Un avvertimento per Siria e Iran

Un avvertimento per Siria e Iran

di Fiamma Nirenstein – giovedì 14 febbraio 2008, 10:42

Se i sospetti degli Hezbollah, degli iraniani e dei siriani che hanno accusato il Mossad dell’eliminazione di Imad Mughniyeh rispondono a verità, da questo momento Israele agli occhi di tutto il Medio Oriente ritorna a essere leone e volpe: la percezione del conflitto cambia dopo un periodo di depressione che parte dalla guerra in Libano nell’estate del 2006 e continua con i missili di Hamas su Sderot. Si è discusso a lungo della crisi di motivazione e di preparazione che avrebbe diminuito la capacità dello Stato ebraico di combattere un nemico sempre più aggressivo e fanatico.

Nasrallah si è vantato della «vittoria divina» concessagli su Israele. Adesso deve certo essere perplesso, e non è solo: Hamas che il 25 settembre 1997 nella mancata eliminazione di Khaled Mashaal, sempre a Damasco, udì uno squillo di tromba, si sta certo preoccupando. Israele può colpire anche i terroristi più importanti, se vuole. Mentre il governo israeliano nega ogni coinvolgimento («verifichiamo le circostanze di eventi di cui sentiamo parlare ora per la prima volta», ha detto Ehud Olmert),ed è realistico immaginare che il Mossad non richiederà all’Fbi i 5 milioni della taglia americana, circola fra la gente e i politici un senso di sollievo per la scomparsa dell’uomo che dagli anni Ottanta ha sfidato Israele, gli Usa, il mondo con rapimenti, stragi di massa, attentati kamikaze. Diabolica creatura della triangolazione Hezbollah-Iran-Siria, Mughniyeh era l’incarnazione stessa dell’asse del male. Chi lo ha eliminato ha lanciato un avvertimento anche a Iran e Siria.

L’ex presidente della Commissione esteri della Knesset, Yuval Steinitz, ha espresso così il sentimento di Gerusalemme: «Quando bastardi come Mughniyeh – le cui mani sono coperte del sangue di israeliani, americani, ebrei argentini – vanno “in un posto migliore” allora il mondo diventa davvero un posto migliore». «Non si tratta di vendetta, ma dell’idea che alla fine c’è una giustizia: chi fa del male, paghi», ha detto la sorella del rapito Beni Avraham. «Avrebbe causato ancora tanto spargimento di sangue innocente», ha aggiunto Dany Yatom ex capo del Mossad. Le ragioni per cui la scomparsa di Mughniyeh cambia il gioco sono molteplici: sia l’Iran che la Siria sono ormai sicuri di poter bruciare Israele e il Libano nel terrore senza riportare ferite. Il fatto che Damasco non possa prevenire un attacco del genere dimostra una capacità di infiltrazione dei servizi segreti fin nei gangli della vita degli hezbollah e, quindi, sia della Siria che dell’Iran.

Un campanello d’allarme per i nemici di Israele. La Siria, dopo il raid aereo israeliano che ha distrutto la centrale atomica in costruzione nel nord del Paese, dimostra nuovamente con l’ospitalità concessa a Mughniyeh di essere una terra in cui nascono le peggiori congiure terroriste. L’operazione di ieri ha un messaggio chiaro: non siete al sicuro da nessuna parte. E proprio ieri Hamas ha visto i suoi leader supremi a Gaza entrare in clandestinità per paura che Israele proceda a eliminazioni mirate in risposta all’intensificarsi del lancio di razzi Kassam su Sderot. Al Manar, la tv di Hezbollah, e altre emittenti televisive promettono di vendicare la morte di Mughniyeh. Ma gli estremisti sciiti libanesi di Nasrallah sanno che il premier israeliano Ehud Olmert e il suo ministro della Difesa Ehud Barak non intendono anteporre opportunistiche dichiarazioni diplomatiche alla sicurezza dello Stato di Israele e del suo popolo. L’Occidente dovrebbe avere il coraggio di prendere una posizione netta, coerente con la civiltà: il terrorismo va combattuto.

Il Giornale

Hariri sospetta Damasco per la morte di Mughniyeh

Hariri sospetta Damasco per la morte di Mughniyeh

di Carlo Panella

“Il mondo è un posto migliore senza di lui”: le secche parole del portavoce del dipartimento di Stato americano, Sean McCormack, sono assolutamente condivisibili. Ma la morte violenta di Imad Mughniyeh, ucciso da un’autobomba ieri notte a Damasco, apre anche numerosi interrogativi. Il primo è cruciale: chi ha ucciso il numero due di Hezbollah, il terrorista più importante del mondo islamico dopo Osama Bin Laden?

Oggi, durante una cerimonia in ricordo del premier libanese, Rafik Hariri, il figlio Saad Hariri e il leader druso, Jumblatt, hanno lasciato intendere di ritenere che il regime siriano e Hezbollah stesso siano implicati nella morte di Mughniyeh. Un’ipotesi va certamente tenuta in considerazione.

L’attentato è avvenuto a Damasco, città super blindata, e Mughniyeh non era certo un obiettivo semplice da colpire. Inseguito per 22 anni dai servizi segreti di mezzo mondo, il capo militare di Hezbollah si era fatto almeno due plastiche al viso ed era protetto non solo dai suoi scherani, non solo da Hezbollah, non solo dalle forze di sicurezza siriane, ma anche dai Pasdaran iraniani di cui era il fondamentale snodo di comando in tutta la strategia di attacco in Medio Oriente e nel mondo.

Israele, stranamente, ha subito negato ogni responsabilità nella sua morte (ovviamente subito attribuitagli da Hezbollah, dalla Siria e soprattutto dall’Iran), con una smentita che non ha molti precedenti, perché Israele ha sempre rivendicato la piena legittimità, anche giuridica e di diritto, dei suoi omicidi mirati e si è ben guardata dallo smentire uccisioni parimenti clamorose, come quella dello sheikh Yassim, il fondatore e leader di Hamas, e di un paio di suoi successori.

Può darsi, naturalmente, che la smentita israeliana sia dettata da strane motivazioni del governo di Gerusalemme, ma non si può trascurare il fatto che questa clamorosa morte e questo strano attentato arrivano nel bel mezzo di una crisi che sta scuotendo Hezbollah, riflesso di una ben più importante crisi che travaglia i vertici politici e militari di Teheran.

Il 12 dicembre 2007, l’autorevole quotidiano arabo Asharq al Awsat, stampato a Londra, ha infatti sostenuto che la Guida della Rivoluzione iraniana in persona, Khamenei, aveva tolto allo stesso Hassan Nasrallah ogni responsabilità di comando militare in Libano e le aveva passate al suo vice, lo sheikh Naim Qassim. E’ interessante oggi ricordare le motivazioni di quella rimozione: una ispezione accurata effettuata da alti Pasdaran iraniani nel sud del Libano aveva verificato una situazione assolutamente non soddisfacente di ridislocazione di armamenti e uomini sul territorio del sud Libano e gravi carenze di comando.

L’apparato militare di Hezbollah, di cui Mughniyeh era la massima autorità fuori dal Libano, è dunque attraversato da forti tensioni e – come si sa – molto spesso in passato queste hanno portato a episodi come l’attentato di ieri a Damasco.

Sia come sia, il colpo per Hezbollah è fortissimo, soprattutto dal punto di vista del prestigio. Mughniyeh era un obiettivo assolutamente impossibile da colpire (al pari dell’uccisione del capo del Kgb a Mosca ad opera degli americani nella Mosca staliniana dei primi anni cinquanta), ma è stato colpito.

Nessun leader del mondo terrorista islamico sciita si può oggi sentire al sicuro. Forse dai propri stessi amici.

Noto come il Camaleonte per le sue capacità trasformiste, Mughniyeh ha legato il suo nome a una quindicina dei più eclatanti attentati compiuti a partire dai primi anni ottanta: gli attacchi in Libano contro l’ambasciata Usa, una caserma dei marines e una dei paràs francesi tra il 1983 e il 1984 (362 vittime), il dirottamento di un aereo della Twa in linea tra Roma e Atene nel 1985, le esplosioni di Buenos Aires contro l’ambasciata israeliana nel 1992 (29 morti) e contro la sede dell’associazione argentino-israeliana nel 1994 (85 vittime).

Mughniyeh, era il nome di battaglia di Hajj Radwan, nato nel 1962 da una famiglia di ayatollah sciiti del sud del Libano. Dopo essersi unito, a 15 anni, alle milizie palestinesi di Al Fatah, è stato uno dei fondatori del movimento sciita Hezbollah. Rifugiatosi per anni in Iran per scappare dall’Interpol europea, dal 1986 in poi è riuscito a sfuggire a numerosi tentativi di cattura o uccisione da parte dei servizi segreti americani e israeliani, che non hanno invece risparmiato i suoi due fratelli, Jihad e Fuad, eliminati rispettivamente nel 1985 e nel 1994. Indicato come ufficiale di collegamento tra Hezbollah e i servizi segreti iraniani, per molti sarebbe anche il regista dell’uccisione a Beirut nel 1985 del capo della Cia in Medio Oriente, William Francis Buckley, e della fornitura di armi a Teheran in cambio della liberazione di ostaggi occidentali in Libano (vicenda che dette vita allo scandalo Iran-Contras del 1987).

Nel corso degli anni, il Camaleonte è stato anche additato da fonti di intelligence e di stampa quale anello di congiunzione tra i servizi iraniani e la rete di Bin Laden, o tra Hezbollah e Al Qaida. Sarebbe quindi stato coinvolto in varia misura negli attentati del 1996 a Khobar, in Arabia Saudita, e in quelli del 1998 contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, nell’attacco nel 2000 contro il cacciatorpediniere americano Cole nello Yemen, nell’invio di armi all’Autorità nazionale palestinese sequestrate dall’esercito israeliano nel 2002 sulla nave Karine-A. Presente dal 2001 nella lista Fbi dei 22 terroristi più ricercati al mondo, è stato chiamato in causa anche quale mente dell’attacco nel novembre 2003 contro la base militare di Nassiriya, in Iraq, che causò la morte di 19 italiani; degli attentati a Istanbul, sempre nell’autunno 2003, contro le sinagoghe, il consolato e una banca britannici.

L’Occidentale

Il Canada non parteciperà alla conferenza ONU sul razzismo: “si finirà nell’antisemitismo”

Il Canada non parteciperà alla conferenza ONU sul razzismo: “si finirà nell’antisemitismo”

Esponenti del governo hanno dichiarato che il Canada non parteciperà alla conferenza ONU sul razzismo in programma per l’anno prossimo a Durban, in Sudafrica, perchè è probabile che la manifestazione decada in un “deplorevole antisemitismo”.

Una precedente conferenza sullo stesso tema, svoltasi sempre a Durban nel 2001, fallì a causa del ritiro di Israele e Stati Uniti che protestavano per alcune bozze di dichiarazioni che bollavano Israele come stato razzista e basato sull’apartheid.

Il ministro degli Esteri Maxime Bernier ha dichiarato: “Speravamo che il processo di preparazione per la conferenza del 2009 avrebbe rimediato agli errori del passato. Nonostante i nostri sforzi, dobbiamo concludere che non sarà così. Pertanto il Canada non parteciperà.”

Il segretario di stato per le politiche multiculturali, Jason Kenney, ha dichiarato che il governo è sicuro che la conferenza “esprimerà lo stesso deplorevole antisemitismo” manifestato nella riunione del 2001. “Il nostro governo – ha dichiarato alla stampa- non vede alcun valore nel contribuire a continuare a conferire dignità e legittimazione ad una simile propaganda, aliena dallo spirito canadese”.

Le Nazioni Unite hanno rifiutato di commentare direttamente l’autoesclusione canadese ma la portavoce ONU Marie Okabe ha dichiarato: “il razzismo è un problema troppo importante e gli stati membri dovrebbero superare le loro differenze. Vi sarà un anno di tempo per preparare questa conferenza e speriamo che gli stati membri lo usino in modo costruttivo. Il Segretario Generale continuerà a seguire il problema da vicino.”

Fonte: Haaretz; data: 24/01/2008