Medio Oriente: scoperto il gioco sporco di Abu Mazen

Medio Oriente: scoperto il gioco sporco di Abu Mazen

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Scritto da Miriam Bolaffi

martedì 08 gennaio 2008

Fino ad ora ogni colpa di quanto successo e di quanto tuttora avviene nella Striscia di Gaza è stata attribuita ad Hamas. Di ogni singolo lancio di missili o di proiettili di mortaio verso Israele è stato incolpato il movimento islamico, anche e soprattutto da Fatah. Ieri la sorpresa, proveniente dai servizi segreti israeliani che non possono certo essere tacciati di essere filo Hamas. A quanto pare Fatah sarebbe responsabile di oltre il 40% dei lanci su Israele.

Secondo l’intelligence israeliana la Brigata dei Martiri di Al Aqsa nella Striscia di Gaza, la quale prende ordini direttamente dal leader del movimento e presidente palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), sarebbe responsabile di oltre il 32% dei lanci di missili Quassam e di oltre il 40% del lancio di proiettili da mortaio.

Questa scoperta getta nuova luce sugli eventi passati e presenti della Striscia di Gaza e soprattutto pone diversi interrogativi sul tipo di gioco (sporco) che sta conducendo Abu Mazen il quale proprio oggi incontrerà di nuovo il leader israeliano Ehud Olmert.

E’ chiaro a questo punto che la strategia di Abu Mazen è quella di tenere alta la tensione tra israeliani e Hamas e non come ha sempre detto quella di raggiungere una pace stabile. Pur di screditare Hamas e di avere i miliardi di dollari in aiuti promessi dall’Occidente proponendosi come unica parte con cui trattare, non ha esitato a compiere atti di terrorismo con l’intento di far ricadere le colpe sul movimento islamico.

Sempre secondo quanto si apprende da fonti di intelligence israeliana le Brigate dei Martiri di Al Aqsa sarebbero responsabili di buona parte dei traffici di armi ed esplosivi provenienti dall’Egitto e che passano attraverso una serie di tunnel che sbucano all’interno della Striscia di Gaza, fatto che spiegherebbe come mai i miliziani di Hamas hanno in dotazione vecchi fucili, a volte armi da caccia, mentre quelli di Fatah hanno nuovi e funzionali mitragliatori.

Vista sotto questa luce tutta la faccenda relativa alla Striscia di Gaza assume una altro aspetto e delinea un forte coinvolgimento di Fatah. Israele, in poche parole, rischia di andare a letto con il nemico piuttosto che trovare la tanto agognata pace.

Ribadiamo quindi la nostra richiesta di coinvolgere nei colloqui di pace anche la parte moderata di Hamas, ma soprattutto di condizionare gli aiuti economici ai palestinesi ad un controllo ferreo da parte dei donatori scavalcando di fatto l’Autorità Palestinese, facendo in modo quindi che quegli aiuti finiscano veramente dove c’è bisogno e non, come al solito, nei conti svizzeri dei leader di Fatah.

Miriam Bolaffi

Secondoprotocollo.org

Libano: nessun accordo sul presidente, situazione in caduta libera

Libano: nessun accordo sul presidente, situazione in caduta libera

Scritto da Miriam Bolaffi

domenica 13 gennaio 2008

Non è servito nemmeno l’interessamento del segretario generale della Lega Araba, Amr Musa, in Libano si continua a non trovare un accordo sul nome del presidente e la situazione sta lentamente ma inesorabilmente deteriorandosi.

La Lega Araba ha presentato un piano fondato principalmente su due punti: elezione del presidente nella persona del generale Suleiman e formazione di un governo di unità nazionale. Se sul primo punto le divergenze sembrano superabili ma sul secondo le posizioni della maggioranza anti-siriana e dell’opposizione guidata da Hezbollah non sembrano proprio avvicinarsi.

Ieri il Parlamento avrebbe dovuto eleggere Suleiman ma proprio le differenti vedute sulla composizione di un Governo di unità nazionale hanno costretto il presidente dell’assemblea e leader sciita d’opposizione, Nabih Berri, a rinviare la sessione al 21 gennaio, per la dodicesima volta dal 25 settembre scorso.

Purtroppo più si prosegue su questa strada più la situazione libanese si fa complicata. Di fatto la mancanza di un presidente e la conseguente ingovernabilità del paese favoriscono Hezbollah e le sue attività. Proprio nei giorni scorsi alcuni missili katiuscia sono stati lanciati dal sud del Libano verso Israele, un fatto isolato certo ma che non succedeva più dalla fine della guerra e quindi di una certa gravità.

Ancora più grave è il fatto che questo lancio sia avvenuto da un territorio che “teoricamente” dovrebbe essere sotto il controllo di Unifil 2, il che starebbe a dimostrare quello che gli israeliani stanno dicendo da tempo, cioè che il sud del Libano non è affatto sotto ferreo controllo delle forze Onu.

Il mese scorso l’Iran aveva richiamato Hezbollah all’ordine estromettendo per alcune ore il leader storico del movimento islamico, Hassan Nasrallah, dal comando militare di Hezbollah per poi tornare sui suoi passi una volta che il messaggio era stato recepito. Hezbollah deve, secondo Teheran, mantenere alta la tensione in Libano e lungo i confini con Israele, questo per garantire un ulteriore fronte aperto e sempre pronto ad esplodere.

I fatti che stanno accadendo in Libano in queste ultime settimane dimostrano che il volere dei Mullah viene pienamente rispettato: nessun presidente eletto per mantenere la tensione politica ai massimi livelli e grandi manovre nella zona meridionale, alcune anche a sud del fiume Litani, teoricamente interdetto a Hezbollah. Se la Lega Araba sposta il suo Segretario Generale, che tornerà a Beirut giovedì prossimo, significa che ha la percezione che la situazione stia precipitando. Attenzione quindi, l’occidente guarda al Libano con occhio distratto ma la tensione è molto alta e, ricordo, abbiamo oltre 2.500 militari da quelle parti. Non vorrei che a forza di guardare altrove ci si trovasse, senza accorgersene, nel bel mezzo di una guerra civile.

Miriam Bolaffi

Secondoprotocollo.org

Hacker e guerre globali: la sfida mondiale si gioca anche su internet

Hacker e guerre globali: la sfida mondiale si gioca anche su internet

Scritto da Mauro Pandolfi

lunedì 14 gennaio 2008

Qualche tempo fa avevamo parlato dell’annuncio dato da al-Qaeda di una imminente ciber-Jihad che sarebbe dovuta scatenarsi in rete l’11 novembre scorso con un attacco simultaneo a 15 siti che poi, con l’aiuto di centinaia di Cracker[1], si sarebbe dovuto espandere a tutti i siti occidentali, ebreo-sionisti e ai siti musulmani di confessione apostata e sciita.

Sono passati due mesi dalla data fissata per l’inizio dell’attacco informatico all’occidente, ma nulla sembra essere successo. Migliaia di tecnici hanno lavorato per potenziare i siti importanti, non sottovalutando la minaccia di Bin Laden e fratellini vari, ben consci che nel ventunesimo secolo portare un attacco ben assestato alla rete significa mettere in ginocchio il pianeta.

Per fortuna a quanto pare i cracker quadisti non sembrano essere poi così pericolosi. Discorso ben diverso invece per le “vere” grandi potenze, specie quelle emergenti come la Cina oppure quelle di vecchio stampo come la Russia e soprattutto gli Stati Uniti. Qui il gioco si fa davvero duro e specialmente i cinesi e i russi stanno facendo danni a iosa.

La Cina, di cui parla in questo mese la bibbia degli Hacker[2] (Hacker Journal), sembra per esempio essere dietro a diversi attacchi DDos, come per esempio quello subito qualche mese fa dall’Estonia, quando milioni di computer zonbies hanno messo in ginocchio l’intera rete estone. In un primo momento si era data la colpa alla Russia per i fatti relativi all’abbattimento della statua del milite ignoto russo nella capitale estone, per poi scoprire invece che l’attacco proveniva dalla Cina.

Siccome non ci sembra che l’Estonia sia una concorrente della Cina in nessun campo, l’unica spiegazione plausibile è che si sia trattato di un test su una rete teoricamente fragile. Chiaro che mettere in pratica un attacco del genere su reti più protette e moderne come possono essere quella europea o addirittura quella statunitense, “sulla carta” sarebbe quasi impossibile e comunque molto più difficile in quanto richiederebbe un numero elevatissimo di computer zombies.

Non che alla Cina manchino le risorse numeriche per farlo, i computer attivi in Cina che potrebbero essere trasformati (usati) come zonbies sono centinaia di milioni, ma la cosa richiederebbe uno sforzo immane. Possibile invece un attacco di questo tipo a qualche rete commerciale o legata a organi statali e della difesa.

Oggi il mondo intero si appoggia alla grande rete, organismi statali, militari e civili sono legati a doppia mandata a internet. Un attacco massiccio alla rete potrebbe veramente mettere in ginocchio intere economie e compromettere tutti i sistemi di difesa, per questo più si va avanti più l’attenzione è alta.

E’ importante quindi mantenere altissima l’attenzione in questa che è una vera e propria guerra tra cattivi (cracker) da un lato e buoni (hacker) dall’altro, ricordando sempre che hacker è bello, hacker è buono, cracker invece è immondo e cattivo e va combattuto con tutte le tecniche possibili.

Mauro Pandolfi

Secondoprotocollo.org

Definizione di Cracker

In ambito informatico il termine inglese cracker indica colui che entra abusivamente in sistemi altrui e li manipola allo scopo di danneggiarli (cracking), lasciare un segno del proprio passaggio, utilizzarli come teste di ponte per altri attacchi oppure per sfruttare la loro capacità di calcolo o l’ampiezza di banda di rete. I cracker possono essere spinti da varie motivazioni, dal guadagno economico (tipicamente coinvolti in operazioni di spionaggio industriale o in frodi) all’approvazione all’interno di un gruppo di cracker (come tipicamente avviene agli script kiddie, che praticano le operazioni di cui sopra senza una piena consapevolezza né delle tecniche né delle conseguenze, ma anche da scopi ideologici.

Definizione di Hacker

Un hacker è una persona che si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non limitatamente ai suoi ambiti d’interesse (che di solito comprendono l’informatica o l’ingegneria elettronica), ma in tutti gli aspetti della sua vita. Esiste purtroppo un luogo comune, usato soprattutto dai media (a partire dagli anni ’80), per cui il termine hacker viene associato ai criminali informatici (la cui definizione corretta è, però, “cracker”).

Libano. L’attentato del 15 Gennaio inasprisce il timore jihadista

Libano. L’attentato di ieri inasprisce il timore jihadista

mercoledì 16 gennaio 2008

L’attentato avvenuto ieri a Beirut, ai danni di una vettura dell’Ambasciata statunitense, nel quale sono morte tre persone e altre sedici sono rimaste ferite, ha gettato nuove ombre sul Paese dei Cedri, che secondo molti osservatori, si avvia ad essere il nuovo punto caldo di un’area mediorientale dilaniata da una situazione di crisi perpetua e crescente.

All’indomani della strage appare logico domandarsi di chi sia la firma sull’attentato.

Giorni fa, un uomo che ha dichiarato di essere il leader di Fatah al-Islam, Shaker al Abssi, aveva minacciato attacchi contro l’esercito libanese ed il fatto che l’esplosione sia stata comandata a distanza e sia avvenuta in concomitanza con il passaggio del Suv satunitense, lascia trasparire ulteriormente la filigrana della matrice jihadista dietro l’attentato, forze qaediste che nel Paese stanno vivendo una preoccupante diffusione, basti pensare alla battaglia ingaggiata nel settembre scorso contro l’organizzazione terroristica Fatah al Islam, battaglia vinta, ma costata la vita a oltre 160 militari e costata la vita, in tempi più recenti, al generale Francois Hajj, capo delle operazioni militari nel campo profughi di Nahr al Bared (Tripoli) nel quale quella vittoria avvenne.

Ma la vittoria di una battaglia non significa aver vinto la guerra, una guerra che sembra in via di inasprimento, stando a quanto comunicato dai servizi di intelligence israeliani, secondo i quali sarebbero oltre un centinaio i terroristi sopravvissuti all’assedio di Nahr al-Bared, reduci fuggiti poi in Egitto e a Gaza, dove, sempre secondo i servizi segreti israeliani, avrebbero eletto come loro capo, Rahman al-Ghazawi, e messo a punto i razzi “Zarqawi”.

Ipotesi più che plausibile, secondo l’analista palestinese Issam Nassar, per il quale i terroristi, viste le difficoltà riscontrate in Iraq, avrebbero deciso di “trasferirsi” in Libano, Paese meno presidiato militarmente e interessante strategicamente, vista la possibilità di colpire Israele. Colpire Israele in una sorta di “monopolio del terrore”, visto il campo lasciato parzialmente sgombero da Hamas, più interessata alla vita parlamentare, secondo i jihadisti. In questo clima di crescente insicurezza, aumenta anche la cancrena della politica, nella perdurante assenza di un presidente, sebbene ci sia da mesi una convergenza di massima sulla nomina di Michel Suleiman, anche se la maggioranza ritiene “inaccettabili” le condizioni dettate da Hezbollah, che chiede garanzie sulla formazione del futuro governo. Per il momento la nuova data per l’elezione del presidente è fissata per il 21 gennaio, ma non è difficile ipotizzare un nuovo, ennesimo, rinvio.

In questo clima di inasprimento dell’incertezza va sottolineato come il 25 agosto 2006 l’Unione Europea abbia disposto l’invio di circa settemila militari, nel contesto del nucleo centrale della forza multinazionale di interposizione nel Libano meridionale (UNIFIL), missione da circa un anno guidata dall’Italia.

Agenzia Radicale

Libano, Islamic Council vs Hezbollah: È longa manus dell’Iran

Libano, Islamic Council vs Hezbollah: È longa manus dell’Iran

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Roma, 15 gen (Velino) – “Hezbollah è la longa manus dell’Iran nel Paese dei cedri. Non riconosce la legittimità delle strutture istituzionali del Libano. Il suo intento è creare una dittatura teocratica sul modello di Teheran. Ecco, noi vogliamo impedire tutto ciò”. Il segretario generale dell’Islamic Arab Council, Al Sayyed Mohammad Ali El Husseini, ha spiegato al VELINO il progetto dell’organizzazione da lui rappresentata. Husseini è un “sayyed” libanese, un alto religioso della confessione islamica sciita, a cui aderisce circa il 10 per cento del totale dei fedeli musulmani. È vissuto molti anni in Iran, ha viaggiato per tutto il mondo. Da un anno ha creato questa istituzione all’interno della società libanese, con lo scopo di contrastare l’influenza culturale del movimento Hezbollah. “I libanesi, e al loro interno gli sciiti, vogliono vivere in pace con tutti. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, non è interessato alla pace, perché lui ha altri interessi. Cosa ci si può aspettare da uno che si autodefinisce in un’intervista ‘il piccolo soldato di Khamenei’? Lui esegue ordini che vengono decisi a Teheran o a Damasco, non fa certo i nostri interessi nazionali”. Husseini ha citato come esempio i missili katyusha che qualche giorno fa i militanti di Hezbollah hanno lanciato contro la Galilea. “Ogni qualvolta il presidente americano George W. Bush alza i toni contro l’Iran, ecco che si fa sentire Hezbollah. È una pedina nelle mani di Teheran, si ispira al modello iraniano. D’altronde, chi finanzia Nasrallah? Gli ayatollah persiani”. Per Husseini, sbagliano gli americani a minacciare di “colpire l’Iran militarmente, perché si unirebbe il popolo al regime degli ayatollah. Bisogna piuttosto aiutare i gruppi di opposizione ad Ahmadinejad”.

Il religioso sciita ha ricordato che comunque “solo grazie ai dollari di Teheran è stato possibile per Hezbollah creare uno Stato nello Stato, una enclave nella quale sperano di esportare la rivoluzione khomeinista, cioè una dittatura teocratica. Il Libano non vuole questo, è uno Stato democratico e multiconfessionale, nel quale a tutte le religioni è dato lo stesso spazio e nessuno è discriminato all’interno delle istituzioni”. A tal proposito, nella Costituzione libanese sono indicati precisi meccanismi di equilibrio nelle cariche istituzionali dello Stato per garantire un’adeguata rappresentanza ai cristiani maroniti, ai sunniti, agli sciiti e ai drusi nelle istituzioni. “Hezbollah – ha chiosato il religioso sciita – sta ‘bloccando’ la vita politica del Libano, mettendo anche in pericolo il nostro sistema democratico. Loro hanno in mente un’altra idea di nazione e bisogna tener presente che un eventuale regime di Hezbollah potrebbe offuscare il ruolo dei cristiani”. Husseini ha puntato il dito anche contro la Siria. “È bene ricordare – ha puntualizzato – che Damasco continua a esercitare un’influenza negativa sulla vita del nostro Stato. È vero che non ci sono più i loro soldati, ma rimangono i loro agenti dei servizi segreti e una serie di contatti con gruppi libanesi filosiriani. La Siria non riconosce il nostro Stato, i nostri confini. È perciò una fonte di pericolo per la nostra nazione”. Il segretario dell’Islamic Arab Council ha parlato anche delle elezioni alla presidenza della Stato, finora rinviate in più occasioni. “Il generale Michel Aoun – ha detto -, che appartiene alla minoranza cristiana, ha da sempre come obiettivo la presidenza della Repubblica, e per ottenerla si è alleato con Hezbollah. Ma lui è una pedina, e questo lo sa bene la maggior parte dei maroniti, che infatti lo rifiuta come capo dello Stato”.

Husseini ha poi ricordato la guerra dell’estate del 2006 fra israeliani e Hezbollah. “In tutti i conflitti – ha ammesso – è sempre la povera gente che perde qualcosa. Hezbollah, invece, è uscita rafforzata dalle ostilità dell’estate del 2006. Ha infatti avuto più soldi dall’Iran e ha investito molti di questi fondi nella ricostruzione delle case distrutte dai bombardamenti, guadagnandosi così il consenso di molti libanesi”. A quel conflitto seguì una missione internazionale, di cui attualmente l’Italia è al comando e fornisce un consistente contributo in uomini e mezzi. “Dopo la missione a Beirut nel 1982, il nostro popolo ha avuto modo di apprezzare l’Italia per le sue capacità umanitarie. Lo stesso impegno che ha profuso anche nel 2006. Siete attori importanti in quell’area e per il nostro popolo. Perciò ribadisco che il vostro paese può ancora aiutare tanto il Libano nel proprio sviluppo, come ha fatto in passato e come sta facendo adesso”. Il segretario dell’Islamic Arab Council ha voluto chiarire un aspetto importante relativamente alla missione dell’Onu nel Libano: “È concettualmente sbagliato dire che la presenza di Unifil abbia permesso il riarmo degli Hezbollah. Il punto è che la missione internazionale ha come compito quello di ‘salvaguardare’ la pace, non di ‘costruirla’ e quindi imporla. I militari della forza multinazionale, con la loro presenza, impediscono che gli uomini di Hezbollah vadano in giro ostentando il loro potere e le loro armi. Da parte nostra, vorremmo che all’Unifil fosse concesso di pattugliare il confine fra Libano e Siria, da dove passano uomini e armi diretti nel nostro paese”.

Questo è il problema che finisce ancora oggi – come in passato – per alterare la situazione politico-strategica del Paese dei cedri, che diventa quindi l’arena di confronto per decisioni prese altrove. Bisogna fare un passo indietro. Il Libano ha conosciuto una sanguinosa guerra civile, durata dal 1976 al 1990. Nel 1982, inoltre, il Paese dei cedri fu testimone del conflitto dell’esercito israeliano contro le milizie palestinesi e le forze armate siriane. Queste ultime rimasero in Libano cercando di pacificare un’arena sanguinosa in cui le fazioni in lotta – a carattere religioso o di interessi – si fronteggiarono duramente cambiando anche spesso lato della barricata. Il tutto in una girandola di alleanze e tradimenti difficile da elencare. Il ricordo di questo conflitto è però ben presente nella mente del segretario dell’Islamic Arab Council: “Noi non vogliamo una guerra religiosa, siamo proprio contrari all’idea di violenza. In questo caso, si farebbe il gioco di Hezbollah, che è sanguinario e ama la guerra. La religione di cui siamo credenti ci deve unire, non dividere. E, diversamente da quanto fa Nasrallah, un credo religioso non giustifica la violenza, e nemmeno può essere strumentalizzato per fare la guerra. Inoltre Hezbollah è una milizia ben armata e addestrata”. In che modo vuole sconfiggere il gruppo di Nasrallah, Husseini lo ha annunciato in un semplice concetto: “Bisogna combattere l’influenza di Hezbollah con le sue stesse armi: assistere la popolazione a livello sanitario e sociale, creare posti di lavoro per i giovani (e sottrarli così alla propaganda di Nasrallah), creare le condizioni per un cambiamento culturale in quello che è il bacino di arruolamento di Hezbollah”.

Il religioso sciita ha sottolineato come in un anno abbiano ottenuto piccoli risultati nell’azione di contrasto contro Hezbollah: “Abbiamo aperto una fabbrica, ci siamo occupati di alcune famiglie bisognose di cure mediche nella periferia di Beirut. Così facendo ci siamo assicurati la lealtà e il consenso di diverse famiglie”. Al momento, però, mancano le risorse economiche per contrastare efficacemente gli uomini di Nasrallah: “I dollari che arrivano da Teheran – ha attaccato Husseini – permettono a Hezbollah di aprire scuole, officine, fabbriche e ospedali. Creano una rete di servizi che permette a questa organizzazione di avere il consenso sociale. Anche noi abbiamo iniziato a raccogliere fondi, ci siamo costituiti come fondazione caritativa islamica, per poter iniziare anche noi a operare in questo modo”. Non è facile, a ogni modo, riuscire a raccogliere soldi per competere allo stesso livello del Partito di Dio. Perché il denaro che riceve da Teheran, il gruppo di Nasrallah lo impiega anche in una poderosa opera di pubbliche relazioni. Nella guerra dell’estate 2006, il servizio di pubblica informazione dell’organizzazione libanese creò serie difficoltà agli israeliani. Infatti in più occasioni rivelò in anteprima alla stampa occidentale episodi e circostanze in cui erano stati rimasti uccisi soldati dello Stato ebraico, prima che i familiari di questi ne fossero stati informati. Oltre al canale satellitare Al-Manar, che diffonde la propaganda di Nasrallah in tutto il mondo, gli Hezbollah, secondo Husseini, “hanno acquistato azioni di alcune testate giornalistiche in Europa e negli Stati Uniti, per poter influenzare o modificare servizi o reportage a loro sfavorevoli”.

Le capacità mediatiche del gruppo permettono a Hezbollah di sviluppare una vera e propria strategia di marketing, che alla fine porta nelle loro casse molte donazioni. “Come con i soldi di Teheran, anche su questo denaro Hezbollah non dà conto a nessuno – ha specificato il religioso – ma lo usa per aumentare il proprio potere nel Libano”. Infine, non poteva mancare l’accenno a Israele. Dopo aver ribadito il rispetto per tutte le religioni, Husseini si è detto “perfettamente in sintonia con la proposta di pace della Lega araba”, che ha ripreso la vecchia idea del sovrano saudita Abdullah. Un piano che prevede il ritiro di Israele sui confini precedenti alla guerra del ‘67 in cambio del riconoscimento arabo e del ritorno dei profughi palestinesi (oltre quattro milioni) non nel loro futuro Stato indipendente ma all’interno di quello ebraico.

(Michele La Marca) 15 gen 16:28

Il Velino

Bush è a Riyad: e la “Israel Lobby”?

Edizione 10 del 16-01-2008

L’Arabia Saudita è il principale alleato degli Usa nel Golfo. E riceve armi per 20 miliardi di dollari

Bush è a Riyad: e la “Israel Lobby”?

di Stefano Magni

Si possono trarre tre conclusioni fondamentali dalla visita di George W. Bush in Arabia Saudita. Primo: la “Israel Lobby” non comanda negli Stati Uniti. Il regno islamico, a cui Bush ha promesso nuovi aiuti militari (tra cui armi tecnologicamente avanzate) per un valore di venti miliardi di dollari, è evidentemente ancora il cardine delle alleanze americane nel Medio Oriente. Ciò contraddice direttamente l’analisi dei politologi John Mearsheimer e Stephen Walt, secondo cui, invece, la linea di politica estera statunitense sarebbe dettata dai gruppi di pressione ebraici e cristiani filo-israeliani. Il presidente della Commissione Esteri del Senato, Joe Biden, ha invitato il Congresso ad accertarsi che le nuove armi, una volta nelle mani degli arabi, non costituiscano una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati (leggasi: Israele).

L’Arabia Saudita costituisce, infatti, una triplice preoccupazione: non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza dello Stato di Israele, è la principale finanziatrice delle iniziative islamiste più radicali e inoltre è la maggior esportatrice di terroristi: è in Arabia Saudita che è nata Al Qaeda, su iniziativa del saudita Bin Laden. Secondo: Bush, contrariamente ai precedenti inquilini della Casa Bianca, ritiene che la questione israelo-palestinese non sia limitata ai territori contesi di Gaza e della Cisgiordania, ma nasca dal mancato riconoscimento di Israele da parte dei regimi islamici. Riguardo al suo ottimismo, il presidente statunitense ha dichiarato al re saudita: “Parte della mia missione consiste nello spiegare perché il processo di pace è fallito in passato: i paesi vicini non partecipavano”. Non c’è da sperare che l’Arabia Saudita diventi amica di Israele nei prossimi anni. E’ però possibile che il timore di Riyad per un nemico esterno superi l’odio contro l“entità sionista”. Come, d’altra parte, era avvenuto ai tempi della Guerra nel Golfo del 1991, quando i Sauditi, per bocca del generale Bin Sultan, si dichiararono disposti a proseguire la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein anche in caso di entrata in guerra di Israele.

In questi anni, il nemico esterno in questione è l’Iran. Ma questo percorso diplomatico è indebolito dalla pubblicazione del rapporto Nie sul programma nucleare iraniano, che ha avuto l’effetto di sminuire l’allarme e spingere l’Arabia Saudita a riprendere i contatti con Teheran. Bush ha dovuto ridimensionare il valore politico del Nie. Ai giornalisti presenti a Riyad ha dichiarato che si tratta del giudizio di agenzie indipendenti di intelligence e dunque non riflette la linea dell’amministrazione. Piuttosto il presidente statunitense ha sottolineato la gravità dell’incidente navale dello Stretto di Hormuz tra unità navali americane e iraniane, un altro caso in cui la comunicazione ufficiale americana è stata incerta. Bush non ha fornito una sua versione dei fatti, ma ha dichiarato che: “(Gli iraniani, ndr) farebbero meglio ad essere più attenti. Se dovessero colpire una nostra nave, dovranno affrontare serie conseguenze”. La costruzione di un blocco anti-iraniano, dunque, è un vero e proprio percorso ad ostacoli, di cui la visita a Riyad è solo l’inizio.

Terzo: il prezzo del petrolio non può più essere stabilito con metodi politici e diplomatici. Uno degli scopi principali di Bush era proprio quello di tentare di persuadere re Abdullah a far pressione sugli altri paesi dell’Opec per aumentare la produzione di greggio. Anche in questo caso, ci sono dei precedenti politici: nel 1985, Ronald Reagan riuscì ad ottenere (in cambio di aiuti militari e del suo impegno anti-sovietico in Afghanistan) un aumento di produzione petrolifera dell’Arabia Saudita e un conseguente calo dei prezzi. Fu una mossa che contribuì a mettere in ginocchio l’Unione Sovietica, la cui economia (come nell’attuale Russia di Putin) dipendeva in larga misura dall’esportazione del petrolio. Oggi non è così facile. Il ministro del petrolio saudita ha risposto che il Regno aumenterà la produzione solo se il mercato lo dovesse richiedere. Ma c’è anche il sospetto, da parte degli esperti nelle questioni energetiche, che i Sauditi non abbiano la possibilità fisica aumentare la produzione. Perché, con la tecnologia antiquata di cui dispongono, non possono sfruttare maggiormente i loro giacimenti. E perché i giacimenti sinora scoperti e sfruttati non riescono a soddisfare del tutto la crescente domanda di petrolio, dovuta allo sviluppo delle nuove economie asiatiche di India e Cina. Il presidente americano ha ricordato ai sauditi che il petrolio è una scoperta umana, “Non è come aprire un rubinetto. Richiede investimenti, esplorazioni e molti soldi”. Ma l’economia saudita non è dinamica, è semmai “seduta” sulle sue immense risorse naturali.

Opinione.it

Statuto di Hamas. una riflessione interessante

3 luglio 2007

Solo tre parole!

Si tratta con chi c’è”. “Non sempre gli interlocutori si possono scegliere”. “Se abbiamo di fronte Hamas bisogna trattare con Hamas. Dopotutto è il governo democraticamente scelto dai palestinesi in democratiche elezioni”. Già sentite – vero? – queste belle frasi. Miliardi di volte.

Ecco, ora io vorrei chiedere ai sostenitori della trattativa: voi avete letto lo statuto di Hamas? Letto tutto? Letto bene? Io l’ho fatto, e vorrei scambiare con voi due chiacchiere su questa faccenda. Probabilmente avete intenzione di dirmi che non mi dovrei impuntare sulla questione pregiudiziale della distruzione di Israele, perché su quella magari si potrebbe anche indurre Hamas a venire a patti. Se è questo che volete dirmi, risparmiatevi la fatica: non intendo parlare di questo. La questione della distruzione di Israele non mi interessa. Non in questo momento. Non in questo contesto. Non intendo occuparmi neanche del rifiuto pregiudiziale da parte di Hamas di qualunque trattativa nei confronti di Israele: anche questo, dopotutto, è secondario.

Ciò di cui voglio parlare è altro.

Ciò di cui mi voglio occupare sono tre parole.

Tre parole che nello statuto di Hamas non ci sono. Tre parole che rappresentano il mantra di tutti i fautori del dialogo ad oltranza: “Stato di Palestina”. Non ci sono. Lo statuto di Hamas non parla di stato di Palestina. Non c’è un articolo, non c’è un comma, non c’è un paragrafo, non c’è una frase in cui compaiano le parole “Stato di Palestina”. Lo stato di Palestina non fa parte dei programmi di Hamas. Lo stato di Palestina non è nei progetti di Hamas. Lo stato di Palestina non rientra negli obiettivi di Hamas. Se Hamas vincerà la guerra e distruggerà Israele, dalle ceneri di Israele non nascerà lo stato di Palestina. La domanda, alla quale i dialoghisti senza se e senza ma sicuramente avranno una miriade di risposte da pr oporre, è: su che cosa trattiamo, con Hamas?

Barbara Mella

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