Un segreto(?) lungo 36 anni

Un segreto lungo 36 anni

arafat-scream.jpg

La rivista egiziana Al-Ahram Al-Arabi ha rivelato, nel suo ultimo numero del 15 Dicembre, un segreto durato ben 36 anni.Secondo il leader palestinese Marwan Kanafani, Yasser Arafat e’ stato il fondatore ed il comandante di “Settembre Nero”, organizzazione terroristica responsabile nel 1971 dell’assassinio del Primo Ministro giordano Wasfi At-Tal, nel 1972 del massacro degli atleti israeliani ai Giochi Olimpici di Monaco, del dirottamento di un aereo della Sabena, e dell’uccisione di tanti innocenti, tutti con la benedizione di Arafat e col supporto finanziario di Mahmoud Abbas e di Fatah.

La rivista sta pubblicando degli stralci dei diari di Kanafani che vanno sotto il nome di “Anni di Speranza”.

L’OLP ha sempre negato ogni legame coi terroristi di Settembre Nero, anche se gli USA ed Israele sono stati sempre di opinione diversa.

Il libro di Kanafani, che verra’ pubblicato all’inizio del 2008, provochera’ ondate di protesta sia nel mondo arabo che tra gli attuali membri di Fatah.

ArutzSheva
Elder of Ziyon
Ma’an
Arabi-Ahram

Bennauro

Annunci

Nella Mappa di Fatah la Palestina prende il posto d’Israele

76707823gj6.jpg

Nella Mappa di Fatah la Palestina prende il posto d’Israele

Per le celebrazioni del suo 43mo anniversario, Fatah ha progettato un nuovo poster che presenta tutto Israele come Palestina.

Il poster, sottoscritto dalla direzione di Fatah, ha gia’ fatto la sua apparizione su numerosi siti web affiliati a Fatah.

“Nella mappa di Fatah, tutto Israele diviene Palestina” scritto da Khaled Abu Toameh per il Jerusalem Post:

“Fatah sta progettando di celebrare il suo quarantatreesimo anniversario quest’anno con un nuovo manifesto che presenta la Palestina al posto di Israele. Progettato specificamente per l’occasione da Abdel Mun’em Ibrahim, il poster presenta una mappa d’Israele interamente avvolta da una keffiyah palestinese. Vi e’ inoltre rappresentato un fucile, simbolo della “lotta armata” contro Israele. Il poster, che è stato sottoscritto dalla direzione di Fatah, ha gia’ fatto la sua apparizione su numerosi siti web affiliati a Fatah. Il messaggio di fondo del poster è che Fatah, come Hamas, non riconosce l’esistenza d’Israele. L’emblema è in violazione della linea di condotta politica dichiarata da Fatah, che prevede uno Stato Palestinese indipendente accanto, e non in sostituzione, d’Israele.”

Fatah deve dire chiaramente quale obiettivo finale si prefigge, e deve farlo prima che la World Bank firmi l’assegno per 7.4 miliardi di dollari; ma questo non succedera’.

“Includendo un fucile nel manifesto, Fatah vuole rassicurare i Palestinesi di non aver abbandonato l’opzione “della resistenza armata,” malgrado i recenti colloqui di pace con Israele.

Fondata nel 1965, Fatah ha celebrato i suoi anniversari in questi ultimi 14 anni con raduni imponenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Ma non è chiaro in questa fase se Hamas permettera’ a Fatah di tenere un raduno nella Striscia di Gaza. La settimana scorsa, Fatah ha vietato ad Hamas di radunarsi in Cisgiordania per celebrare il ventesimo anniversario del movimento islamico. I funzionari di Hamas hanno minacciato vendetta, vietando i raduni di Fatah nella Striscia di Gaza.”

Bennauro

Gaza – I tunnel fruttano ad Hamas ognuno 3.000 dollari al giorno

tunnel-egitto-gaza.jpg

GAZA – I tunnel fruttano ad Hamas ognuno 3.000 dollari al giorno

MEDIO ORIENTE, 06:04:00

2007-12-24 Gaza

Da un articolo di Hillel Fendel

Hamas ha il controllo dei 150 tunnel usati per il contrabbando tra l’Egitto e Gaza. Chiede 3.000 dollari al giorno. Cinque sono stati fatti saltare perché i proprietari si erano rifiutati di pagare. Gli altri scavatori/proprietari si sono immediatamente adeguati e pagano quanto imposto, consentendo ad Hamas di avere il monopolio dei tunnel.

Il corrispondente Haggai Huberman scrive che mentre i tunnel fruttano qualcosa come 150milioni dollari l’anno, “il valore di uomini, armi ed altra merce che passa clandestinamente attraverso i tunnel ogni anno è tre volte tanto”. Quasi 500 milioni di dollari per annum. Il sistema di riscossione è collaudato: un palestinese scava un tunnel nel quale invariabilmente muore, intervengono i giudici che mediano nelle dispute che ne conseguono, la famiglia del defunto viene ricompensata. I tunnel si qualificano per l’uso speciale che se ne fa: alcuni sono adibiti all’uso esclusivo di armi, denaro e – ultimamente- comandanti militari di Hamas che cercano di rientrare a Gaza. Altri tunnel servono per trasportare cibo, medicine, attrezzature informatiche ed altri articoli di consumo giornaliero. Altri ancora, scavati nelle vicinanze di postazioni delle Forze di Difesa Israeliane per trasportare droga pericolosa.

Il mese scorso, l’Economist di Londra ha riferito di un operaio che lavora nei tunnel secondo il quale l’aumento del numero dei tunnel, come pure le tasse elevate imposte da Hamas, ha praticamente eroso il margine dei profitti.

Il generale Yom Tov Samia, dell’IDF, ha scritto un articolo per il Jerusalem Center for Public Affairs nel quale afferma: “Negli ultimi due anni, i Palestinesi hanno portato a Gaza più di 30.000 fucili, oltre 6 milioni di caricatori, più di 230 tonnellate di esplosivo, e decine di di missili anticarro e antiaereo. Queste sono le armi con le quali la prossima volta Israele dovrà fare i conti. Il prossimo match a Gaza sarà più come il Libano che come l’Operazione di Difesa “Scudo” in Giudea e Samaria nel 2002, o in scontri precedenti”.

La complicità dell’Egitto

La settimana scorsa l’Egitto ha annunciato di aver scoperto due tunnel usati dai contrabbandieri. Da molto tempo Israele sostiene che l’Egitto non sta facendo abbastanza per fermare le attività di contrabbando verso Gaza.
Nell’autunno del 2005, solo qualche settimana dopo che l’ultimo ebreo era stato rimosso con la forza da Gush Katif e da altre zone di Gaza, Israele aveva trasferito il controllo del confine Gaza-Egitto nelle mani di quest’ultimo. Secondo l’accordo gli Egiziani avrebbero dovuto dispiegare 750 unità di polizia con lo scopo di pattugliare le linee di confine note con il nome di Strada di Philadelphi. E questo in contrasto con l’accordo di pace del 1979 tra Israele ed Egitto secondo il quale era bandita la presenza di forze armate nel Deserto del Sinai.

Non solo, ma Israele ha le prove filmate dell’assistenza fornita dall’Egitto nel far passare clandestinamente terroristi di Hamas attraverso le recinzioni, come pure prove di aiuti forniti nel trasferimento illegale di armi. Il ministro della Difesa Ehud Barak solleverà la questione del contrabbando di armi quando incontrerà il collega egiziano ad Il Cairo verso la fine della settimana.

Hillel Fendel

http://www.israelnationalnews.com/

Israele valuta rilascio Barghouti in cambio di Shalit

gilad-shalit.jpgbarghouti.jpg

(AGI) – Gerusalemme, 24 dic. – Lo Stato ebraico sta considerando nuovi criteri per il rilascio dei prigionieri palestinesi per ottenere la liberazione del caporale Gilad Shalit catturato a Gaza oltre diciotto mesi fa. Un percorso che potrebbe portare alla liberazione di Marwan Barghouti, storico e popolare leader di Fatah che sconta cinque ergastoli e possibile erede del presidente dell’Anp Abu Mazen. Lo ha annunciato in un’intervista alla radio israeliana il vice ministro della Difesa Matan Vilnai a poche ore dall’inizio della seconda tornata di colloqui israelo-palestinesi dopo la conferenza di Annapolis.

Un muro impedisce l’indipendenza palestinese (e non l’ha costruito Israele)

Un muro impedisce l’indipendenza palestinese (e non l’ha costruito Israele)

Da un articolo di Ray Hanania

Tutti i palestinesi con cui parlo denunciano sempre l’occupazione israeliana come l’ostacolo principe che impedisce loro di raggiungere l’indipendenza e migliorare le proprie vite. Ma nel mio ultimo viaggio in Palestina ho iniziato a capire che c’è un altro formidabile ostacolo, che molti palestinesi hanno paura di ammettere. Forse perché sono cresciuto in America, forse perché sono un realista, fatto sta che vedo questo ostacolo con estrema chiarezza: i palestinesi sono troppo concentrati sul passato. Impossibile fare progressi, perché i palestinesi hanno incatenato se stessi a un tabù che chiamano “normalizzazione”, e che in pratica costituisce un preciso impegno contro qualunque autentica normalizzazione.

Rifiutare la “normalizzazione”, in questo contesto, significa rifiutarsi di accettare la realtà. Gli attivisti palestinesi brandiscono la “normalizzazione” per tenere in riga i palestinesi come pecore. Gli estremisti tengono in pungo le redini della sofferenza e della frustrazione calando la carta della “normalizzazione” ogni volta che un palestinese cerca di liberarsi dei lacci mentali, affrontando la realtà dell’occupazione israeliana.

Cooperare con gli israeliani, sostengono i palestinesi, significa in qualche modo compromettere i propri diritti e la lotta contro l’occupazione. Forse sono palestinesi che non si guardano neppure intorno: la realtà è che operano con gli israeliani in ogni momento, in ogni luogo e ad ogni livello possibile.

Ai primi di quest’anno un gruppo prevalentemente israeliano affiliato a un movimento chiamato “Una Voce” cercò di organizzare un evento che avrebbe mostrato israeliani e palestinesi al lavoro insieme per la pace: musica, discorsi, una vera normalizzazione.

Naturalmente gli estremisti presero posizione contro Una Voce, e lo stesso fece il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). A quanto è stato riferito, Abu Mazen fece sapere a tutti che non sosteneva Una Voce, e i progetti di festival musicali vennero cancellati.

Ora, anch’io ho qualcosa da ridire con Una Voce. Il suo fondatore, Daniel Lubetzky, sembra una versione ebraica di nun vizio assai comune nel mondo arabo e islamico: quello del “presidente a vita”. Non sono del tutto a mio agio con organizzazioni costruite attorno a singoli individui. Ma Abu Mazen non ha cestinato Una Voce per via dell’atteggiamento dirigista di Lubetzky. I leader palestinesi di Fatah e Hamas non sono certo contrari all’idea di un’organizzazione strettamente controllata. Anzi, ci prosperano. Ma sono contrari a qualunque cosa che possa permettere ai palestinesi di iniziare a pensare al di fuori della gabbia che si sono auto-imposti. (…)

Durante il mio ultimo viaggio in giro per la Palestina ho lavorato a stretto contatto con molti giornalisti palestinesi, cercando di aiutarli a trovare il modo di uscire questa vera tragedia che l’immobilismo mentale palestinese. Tutti mi dissero che avrebbero volentieri partecipato a un convegno giornalistico in cui fossero intervenuti anche direttori e reporter di importanti testate israeliane, ma che troppe pressioni imponevano loro di tenersene alla larga. “Normalizzazione”, dicevano, significa che i palestinesi non sono ancora disposti a trattare con gli israeliani come gente normale, ma solo come nemici.

Il che non ha impedito a molti palestinesi di venire al mio recital, dove recitavamo io, due affermati comici israeliani e diversi attori emergenti israeliani e palestinesi. Ma molti di più sarebbero potuti intervenire se non fosse stato per il timore della “normalizzazione”. Quasi ogni teatro in Palestina si è rifiutato di rispondere alla mia semplice domanda: possiamo recitare sul vostro palco? Amano i comici, ma non i comici che osano recitare con gli israeliani.

Ai miei compatrioti palestinesi io dico: Perché non essere semplicemente sinceri e dire la verità? Voi non volete la pace, voi volete la vendetta.

Torno da questo viaggio in Palestina e Israele con la consapevolezza che i palestinesi soffrono per vari livelli di occupazione, e uno di questi è una repressione auto-imposta, che è diventata la scusa per le loro carenze. Dicono che vogliono la pace con Israele, ma molti nel profondo non possono accettare la ferita al loro orgoglio che un compromesso comporterebbe. Non possono accettare che i loro sforzi di più di sessant’anni siano stati vani, a causa dei loro dirigenti.

Mentre i palestinesi restano soffocati nei loro vagheggiamenti, a pochi chilometri di distanza gli israeliani vivono la loro vita, crescono come popolo e fioriscono come società. La capacità dei palestinesi di costruire il loro stato continua ad erodersi, e la cosa che mi turba di più è che coloro che guidano questa erosione sono essi stessi palestinesi. Imprigionati da un muro di ignoranza formato dalla loro stolta incapacità di andare al di là della retorica e dell’odio del passato per guardare in faccia la realtà di oggi, ai palestinesi resta una sola alternativa: o iniziare a vivere dentro la realtà, o scomparire nel passato.

(Da: Jerusalem Post, 18.12.07)

L’incubo dello stato unico

Vecchi vizi

Israele.net