Al gran bazar dei mullah

Edizione 7 del 11-01-2008

Gli Usa tentano di isolare Teheran. Ma anche la Edison fa affari con il regime iraniano

Al gran bazar dei mullah

Sanzioni e contenimento sono l’unica alternativa alla guerra con l’Iran. Ma Arabia Saudita e Turchia vogliono mantenere i legami. E anche l’Italia…

di Giorgio Bastiani

“L’Iran è una minaccia alla pace nel mondo”: con questa dichiarazione lapidaria, George W. Bush ha ribadito da Gerusalemme la sua posizione nei confronti del regime di Teheran. Il rapporto Nie, letto erroneamente da molti come la prova che la Repubblica Islamica non vuole dotarsi dell’arma atomica, non ha cambiato le carte in tavola. La visita di Bush in Israele è servita anche al premier Ehud Olmert e al leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu, per far nuovamente presente all’amministrazione statunitense quale sia la loro preoccupazione fondamentale: la possibilità di essere cancellati di colpo dalle testate nucleari iraniane. Ehud Olmert ha consegnato a Bush un dossier dell’intelligence israeliana, secondo quanto scrive il quotidiano israeliano “Yediot Ahronot”. Nell’incontro privato tra i due ieri sera a Gerusalemme, Olmert avrebbe tentato di convincere Bush che Teheran continua a sviluppare il programma sulle armi nucleari e che il pericolo rappresentato dall’Iran cresce di giorno in giorno.

“Il nostro incontro verteva soprattutto sulla questione iraniana” – ha dichiarato il leader dell’opposizione likudista Benjamin Netanyahu dopo la visita di Bush – “Ho fatto presente quale fosse la mia posizione e non mi è sembrato che fossimo su due sponde opposte”. Washington, non solo ha dimostrato di recepire a parole il messaggio israeliano, ma ieri ha anche aggiunto altre sanzioni contro l’Iran rispetto a quelle già applicate. Si tratta di un aumento della pressione sul regime dei mullah, anche se si tratta di misure finanziarie che hanno colpito personalità (il generale delle forze Quds Ahmad Foruzadeh, corpo d’élite delle forze armate di Teheran) ed enti (una televisione iraniana che trasmette in Siria) coinvolti nella guerriglia irachena e non nel programma nucleare. Bush ha proclamato più volte e in termini espliciti che il contenimento dell’Iran è uno degli obiettivi fondamentali della sua visita in Medio Oriente. Anche se, sempre ieri, Bush ha ricordato che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, l’isolamento diplomatico e le sanzioni appaiono come l’unica alternativa percorribile alla guerra.

Ma non è facile ottenere dagli altri paesi né l’uno, né le altre. L’Arabia Saudita, che pure ha ricevuto nuovi aiuti militari dagli Stati Uniti, ha comunque mantenuto i suoi legami con il regime iraniano. La Turchia, con la visita del presidente Abdullah Gul negli Stati Uniti, ha fatto sapere che non interromperà i suoi rapporti commerciali con Teheran. L’Iran ha chiuso i rubinetti del gas destinato alla Turchia, giustificando il tutto, ufficialmente, con la rottura di un gasdotto dovuta al freddo. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato ieri che le forniture regolari ricominceranno lunedì prossimo, ma nel frattempo sono del tutto sospese dopo essere state ridotte da 29 a 5 milioni di metri cubi per tutta la settimana scorsa. Può darsi che sia veramente solo un incidente, anche se gli analisti turchi ne dubitano, ma permette di capire in che rapporto di dipendenza dall’Iran si trova il governo di Ankara, il più potente alleato americano nella regione. Neppure l’Italia rinuncia ai buoni rapporti commerciali con il regime di Teheran. Proprio il 9 gennaio, mentre Bush arrivava in Israele, la Edison firmava un contratto di esplorazione/produzione da 107 milioni di dollari con la compagnia di Stato iraniana Nioc per il blocco offshore Dayyer, nel Golfo Persico. D’altra parte: siamo italiani, più realisti degli ayatollah.

Opinione.it

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Sorrisi a Ramallah odio anti-Usa a Gaza

Edizione 7 del 11-01-2008

La visita di Bush in Medio Oriente ottiene eclatanti promesse di pace da Abu Mazen. Sarà sincero?

Sorrisi a Ramallah odio anti-Usa a Gaza

Non solo Hamas: anche nell’Autorità Nazionale Palestinese, controllata da Al Fatah, continua la propaganda anti-semita

di Stefano Magni

“Le conferenze di Annapolis e Parigi sono state un buon piano di Bush per arrivare alla pace”: ad affermarlo non è un membro dell’amministrazione presidenziale statunitense, ma lo stesso presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen. Il quale ha anche dichiarato a Bush, di fronte ai giornalisti: “Lei è il primo presidente americano che conferma la necessità di uno Stato palestinese indipendente e noi diamo grande importanza alla sua visita”. Sia George W. Bush che Abu Mazen sperano di giungere ad un trattato di pace definitivo entro il 2008, dunque entro la fine del mandato del presidente “guerrafondaio”. Le incognite sul terreno sono molte. Se Abu Mazen ha imparato la lezione del “doppio linguaggio” dal predecessore Arafat, dirà sicuramente ben altre cose, in lingua araba, indirizzate al suo popolo. Tanto per cominciare, la popolazione palestinese è stata completamente esclusa dall’incontro al vertice tra i due uomini di Stato.

Il quartiere della Muqata, lo stato maggiore presidenziale, era in assetto di guerra: chiuso al traffico, l’obbligo imposto ai cittadini di restare in casa con le finestre sbarrate e i cecchini appostati sui tetti. Paura comprensibile, visto che i cittadini della Cisgiordania sono stati educati sistematicamente all’odio contro Usa e Israele. Solo il giorno successivo alla conferenza di Annapolis, la televisione ufficiale dell’Anp, quella controllata da Abu Mazen trasmetteva spot propagandistici con la mappa del nuovo Stato indipendente. Era un unico paese dal Giordano al Mediterraneo… comprendente anche tutti i territori israeliani. E, sempre alla fine di novembre, una trasmissione radiofonica della Voce della Palestina tesseva le lodi di Hitler. Tra le altre cose, il nome del dittatore nazista è molto diffuso tra le nuove generazioni locali: Palestinian Media Watch, l’associazione che monitora la propaganda all’odio in palestina, ha rintracciato un Hitler Salah, un Hitler Abu Alrab, un Hitler Mahmud Abu-Libda. Sui libri di storia ufficiali (quelli dell’Autorità, non solo quelli di Hamas) non vi è alcun cenno all’Olocausto, né alla questione ebraica.

Dopo aver educato e indottrinato un popolo alla distruzione del nemico, è quasi impossibile cambiare rotta e indurlo ad accettare un rapporto di buon vicinato. E’ difficile capire, dunque, che cosa intende Abu Mazen quando, alla fine del suo incontro con Bush, parla di “…aspirazione ad uno Stato con Gerusalemme capitale e la fine del problema dei rifugiati”. Stato… con quali confini? In pace o in guerra con Israele? E i rifugiati come possono veder risolto il loro problema? Trasferendosi nelle case dei loro nonni in Israele (e dunque sommergendo etnicamente lo Stato ebraico) o ritornando in una Palestina indipendente entro i confini della Cisgiordania e di Gaza? Sono tutti equivoci che dovranno sicuramente essere chiariti, per evitare di arrivare ad una nuova “sorpresa” come quella che riservò Arafat a Clinton nelle trattative di Camp David nel 2000, quando l’accordo pareva ormai raggiunto e in realtà si scoprì che era l’inizio della II Intifadah. George W. Bush è molto ottimista quando dichiara: “Sono convinto che il suo (di Abu Mazen, ndr) governo produrrà un futuro di speranza”.

Hamas, contrariamente ad Abu Mazen, parla chiaro e senza equivoci. Il suo portavoce ha dichiarato, lo scorso 5 gennaio, che la visita di Bush è solo una “photo opportunity” e serve a “Dare sostegno politico e psicologico all’occupazione (israeliana, ndr)”. Non solo Hamas parla, ma agisce. I militanti del partito islamista al potere a Gaza hanno indetto una violenta manifestazione anti-Usa contro l’arrivo di Bush. “Bruciando la bandiera americana diciamo che il popolo palestinese, il mondo arabo e islamico respingono la visita di Bush” aveva dichiarato, in quella occasione, Mushir al Masri, deputato di Hamas. Ieri, poco prima che il presidente americano e quello palestinese si incontrassero, un gruppo di uomini armati ha lanciato un razzo anti-carro contro la scuola americana nel Nord della striscia di Gaza. Anche dal Libano, Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha parlato fuori dai denti: “La visita del presidente americano George W. Bush in Medio Oriente è una vergogna nella storia dell’Islam”. Hezbollah è una creatura di Teheran che, infatti, prima dell’inizio del viaggio di Bush nel Medio Oriente, aveva rilasciato dichiarazioni analoghe per bocca del Ministero degli Esteri: “Noi giudichiamo questa visita come un’interferenza nelle relazioni dei paesi della regione e come un gesto propagandistico”.

Opinione.it

Soldati israeliani rapiti, conferenza stampa di Quaderni radicali

Soldati israeliani rapiti, conferenza stampa di Quaderni radicali

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11 Gennaio 2008 – Roma

Da Quaderni Radicali riceviamo e pubblichiamo:

Per i tre soldati israeliani rapiti, spazio alla Croce Rossa Internazionale

“Permettere alla Croce Rossa Internazionale di accedere ai luoghi di detenzione dove sono rinchiusi tre soldati israeliani rapiti nell’estate del 2006 da Hamas e da Hezbollah”. Questa la richiesta di impegno ufficiale da parte del governo italiano avanzata da Quaderni Radicali che ha organizzato una conferenza stampa che si terrà nella Sala Stampa della Camera dei Deputati il 15 gennaio 2008 alle 11.00, in collaborazione con l’Associazione Arabidemocraticiliberali e l’Associazione Amici di Quaderni Radicali.

La conferenza stampa sarà l’occasione per riportare alle cronache la vicenda dei tre soldati dell’esercito israeliano rapiti, in due occasioni diverse, nell’estate del 2006 , e di cui non si hanno più notizie. Si tratta di Gilad Shalit, 19 anni nelle mani di Hamas da giugno 2006; Ehud Goldwasser 32 anni, e Eldad Regev 26 entrambi rapiti nel luglio 2006 da Hezbollah. Senza dimenticare il pilota israeliano Ron Arad catturato dagli Hezbollah più di venti anni fa, venduto all’Iran e sparito nel nulla e diventato il simbolo di quei prigionieri di guerra ai quali vengono negati i più elementari diritti umani da parte di paesi che non aderiscono alla Convenzione di Ginevra.

Sulla vicenda dei tre soldati rapiti e spariti nel nulla è caduto il silenzio. Nessuna mobilitazione ha fatto seguito alle richieste dei familiari che non hanno notizie in merito alla loro sorte, e che chiedono il rispetto dei diritti internazionali sanciti dalla Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. Pertanto viene chiesto al Governo Italiano di farsi promotore di un’azione diplomatica che porti, se non alla liberazione dei soldati, almeno alla possibilità di verificare le loro condizioni di salute tramite l’organizzazione della Croce Rossa Internazionale.

Alla conferenza stampa parteciperanno i familiari dei prigionieri, giunti in Italia con un volo del Ministero della Difesa israeliana, il senatore Furio Colombo, il presidente della Commissione Affari Esteri della Camera Umberto Ranieri, il presidente della Croce Rossa Italiana Maurizio Barra, gli onorevoli Sergio D’Elia, Olda D’Antona, Giuseppe Caldarona. Introduce il direttore di Quaderni Radicali Giuseppe Rippa.

Saranno inoltre presenti Omri Avni – suocero di Ehud Goldwasser Gadi Goldwasser – fratello di Ehud Goldwasser

ICN News

Gaza City: altro attacco contro scuola americana

M.O./ GAZA CITY, UOMINI ARMATI ATTACCANO SCUOLA AMERICANA
Divelte finestre, incendiati autobus e portati via computer

Gaza City, 12 gen. (Ap) – Uomini armati hanno divelto finestre, incendiato autobus e portato via computer in una scuola privata americana a Gaza, un attacco che le autorità ritengono collegato alla recente visita in Cisgiordania di George W. Bush.

Un gruppo finora sconosciuto che sostiene di essere affiliato ad al Qaida ha lasciato volantini intorno all’istituto firmati “Esercito dei credenti, Ramo di al Qaida nella terra della Palestina”. Il gruppo non ha nello specifico rivendicato l’azione ma ha minacciato di prendere di mira “i covi del vizio e della corruzione” e ha elencato una serie di ristoranti a Gaza City.

Il caos a Gaza rischia di far fallire le iniziative del presidente dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) Abu Mazen e del primo ministro israeliano Ehud Olmert per raggiungere un accordo di pace finale entro la fine dell’anno. Israele ha ribadito che il lancio di razzi da Gaza deve fermarsi prima che possa partire la realizzazione di alcun accordo, ma Hamas si è rifiutato di impedire che i militanti lancino ordigni esplosivi.

L’attacco odierno contro la Scuola internazionale americana è il secondo nelle ultime quarantotto ore. Due giorni fa, poco prima che il presidente degli Stati Uniti arrivasse in Cisgiordania, uomini armati hanno lanciato una granata rpg contro l’istituto.

Gaza, 12 gen. (Ap) – Giovedì un altro gruppo finora sconosciuto, le Brigade della Jihad santa, ha rivendicato l’altro attacco. L’atto vandalico di oggi ha lasciato una parte dell’edificio segnata dal fumo nero.

“Questo è il terrorismo opposto all’istruzione”, ha denunciato Salim mentre valutava i danni. Ha spiegato che i fondamentalisti islamici ritengono offensivi il sistema misto dell’istituto e le divise moderne.

Non ci sono prove certe che al Qaida stia operando a Gaza, ma molti estremisti islamici nell’area hanno adottato recentemente il linguaggio e lo stile dell’organizzazione terroristica. I governanti di Hamas a Gaza smentiscono le accuse di Israele e di Abu Mazen, che sostengono che al Qaida operi tranquillamente dal territorio della Striscia.

I vandali hanno ripetutamente preso di mira la scuola in passato perchè ritenuta vicina agli Usa. Molti palestinesi sono animati da sentimenti anti-Usa perchè percepiscono il Paese come filo-israeliano. L’istituto privato nel nord di Gaza ospita classi in inglese per 400 studente e utilizza curriculum sullo stile di quelli americani, ma non ha legami con il governo Usa. La scuola, ha assicurato Salim, non chiuderà.

Ihab Ghussein, portavoce del ministero degli Interni di Hamas nella Striscia di Gaza, ha condannato gli attacchi e ha espresso la convinzione che siano legati alla recente visita di Bush. L’ufficio di Abu Mazen ha criticato a sua volta il raid vandalico e ha chiamato in causa le “bande” del movimento integralista islamico.

Alice News

La fatica di cacciare chi semina il terrore

Il Corriere della Sera, 10/01/2008

“L’ESPULSIONE DI CHI PREDICA IL TERRORE”

Il commento
Uno slalom amministrativo, politico e giudiziario

La fatica di cacciare chi semina il terrore

di MAGDI ALLAM

Che fatica cacciare dall’Italia un apologeta del terrorismo islamico! È stato uno slalom amministrativo, politico e giudiziario ciò che ha permesso ieri l’allontanamento dall’Italia di Mohamed Kohaila, sedicente imam della moschea di via Cottolengo a Torino, ritenuto una minaccia all’ordine e alla sicurezza, dopo che la telecamera nascosta di Anno Zero aveva registrato un suo sermone inneggiante alla guerra santa contro gli ebrei e i cristiani, il divieto di integrarsi nella società occidentale e l’obbligo di sottomettere le donne.

È stata una soluzione ingarbugliata, squisitamente all’italiana, realizzata grazie alla lucidità di analisi e alla determinazione operativa del ministero dell’Interno, che ha aggirato inizialmente la «neutralità» della Procura, poi ha consolidato la propria posizione grazie alla disponibilità di un giudice ad avvallare la decisione così come prescrive la nuova norma sull’ espulsione per motivi di terrorismo appena varata dal Parlamento, accelerando infine i tempi per prevenire in extremis un possibile stop da parte della Corte di Giustizia di Strasburgo.

Il primo grazie lo dobbiamo a Maria Grazia Mazzola che ha realizzato la puntata della trasmissione Anno Zero, condotta da Michele Santoro e andata in onda il 29 marzo 2007, in cui con una telecamera nascosta Kohaila è stato immortalato mentre predicava l’odio e faceva esplicitamente apologia di terrorismo con dei manifesti inneggianti a Bin Laden. Il secondo grazie lo dobbiamo al dirigente della Digos di Torino, Giuseppe Petronzi, al capo della Polizia Antonio Manganelli e al ministro dell’Interno Giuliano Amato, che hanno voluto portare a termine delle indagini investigative iniziate ancor prima della trasmissione Annozero, il cui esito ha confermato il contenuto istigatorio e antioccidentale sin troppo manifesto nel sermone registrato e trasmesso in televisione.

Ma hanno dovuto fare i conti con tre ostacoli. Il primo è stato la decisione della magistratura inquirente presso la Procura di Torino di archiviare il caso aperto sulla base dell’ ipotesi di apologia di terrorismo. È sembrata una posizione salomonica che ha archiviato sia l’ipotesi di reato a carico di Kohaila, sia l’ipotesi di reato per diffamazione e violazione della privacy a carico della giornalista Mazzola. Un classico colpo alla botte e colpo al cerchio che non dovrebbe scontentare nessuno, ma che di fatto salvava il sedicente imam riattribuendogli un’immagine perbenista, complici taluni giornalisti di testate locali che per un assurdo spirito campanilistico si sono spinti fino ad allearsi con il diavolo pur di screditare il lavoro svolto con professionalità dalla Mazzola.

Il secondo ostacolo è stato il varo delle nuova norma da parte del Parlamento, che limita il potere del ministero dell’Interno di allontanare dal territorio nazionale chi costituisce una minaccia all’ordine e alla sicurezza pubblica, imponendo che debba esserci l’avvallo del giudice. Il che è un rischio in un Paese in cui, da un lato, prevale l’orientamento a non scontrarsi con gli estremisti e i terroristi islamici e, dall’altro, è purtroppo diffusa la politicizzazione della magistratura. Ma questa volta è andata per fortuna bene. Anzi, più che bene. Perché di fatto l’avallo del giudice italiano ha reso più arduo l’intervento della Corte di Giustizia di Strasburgo.

Che rappresentava, appunto, il terzo ostacolo. I responsabili del Viminale avevano ben presente come lo scorso 29 maggio una decisione in extremis della Corte europea dei diritti dell’uomo sospese l’espulsione dell’ex sedicente imam di Varese Majid Zergout e di un suo collaboratore, Abdelillah el Kaflaoui, assolti dall’accusa di terrorismo internazionale dai giudici di Milano lo scorso 24 maggio, proprio mentre stavano per imbarcarsi dall’aeroporto di Malpensa alla volta del Marocco. Ebbene, per evitare che ciò si potesse ripetere, si è riusciti con successo a far sì che la notifica dell’ordine di espulsione avvenisse immediatamente prima della partenza dal territorio nazionale. Sembra incredibile ma siamo arrivati al punto in cui per poter tutelare il diritto alla propria sicurezza, ci si debba parare non solo dall’attività dei terroristi islamici ma anche da quella della magistratura italiana ed europea.

Ebbene l’allontanamento di Kohaila premia il lavoro svolto dalla Digos di Torino che era già riuscita con successo a far espellere dall’Italia altri due sedicenti imam collusi con il terrorismo islamico internazionale, il marocchino Bouriqi Bouchta e il senegalese Abdulqadir Fadlallah Mamour. Ma soprattutto fa ben sperare perché sembra che si sia finalmente capito che la predicazione d’odio è parte integrante e fondamentale dell’attività terroristica. Almeno questo l’ha capito chi è direttamente preposto all’opera di contrasto del terrorismo. Speriamo che lo capiscano anche i nostri politici e magistrati.

www.corriere.it/allam www.magdiallam.it

Sderot dimenticata da tutti (o quasi)

Sderot dimenticata da tutti (o quasi)

Dalla Commissione Onu per i rifugiati (che del resto non ha mai nemmeno aiutato i profughi ebrei dai Paesi arabi o gli israeliani costretti ad andar via da Gaza) e perfino da Bush
Ah però i palestinesi non se la dimenticano davvero!

Esperimento

Non stupri? Sei razzista!

Consiglio a chi s’interessa d’Israele di sbirciare qui http://itempieleidee.blogspot.com
Il post e l’articolo in inglese che ho copiato, fanno rabbrividire, se non fosse tanto triste, sarebbe comico. Ariela

Nella propaganda antisemita la leggenda degli stupri praticati dai soldati di Israele è, ovviamente, molto popolare. Quando si ha a che fare con queste faccende la carenza di dati non è mai stata un problema; ma questa “spiegazione” è davvero singolare. Voilà:

A research paper that won a Hebrew University teachers’ committee prize finds that the lack of IDF rapes of Palestinian women is designed to serve a political purpose.

The abstract of the paper, authored by doctoral candidate Tal Nitzan, notes that the paper shows that “the lack of organized military rape is an alternate way of realizing [particular] political goals.” The next sentence delineates the particular goals that are realized in this manner: “In the Israeli-Palestinian conflict, it can be seen that the lack of military rape merely strengthens the ethnic boundaries and clarifies the inter-ethnic differences – just as organized military rape would have done.”

The paper further theorizes that Arab women in Judea and Samaria are not raped by IDF soldiers because the women are de-humanized in the soldiers’ eyes…

Nitzan’s paper did, however, give much space to the explanation that the Israeli soldiers refrained from rape out of demographic considerations. She explained at length how fearful the Jewish population is of the growing Arab population, and how in cases of wartime rape, the baby is generally assumed to be of the mother’s nationality. (IsraelNN.com)

Avete capito bene. Secondo questa signora, che ha condotto una ricerca finanziata dai contribuenti israeliani, il fatto che i soldati israeliani NON stuprino le donne palestinesi è un sintomo del loro razzismo. La signora ignora che esistono molte possibili attività sessuali (che tristemente possono assumere la forma dello stupro) che non hanno queste famose conseguenze demografiche: una triste vita sessuale, quella della signora.. Ma è significativo che lo stupro etnico sarebbe per lei un buon modo di integrazione. Sarà per questo che, sul totale delle donne stuprate in Israele, la gran parte sono ebree violentate da uomini arabi (e non donne arabe stuprate da ebrei). Che sia una via all’integrazione, però, è un po’ tutto da dimostrare, visto che molti di quegli stupri comprendono l’omicidio

Ariela