid e l’oppressione». È una coincidenza che fa pensare al fatto che, sempre nella stessa settimana, ad Annapolis si è svolta la grande conferenza di pacificazione israelo-palestinese cui erano presenti 49 nazioni, inclusi tutti gli stati arabi.

L’apartheid, di fatto, è stato visto all’opera, ma contro lo stato d’Israele: per compiacere i sauditi e gli altri paesi che non riconoscono Israele, George W. Bush li ha separati fisicamente durante tutta la conferenza in modo che non si sfiorassero. Gli ebrei non entravano dalla stessa porta, alla cena comune sedevano distanti, il ministro israeliano, signora Tzipi Livni, a un certo punto è sbottato: «Perché nessuno vuole stringermi la mano, perché nessuno mi parla?».

Anche i giornalisti israeliani si sono dovuti chiedere se avessero un cattivo odore, dato che all’ambasciata saudita, dove i media erano invitati per una conferenza stampa, sono stati lasciati sul marciapiede al freddo. Ma ogni forma di delegittimazione d’Israele è legittima per il consesso internazionale: la massima fonte di legittimità, l’Onu, non è quella che dichiarò che il sionismo è razzismo? Che dedica tre quarti delle sue risoluzioni di condanna per violazione dei diritti umani non alla Cina o all’Iran, ma a Israele?Non è l’Onu che invita un suo membro, l’Iran, che dichiara di voler distruggere un altro membro, Israele, a esprimersi nelle sue sedi? Che manda la sua forza Unifil in Libano per evitare la guerra e lascia riarmare fino ai denti gli hezbollah?

Forse ci si può augurare che il discorso del Papa trovi un seguito. L’Onu non ha solo tradito i diritti umani abbandonando la difesa della libertà e promuovendo i dittatori a legittimi interlocutori. Ha anche fatto dei diritti umani un ostaggio, e ha trasformato la Realpolitik in legittimazione di marca Onu.

Di Fiamma Nirenstein fonte Metro del 11.12.2007

Il Signore degli Anelli

Il Medio Oriente affonda nel silenzio – da Gaza al Libano terroristi più forte, mentre la comunità internazionale tace

L’OPINIONE / DA GAZA AL LIBANO TERRORISTI PIÙ FORTI, MENTRE LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE TACE

Il Medio Oriente affonda nel silenzio

12/12/2007

La situazione del Medio Oriente è caratterizzata da forte instabilità. Nel territorio di Gaza i terroristi di Hamas (dopo il colpo di Stato che ha quasi eliminato Al Fatah) opprimono la popolazione, hanno imposto la sharia e costituito un mini-stato islamico, forgiato sul modello iraniano. I gruppi del terrore, da subito, hanno cominciato a uccidere, perseguitare e terrorizzare la sparuta comunità cristiana, che ha avuto il coraggio di rimanere ancora in quei posti, divenuti insalubri per i non mussulmani. Il mondo occidentale politicamente corretto, intanto, tace ipocritamente e vilmente di fronte alle persecuzioni, alle angherie, alle minacce e alle violenze che la comunità cristiana mediorientale subisce, da troppo tempo, nelle aree ove la presenza dei fondamentalisti islamici si fa più pressante e forte.

Le zone, ove la presenza cristiana è sempre stata intensa e fiorente, presentano ormai un’immagine d’abbandono, d’affievolimento e di sgretolamento e nessuno, in Occidente, sembra voler ascoltare la nota dolente del pericolo di scomparsa totale dei cristiani dalla Terra santa. Intanto, nel sud del Libano, le milizie terroriste di Hezbollah, con il diretto aiuto della tirannia iraniana, sotto gli occhi chiusi delle truppe internazionali, si rafforzano, sempre più. Le milizie terroriste, incuranti della presenza del contingente onusiano, stanno riattando tutte le basi offensive, in termini di uomini, strutture ed armamenti, già smantellati da Tsahal, dopo la proditoria aggressione dell’estate scorsa, che queste hanno portato contro il territorio d’Israele.

L’azione di Hezbollah, di concerto con la sanguinaria repubblica dei mullah ed in aperta collusione con la satrapia siriana, condiziona, fortemente, l’autonomia del Libano. L’opera nefasta delle milizie del terrore, tuttora, tenta d’ostacolare l’elezione di qualsiasi presidente dello stato, che sia in grado di garantirne lo sviluppo democratico e la libertà da qualsiasi ingerenza esterna. Si fa, tuttavia, sempre più probabile l’elezione a presidente, da parte del parlamento libanese del generale Michel Suleiman, risultato consequenziale alla politica di recupero del regime siriano, dopo Annapolis, ad una politica più autonoma e differenziata dalla stretta soffocante dell’Iran. Si evidenzia, da tali fatti, la stretta necessità, da parte del modo libero, di tentare di disgiungere l’intreccio d’interessi economici, militari e di schieramento tra la Siria del despota Assad e la guerrafondaia repubblica islamica dei mullah.

L’incontro di Annapolis e le precedenti proposte informali di dialogo del presidente israeliano Olmert, hanno dato possibilità al regime siriano di uscire dall’isolamento totale ove si era cacciato, dopo l’assassinio di Rafiq Hariri, fiero assertore dell’autonomia del Libano da qualsiasi influenza. La ripresa dei contatti con il regime di Assad, è anche un tentativo, delle diplomazie internazionali, riunitesi ad Annapolis, d’incoraggiare la Siria, ad esercitare un controllo più stretto dei propri confini, per non permettere ai gruppi del terrorismo internazionale d’infiltrarsi in Iraq. Se si riuscisse ad avere, tramite l’inizio di una forma colloquiale, con il regime siriano, una qualche serie di impegni di rescissione di legami diretti ed indiretti con le organizzazioni criminali terroriste di Hezbollah, potrebbe scaturire, da tale convenzione, una serie di conseguenze positive. Il primo risultato che si verrebbe ad ottenere sarebbe quello di divaricare la politica siriana da quella iraniana. La seconda conseguenza di tale politica del riattivare una linea diretta col regime di Assad, potrebbe essere quella di giungere ad una forte limitazione dell’attività nefasta del terrorismo di Hezbollah, che, costantemente, ostacola la libertà libanese ed attacca e provoca Israele.

Altra risultanza, che, da questa politica di riavvicinamento, potrebbe conseguire, sarebbe quella del pieno isolamento delle forze del terrorismo di Hamas, guidate da Teheran, che operano a Gaza e che sono d’ostacolo a qualsiasi tentativo di pace in M.O., tra arabi palestinesi e israeliani. Le reazioni siriane alle pressioni, che sono state esercitate su Assad, in occasione degli incontri di Annapolis, nel Maryland, potranno essere gli indicatori della volontà effettiva, di questo Paese, di uscire, in modo meno oneroso, fuori dall’isolamento internazionale in cui si trova. L’Iran, dal canto suo, s’è reso conto del tentativo, esercitato dal fronte contrapposto, di svellere dalla propria area d’influenza l’alleato siriano e conscio degli effetti devastanti, di tale eventuale riposizionamento, per la propria politica destabilizzante, ha iniziato ad essere più circospetto.

La buona riuscita delle elezioni per la presidenza libanese, potrà essere il giusto segnale di un, graduale ma effettivo, cambiamento di rotta, da parte di un Paese che, fino ad oggi, è stato, assieme alla tirannide guerrafondaia iraniana, uno dei fattori d’instabilità della regione mediorientale. Si potrà costatare, dalle reali azioni effettive, se la necessità e la volontà di uscire da un isolamento internazionale, che, alla lunga, potrebbe nuocere al dispotismo siriano, sarà più forte delle lusinghe che, i guerrafondai iraniani, eserciteranno su questo, per stringerlo nel loro fatale abbraccio. Se l’influenza nefasta in M.O. del piccolo Hitler di Teheran e dei suoi burattinai, dovesse risultare, fortemente, ridimensionata, con il sottrarsi della Siria dal suo potere d’influenza, potrebbe essere ancor più agevole il cammino della pace nella tanto martoriata regione mediorientale.

Franco Marta

Avanti.it

Il dott. Bassam Eid, semplicemente un uomo coraggioso

Il dott. Bassam Eid, semplicemente un uomo coraggioso

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Questa mattina, alle 12.00, il dott. Bassam Eid – direttore del Centro per il Monitoraggio dei Diritti Umani di Ramallah – ha tenuto una lezione ai miei studenti, e a quanti hanno voluto assistervi, presso l’Università di Torino.

L’aula era affollatissima: 200 persone sedute e una cinquantina in piedi.

Il dott. Bassam Eid può essere considerato un pacifista, nel vero senso della parola (non nel senso italiano del termine), o un dissidente, nel senso che non teme di opporsi agli errori/orrori dell’Autorità Palestinese e di Hamas. Per me è semplicemente un uomo coraggioso e forse è per questo che – a parte un giornalista de Il Manifesto (nonostante Bassam Eid veda con estremo sospetto persone come la Morgantini, che peraltro conosce bene) – non c’era nessun giornalista in aula. La censura dell’informazione scomoda in Italia è praticata con perseveranza dalla carta stampata come anche dalle televisioni.

Ascoltare Bassam Eid è un piacere, ridona la speranza in un futuro di pace.

Il dott. Eid non teme di accusare gli Stati arabi per la situazione dei profughi palestinesi, mantenuti nello stato di profughi per gli interessi dei diversi Paesi arabi come anche dell’ONU. Non ha paura di dichiarare gli sperperi dei finanziamenti, la corruzione palestinese, le torture praticate dai palestinesi sui palestinesi, l’incoraggiamento al terrorismo a suon di migliaia di dollari versati alle famiglie palestinesi da Iraq e Iran.

Non teme di risultare politicamente scorretto nel dire che dal 1948 al 1967 i Territori Palestinesi sono stati occupati da Giordania ed Egitto che non hanno mai avuto intenzione alcuna di far nascere uno Stato Palestinese indipendente, né ha timore nel ricordare che – con l’elezione di Hamas – la situazione nei Territori è drammaticamente peggiorata rispetto a quando questi erano amministrati dagli israeliani.

E alla classica domanda sul “muro” risponde che uno Stato [lo Stato d’Israele in questo caso] ha tutti i diritti di difendere i propri cittadini. Allo studente che chiede se la guerra dipende dal problema dell’acqua risponde che l’unico vero problema, in Israele/Palestina, è che l’acqua proprio non c’è: “Non c’è per gli israeliani e non c’è per i palestinesi”.

A chi gli chiede cosa pensa del diritto al ritorno dice che quello del diritto al ritorno non può essere motivo del contendere: “Non avverrà mai: i palestinesi profughi non sono interessati, preferirebbero ottenere la cittadinanza dei Paesi in cui ormai vivono da anni. Soltanto i leaders politici insistono sul diritto al ritorno allo scopo di non concludere mai un accordo di pace con Israele. La situazione dei profughi alimenta un mercato entro cui gira troppo denaro: ecco perchè viene mantenuta in vita.”

Una studentessa gli chiede quali siano le priorità del popolo palestinese e lui risponde: “Avere un lavoro sicuro, una casa, opportunità d’istruzione per i propri figli e cure sanitarie, come qualsiasi altra persona al mondo. Chi dice ‘il muro’, ‘il ritorno’, ‘uno Stato’ mente: queste sono cose che vogliono i politici, non le persone comuni. Ma tra i politici palestinesi e la gente comune c’è un divario insormontabile”.

In chiusura dell’incontro uno studente chiede se l’Europa sarebbe un miglior interlocutore di pace rispetto agli Stati Uniti e Bassam Eid risponde che moltissimi Paesi Europei e i loro Ministri degli Esteri hanno interesse a mantenere in vita il conflitto. D’altra parte i Territori Palestinesi attualmente sono divisi: Gaza con Hamas (che non permetterà mai più libere elezioni) e la Cisgiordania con Fatah. Quale potrebbe essere l’interlocutore degli israeliani? Si può fare una pace a metà?

Dovrà nascere una nuova generazione, capace di liberarsi dei vari “Abu” come dei vari “Ayatollah”, e allora la pace si potrà fare non ad Annapolis, non a Camp David, ma in Israele, senza mediatori: solo tra israeliani e palestinesi.

Bassam Eid non è soltanto un uomo coraggioso, ma un uomo capace di sognare. Chissà che il suo sogno non contagi coloro i quali gli stanno intorno.

Daniela Santus

Liberali per Israele

Libano: siriani o qaedisti dietro l’attentato

LE IPOTESI

Siriani o qaedisti dietro l’attentato

In Libano è sempre difficile indicare con certezza i «colpevoli» di una strage: troppi intrighi e troppe manovre

WASHINGTON – In Libano è sempre difficile indicare con certezza i «colpevoli» di una strage. Troppi intrighi, troppe manovre per far cadere la colpa sullo schieramento avversario e, soprattutto, troppo attori decisi ad avere un ruolo. Sulla scena e dietro le quinte. Dunque, con la prudenza del caso, possiamo solo fare ipotesi sulla base degli indizi.

I SIRIANI – I siriani: sono i «soliti» colpevoli. Dall’omicidio dell’ex premier Hariri, gli 007 di Damasco sono accusati di tramare per destabilizzare il paese. Una lunga serie di delitti eccellenti – nove, con quello del generale Al Hajj – hanno tolto di mezzo personaggi dichiaratamente ostili all’influenza di Damasco sul Libano. Un’influenza che in passato era una vera e propria occupazione. I servizi di intelligence siriani hanno i mezzi per agire: dispongono di un formidabile network, rinforzato dopo il ritiro delle truppe di Damasco dal Libano; hanno rapporti tattici con le principali formazioni estremiste. Non è un problema per loro trovare un attentatore locale in modo da non essere coinvolti direttamente. Damasco ha sempre respinto ogni accusa ed ha invece invitato a indagare sul possibile coinvolgimento di Israele.

I QAEDISTI – Il generale Al Najj aveva guidato le operazioni contro il misterioso gruppo Fatah Al Islam, un movimento composto da militanti qaedisti stranieri ma che è stato a lungo sospettato di fare il gioco della Siria. E’ possibile che gli islamisti, presenti in diversi campi profughi e nell’area di Tripoli, possano aver cercato una vendetta. Nei mesi scorsi sono stati sventati numerosi complotti attribuiti dalle autorità alla nebulosa qaedista. Una realtà che si sta rapidamente espandendo, con l’afflusso di volontari dall’Iraq e da altri paesi. I radicali – Fonti cristiane hanno rivelato l’intenso dinamismo di formazioni radicali palestinesi, vicine alla Siria. Il gruppo di Jibril, insieme a movimenti armati minori, si sarebbe trasformato in una cinghia di trasmissione per alimentare spinte oltranziste. Chi appartiene a questa area ha due «requisiti»: una buona esperienza nell’organizzare attentati e la disponibilità a giocare per conto di altri.

Guido Olimpio
12 dicembre 2007

Algeria: il gruppo salafita punto di coesione nel Nordafrica – Una minaccia per l’Europa

Il gruppo salafita punto di coesione nel Nordafrica – Una minaccia per l’Europa

WASHINGTON — Le ultime reclute qaediste assomigliavano a una squadra di calcio. Quattordici uomini, sui trent’anni. E la loro passione, prima che scoccasse l’ora della Jihad, era il pallone. Si trovavano spesso dentro un piccolo stadio dove giocavano e parlavano. Poi hanno dato l’ultimo calcio al pallone e si sono uniti ai terroristi di «Al Qaeda nella terra del Maghreb». Forze fresche per la nuova ondata di attacchi, decisa — sembra — dal contestato leader Abdel Malik Droukdel. Con loro sono arrivati anche dei giovani militanti, arruolati nei villaggi a sud della capitale. Molti non hanno ancora 18 anni, ma sono già pronti per andare incontro alla morte. Uno di loro — un quindicenne — è stato impiegato in settembre in un attacco suicida contro una caserma: la sua età ha tratto in inganno le sentinelle che non lo hanno fermato.

Con questa falange eterogenea, il gruppo ha reagito all’offensiva delle forze dell’ordine.

Da settembre a oggi il suo gruppo ha perso molti pezzi importanti. Il tesoriere Abu Yahia, l’emiro di Algeri Abu Bassir, l’uomo delle comunicazioni Abu Abderrahamane, incaricato di montare i video con le operazioni e inviarli ad Al Jazeera. Sono stati eliminati anche numerosi responsabili militari e diverse cellule smantellate. Perdite rese ancora più gravi dalla contestazione nei confronti di Droukdel. Alcuni luogotenenti lo hanno messo in discussione criticando la sua scelta di fondere il movimento con Al Qaeda seguita dal ricorso ai kamikaze. Svolta oltranzista che ha accresciuto l’isolamento politico della banda. Ad ottobre si è diffusa la voce della sua destituzione (il suo posto sarebbe stato preso da Ahmed Haroun): una notizia confusa, forse legata alla guerra di propaganda delle autorità per provocare contrasti tra gli integralisti.

La risposta non si è fatta attendere ed è stata spietata. Le bombe richiamano il piano elaborato qualche mese fa da Droukdel.
1) La fazione deve diventare il punto di riferimento regionale per gli integralisti in Nord Africa.
2) C’è totale sintonia con Al Qaeda-centrale (ossia quella di Osama) alla quale ha giurato fedeltà.
3) Il disegno politico da nazionale diventa transnazionale.

4) Gli attacchi devono essere condotti nei centri urbani e portare i segni incontrovertibili del qaedismo: operazioni multiple, uso di kamikaze, obiettivi simbolici (come le Nazioni Unite), nessuna garanzia per i civili.

Una svolta che avvicina molto i qaedisti locali a quanto fatto da Al Zarqawi in Iraq dopo il 2003. Tra le prime azioni del tagliatore di gole ci fu proprio un attentato contro la sede Onu a Bagdad e ieri gli estremisti algerini lo hanno copiato. Secondo l’intelligence il prossimo passo è quello di convincere i volontari partiti per combattere con la resistenza in Iraq a tornare in Patria. In Algeria c’è una battaglia in corso, eppure la causa irachena è più popolare. Droukdel ha lanciato un appello ai «ghazis », i cavalieri sacri, affinché si mettano a disposizione del suo gruppo. Una manovra seguita dal reclutamento di elementi stranieri. Tra le file di Al Qaeda nel Maghreb vi sono tunisini, marocchini, maliani e mauritani addestrati in campi mobili creati nell’area sahariana.

Il successivo passo, temuto negli ambienti della sicurezza, è un attentato contro istituzioni straniere. L’ideologo qaedista Al Zawahiri, in settembre, ha esortato i mujaheddin algerini a espellere spagnoli e francesi. Un invito interpretato come un ordine ad attaccare gli europei ovunque sia possibile.

Guido Olimpio

Il Corriere della Sera, 12 Dicembre 2007

Libano: gli attentati degli ultimi due anni

Libano: gli attentati degli ultimi due anni

14 febbraio 2005: Rafik Hariri muore assieme ad altre 20 persone in un attentato dinamitardo contro il suo convoglio di auto a Beirut. Il deputato ed ex ministro Bassel Feleihan, gravemente ferito nell’esplosione, morirà il 18 aprile

2 giugno 2005: il giornalista antisiriano Samir Kassir viene ucciso nell’esplosione di un’autobomba a Beirut. Lavorava per An Nahar, il giornale di cui era direttore e proprietario Jebran Tueni, che sarà poi ucciso in un altro attentato

21 giugno 2005: l’ex segretario del Partito comunista libanese Georges Hawi, esponente antisiriano, viene ucciso nell’esplosione di un’autobomba a Beirut

12 luglio 2005: il ministro della Difesa ad interim Elias Murr viene ferito nell’esplosione di un’autobomba che uccide una persona e causa altri nove feriti

28 settembre 2005: la nota giornalista televisiva May Chidiac, della rete cristiana Ldc, viene gravemente ferita a Jounieh nell’esplosione di una bomba piazzata nella sua auto. Perde un braccio e una gamba

12 dicembre 2005: il deputato cristiano ortodosso Jebran Tueni, proprietario e direttore del giornale anti siriano An Nahar muore assieme a tre guardie del corpo nell’esplosione di un’autobomba

5 settembre 2006: il colonnello Samir Shadeh, capo dell’intelligence della polizia militare, rimane ferito a Sidone nell’esplosione di un ordigno al passaggio dell’auto sul quale viaggiava. Muoiono altre quattro persone, tre agenti della polizia militare e un civile

21 novembre 2006: il ministro dell’Industria, l’esponente cristiano del fronte antisiriano Pierre Gemayel, viene ucciso da un sicario assieme a una guardia del corpo nel quartiere di Jdeideh a Beirut. È il primo di una serie di attentati contro esponenti politici della maggioranza, dopo che i ministri sciiti sono usciti dal governo

13 giugno 2007: il deputato antisiriano Walid Edo, il figlio Khaled, due guardie del corpo e sei passanti vengono uccisi dallo scoppio di un’autobomba a Beirut

19 settembre 2007: il deputato antisiriano Antoine Ghanem viene ucciso assieme ad altre cinque persone dallo scoppio di un’autobomba a Beirut

12 dicembre 2007: il generale François al-Hajj, candidato a diventare capo di stato maggiore delle forze armate libanesi, viene ucciso con un’autobomba a Beirut insieme alla sua guardia del corpo