Magdi Allam: dopo il diktat egiziano sulla visita alla Sinagoga di Roma la Grande Moschea della capitale non può rappresentare l’islam italiano

30.01.2008 Dopo il diktat egiziano sulla visita alla Sinagoga di Roma
la Grande Moschea della capitale non può rappresentare l’islam italiano: un articolo di Magdi Allam

Testata: Corriere della Sera
Data: 30 gennaio 2008
Pagina: 21
Autore: Magdi Allam
Titolo: «L’Islam e la Grande Moschea di Roma Quegli ordini che vengono dall’estero»

Dal CORRIERE della SERA del 30 gennaio 2008:

Può la Grande Moschea di Roma, il centro istituzionale dell’islam d’Italia, continuare ad essere retta da un imam che prende ordini e viene stipendiato dal governo egiziano, da un segretario generale che è designato e risponde del suo operato al re del Marocco e dall’ambasciatore dell’Arabia Saudita che provvede in modo discutibile alle spese correnti?

Il quesito si ripropone oggi con maggiore impellenza dato che, a fronte di una strategia messa in atto negli ultimi mesi dal ministro dell’Interno Amato per attribuire alla Grande Moschea la funzione di cardine nella costruzione di un islam italiano che escluda l’Ucoii, di fatto prima la revoca della visita dell’imam alla Sinagoga di Roma il 23 gennaio e poi la convocazione per la prima volta dell’Assemblea dei soci del Centro culturale islamico d’Italia (l’organismo che sovrintende all’attività della Grande Moschea) il 26 gennaio, hanno evidenziato, da un lato, un forte condizionamento da parte dell’estremismo islamico e, dall’altro, una gestione arbitraria e disastrosa. È proprio nel corso della riunione d’esordio dell’Assemblea dei soci, dopo ben 13 anni dall’inaugurazione della Grande Moschea il 21 giugno 1995, che sono emerse le incompatibilità di fondo a livello di leadership e l’esito fallimentare dell’attuale gestione. La riunione era presieduta dall’ex ambasciatore Mario Scialoja, mentre la relazione introduttiva è stata tenuta dal segretario generale Abdellah Redouane. Questi era fresco di nomina, il 21 dicembre scorso, a membro del «Consiglio della comunità marocchina all’estero », un organismo voluto personalmente dal re Mohammed VI, in cui compare con il titolo di «dottore in Scienze delle organizzazioni e in Sociologia». Ufficialmente Redouane è un funzionario del ministero marocchino dei Beni religiosi, ha un passaporto diplomatico, ma al tempo stesso ambisce a diventare il referente istituzionale dei musulmani d’Italia. A tale fine egli sta creando una rete di moschee che accettano di sottomettersi all’autorità della Grande Moschea di Roma (l’hanno già fatto in una ventina), sottoponendo loro un «Accordo di cooperazione» in cui si auspica genericamente «l’integrazione dei musulmani con la società italiana e la convivenza tra le due culture », ma non si fa il benché minimo riferimento alle questioni concrete e cruciali, come la denuncia della predicazione d’odio, violenza e morte diffusa nelle moschee all’insegna della negazione del diritto di Israele all’esistenza e dell’apologia del terrorismo islamico.

Un simile intervento s’imponeva all’indomani della revoca della visita dell’imam Alaa Eldin Mohamed Ismail Al Ghobashy alla Sinagoga di Roma, dopo una fatwa emessa il 21 gennaio dallo sheikh Abdel Fattah Allam, il braccio destro del Grande imam di Al Azhar, lo sheikh Mohammed Sayed Tantawi, in cui ha sentenziato: «Il dialogo tra islam e ebraismo non è contemplato finché non saranno restituiti i propri diritti a chi ne è titolare». Ovvero niente intese con gli ebrei italiani fino a quando Israele non sarà annientata. Ma è proprio in seno all’Assemblea dei soci che il delegato egiziano, in rappresentanza dell’ambasciatore in Italia Ashraf Rashed, ha chiarito a quali ordini risponde l’imam della Grande Moschea: «Il nostro contributo alla gestione del Centro islamico lo diamo assicurando lo stipendio e le spese dell’imam».

La precisazione del delegato egiziano è avvenuta nel contesto della presentazione di un formulario in cui si è chiesto alla ventina di persone invitate all’Assemblea dei soci, scelti da Redouane con un criterio discrezionale, di limitarsi a barrare con una croce la casella del «sì» o del «no» corrispondente alle domande relative all’approvazione o meno del bilancio in corso del Centro islamico (indicato in 393.000 euro di uscite e un passivo di 100.000 euro), del prossimo bilancio (con l’indicazione della richiesta di un finanziamento da parte dell’Arabia Saudita di 500.000 euro, di cui i due terzi per gli stipendi e un terzo per le spese correnti).

Dietro a queste cifre si cela una situazione catastrofica: ormai da tempo nella Grande Moschea mancano il riscaldamento e l’acqua calda, così come sono state tagliate alcune linee telefoniche. Perché non ci sono i soldi per pagare le bollette. Possibile che con il barile a 100 dollari l’Arabia Saudita non sia in grado di sopperire al minimo indispensabile per il funzionamento della Grande Moschea? Il terzo quesito sottoposto all’Assemblea dei soci era sulla proroga di un anno del Cda del Centro islamico. Si tratta di un organismo di 15 membri, presieduto dall’ambasciatore saudita, di cui fanno parte gli ambasciatori di Indonesia, Egitto, Pakistan, Malesia, Senegal, Marocco e Bangladesh.

Ebbene torniamo al quesito iniziale: possono essere questi i rappresentanti dei musulmani d’Italia? Può essere questo il contesto dove realizzare un islam italiano? Evidentemente no. Eppure questa è la desolante realtà di una classe politica che non vuole assumersi la responsabilità di far maturare una rappresentanza islamica che sia compatibile con i nostri valori e che aderisca alla nostra identità nazionale.

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