Forze dell’Anp sequestrano e torturano diversi membri di Hamas. 3 ricoverati in ospedale.

Forze dell’Anp sequestrano e torturano diversi membri di Hamas. 3 ricoverati in ospedale.
05-01-2008 Cisgiordania

Tulkarem – Infopal

Non si arrestano le persecuzioni contro membri e simpatizzanti di Hamas in Cisgiordania da parte delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale palestinese: 8 cittadini sono stati sequestrati ieri tra Tulkarem e Jenin.

Ieri sera, 3 dei sequestrati sono stati condotti nell’ospedale pubblico di Tulkarem a seguito delle feroci torture subite mentre si trovavano nella caserma delle forze dell’Anp.

Lo ha reso noto un comunicato stampa diramato dal movimento di Hamas.

Uno dei cittadini ricoverati è Omar Assaf, docente, arrestato ieri mattina e brutalmente torturato. Assaf era già stato “preso in consegna” dalle famigerate forze preventive dell’Anp, alcuni mesi fa, e le torture subite gli avevano provocato un infarto.

Questa mattina, squadroni mascherati di militari dell’Anp di Abu Mazen hanno condotto una vasta campagna di sequestri nella provincia di Ramallah: 25 simpatizzanti di Hamas sono stati rapiti.

Il quotidiano israeliano Ha’aretz ha riportato la notizia secondo cui la sicurezza dell’Anp avrebbe scoperto a Nablus un laboratorio per la fabbricazione di esplosivi. Questo motiverebbe la campagna di arresti condotta in queste ultime settimane dalle forze palestinesi fedeli a Abbas contro membri di Hamas. Grazie a queste operazioni, fa sapere il giornale, sono stati sventati attacchi dei terroristi palestinesi contro i militari israeliani.

Gaza: colpi di mortaio su Israele

Gaza: colpi di mortaio su Israele

Attacco contro militari di Tel Aviv al confine nord

(ANSA) – GAZA, 5 GEN – Miliziani delle brigate Ezzedin Al Qassam hanno lanciato un attacco contro le forze israeliane sul confine Nord della Striscia di Gaza. Complessivamente sarebbero stati sparati 20 colpi di mortaio. Non si ha notizia da parte israeliana di unita’ militari colpite. Intanto, un portavoce di Hamas, Barhoum, ha accusato il premier palestinese del governo di Fatah, Fayyad, di aver deliberatamente ‘chiesto l’intervento dell’esercito israeliano per colpire la resistenza di Nablus’.

Ansa

Il potere di veto preteso dagli Hezbollah

Il potere di veto preteso dagli Hezbollah

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Mentre Siria e Francia congelano la cooperazione diplomatica sul Libano, dal Paese dei cedri torna a farsi sentire Hassan Nasrallah, leader politico di Hezbollah. Le accuse che il capo del movimento e della milizia sciita lancia contro le forze della maggioranza governativa filo-occidentale rispecchiano su scala nazionale, quelle che si sono scambiate il Quai d’Orsay e la diplomazia di Damasco. Ciascuna parte, infatti, accusa l’altra dello stallo che da circa un anno impedisce il regolare funzionamento delle istituzioni libanesi. Nato come governo di unità nazionale, dopo il conflitto con Israele (estate 2006) quello di Fuoad Siniora ha perso l’appoggio delle componenti filosiriane, sciite (Amal ed Hezbollah) e maronite (gli uomini fedeli al generale Michel Aoun). Nei mesi successivi le due fazioni non hanno trovato l’accordo sul nome del futuro capo dello Stato, che, secondo la Costituzione, deve appartenere alla comunità maronita. Raggiunta poi l’intesa sul comandante delle forze armate, il generale Michel Suleiman, quale presidente di garanzia filosiriani e antisiriani hanno ripreso a discutere sulla procedura per la sua elezione. Risultato: dal 23 novembre scorso la presidenza della Repubblica in Libano è vacante.

Nasrallah ieri ha minacciato una “iniziativa straordinaria” del suo movimento se l’impasse dovesse protrarsi. D’altro canto, in cambio della nomina di un nuovo capo di stato maggiore “ideologicamente ostile al nemico sionista” nonché del “potere di veto” per il suo partito in seno al prossimo governo di unità nazionale, il leader sciita si è detto pronto a facilitare l’elezione di Suleiman. Secondo il portale libanese Naharnet, Hezbollah sarebbe pronta a chiudere l’aeroporto di Beirut e i maggiori porti del Paese e ad inscenare una protesta davanti all’ambasciata statunitense in Libano. Ma anche il patriarcato maronita di Bkirki non rimarrebbe immune dalla contestazione: Hezbollah, prosegue Naharnet che a sua volta cita fonti vicine alla maggioranza filo-occidentale, intenderebbe protestare contro l’atteggiamento tenuto dalla chiesa nella crisi politica. Nelle scorse settimane, il patriarca Nasrallah Sfeir aveva ceduto a forti pressioni, soprattutto quelle del ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner affinché mediasse tra le opposti fazioni maronite. Mediazione rivelatasi utile solo a strumentalizzare il ruolo del cardinale Sfeir, visto che le parti hanno poi fatto il nome del generale Suleiman.

Sul piano internazionale, infine, il gelo sceso tra la Siria e la Francia segna il fallimento dei tentativi della diplomazia d’oltralpe per trovare un compromesso sul Libano. Dalla sua elezione all’Eliseo, Nicolas Sarkozy ha mutato la rotta segnata dal suo predecessore Jacques Chirac. Amico personale dell’ex premier libanese Rafik Hariri rimasto ucciso in un attentato dietro al quale molti hanno intravisto l’ombra dei servizi segreti di Damasco, Chirac aveva scelto un atteggiamento duro contro la Siria. Linea poi cambiata da Sarkozy che, forse anche per motivi di realismo, ha riconosciuto l’impossibilità di “sistemare” il Paese dei cedri senza il consenso della famiglia Assad. Dopo mesi di navette diplomatiche e mediazioni condotte da Kouchner, domenica Sarkozy ha accusato Damasco di non impegnarsi a sufficienza per una soluzione consensuale della crisi libanese. Accusa prontamente rispedita al mittente dal ministro degli Esteri Walid al-Muallim secondo il quale è proprio la Francia “a non assumersi le proprie responsabilità”. Da cui la decisione di sospendere la cooperazione con Parigi.

Da Il Velino

Aggiornamento: sembra che gli Hezbollah ora minaccino di bloccare aeroporto e porti

Esperimento

Come (non) cambiano le rivendicazioni palestinesi

Come (non) cambiano le rivendicazioni palestinesi

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Da un articolo di Sever Plocker

Gli incontri più recenti che ho avuto con pensatori e opinionisti palestinesi e arabi mi hanno lasciato la sensazione che il campo di chi sostiene l’istituzione di uno stato palestinese accanto a Israele sia in rapido declino. Intanto crescono i timori che la soluzione “due popoli-due stati” stia affondando, mentre guadagna forza il concetto dello “stato unico bi-nazionale”.

Cose che, solo un anno fa, ai palestinesi sembravano prove evidenti del colonialismo ebraico-israeliano ora appaiono ai loro occhi come strumenti (positivi) per la creazione di uno spazio nazionale congiunto. Si consideri, ad esempio, il regime economico nei territori.

Da diversi anni in qua, sicuramente a partire dallo scoppio della seconda intifada, gli economisti palestinesi hanno chiesto in ogni forum possibile l’annullamento dell’Accordo economico di Parigi del 1994 che creava una frontiera esterna uniforme per Israele e palestinesi per dazi e imposte doganali. I palestinesi consideravano questa fusione un’espressione concreta e arrogante dell’occupazione israeliana. Pertanto chiedevano che venisse fissata una chiara frontiera economica tra Israele e Autorità Palestinese (naturalmente lungo la linea verde) che mostrasse in modo evidente la separazione e la sovranità dell’econimia palestinese.

Questa volta, invece, sono rimasto sorpreso nel sentire i palestinesi elogiare l’accordo congiunto sui dazi, descrivendolo come l’approccio più corretto. La loro richiesta si concentra, ora, sull’applicazione rigorosa e completa proprio di quell’odiato Accordo di Parigi: libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali tra i territori e Israele. Si vada avanti, dicono i palestinesi, si rimuovano i posti di blocco e tutto andrà a posto. Non c’è bisogno di nessuna barriera di separazione, né di muro, né di frontiera economica tra noi e voi. Per loro, un’economia unica è appunto un passo verso lo stato unico bi-nazionale.

Uno dei segnali più evidenti di questo mutamento nell’approccio arabo è il passaggio dall’uso del termine “occupazione”, per denunciare i comportamenti di Israele nei territori, a quello del termine “apartheid”. La denuncia di una “occupazione” evoca naturalmente una liberazione tramite il ritiro dell’occupante all’interno del suo paese e dei suoi confini. Viceversa, la denuncia di un “apartheid” evoca automaticamente il rispetto dei diritti di tutti i gruppi etnici e nazionali che risiedono in uno stesso paese. Un regime d’occupazione finisce quando il paese viene spartito, un regime di apartheid finisce senza alcuna spartizione.

L’opinione pubblica israeliana crede che una sorta di divorzio sia di fatto già raggiunto coi palestinesi: abbiamo lasciato la striscia di Gaza, abbiamo quasi completato la barriera, abbiamo separato i sistemi economici, non ci sono quasi più lavoratori palestinesi in Israele, non vediamo più civili israeliani in giro per Gerico tanto che il casinò di Gerico è chiuso e prende polvere.

Ma si tratta di una pia auto-illusione. Ora si vede piuttosto emergere una nuova realtà, quella di “due regimi in un unico stato”: ed è breve il passo da questa realtà a quella dello stato unico bi-nazionale.

I leader del mondo lo capiscono e capiscono che rimane poco tempo per salvare l’idea di uno stato palestinese separato, accanto allo stato ebraico. Solo così si spiega la disponibilità ad elargire 7,5 miliardi di dollari per riabilitare e rafforzare l’economia palestinese come un’entità economica distinta da Israele. Questo denaro dovrebbe servire a un solo scopo: impedire il definitivo collasso del “piano di spartizione” e accelerare la creazione di uno stato palestinese accanto allo stato d’Israele prima che sia troppo tardi.
Ma forse è già troppo tardi. Il tempo per realizzare la soluzione “due stati” si sta esaurendo rapidamente.

(Da: YnetNews, 3.01.08)

Nella foto in alto: Poster diffuso il primo gennaio 2008 per celebrare il 43esimo anniversario del primo attentato di Fatah: tutto Israele è coperto dai colori della Palestina araba

Vecchi vizi

Sogni e incubi

Israele.net

“Israele sara’ eliminato”

“Israele sara’ eliminato”

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L’Editorialista del Milli Gazete, quotidiano turco, Mehmet Sevket Eygi, scrive che il mondo occidentale giudeo-cristiano si prepara a una terza guerra mondiale che sara’ iniziata dai Sionisti.

“Il Sionismo e’ una ideologia razzista come il nazismo” scrive il nostro eroe.

“Gli Ebrei usano la super potenza americana a loro piacimento e dopo l’Afganistan hanno fatto impantanare gli USA in Iraq.
Adesso vogliono attaccare l’Iran, la Siria, il Sudan e il Pachistan; ma e’ meglio che non lo facciano.”

E pensare che c’e’ ancora chi vuole portare la Turchia nella U.E…

Sulla prima pagina c’e’ scritto: “Israele sara’ eliminato”
Fonte

Bennauro

Shin Bet: alcuni dati relativi al 2007…

Dati Shin Bet

Secondo i dati diffusi dallo Shin Bet, nel 2007 i Palestinesi hanno lanciato 1,263 razzi e 1,511 granate di mortaio dalla Striscia di Gaza verso Israele, uccidendo due persone e ferendone piu’ di trecento.
L’IDF nel solo 2007 ha arrestato 4000 palestinesi sospettati di terrorismo.

In totale, tredici Israeliani sono stati uccisi dai Palestinesi nel 2007, il numero piu’ basso degli ultimi anni.

A questi dati bisogna aggiungere 80 tonnellate di esplosivo introdotto di nascosto a Gaza da Giugno dell’anno passato e $10 milioni annuali versati da Hizbullah a diversi gruppi terroristici palestinesi.

Bennauro