Hamas: “La violenza è la nostra scelta”

“La violenza è la nostra scelta”

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“Hamas non abbandonerà la violenza. Questa è la nostra scelta, il nostro asso nella manica che fa soccombere il nemico”. Lo ha dichiarato il capo del politburo di Hamas, Khaled Mashaal, che fa base a Damasco, in un messaggio TV diffuso sabato in occasione del 20esimo anniversario della fondazione del movimento jihadista palestinese. Mashaal ha aggiunto che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che controlla la Cisgiordania, non ha alcun mandato per negoziare con Israele. “Il nostro popolo – ha detto il leader di Hamas all’estero– è in grado di lanciare una terza e una quarta intifada, fino a quando non sorgerà la vittoria finale”.

Hamas ha celebrato sabato scorso il suo 20esimo anniversario con un grande raduno a Gaza volto a diffondere un messaggio di forza e di sfida nel momento in cui, in realtà, si batte per cercare di impedire che la striscia di Gaza sprofondi ancora di più nel caos e nella povertà. Decine di migliaia di sostenitori di Hamas si sono riuniti in uno spiazzo sabbioso e nelle vie adiacenti sventolando bandiere verdi islamiche.

La folla sembrava almeno altrettanto numerosa di quella che il mese scorso aveva marciato a sostegno di Fatah, il movimento rivale di Hamas: circa 250.000 persone che avevano apertamente sfidato lo strapotere di Hamas nella striscia di Gaza.

Una vasta affluenza di manifestanti al raduno di Hamas era considerata cruciale per il movimento islamista palestinese che ha preso il potere con la forza a Gaza lo scorso giugno. “Questo è il vero referendum sulla popolarità della lotta armata palestinese, questo è il popolo palestinese che si raccoglie sotto le bandiere di Hamas”, esclama Zayed Herzallah, un commerciante di 28 anni arrivato al raduno con un mini-van pieno di giovani parenti.

Hamas venne fondata a Gaza nel dicembre 1987, subito dopo lo scoppio della prima intifada (sommossa) palestinese contro Israele. Costituisce una diramazione della Fratellanza Musulmana, il movimento islamista fondato in Egitto alla fine degli anni ‘20 e considerato il capostipite di tutte le formazioni fondamentaliste nel mondo arabo sunnita.

All’adunata di sabato scorso, su uno striscione teso su un edificio sopra il palco degli oratori si poteva leggere in arabo, inglese e francese la frase: “Non riconosceremo il cosiddetto Israele”. Nel suo discorso, il primo ministro palestinese (deposto) Ismail Haniyeh ha ribadito che Hamas non riconoscerà mai Israele. “Solo con la jihad e la lotta armata potremo liberare la Palestina, Gerusalemme e la moschea di al-Aqsa – ha detto Haniyeh – non con i negoziati, gli incontri, i baci e i sorrisi. Le centinaia di migliaia che partecipano a questo raduno sono la prova che la via indicata da Hamas trionfa, e che Israele si è ritirato senza condizioni da Gaza grazie alla lotta armata. È la lotta armata che ha cacciato Israele dal Libano meridionale, ed è questo il mezzo con cui i nostri combattenti hanno catturato (l’israeliano) Gilad Shalit”.

Fra la folla erano presenti decine di membri dell’ala militare di Hamas molti dei quali, pesantemente armati, esibivano riproduzioni dei missili Qassam palestinesi che vengono lanciati quotidianamente su Israele. Hanno marciato anche una cinquantina di donne appartenenti all’ala militare, con addosso lunghi abiti e cartucciere militari. Alcune avevano il volto coperto dal velo, altre da passamontagna.

Venerdì scorso la polizia di Hamas ha arrestato Omar Al-Ghoul, stretto consigliere del primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad, sequestrando anche diversi suoi beni. Al-Ghoul è il più alto esponente politico di Fatah arrestato da quando Hamas ha preso il controllo della striscia di Gaza. Sempre venerdì, tre persone sono morte in una misteriosa esplosione durante un funerale organizzato da Fatah a Gaza.

(Da: YnetNews, 15.12.07)

Nella foto in alto: Adunata a Gaza per il 20esimo anniversario del movimento. Sullo striscione la scritta: “Non riconosceremo il cosiddetto Israele”

“Obiettivo di Hamas è distruggere Israele”

Hamas: Restiamo fedeli ai nostri principi

Israele.net

L’insostenibile leggerezza del razzismo arabo

L’insostenibile leggerezza del razzismo arabo

Da un articolo di Jackie Levy

Nonostante tutte le dichiarzioni cerimoniali, la mia attenzione ad Annapolis è stata catturata da una piccola vicenda relativa agli organizzatori incaricati di pianificare i posti a sedere. Giacché si trattava di colloqui di pace, e giacché tutti noi vogliamo la pace, gli organizzatori vennero avvertiti della necessità di garantire che nessun rappresentante saudita o siriano avesse ad incontrare per sbaglio qualche nocivo essere sionista.

Si trattava in effetti di un ambiente molto grande, e tuttavia la gente talvolta deve andare al bagno o lavarsi le mani. Per farla breve, c’era il rischio che dovessero attraversare un corridorio piuttosto stretto dove, non si può mai dire, avrebbero potuto incontrare – e qui bisogna mettere tutto il disprezzo nella voce – uno di quei “sionisti”.

Le ragioni per cui la Siria ha partecipato alla conferenza sono piuttosto chiare. Venne per guadagnare punti e districarsi il più posibile dall’asse dei paesi canaglia. In breve, venne per questioni siriane: tutto il resto non li interessava minimamente e dunque per loro non fu facile già presentarsi. Ma imbattersi in un israeliano? In un ebreo? Magari faccia a faccia, senza una Condoleezza o una marea di funzionari nel mezzo? Soli? Doversi magari guardare negli occhi o addirittura borbottare qualche parola. Questo sarebbe stato davvero troppo.

Dopotutto gli arabi sono gente d’onore e gli israeliani, oltre a tutti gli altri difetti, hanno anche questo sgradevole vizio di voler sfruttare sempre queste occasioni accidentali per mostrarsi immediatamente amichevoli, dire qualche spiritosaggine e poi andarlo a raccontare a tutti. Anni dopo Annapolis qualche ex ministro o consigliere israeliano potrebbe raccontare nelle sue memorie di quella volta che buttò là quella battuta al rappresentante siriano su quanto fosse cattivo il caffè americano e di come, ebbene sì, gli parve di vedere un accenno di sorriso sul viso del siriano: per un attimo in quel momento, scriverà l’israeliano, fummo capaci di superare il furibondo conflitto ed essere solo due uomini, Khaled ed io, desiderosi di un buon caffè…

Insomma, la morale della favola è che è stato complicatissimo sistemare le sedie nella sala della conferenza di Annapolis. Si è dovuto fare ricorso a sofisticati algoritmi e a manovre finora conosciute solo in astronomia per garantire che in nessuna circostanza potesse accadere che le orbite di un arabo e di un israeliano si incrociassero o che dovessero condividere una qualche fuggevole foma di prossimità che avrebbe seriamente ferito I sentimenti della nazione araba.

Per dirla in parole povere, I nostri nemici, fra le altre cose, sono un tantino razzisti. A differenza di certi stereotipi, è saltato fuori che l’arroganza non è una prerogativa israeliana. Ed è stupefacente come il mondo arabo sia riuscito a convincere l’occidente che il disprezzo razzista sia, nel caso loro, semplicemente una legittima forma di sensibilità religiosa che merita il dovuto rispetto.

E bisognerebbe anche considerare per un momento il fatto che ormai noi consideriamo queste cose alla stregua di sciocche facezie, e ci si ride su come si ride sul rifiuto degli atleti arabi di gareggiare con atleti israeliani, o dei cantanti arabi di competere con quelli israeliani.

Nessun israeliano, salvo pochi pazzi, prova alcun imbarazzo ad incontrare un arabo, stringergli la mano, mostrargli simpatia. Ma il fatto è che, sul loro versante, la cosa è terribilmente seria. È impossibile immaginare che a qualcuno nei mass-media arabi venga in mente di scherzare sui posti a sedere della conferenza di Annapolis. (…)

E infatti non si tratta di questioni minori. In realtà, quand’anche venissero tolti tutti I posti di blocco, non vi sarà pace quaggiù finché gli arabi musulmani non considereranno gli ebrei come esseri umani.

(Da: YnetNews, 3.12.07)

La Livni ai colleghi arabi: “Perché ci trattate come paria?”

Sogni e incubi

Israele.net

Soldi buttati

Soldi buttati

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Da un editoriale del Jerusalem Post

Il primo ministro palestinese Salaam Fayad ha dichiarato, lunedì, che ai paesi donatori riuniti a Parigi la prossima settimana intende chiedere un pacchetto di aiuti da 5,6 miliardi di dollari nell’arco di tre anni. Il mese scorso, l’inviato del Quartetto Tony Blair ha reso noto un piano di grandi progetti internazionali volti ad aiutare l’economia palestinese. “E’ una parte cruciale del processo – ha detto Blair – perché senza speranza di benessere, senza elevare il livello di vita, senza offrire alla gente un interesse economico nel futuro, l’azione politica non potrà mai avere successo”. Blair ha ragione quando dice che c’è una connessione tra economia e politica, tra speranza e sicurezza. Il problema è che i precedenti palestinesi in fatto di collegamento fra aiuti e progressi economici sono assai desolanti.

Secondo dati della Banca Mondiale, ad esempio, tra il 1993 – anno degli Accordi di Oslo – e la fine del 2001, i palestinesi hanno ricevuto più di 4 miliardi di dollari in aiuti, cioè più di quanto abbia ricevuto qualunque altra popolazione al mondo.(Il Piano Marshall distribuì 60 miliardi di dollari – ai prezzi attuali – pari a 272 dollari per ogni europeo dei paesi riceventi. I palestinesi da Oslo a tutto il 2001 hanno ricevuto 4 miliardi di dollari, pari a 1.330 dollari a testa. In altre parole, i palestinesi hanno ricevuto più di quattro volte quanto ricevuto dagli europei col Piano Marshall. Su base annua, i palestinesi hanno ricevuto 161 dollari a persona all’anno contro i 68 dollari a persona all’anno degli europei nei quattro anni del Piano Marshall, vale a dire che i palestinesi hanno ricevuto a testa più del doppio e per il doppio del tempo rispetto al Piano Marshall).

Dopo che gli Accordi di Oslo sono naufragati in una guerra terroristica, i palestinesi hanno ricevuto in realtà più aiuti di prima, e ancora di più dopo l’ascesa al potere di Hamas. Lo scorso gennaio il sottosegretario generale dell’Onu Ibrahim Gambari ha reso noto che, da quando un anno prima Hamas aveva vinto le elezioni parlamentari palestinesi, gli aiuti ai palestinesi – senza contare i fondi andati direttamente a Hamas – hanno totalizzato la stupefacente cifra di 1,2 miliardi di dollari, pari a un aumento del 10% rispetto all’anno precedente. Nonostante questo flusso massiccio, per lo più sotto forma di aiuti alimentari e di programmi cash-for-work, il reddito pro capite palestinese è sceso nel 2006 di almeno l’8% e i livelli di povertà sono cresciuti di circa il 30%.

Oltre ad aver optato per il terrorismo, l’altra sciagura economica dei palestinesi è stata la corruzione. Secondo stime riportare da David Samuels in un articolo del 2005 sull’Atlantic Monthly, Yasser Arafat e i suoi più stretti consiglieri avrebbero rubato almeno la metà dei 7 miliardi di dollari di aiuti inviati all’Autorità Palestinese. Citando un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, Samuels calcolava che fra il 1995 e il 2000 Arafat si sarebbe personalmente impossessato di 900 milioni di dollari in aiuti internazionali, senza contare tangenti e altre forme di corruzione. È per questo motivo che nel 2005 George T. Abed, un ex funzionario del Fondo Monetario nominato governatore dell’Autorità Monetaria Palestinese, affermò: “Se si riversano un sacco di aiuti finanziari tutti in una volta, finisce che vanno sprecati”.

Alcuni sostengono che la situazione oggi è differente, che oggi non si tratterebbe più di buttare al vento denaro sonante. Ma anche questa si è già sentita. Nel 2004 Nigel Roberts, direttore della Banca Mondiale in Cisgiordania e striscia di Gaza, disse ai donatori internazionali: “Forse il vostro miliardo di dollari all’anno non ha finora prodotto granché, ma noi riteniamo che si potrà fare di meglio nei prossimi tre o quattro anni”.

Chiaramente, come riconosce lo stesso Blair, ogni dollaro in più stanziato per i palestinesi dovrebbe essere strettamente legato a un giro di vite contro la corruzione, all’istituzione di uno stato di diritto, allo smantellamento delle bande armate, alla cooperazione economica con i paesi vicini, Israele compreso. Ma non basta.

È impossibile, infatti, fare una qualunque di queste cose finché la stessa Autorità Palestinese che Abu Mazen controlla continua a insegnare – che ci creda o meno – che la futura “Palestina” sorgerà al posto di Israele, e non come un pacifico vicino a fianco di Israele. Il 28 novembre scorso, il giorno dopo la conferenza di Annapolis, la tv ufficiale dell’Autorità Palestinese trasmetteva una mappa di Israele, Cisgiordania e striscia di Gaza tutta coperta con la bandiera palestinese. Un mese prima, la tv palestinese aveva ripetutamente mandato in onda una canzone che descrive la Palestina con queste parole: “Da Gerusalemme ad Acco e da Haifa e Gerico e Gaza e Ramallah, da Betlemme e Giaffa, da Be’er Sheva e Ramle, da Nablus alla Galilea, da Tiberiade a Jenin a Hebron”.

Abu Mazen non è in grado di controllare la striscia di Gaza e può darsi che non sia in grado di controllare molto nemmeno Fatah. Ma certamente controlla i suoi mass-media ufficiali. Non ha senso buttargli altro denaro se intanto non fa nemmeno il minimo necessario per mostrare che questi fondi non verranno impiegati per uno stato votato alla cancellazione di Israele.

Ancora più cruciale, poi, il fatto che porre fine all’istigazione contro Israele nei mass-media, nelle scuole, nelle moschee sotto controllo dell’Autorità Palestinese costituirebbe un passo vitale verso la creazione di un’atmosfera in cui Abu Mazen potrebbe iniziare ad insegnare alla sua gente i legittimi diritti di sovranità dello stato ebraico e la conseguente necessità di accettare un compromesso. Sicuramente, se Abu Mazen vuole guidare i palestinesi verso la riconciliazione, ha tutto l’interesse a spiegare alla sua gente perché questo passo è giusto e necessario.

(Da: Jerusalem Post, 11.12.07)

Due stati per un solo popolo?

”Da Haifa a Gerusalemme a Beer Sheva”

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