Gaza – Scontri Hamas-Fatah: otto i morti

NELLA STRISCIA DI GAZA

Scontri Hamas-Fatah: otto i morti

Le violenze più gravi sono avvenute a Khan Younis, nel sud

GAZA – È salito a otto morti il bilancio degli scontri delle ultime 24 ore fra militanti delle rivali fazioni palestinesi di Hamas e di al Fatah nella striscia di Gaza. Lo si apprende da fonti mediche. Le vittime, fra le quali vi sarebbe un ragazzo di 12 anni, sarebbero quattro sostenitori di Hamas e due di Fatah. I feriti sarebbero almeno 40. Le violenze più gravi sono avvenute a Khan Younis, nel sud della Striscia e sono iniziate quando i sostenitori di al Fatah hanno sfidato il divieto di raduno per festeggiare il 43/esimo anniversario della fondazione del loro movimento da parte di Yasser Arafat.

Corriere.it

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L’irragionevole equivicinanza

L’irragionevole equivicinanza

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Da un editoriale del Jerusalem Post

La storia dei due soldati israeliani in licenza, Ahikam Amichai e Yehuda Rubin, assassinati mentre facevano un’escursione su una strada nella regione di Hebron, serve a ricordarci quanto siano assetati di sangue i nemici di Israele. E’ una storia di terroristi che cercano una qualunque occasione per uccidere degli ebrei, senza badare a chi siano o dove si trovino. Capita che questa volta si trattasse di due soldati (in abiti civili), ma sappiamo tutti molto bene che i terroristi di Fatah e Jihad Islamica che li hanno uccisi sono altrettanto determinati a uccidere civili israeliani.

E’ in questo contesto che torna in mente un commento fatto un paio di mesi fa, in un incontro a porte, chiuse durante la conferenza di Annapolis. “Come gli israeliani – disse allora il segretario di stato americano Condoleezza Rice – so bene cosa vuol dire andare a letto la sera senza sapere se l’indomani verrai aggredita a suon di bombe, cosa vuol dire aver paura nel proprio quartiere e aver paura a recarsi in chiesa”. [La Rice faceva riferimento all’attentato dinamitardo che, quando era bambina, razzisti bianchi perpetrarono contro una chiesa frequentata da neri provocando la morte di quattro ragazzine di colore]. Ma, secondo quanto riferito dal Washington Post, i ricordi della Rice bambina afro-americana nel sud degli Stati Uniti, quando si sentiva dire che non poteva bere da una certa fontana o entrare in un certo locale, spingono l’autorevole diplomatico a comprendere anche i sentimenti e le emozioni dei palestinesi. “So cosa significa sentirti dire che non potrai percorrere una strada o superare un posto di blocco perché sei palestinese – ha detto – Capisco il senso di umiliazione e impotenza. C’è dolore da entrambe le parti, e dura da troppo tempo”.

A prima vista, l’empatia ecumenica della Rice può sembrare del tutto naturale e appropriata per un alto diplomatico americano. In effetti, l’empatia per le sofferenze di entrambe le parti in un conflitto è perfettamente legittima. Ma ad una lettura più attenta, si vede che parte del paragone fatto dalla Rice è terribilmente mal posto e politicamente fuorviante. Si immagini, ad esempio, se la Rice esprimesse anche solo il più vago sentimento di comprensione per il barbaro assassinio della leader pakistana Benazir Bhutto in quanto frutto di “umiliazione e impotenza”. Sarebbe chiaramente assurdo e irragionevole. Ma lo è anche suggerire che i posti di blocco siano la causa del terrorismo, quando è evidente che è il terrorismo che rende necessari i posti di blocco.

I posti di blocco, la barriera di sicurezza, le uccisioni mirate di esecutori e mandanti del terrorismo sono tutte misure di sicurezza che qualcuno in occidente considera atrocità disumane, sino al punto di definirle “apartheid”. È assai preoccupante che la Rice, sia pure nel contesto di una simpatia “equilibrata” [equivicina?] per gli israeliani, contribuisca a questa calunnia anti-israeliana insinuando un elemento razziale nella sua critica alle misure di sicurezza adottate da Israele contro i terroristi. Ciò che invece la Rice dovrebbe dire è che il terrorismo palestinese colpisce entrambe le parti: direttamente gli israeliani e indirettamente i palestinesi. E che il terrorismo rende necessarie le misure difensive israeliane, che cesserebbero automaticamente se cessase il terrorismo.

Se mai un paragone si può fare con i giorni più bui del sud degli Stati Uniti, è con la paura che avevano gli afro-americani di finire linciati se sorpresi da soli nel posto sbagliato [ancora oggi Israele vieta ai propri cittadini di entrare nelle città sotto controllo palestinese perché rischiano il linciaggio], e la loro completa mancanza di fiducia nelle autorità locali se, presi gli assassini, venivano portati in tribunale. L’Autorità Palestinese sostiene d’aver arrestato dei sospetti per l’ultimo duplice omicidio, ma sappiamo bene, per lunga esperienza, come funziona la “porta girevole” delle loro prigioni. Che credibilità possono mai avere questi arresti quando oltrettutto la stessa leadership dell’Autorità Palestinese chiede la scarcerazione immediata di tutti i terroristi detenuti in Israele, condanna con forza Israele per l’uccisione di capi terroristi a Gaza, diffonde manifesti con lo stato palestinese che copre tutto Israele e continua a mandare in onda canzoni che definiscono “parte della Palestina” città israeliane come Haifa, Acco e Giaffa?

I palestinesi o si battono per eliminare Israele, o si battono per costruire uno stato a fianco di Israele. Come pensa la Rice di incoraggiare i palestinesi a costruire anziché distruggere, quando dipinge le misure di sicurezza israeliane come “razziste”?

Esiste un modo per esprimere empatia a entrambe le parti senza cadere nelle calunnie contro Israele. Il presidente George W. Bush lo fece in modo costruttivo nel suo famoso discorso del giugno 2002, in cui invocava l’avvento di una nuova dirigenza palestinese. “Posso capire il profondo sentimento di rabbia e di disperazione del popolo palestinese – disse allora Bush – Per decenni siete stati trattati come pedine del conflitto mediorientale. I vostri interessi sono stati tenuti in ostaggio per un accordo di pace globale e complessivo che sembra non arrivare mai, mentre la vostra vita diventa peggiore anno dopo anno. Avete diritto a una democrazia e a uno stato di diritto. Avete diritto a una società aperta e a un’economia florida. Avete diritto a una vita di speranza per i vostri figli”.

Israele è più che disposto a fare la sua parte per attuare questa visione. La comunità internazionale ha impegnato miliardi per questo. Ciò che occorre è smetterla di aiutare i dirigenti palestinesi a trovare scuse per non fare la loro parte.

(Da: Jerusalem Post, 31.12.07)

Nelle foto in alto: Ahikam Amihai (a sinistra) e Yehuda Rubin, I due israeliani uccisi venerdì scorso in un attentato palestinese presso Kiryat Arba

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