L’economia palestinese allo sfascio

L’economia palestinese allo sfascio
di Daniel Pipes

Jerusalem Post
27 dicembre 2007
http://it.danielpipes.org/article/5305

Pezzo in lingua originale inglese: The Palestinian Economy in Shambles

Gli aiuti finanziari occidentali forniti ai palestinesi sortiscono – come da me illustrato la scorsa settimana – il perverso e controintuitivo effetto di accrescere il tasso degli atti di violenza, inclusi quelli terroristici. Questa settimana offro due esempi di una notizia probabilmente ancora più curiosa in merito agli innumerevoli miliardi di dollari e di donazioni pro-capite, dai trascorsi devastanti, elargiti dai paesi occidentali. Innanzitutto, tali aiuti hanno reso i palestinesi più poveri. In secondo luogo, l’impoverimento palestinese è uno sviluppo positivo a lungo termine.

Tanto per cominciare, vorrei evidenziare alcuni fatti fondamentali in merito all’economia palestinese, attingendo a una eccellente indagine condotta da Ziv Hellman, dal titolo “Terminal Situation” e apparsa sul Jerusalem Report del 24 dicembre:

– Il reddito annuo palestinese pro-capite è diminuito di circa il 40 per cento, passando dai 2.000 dollari del 1992 (prima dell’avvio dei negoziati di Oslo), anno di picco, a meno di 1.200 dollari oggidì.

– Il reddito israeliano pro-capite, 10 volte superiore a quello palestinese nel 1967, è oggi 23 volte maggiore.

– Il grave stato di indigenza in cui versava il 22 per cento della popolazione di Gaza nel 1998, si è intensificato colpendo circa il 35 per cento della popolazione nel 2006; e concernerebbe quasi il 67 per cento, se non fosse per le rimesse e per gli aiuti alimentari.

– I diretti investimenti esteri esistono a malapena, mentre il capitale locale viene perlopiù inviato all’estero oppure investito in beni immobili o in operazioni a breve termine.

– Come scrive Hellman, l’economia dell’Autorità palestinese (AP) “si basa largamente sui monopoli in varie industrie concessi dai funzionari dell’AP in cambio di tangenti”.

– Il libro paga dell’AP è così gonfiato che solamente i costi degli stipendi superano tutte le entrate.

– Un disastrato sistema giudiziario dell’AP implica che, in genere, le dispute commerciali vengono risolte da bande armate.

Prevedibilmente, Hellman rappresenta l’economia palestinese come se fosse “allo sfascio”.

Tale sfacelo non dovrebbe sorprendere, poiché, come lo scomparso Lord Bauer e altri hanno rilevato, gli aiuti esteri non funzionano. Essi corrompono e distorcono una economia; più ingenti sono le somme devolute, tanto maggiore sarà il danno. Un dettaglio significativo: durante il regno di Yasser Arafat, un terzo del budget dell’AP è stato impiegato per “le spese dell’ufficio del Presidente”, senza ulteriori spiegazioni, revisioni o contabilità. La Banca Mondiale era contraria, ma il governo israeliano e l’Unione europea hanno appoggiato questo corrotto accomodamento, pertanto, esso è rimasto in auge.

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Il 17 dicembre 2007, alla Conferenza di Parigi per “lo Stato palestinese” è stato promesso di raccogliere 7,4 miliardi di dollari. © V.Chemla/GIN

In effetti, l’AP offre un esempio da manuale di come rovinare una economia soffocandola sotto donazioni ben intenzionate, ma incaute. I 7,4 miliardi di dollari promessi di recente per il periodo 2008-2010 esacerberanno ulteriormente il danno.

Paradossalmente, questo errore potrebbe contribuire a risolvere il conflitto arabo-israeliano. Per comprendere il perché, si prendano in considerazione due modelli, privazioni contro euforia, il che spiega l’estremismo palestinese e la violenza.

Il modello privazioni, sottoscritto da parte di tutti i paesi occidentali, attribuisce le azioni dei palestinesi alla povertà, all’isolamento, ai posti di blocco israeliani, alla mancanza di uno stato, etc. Mahmoud Abbas, leader dell’AP, ha sintetizzato questa ottica alla Conferenza di Annapolis svoltasi a novembre. “La mancanza di speranza e l’immensa disperazione (…) alimentano l’estremismo”. Eliminando tali avversità, i palestinesi, presumibilmente, rivolgerebbero la loro attenzione a preoccupazioni costruttive come lo sviluppo economico e la democrazia. Il guaio è che il cambiamento non arriverà mai.

Il modello euforia ribalta la logica di Abbas: la mancanza di disperazione e l’immensa speranza, di fatto, alimentano l’estremismo. Per i palestinesi la speranza deriva da una percezione della debolezza israeliana, il che implica un ottimismo e l’eccitamento che lo stato ebraico possa essere eliminato. Al contrario, quando i palestinesi non riescono a scorgere una soluzione contro Israele, essi si dedicano ai più ordinari compiti di guadagnarsi da vivere e allevare i propri figli. Si osservi che l’economia palestinese raggiunse l’apice nel 1992, nel momento in cui, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e successivamente alla guerra del Kuwait, le speranze di eliminare Israele toccarono il minimo storico.

L’euforia, e non le privazioni, giustifica il bellicoso comportamento palestinese. Di conseguenza, tutto ciò che modera le certezze palestinesi è una buona cosa. Una fallita economia deprime i palestinesi, per non parlare delle loro capacità militari e non solo, e rende altresì la risoluzione più a portata di mano.

I palestinesi devono sostenere la dura prova della sconfitta, prima di rinunciare al loro disgustoso obiettivo di eliminare il vicino israeliano e iniziare a costruire la loro economia, la forma di governo, la società e la cultura. Non esiste una scorciatoia per conseguire questo felice esito. Chi ama veramente i palestinesi deve desiderare che essi presto arrivino a disperarsi, in modo che una popolazione abile e dignitosa possa andare oltre il suo attuale barbarismo e costruire qualcosa di decente.

Ironia della sorte, una smisurata e inutile valanga di aiuti da parte dei paesi occidentali è causa di quella disperazione in due modi: incentivando il terrorismo e distorcendo l’economia, ed entrambe le cose comportano il declino economico. Raramente la legge delle conseguenze accidentali funziona così ingegnosamente.

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