Ron Arad: per non dimenticare

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Ron Arad un pilota israeliano di poco più di venti anni al momento del sequestro e diventato il simbolo di tutti i prigionieri di guerra ai quali viene negato ogni diritto umano. Preso prigioniero nel 1986 da Hezbollah è stato venduto da questi agli iraniani. Per anni nessuno ne ha saputo più nulla.

Poi, secondo la testimonianza di tre diplomatici iraniani fuggiti dal loro paese,uno dei quali ha affermato di averlo incontrato in una prigione nei pressi di Teheran, si è saputo che gli ayatollah avrebbero fatto eseguire da un medico libanese un atroce intervento chirurgico per impedirne la fuga: l’incisione della nervatura del midollo spinale che provoca la paralisi dalla vita in giù. Ron che è anche malato di cuore sopravviverebbe tra torture di ogni genere. Tutti noi speriamo che ciò non sia vero, purtroppo, però, la fonte sembrerebbe attendibile.

A fine Agosto del 2006 La TV libanese LBC ha mandato in onda immagini di Ron Arad , che nel video parla in Inglese e dice di essere un soldato dell’esercito Israeliano .

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Gli abitanti di Sderot contro l’Egitto: richiesta di risarcimento danni per i missili dei terroristi palestinesi

Gli abitanti di Sderot contro l’Egitto: richiesta di risarcimento danni per i missili dei terroristi palestinesi
07-01-2008 Gaza

Gaza – Infopal

Fonti di informazione israeliane hanno reso noto che dieci famiglie ebree residenti a Sderot, al confine tra la Striscia di Gaza e Israele, la cittadina contro cui ogni giorno cadono i missili dei terroristi palestinesi, presenteranno una denuncia al tribunale centrale di Beer Sheva contro l’Egitto.

Ne ha dato notizia oggi la radio israeliana, spiegando che le dieci famiglie israeliane chiederanno al governo egiziano il risarcimento per l’uccisione o il ferimento di loro familiari.

La radio ha aggiunto che nella denuncia i cittadini di Sderot accusano l’Egitto di aver aiutato organizzazioni terroristiche palestinesi nel contrabbandare decine di tonnellate di esplosivo e di armi verso la Striscia di Gaza, e di aver autorizzato il transito di attivisti della resistenza diretti nei “campi di addestramento” in Iran, Siria e Libano.

Cisgiordania: l’Anp arresta 35 sostenitori di Hamas

Le forze di sicurezza dell’Anp hanno arrestato 35 sostenitori di Hamas in Cisgiordania.

07-01-2008 Cisgiordania

Cisgiordania – Infopal

Le forze di sicurezza palestinesi proseguono la campagna di arresti tra i sostenitori di Hamas in Cisgiordania.

Tra sabato e domenica ne hanno arrestati 35.

Nella provincia di Ramallah, più di 50 mezzi militari dell’Anp hanno invaso varie cittadine e le forze di sicurezza hanno perquisito diverse moschee. Sono stati arrestati 28 cittadini, tra cui due dirigenti di Hamas: Shaikh Hussein Abu Kwek e Shaikh Faraj Rummana; un docente dell’università an-Najah, Khaled Olwan; due imam.

Nella provincia di Tulkarem, le forze di sicurezza palestinesi hanno arrestato 4 sostenitori di Hamas, tra cui due giornalisti: Mohammad Shtewi, del canale satellitare di al-Aqsa, e Taher Shihab, corrispondente della voce di al-Aqsa ad Anabta; il direttore delle pubbliche relazione dell’ospedale az-Zakat, Farid al-Sayyed; lo studente della al-Quds Open University, Walid Abdelhalim.

Nella provincia di Jenin le forze di sicurezza hanno arrestato 2 persone: Ahmad Radwan, uno dei dirigenti provinciali di Hamas; l’avvocato Fadal Bishnaq (per la seconda volta).

Nella provincia di Salfit, le forze di sicurezza hanno arrestato un adolescente, Mohammad Aziz Fattash, figlio di shaikh Aziz Fattash.

Egitto: il Governo spende aiuti economici USA contro traffico armi a Gaza

M.O./ EGITTO SPENDE AIUTI MILITARI USA CONTRO TRAFFICO ARMI GAZA
Il Cairo pronto a investire 23 milioni di dollari

Il Cairo, 7 gen. (Ap) – Il governo del Cairo ha accettato di spendere 23 milioni di dollari (pari a oltre 15,5 milioni di euro) degli aiuti ricevuti in ambito militare da Washington nell’attività di ricerca dei tunnel impiegati per il traffico d’armi al confine fra Egitto e Striscia di Gaza. Lo hanno riferito fonti del Congresso statunitense.

La campagna egiziana segue la decisione del Congresso Usa di trattenere una parte degli 1,3 miliardi di dollari (880 milioni di euro) stanziati per sostenere le spese militari del Cairo, fino a quando il paese arabo non avrà garantito una serie di iniziative, fra cui l’interruzione del flusso di armi destinate alla Jihad islamica, il braccio armato di Hamas che detiene il controllo della Striscia di Gaza da giugno.

Israele accusa l’Egitto di non fare a sufficienza per prevenire il traffico d’armi destinate a Gaza, motivo crescente di tensioni fra i due governi.

Alice News

L’ala militare di Fatah è ancora fucina di terrorismo

Israele, l’ala militare di Fatah è ancora fucina di terrorismo

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Roma, 7 gen (Velino) – Nel suo libro “Cain’s Field: Faith, Fratricide, and Fear in the Middle East”, Matt Rees, capo della redazione di Gerusalemme di Time Magazine, ha rivelato che Yasser Arafat nel giugno 2002 aveva versato ben due milioni di dollari alle Brigate Al Aqsa di Gaza mentre passava solo pochi spiccioli per pagare gli stipendi degli uomini delle forze di sicurezza ufficiali dell’Autorità palestinese. Una tradizione oscura di doppiezza, ambiguità e aperta sfida terroristica quella che coinvolge l’ala militare di Fatah e che prosegue oggi nel regno di Abu Mazen. Due dei terroristi che hanno ucciso a freddo Ahikam Amihai, 20 anni, e David Ruben, 21 anni, due soldati israeliani in licenza che, in abiti civili, erano in escursione nella regione di Hebron, erano membri delle forze di sicurezza di Fatah, il movimento che fa capo al presidente Abu Mazen e che risultano sui libri paga dell’Autorità palestinese. Rispondendo al quotidiano Yedioth Aharonot, un membro delle Brigate al-Aqsa, braccio armato di Fatah, conferma che i terroristi appartenevano all’organizzazione aggiungendo che anche il terzo aggressore, ucciso dalla reazione dei due israeliani, ne faceva parte. “Hamas ha rivendicato l’attentato – spiega la fonte palestinese – su richiesta della famiglia di uno dei terroristi il cui padre è detenuto in Israele. Ma in realtà siamo noi che abbiamo compiuto l’attacco”.

Il Jerusalem Post conferma che la massiccia operazione delle forze di difesa israeliane a Nablus dei giorni scorsi ha dimostrato che, contrariamente a quanto sostenuto dall’Autorità palestinese, l’ala armata di Fatah non è stata affatto smantellata. E ha dimostrato che, in Cisgiordania, decine di miliziani armati di Fatah non hanno affatto deposto le armi e continuano anzi a preparare attacchi contro Israele. Nel corso dell’operazione, iniziata giovedì scorso, le forze di difesa israeliane hanno arrestato diciannove terroristi affiliati all’ala militare di Fatah, le Brigate Martiri di al-Aqsa. Hanno anche arrestato Shadi al-Sakhel e Ahmed Hisham, due ufficiali della sicurezza sui libri paga della forza di intelligence militare dell’Autorità palestinese. I due ufficiali sono sospettati d’aver aiutato le Brigate al-Aqsa nella città. I soldati israeliani hanno inoltre scoperto e demolito un’officina, nella parte vecchia di Nablus, dove il gruppo palestinese ha fabbricato almeno due missili. L’azione anti-terrorismo è stata effettuata pochi giorni dopo che il ministro degli interni dell’Autorità palestinese Abdel Razak Yahya aveva ufficialmente annunciato che le Brigate Martiri di al-Aqsa in Cisgiordania avevano cessato di esistere, e mentre numerosi servizi giornalisti parlavano di Nablus come di una città nella quale le forze di sicurezza dell’Autorità palestinese erano ormai riuscite a imporre legge e ordine.

Per la verità, le stesse Brigate Martiri di al-Aqsa avevano apertamente sbeffeggiato le dichiarazioni del ministro Yahya, etichettandolo come “collaborazionista” d’Israele e chiedendone la destituzione. Il gruppo continua a diffondere dichiarazioni quotidiane sulle attività dei suoi membri sia in Cisgiordania che nella striscia di Gaza. E a Gaza, le Brigate al-Aqsa continuano a rivendicare molti lanci di missili contro Israele. Le Brigate al-Aqsa pongono infatti una seria sfida alla leadership dell’Autorità palestinese. La settimana scorsa, un volantino distribuito dal gruppo nella città di Gaza invocava l’uccisione del primo ministro palestinese Salaam Fayad. Inoltre, numerosi membri delle Brigate al-Aqsa hanno apertamente sfidato l’invito dell’Autorità palestinese a deporre le armi in cambio di posti e stipendi. Si tratta di miliziani che preferiscono continuare a operare come una “forza di sicurezza” indipendente nella maggior parte delle città di Cisgiordania, dove possono guadagnare di più con il ricatto e l’estorsione. Un’ulteriore prova della persistenza del gruppo in Cisgiordania è emersa lo scorso primo gennaio quando molti membri del gruppo hanno partecipato a pubblici raduni in occasione del 43esimo anniversario dell’esordio terroristico di Fatah. Da quando è entrato in vigore a Gaza il cessate il fuoco, alla fine dello scorso novembre, gruppi terroristici palestinesi hanno lanciato contro Israele più di 60 missili Qassam, ferendo gravemente due ragazzini israeliani e procurando numerosi danni.

Le Brigate Martiri di al-Aqsa hanno rivendicato circa un terzo di questi lanci. Abu Mazen ha definito “rinnegati” i loro capi i quali sostengono di non avere alcun potere di controllo su questi terroristi. Ma Abu Ahmed, leader delle Brigate al-Aqsa nella parte nord della striscia di Gaza, ha dichiarato al magazine americano World Net Daily che il suo gruppo, che comprende squadre di terroristi dedite al lancio di Qassam, è leale ad Abu Mazen e coordina le sue “operazioni di resistenza” con il partito Fatah. “Le Brigate Martiri di al-Aqsa – ha detto Abu Ahmed – sono il braccio militare di Fatah e il presidente Abu Mazen è il presidente del movimento. Noi siamo fedeli alla nostra dirigenza e ad Abu Mazen. Tutte le nostre attività sono conformi alla linea politica di Fatah, che consiste nel combattere l’occupazione fino alla creazione di uno stato palestinese. Il lancio di missili fa parte di questa visione”. Tutti i Qassam lanciati dalla striscia di Gaza (completamente sgomberata da Israele nell’agosto 2005) sono partiti dalla parte nord del territorio, quella di competenza di Abu Ahmed. Alla domanda su come mai Abu Mazen prenda le distanze dai lanci di Qassam delle Brigate al-Aqsa, Abu Ahmed ha risposto: “Ascolta, conosciamo le dichiarazioni del nostro presidente, ma siamo anche ben consapevoli del sistema politico internazionale che spinge il presidente ad adottare quelle posizioni”. Abu Ahmed ha aggiunto che Abu Mazen non ha mai chiesto al suo gruppo di cessare i lanci. “Sappiamo qual è la linea politica generale di Fatah – ha spiegato – e agiamo di conseguenza, e posso dire che non ci è mai stato chiesto di cessare i lanci di missili. Pertanto i lanci non compromettono in alcun modo la nostra lealtà e il nostro impegno verso Abu Mazen e la sua leadership”.

Le Brigate Martiri di al-Aqsa, insieme alla Jihad Islamica palestinese, hanno rivendicato tutti gli attentati suicidi realizzati in Israele negli ultimi due anni, compreso quello di aprile a Tel Aviv costato la vita a nove israeliani e a un adolescente americano. Le Brigate al-Aqsa nei mesi scorsi hanno anche firmato decine di sparatorie contro civili israeliani. Tutti i capi delle Brigate al-Aqsa sono anche membri di Fatah e molti di loro prestano apertamente servizio nelle sue organizzazioni di sicurezza, compresa la Forza 17 che funziona come una forza di polizia a Gaza e in Cisgiordania. Lo scorso giungo Abu Mazen ha nominato comandante di Forza 17 il leader delle Brigate al-Aqsa Mahmoud Damra, che figura nella lista dei ricercati da Israele per attività terroristiche. Nel novembre del 2005 le Brigate Martiri di al-Aqsa furono il primo gruppo palestinese che sottoscrisse pubblicamente le dichiarazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad secondo cui “Israele deve scomparire dalla carta geografica”. “Noi affermiamo il nostro appoggio e sostegno alle posizioni del presidente iraniano sullo stato sionista che, a Dio piacendo, cesserà di esistere – si legge nel volantino diffuso dalle Brigate al-Aqsa distribuito a Gaza –. Riconoscere il diritto di Israele a esistere significa svalutare il popolo palestinese, che sta facendo grandi sacrifici ogni giorno per liberare la Palestina e Gerusalemme”.

(Giulio Meotti) 7 gen 14:32

Il Velino

Libano, scene gia’ viste venti anni fa

Correva l’anno 1988

Libano, scene gia’ viste venti anni fa

La situazione e’ in evidente stallo e la stabilita’ del Paese sembra, ancora una volta, essere appesa ad un filo

Beirut, 7 gen.- Correva il settembre del 1988, quando Beirut, attraversata dalla linea verde, era devastata da oltre un decennio di guerra civile e attendeva la scadenza del mandato presidenziale di Amin Gemayel. Allora come oggi il Paese dei Cedri era in stallo e le classi dirigenti a capo delle varie comunità si mostravano profondamente ostili a qualsiasi forma di compromesso. Il livello di scontro avevo assunto forme così degenerative da provocare scontri intracomunitari, cristiani contro cristiani, sciiti contro sciiti. Harakat Amal si batteva contro Hizb’ Allah per il predominio nel campo sciita, lo stesso motivo accendeva gli scontri fra i cristiani, sottoposti al tentativo egemonizzante delle Forze Libanesi guidate da Samir Geagea e alleate di Israele.

In questa situazione il parlamento, ostaggio dei siriani, era impossibilitato ad eleggere un nuovo presidente, carica che, allora come oggi, spettava di diritto ad un esponente della comunità cristiano maronita. Allo scadere del mandato, pochi minuti prima di decadere, il presidente Gemayel sciolse il governo guidato dal sunnita Salim Hoss e nominò primo ministro il capo dell’esercito, il cristiano Michel Aoun. Di fatto la scelta di Gemayel provocò una rottura nei già fragili equilibri costituzionali del Libano ed il Paese si trovò con due governi, quello militare di Aoun (antisiriano) e quello civile di Hoss. Caos si aggiunse a caos, lo scontro si riaccese e le stragi si susseguirono con sinistra regolarità, per poi cessare con la fuga di Aoun e gli Accordi di Ta’if del 1989 che consegnarono il Libano alla Siria.

In queste settimane sembra di assistere ad un déjà vu, il presidente filo siriano Émile Lahoud ha visto scadere il suo mandato senza che le forze politiche libanesi abbiano trovato un accordo sulla successione. Vista la situazione di stallo, allo scadere del mandato, Lahoud ha abbandonato la presidenza comunicando di lasciare il Paese sotto il controllo e la responsabilità dell’esercito, decisione che il governo antisiriano guidato da Fouad Siniora ha immediatamente dichiarato incostituzionale. Da alcuni giorni nel Paese dei Cedri si è fatta strada la candidatura dell’attuale capo dell’esercito, il cristiano Michel Suleiman, considerato un filosiriano moderato e per questo non inviso all’opposizione. Suleiman non fa parte della lista di “papabili” compilata dal patriarca maronita Nasrallah Sfeir, ma non sembra che su di lui vi sia un veto reale e, allo stesso modo, Suleiman presidente, potrebbe essere “gradito” anche dal premier Fouad Sinora. Nonostante tale schiarita, il percorso che porta al superamento della crisi è ancora pieno d’ostacoli, fra cui il più sostanziale è quello rappresentato dall’articolo 49 della Costituzione libanese che impedisce che un alto dirigente statale (quale evidentemente è il capo dell’esercito), possa candidarsi alla presidenza.

In pratica l’elezione di Suleiman dovrebbe necessariamente passare per una riforma della costituzione, operazione impossibile senza l’accordo dell’opposizione guidata da Hizb’ Allah, che tra le sue file annovera anche la formazione che fa capo al leader cristiano Aoun. Il presidente del parlamento, lo sciita moderato Nabih Berri, in qualità di mediatore ha evidenziato come il superamento del vizio di incostituzionalità per la candidatura di Suleiman possa essere raggiunto solo con l’accettazione, da parte della maggioranza, di un’elezione a termine del nuovo presidente (durata della carica di soli due anni), da legare ad una riforma elettorale che traghetti il Paese al voto entro il 2009. Inoltre l’opposizione ha anche richiesto il diritto di veto su tutte le decisioni del governo Siniora ad essa sgradite, di qui alle prossime elezioni. Infine ci sarebbe anche un veto posto da Hizb’ Allah sulla candidatura a primo ministro in un prossimo governo di Saad Hariri, figlio di Rafik Hariri, leader antisiriano assassinato il 14 febbraio 2005.

A complicare ulteriormente la situazione, come è sinistramente d’uso in Libano, è intervenuto l’ennesimo assassinio di matrice politica, che ha avuto come obiettivo il generale dell’esercito François al-Hajj, l’ufficiale che pochi mesi fa si era distinto nella battaglia del campo profughi di Nahr-el-Bared controllato dai miliziani di Fatah al-Islam, gruppo sunnita d’ispirazione qaedista. Il generale al-Hajj era stato individuato da molti come il naturale successore di Suleiman alla carica di capo dell’esercito. Anche questo attentato, come gli altri che lo hanno preceduto, è di matrice non chiara, alcuni individuano la Siria come mandante occulto, altri invece riconducono l’azione ad una vendetta qaedista, volta a colpire il responsabile della repressione del movimento radicale che ha guidato la rivolta dei sobborghi di Tripoli Fatah al-Islam. Ad ulteriore riprova di quanto sia difficile orientarsi nella esplosiva situazione libanese, occorre fare riferimento a sospetti avvalorati da qualcosa di più che semplici voci che vedono in Fatah al-Islamuna formazione sfuggita al controllo della famiglia Hariri, così come riportato sul New Yorker Magazine del 3 marzo scorso in un articolo a firma di Seymour M. Hersh. Un elemento certo è l’ammissione della famiglia Hariri d’aver dato denaro a profughi palestinesi reduci dagli scontri nel campo profughi di Ain al-Hilweh nella città di Sidone. Un altro è rappresentato dalla circostanza in cui si è manifestata alle cronache per la prima volta la formazione estremista palestinese, ovvero in occasione di una rapina ai danni della Banca del Mediterraneo, istituto di proprietà del gruppo Hariri. Una rapina di autofinanziamento si sarebbe detto nell’Italia degli anni ‘70, conseguenza del congelamento dei fondi precedentemente erogati ad un gruppo sfuggito al controllo che, nelle intenzioni originarie doveva, forse (il condizionale è d’obbligo), fare da elemento di bilanciamento sunnita all’estremismo sciita di Hizb’ Allah. La situazione è in evidente stallo e la stabilità del Paese sembra, ancora una volta, essere appesa ad un filo.

Massimiliano Frenza Maxia
Geopilitica.info

La Voce d’Italia

Libano: Unifil impegnata a fermare trasferimento armi Hezbollah

Se lo dice l’Unifil…..certo è che Hezbollah si sta riarmando da tempo e sta riconquistando le posizioni perse nell’estate del 2006….Unifil o non Unifil…

LIBANO/ UNIFIL IMPEGNATA A FERMARE TRASFERIMENTO ARMI HEZBOLLAH

Al confine Libano-Israele

Roma, 7 gen. (Apcom) – Le forze dell’Unifil in Libano del sud hanno intensificato le operazioni congiunte con l’esercito libanese per intercettare gli eventuali trasferimenti di armi di Hezbollah verso le zone confinanti con Israele.

E’ quanto riporta l’edizione online del quotidiano britannico “Telegraph” affermando che è ormai un dato di fatto che l’organizzazione abbia rifornito gli arsenali delle sue roccaforti nel nord del fiume Litani con armi provenienti da Siria e Iran che vorrebbe trasferire più a sud, vicino al confine con Israele, nel tentativo di ripristinare la sua capacità militare di prima della guerra del 2006 con lo Stato ebraico.

Ma secondo il giornale, la presenza dei 3.500 uomini dell’Unifil è riuscita ad ostacolare il movimento di armi verso il sud del fiume che scorre parallelamente ed a pochi chilometri dal confine israeliano prima di sfociare nel Mar Mediterraneo a nord di Tiro.

“Manteniamo un alto livello di allerta perchè nulla cambi nel sud del Libano. E’ vero che fino ad ora non abbiamo proceduto a nessuna intercettazione di armi ma il nostro compito è di impedire ogni movimento in tal senso”, ha dichiarato al giornale Andrea Tenenti portavoce della missione autorizzata dall’Onu, attualmente guidata dall’Italia nella persona del generale Claudio Graziano.

Alice News