Il processo di pace Israele-Palestinesi è soltanto un processo, e non c’è traccia di pace

Il processo di pace Israele-Palestinesi è soltanto un processo, e non c’è traccia di pace

Si aspetta ormai da troppo tempo la fondazione dello stato di Palestina. Il popolo palestinese ne ha pieno e meritato diritto. Uno stato palestinese contribuirebbe alla stabilità della regione e alla sicurezza del popolo israeliano. L’accordo di pace può e deve essere stipulato entro la fine di quest’anno”. Così ha detto il presidente Bush giovedì scorso, a Gerusalemme. Queste parole sono state la conclusione di una lunga giornata, in cui George W. Bush si è impegnato nella causa palestinese in modo più profondo e personale di qualsiasi altro suo predecessore alla Casa Bianca.

In una conferenza stampa rilasciata all’inizio di questa stessa giornata, il presidente Bush, alla presenza del presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, aveva dichiarato: “Sono convinto che la soluzione di due stati democratici che vivono reciprocamente in pace sia nell’interesse non solo dei palestinesi e degli israeliani, ma di tutto il mondo. Il problema è se le questioni più critiche possano essere risolte e se si possa far emergere una nuova visione, in modo che ai palestinesi la scelta appaia chiara; e la scelta è questa: volete questo stato, oppure lo status quo? Volete un futuro basato su uno stato democratico oppure volete continuare ad avere la solita vecchia situazione? E sono convinto che se si offre loro questa scelta, i palestinesi sceglieranno la pace”.

Ora, se si legge con attenzione questa dichiarazione, si può notare che George W. Bush ha parlato in modo da lasciarsi un certo spazio di movimento. Ha infatti detto che il trattato di pace “può” e “deve” essere stipulato, e non semplicemente che “sarà stipulato”. Ha espresso la sua “convinzione” personale sul fatto che i palestinesi sceglieranno la pace: ossia, una semplice opinione e nulla di più. Ma, come ho detto, per accorgersi di queste scappatoie è necessario leggere con attenzione.

Se invece si ascolta più distrattamente, il messaggio che ne risulta è grosso modo questo: “BUSH: PACE IN MEDIO ORIENTE ENTRO LA FINE DELL’ANNO” (ABX News.com). “BUSH ANNUNCIA UN TRATTATO DI PACE” (Associated Press). “BUSH PREVEDE L’ISTITUZIONE DI UNO STATO PALESTINESE PRIMA DELLA FINE DEL SUO MANDATO” (Usa Today). “BUSH CONCLUDE LA SUA VISITA NELLA TERRA SANTA CON L’ANNUNCIO DI UN TRATTATO DI PACE” (Agence France Presse). Bush ha messo in gioco gran parte della credibilità degli Stati Uniti per ridare vita a un nuovo processo di pace israelo-palestinese. Malgrado tutte le scappatoie che si è lasciato, non gli sarà affatto facile imboccarne una. Se il processo fallisce, avrà fallito anche lui. Quindi, ecco la domanda: c’è qualche motivo per pensare che il processo di pace non finirà in un fallimento? Il presidente Bill Clinton aveva dedicato gli ultimi mesi della sua presidenza alla stessa missione in cui si è ora impegnato Bush. Fitte sessioni di negoziati sono però finite nel nulla, anzi, in definitiva, nella seconda Intifada scatenata da Yasser Arafat nell’ottobre 2000. Clinton aveva offerto ad Arafat uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, una parte di Gerusalemme, il reinsediamento di alcuni profughi palestinesi in Israele e generosi aiuti finanziari. Ma Arafat all’accordo preferì la guerra. Ora il presidente Bush cerca di convincere il successore di Arafat ad accettare l’accordo che Arafat aveva rifiutato.

Abu Mazen ha la capacità di farlo? Finora le prospettive non sembrano affatto promettenti. Lo schieramento palestinese continua a richiedere non solo la creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza ma anche il diritto dei palestinesi a trasferirsi entro i confini dello stato d’Israele. E’ il cosiddetto “diritto al ritorno” dei palestinesi, e spiega perché il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha categoricamente rifiutato la richiesta fatta dagli israeliani nel dicembre 2007 di un riconoscimento ufficiale di Israele come stato ebraico. In qualsiasi processo di pace, Israele dovrà concedere territori, acqua e altre risorse materiali. In cambio, Israele chiede soltanto una cosa: una vera e completa pace e il riconoscimento da parte dei propri vicini come stato alla pari di tutti gli altri, con il diritto di definirsi come decidono i suoi stessi cittadini. Ma anche questo è più di quanto qualsiasi leader palestinese possa permettersi di concedere. Lo hanno ribadito più e più volte: un Israele inteso come stato ebraico non può aspettarsi alcuna pace. Come dice la vecchia battuta, il processo di pace in medio oriente è soltanto un processo, e non c’è traccia di pace.

E, come lo stesso presidente Bush scoprirà suo malgrado, è proprio questo che vogliono i leader palestinesi.

O meglio, non è esattamente questo che vogliono, ma sanno che non possono sopravvivere in altro modo. Insomma, il presidente viene esortato a concentrare gli ultimi suoi giorni da presidente su un’impresa già fallita in partenza. Non gli sarà di alcun beneficio, e distrarrà le sue energie da altri settori in cui invece avrebbe potuto essere molto utile. Forse Bush può pensare che promettendo una grandiosa soluzione per la Palestina riuscirà a ottenere l’appoggio dei paesi arabi del Golfo per un intervento contro l’Iran. Ma molto più probabilmente scoprirà che la possibilità di un intervento contro l’Iran è ormai diventata ostaggio di una previa soluzione per la questione palestinese. Il processo di pace in medio oriente è una macchina in panne, un enigma senza risposta, un labirinto senza uscita. Il solo modo per vincere è quello di non partecipare al gioco.

Di David Frum fonte Il Foglio del 16.01.2008

Il Signore degli Anelli

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