La minaccia dei Qassam

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Il terrorismo palestinese sta infliggendo danni allo Stato ebraico misurabili in miliardi di dollari

Un “Piano Marshall” per Israele

Il generale israeliano Halamish: “Impossibile difendersi dai razzi Qassam”.

Le città di frontiera sono bersagliate dal 2001

di Dimitri Buffa

Israele ha possibilità quasi nulle di difendersi dai razzi Qassam che vengono sparati quotidianamente da Gaza sulle città di confine. E anche l’invasione della Striscia con l’esercito potrebbe risolversi in una trappola micidiale un po’ come l’avere affrontato gli Hezbollah casa per casa nel sud del Libano nell’estate del 2006. Dopo tante chiacchiere pacifiste e pseudo tali, oramai la triste verità è sotto gli occhi di tutti. Ed è quella raccontata dal capo dell’intelligence militare, il brigadiere generale Yuval Halamish venerdì scorso durante una conferenza all’università di Tel Aviv. Si stava discutendo sull’utilizzo eventuale dei sensori ottici elettronici nei futuri scenari di guerra e di terrorismo. Ma ci si è dovuti arrendere all’evidenza che contro questo tipo di terrorismo cieco e vigliacco non esistono difese possibili. Halamish ha anche corredato il proprio allarme con una precisa denuncia: “Iran e Siria stanno trasferendo i terroristi palestinesi molto know how di armamenti elettronici e si sta preparando il background giusto per ripetere a Gaza ciò che è stato fatto nel sud del Libano”.

A dispetto delle trattative di pace, quindi, Hamas e altre bande armate che si sentono ormai svincolate dall’Anp stanno preparando la guerra. O la terza Intifadah se si preferisce. E i 7,4 miliardi di dollari appena stanziati dalla banca mondiale per il popolo palestinese non andranno a incrementare il reddito pro capite dei padri di famiglia ma gli arsenali del terrorismo islamico. Altro che retorica sui check point, dunque. E proprio mentre Halamish parlava a Tel Aviv l’ennesimo Qassam colpiva la città di confine di Sderot per fortuna senza fare danni alle cose e alle persone. Peraltro quelli che i pacifisti a senso unico chiamano “missili di latta” in realtà esplodono e fanno danni molto ingenti. Nel 2006 ne sono stati lanciati quasi 1000 sulla sola Sderot provocando danni per svariati milioni di euro. Ma se si pensa che le città di confine sono bersagliate dal 2001, con l’aggravio di costi e di disagi specie per chi lavora o studia, si può capire quale danno questo stato di cose stia creando all’economia israeliana. Si parla sempre di piani Marshall per il Medio Oriente e si pensa quasi istintivamente solo ai disagi dei palestinesi, ostaggio di una classe dirigente ladra e di alcuni “capataz” guerriglieri.

Nessuno però che si interroghi di quanto stia costando allo stato ebraico questo stato di perenne allerta per colpa dei razzi lanciati da Gaza né quanti danni a cose e persone siano stati perpetrati negli ultimi anni. Ebbene dal 2001 ci sono stati dieci morti e 433 feriti anche gravi, inoltre i danni all’economia e ai commerci si calcolano ormai nell’ordine dei miliardi di dollari. Non più dei milioni. Fra poco occorrerà quindi un piano Marshall anche per Israele. Ma chissà se la comunità internazionale sarà disposta a vararlo.

La “Jihad Islamica” ha già dichiarato che “i raid costeranno caro a Israele”. Se ciò non è ancora successo è solo perchè nella striscia di Gaza molti dicono che Israele in realtà sia riuscito a penetrare il sistema di sicurezza della Jihad Islamica, stanando i membri del gruppo terrorista. Anche per questo recentemente tutte le figure più importanti del gruppo si sono date alla macchia. Evitando come la peste di partecipare ai funerali dei colleghi uccisi nelle azioni mirate dell’esercito israeliano.

Opinione.it

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Finanziare i palestinesi? Una cattiva idea – di Daniel Pipes

Finanziare i palestinesi? Una cattiva idea

di Daniel Pipes

Jerusalem Post

21 dicembre 2007
http://it.danielpipes.org/article/5279

Pezzo in lingua originale inglese: Fund the Palestinians? Bad Idea

Elargire denaro a Mahmoud Abbas e all’Autorità palestinese per conseguire la pace è un pilastro della politica occidentale, inclusa quella israeliana, da quando Hamas si è impossessata di Gaza nel giugno scorso. Ma questo rubinetto aperto ha sortito dei risultati controproducenti e va chiuso con una certa sollecitudine.

Alcuni antefatti: Paul Morro del Servizio ricerche del Congresso riferisce che, nel 2006, l’Unione europea e i suoi paesi membri dettero 815 milioni di dollari all’Autorità palestinese, mentre gli Stati Uniti inviarono 468 milioni di dollari. Incluse le somme offerte da altri donatori, l’incasso complessivo ammonta a circa 1,5 miliardi di dollari

La manna continua a fioccare. A ottobre, il presidente George W. Bush ha chiesto un supplemento di 77 milioni di dollari da devolvere entro i primi mesi del 2008. Il Dipartimento di Stato giustifica questa munifica somma sulla base del fatto che essa “consolida un impellente e cruciale bisogno di supportare un nuovo governo dell’Autorità palestinese (AP) che tanto gli Stati Uniti quanto Israele considerano un autentico alleato per la pace”. Nel corso di una recente udienza, Gary Ackerman, presidente del sottocomitato della Camera sul Medio Oriente e sull’Asia del Sud, ha approvato la proposta di donazione supplementare.

Non contenta di spendere il denaro dei contribuenti americani, il 3 dicembre, il segretario di Stato Condoleezza Rice ha lanciato una “Partnership pubblico-privata tra gli Stati Uniti e i palestinesi”, coinvolgendo finanzieri del calibro di Sandy Weill e di Lester Crown, per foraggiare come asserisce la Rice “progetti che riguardano direttamente i giovani palestinesi che siano in grado di prepararli in maniera tale che le responsabilità di cittadinanza e leadership possano assumere un forte impatto positivo”.

Un rapporto mostra che quest’anno l’Unione europea ha convogliato ai palestinesi circa 2,5 miliardi di dollari.

Guardando avanti, nel corso della “Conferenza dei donatori per l’Autorità palestinese”, tenutasi lunedì a Parigi, cui hanno partecipato una novantina di paesi, Abbas ha annunciato di voler conseguire l’obiettivo di raccogliere la somma di 5,8 miliardi di dollari in aiuti finanziari per i prossimi tre anni, dal 2008 al 2010. (Utilizzando la stima più attendibile della popolazione composta da 1,35 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania, si raggiunge una sbalorditiva somma di oltre 1.400 dollari l’anno pro-capite, all’incirca ciò che un egiziano guadagna annualmente.) Appoggiato dal governo israeliano, alla Conferenza dei donatori Abbas ha trovato quasi per intero quella somma per il 2008.

Bene, è un buon accordo se funziona. Non è vero? Alcuni miliardi di dollari per porre fine a un pericoloso conflitto secolare: è in realtà un’occasione da non perdere.

Ma uno studio innovativo condotto da Steven Stotsky, un analista del Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America (CAMERA), rileva che un afflusso di denaro ai palestinesi sortisce storicamente l’effetto opposto. Basandosi sui dati forniti dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e su altre statistiche ufficiali, Stotsky compara due grafici, partendo dal 1999, riguardanti gli aiuti relativi al budget forniti annualmente all’Autorità palestinese e l’ammontare degli atti di violenza perpetrati ogni anno dai palestinesi (includendo tanto le attività criminose e terroristiche quanto le vittime israeliane e palestinesi). Rappresentati graficamente insieme i due diagrammi mostrano una strana risonanza:

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La correlazione è perfino più chiara quando gli aiuti di un anno si sovrappongono agli atti di violenza dell’anno successivo.

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In poche parole, ogni 1,25 milioni di dollari in aiuti relativi al budget si traducono in una vittima l’anno. Come osserva Stotsky “Queste statistiche non stanno a indicare che gli aiuti stranieri sono causa di violenza; ma esse sollevano degli interrogativi in merito alla efficacia di utilizzare le donazioni provenienti dall’estero per promuovere la moderazione e combattere il terrorismo”.

L’operato palestinese si conforma a uno schema più ampio, come osservato da Jean-Paul Azam e Alexandra Delacroix in un articolo del 2006, “Aid and Delegate Fight Against Terrorism”. Essi hanno rilevato “un ottimo risultato empirico comprovante che l’offerta di attività terroristiche da parte di qualunque paese è del tutto correlata con la quantità di aiuti stranieri ricevuti da quel paese” – vale a dire più aiuti stranieri, più terrorismo.

Se tali studi procedono in direzione diametralmente opposta alla supposizione convenzionale che l’indigenza, la disoccupazione, la repressione, “l’occupazione” e il senso di malessere inducono i palestinesi alla violenza letale, essi non fanno altro che suffragare la mia argomentazione di vecchia data in merito al fatto che “l’euforia palestinese” rappresenta il problema. Maggiori finanziamenti riceveranno i palestinesi, più forti essi diventeranno, e più motivati saranno a imbracciare le armi.

Una interpretazione rovesciata dell’economia di guerra è prevalsa in Israele sin da quando presero il via i negoziati di Oslo, nel 1993. Piuttosto che privare i loro nemici palestinesi delle risorse, gli israeliani hanno seguito le riflessioni mistiche di Shimon Peres, specie il suo tomo del 1993 dal titolo “The New Middle East”, per conferir loro più potere a livello economico. Come scrissi nel 2001, ciò “equivale a inviare le risorse al nemico, mentre ancora si combatte: e ciò non è un’idea molto brillante”.

Piuttosto che finanziare ulteriormente la bellicosità palestinese, i paesi occidentali, a partire da Israele, dovrebbero bloccare tutti gli aiuti finanziari destinati all’Autorità palestinese.

Da:http://it.danielpipes.org/article/5279