L’ultimo regalo del Governo Prodi

Il Paese di Bengodi per Nemer Hammad

Ricevo da ShalomIsraele:

Una delle ultime malefatte del governo Prodi e’ stata l’approvazione di una legge che stanzia poco meno di 310.000 euro a favore della Delegazione Palestinese in Italia.

Sono denari degli Italiani che vengono regalati a chi fa del terrorismo la propria legge, il proprio stile di vita. Una somma che si ripete annualmente per tre anni.

Uno stanziamento, recita la legge, SENZA OBBLIGO DI RENDICONTO, ovvero i signori delegati palestinesi potranno spenderli come vorranno senza giustificare le spese allo Stato italiano che, nella peggiore delle ipotesi, si rende complice di attività terroristiche palestinesi.

Ma era davvero necessario buttare quel miliardo di euro quando i pensionati muoiono letteralmente di fame, gli ospedali non funzionano, gli stipendi sono da fame e via dicendo?

Ecco di seguito il testo.

LEGGE 7 gennaio 2008, n.14

Concessione di un contributo finanziario alla Delegazione generale palestinese per il funzionamento della sede in Italia. (GU n. 30 del 5-2-2008)

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Promulga

la seguente legge:

Art. 1.

E’ autorizzata la concessione alla Delegazione generale palestinese, per il triennio 2007 2009, di un contributo annuo pari a 309.875 euro destinato alle spese di funzionamento della sua sede in Italia. Tale contributo ha carattere forfetario e non e’ soggetto a rendicontazione.

Deborah Fait

Per consultare il testo originale della legge clicca qui

Annunci

Il nuovo odio viene da lontano

Il nuovo odio viene da lontano

donkycrudeltapalestinesi.jpg

di David Menghnagi

ROMA – Fino alla seconda metà degli anni Ottanta i principali editori in Italia hanno di fatto operato una silenziosa censura contro la letteratura israeliana. Il premio Nobel Agnon era quasi del tutto sconosciuto se non ci fosse stata la Bompiani. Lo stesso accadeva con il primo grande romanzo di Amos Oz incentrato sul dramma interiore di una donna posseduta dagli incubi di un’intera nazione. A tradurre Yehoshua era la Giuntina, una piccola editrice ebraica che ha avuto il grande merito di far conoscere per prima in Italia l’opera di Wiesel. Eppure la letteratura israeliana, come avrebbe poi dimostrato con la grande esplosione degli anni Ottanta e Novanta, è uno dei più grandi laboratori di scrittura, di pensiero e di invenzione linguistica di ogni tempo.

“La principessa addormentata”, come con amore la chiamavano i padri fondatori della rinascita ebraica, per tornare in vita aveva bisogno del contatto più intenso con l’intero patrimonio culturale delle lingue parlate e scritte. Dalla filosofia all’arte, dalla scienza alla letteratura non vi è campo in cui i traduttori non si siano cimentati per trovare le parole per dire in un gioco di scambi unico tra la lingua dei testi contemporanei e quella delle Scritture.

Il clima è cambiato dopo la caduta del Muro di Berlino e con gli accordi di Oslo tra israeliani e palestinesi. Gli scrittori israeliani hanno fatto la fortuna dei loro editori. La letteratura è arrivata dove la politica appariva cieca e incapace di andare oltre gli stereotipi e i luoghi comuni della guerra fredda, dei pregiudizi e degli stereotipi del conflitto.

Se non fosse per le conseguenze devastanti sul piano morale e politico del boicottaggio, verrebbe da ridere amaramente di fronte all’idea che per malintesi sentimenti di solidarietà verso i popoli oppressi, qualcuno non trovi di meglio che prendersela coi libri. I libri come gli alberi non si possono difendere. Sono loro a nutrirci ma se non li proteggiamo diventiamo noi stessi secchi e aridi. Che a lanciare gli anatemi contro la Fiera del Libro, siano i fondamentalisti islamici non sorprende. Né sorprende se a fare da gran cassa siano i relitti di un comunismo che non hanno mai fatto realmente i conti con la tragedia dei gulag e del totalitarismo. Come non sorprende che sul web ci sia qualcuno che stili una lista di professori ebrei o filo-israeliani. Il copione è vecchio.

Fa da sfondo ad un antisemitismo che si alimenta del conflitto mediorientale ed ha come oggetto la demonizzazione dello Stato di Israele e della sua esistenza. L’aspetto più inquietante di questo nuovo antisemitismo è la riscoperta di “un sentimento di innocenza”, che il vecchio antisemitismo non potrebbe rivendicare. L’odio un tempo rivolto contro gli ebrei in quanto singoli e in quanto comunità è oggi perversamente diretto contro lo Stato di Israele assurto a simbolo di ogni male.

Come giudicare altrimenti la richiesta di estendere l’invito come ospiti d’onore della Fiera ai palestinesi. La richiesta apparentemente moderata e ragionevole nasconde l’idea che lo Stato di Israele non è uno Stato come gli altri, non è uno Stato sovrano, ma uno Stato paria permanentemente in stato di osservazione, oggetto delle nostre proiezioni e di fantasmi irrisolti.

Come dovremmo giudicare altrimenti la confusione di termini e concetti che dovrebbero essere distinti, come Stato di Israele e Israele biblico, ebrei e israeliani. Unificati in un unicum indifferenziato gli ebrei come gli israeliani appaiono trasformati in un archetipo che li annulla come persone. Celebrati come “vittime” nel giorno della memoria, in un gioco di scambi e rovesciamenti perversi possono essere rappresentati come “carnefici” in quanto israeliani. Ridotti ad immagine, privati di umanità propria, ritornano come persone attraverso la grande letteratura che hanno saputo restituirci come dono. Anche per questo i nemici della Fiera vorrebbero che ne fossero allontanati. Vivendo di simboli necrofili, hanno in odio la vita e le persone reali.

(Il Messaggero, 8 febbraio 2008)

Ex deportata rompe il silenzio: “Fui una vittima di Mengele”

Ex deportata rompe il silenzio: “Fui una vittima di Mengele”

Dopo 63 anni racconta per la prima volta la sua storia. Nel 1944 è stata deportata ad Auschwitz con la madre.

VARESE – «Mi raccomando non sbagli il mio nome. È una cosa che mi fa arrabbiare molto». Sylva Sabbadini ha 76 anni, vive a Marchirolo, è ebrea e nel 1944 è stata deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Una storia che non ha mai voluto raccontare. Fino a quando, due mesi fa, ha incontrato Angelo Chiesa, segretario provinciale dell’Anpi, mentre stava facendo una conferenza, e gli ha mostrato il braccio sinistro con il numero di matricola tatuato dai nazisti. 63 anni dopo, Sylva Sabbadini, ha deciso di raccontare quell’esperienza ai ragazzi dell’Isis di Varese. «Abitavamo a Padova, dove mio padre faceva l’ingegnere. Io sono una di quelle ragazze che quando nel 1938 entrarono in vigore le leggi razziali venne espulsa da scuola. Mio padre, che era un funzionario del ministero dell’Agricoltura, perse il lavoro. Un giorno il questore di Padova arrivò a casa nostra e disse a mio padre che era venuto il momento di tagliare la corda e così scappammo in campagna ospiti di una famiglia di contadini».

I Sabbadini tirano avanti gestendo una gelateria che avevano intestato al marito della loro donna di servizio. Come è accaduto a molti altri ebrei, anche loro vengono traditi e venduti ai nazisti dagli italiani. Il federale del paese si presenta alla fattoria, con lui ci sono le Ss tedesche che arrestano tutta la famiglia. Sylva, i suoi genitori e la nonna vengono portati prima in una villa a Vo’ Euganeo e subito dopo a Trieste. «Ci hanno rinchiusi nella Risiera di San Sabba, un vero e proprio lager. Con noi c’era anche uno zio, mentre mia nonna l’avevano risparmiata perché aveva più di 60 anni. Ricordo i rumori e le grida e poi il viaggio verso Auschwitz in quei carri bestiame. Ancora oggi non riesco a fermare lo sguardo su un treno merci».

Al suo arrivo nel campo di sterminio, Sylva passa indenne la selezione e continua a rimanere con la madre. Il destino le riserverà una seconda opportunità quando viene selezionata dal dottor Mengele per i suoi esperimenti medici. «Quando arrivai ad Auschwitz avevo tredici anni e mezzo e mi salvai dalla camera a gas perché ero già formata, sembravo una donna adulta, quindi potevo lavorare. Una ragazza della mia età, alta e secca, che viaggiava con me, venne spedita subito a morire. Rimasi sempre con mia madre, lei parlava lo yiddish, la lingua della sua famiglia, e quindi capiva bene anche il tedesco, aspetto molto importante per sopravvivere. Un pomeriggio arrivò nella nostra baracca il dottor Mengele e mi scelse insieme ad altre due ragazze per delle sperimentazioni mediche. Ci trasferirono nell’infermeria. Eravamo sedute e aspettavamo di essere chiamate, intuendo quello che ci aspettava. Uscì l’infermiera e prese una di noi tre, una ragazza dell’est».

Per Sylva Sabbadini il momento della liberazione, nel gennaio del 1945, ha un suono preciso e un’immagine nitida. «Sentivamo il rumore dei cannoni molto vicino. I tedeschi a quel punto in preda al panico ci chiesero se volevamo fuggire con loro in quella conosciuta poi come la marcia della morte, tutti quelli che accettarono vennero uccisi durante il tragitto. Mia madre mi guardò fissa e mi chiese che cosa dovevamo fare e io le risposi che morire per morire preferivo rimanere lì con lei in infermeria. Eravamo abbandonati a noi stessi, senza forze, quando una mattina sono comparsi dei soldati, parlavano russo e giravano nelle camerate guardandoci sbalorditi, sembravano dei marziani. Se avessero ritardato di quindici giorni saremmo morti tutti».

Sylva Sabbadini e sua madre rimasero ancora per tre mesi ad Auschwitz a servire nella mensa ufficiali. «L’odore dei cadaveri che bruciavano era insopportabile, volevamo andarcene a tutti i costi. Mia madre conobbe un ufficiale rumeno che ci portò a Bucarest. Una volta lì contattammo il console italiano. Ci venne incontro un uomo elegante che ci portò in un appartamento molto bello dove c’erano altri italiani. Mia madre vide un pianoforte e lo fissò a lungo, senza parlare. Non mi meravigliai, dopo tutto lei era una concertista e come quasi tutti i componenti della sua famiglia suonava il pianoforte e il violino. Erano emigrati agli inizi del ‘900 da Odessa, quando era ancora Russia, a Trieste. A un certo punto si avvicinò a quel grande pianoforte a coda, si aggiustò il seggiolino, iniziò a premere sui tasti. Fu così che ricominciammo a vivere».

(Varesenews, 8 febbraio 2008)

Gaza: attentato a istituto cristiano, solo danni materiali

Gaza: attentato a istituto cristiano, solo danni materiali

Una esplosione ha devastato la scorsa notte un centro cristiano di Gaza, l’Ymca, provocando ingenti danni materiali, in particolar modo alla biblioteca, ma senza causare vittime. Fonti locali riferiscono che una decina di uomini armati hanno fatto irruzione nel locale dopo aver sopraffatto i due guardiani notturni. Quindi hanno deposto due ordigni, uno dei quali è esploso. I guardiani sono stati prelevati dagli attaccanti, e rilasciati in un secondo tempo nel rione Sajayah, a est di Gaza.

Il direttore dell’Ymca, Issa Saba, è un esponente cristiano di al-Fatah. Il suo istituto è aperto anche alla popolazione musulmana della zona.

Secondo una stima ufficiosa, il 90 per cento dei bambini che frequentano il suo asilo sono islamici. Gli autori dell’attacco non sono stati per il momento identificati.

Lo scorso ottobre un esponente cristiano, Rami Ayad, fu ucciso da miliziani dopo che era uscito dalla sua libreria nel centro di Gaza. L’omicidio destò forte impressione nella piccola comunità cristiana di Gaza. Una settimana dopo l’omicidio la vedova venne informata dai servizi segreti di Hamas che alcuni responsabili erano stati identificati e catturati. Ma da allora, affermano fonti informate, niente altro si è saputo sulla loro sorte.

(Agenzia Radicale, 15 febbraio 2008)

Un ”coniglio divora-ebrei” sulla tv di Hamas per bambini

Un ”coniglio divora-ebrei” sulla tv di Hamas per bambini

assud.jpg

Dopo la “morte” del pupazzo “Farfur” dall’aspetto di Topolino per mano di uno spietato militare israeliano, la trasmissione per bambini “Pionieri di domani” della tv di Hamas ha recentemente introdotto un nuovo personaggio animato, dall’aspetto di un grande coniglio che proclama: “Divorerò gli ebrei”.

Secondo il Daily Mail di mercoledì, l’emittente controllata da Hamas nella striscia di Gaza ha fatto comparire nella trasmissione per bambini il coniglio “Assud”, dicendo che è riuscito a entrare clandestinamente dall’Egitto dopo che è stata sfondata la barriera di frontiera.

In un precedente episodio del giugno 2007, Farfur, il Topolino di Hamas che invocava attentati terroristici contro gli ebrei, era stato picchiato a morte da un militare israeliano. Gli era subentrata l’ape “Nahul”, fatta poi drammaticamente morire, in un successivo episodio della trasmissione per bambini, per l’impossibilità di ricoverarla in ospedale a causa dell’assedio israeliano.

La tv di Hamas venne severamente criticata un po’ in tutto il mondo per queste forme di indottrinamento dei bambini all’odio, ed anche minacciata di querela dalla Disney per il plagio dei personaggi.

Ora, nel nuovo episodio, il coniglio Assud, dopo aver appreso della morte “da martire” del fratello Nahul, dice alla giovanissima conduttrice Saraa: “Tutti noi siamo aspiranti martiri, vero Saraa? Noi sacrificheremo le nostre anime e tutto ciò che abbiamo per la nostra terra patria”. Saraa risponde: “Noi libereremo [la moschea di Gerusalemme] al-Aqsa dalla sozzura dei sionisti”. E Assud conclude: “Io Assud farò piazza pulita degli ebrei e li divorerò, ad Allah piacendo”.

L’episodio termina con una canzoncina che recita: “Non riconosceremo mai Israele fino a quando avremo liberato la terra patria dalla sozzura sionista”.

(Da: Ha’aretz, 14.02.08)

Per vedere il filmato originale (con sottotitoli in inglese)
Memri.org

Dopo il Topolino terrorista, l’Ape Maia jihadista

Il “Topolino” palestinese ucciso dai cattivi ebrei

Israele.net

Ucciso a Damasco uno dei più pericolosi terroristi del mondo

Ucciso a Damasco uno dei più pericolosi terroristi del mondo

image_2003.jpg

Imad Mughniyeh, capo delle operazioni terroristiche di Hezbollah, morto martedì sera nell’esplosione dell’auto a Damasco, da almeno venticinque anni era considerato uno dei terroristi più ricercati al mondo, coinvolto in una serie interminabile di attentati contro Israele e gli Stati Uniti, fra cui il sequestro dei due riservisti israeliani nel luglio 2006 e gli attentati esplosivi alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998.

Meno noto di Osama Bin Laden ma considerato altrettanto pericoloso, Mughniyeh era implicato negli attentati del 1983 contro l’ambasciata e la caserma dei marines Usa a Beirut che uccisero più di 350 persone, nell’attentato del 1994 contro l’edificio della Israelite Mutual Association a Buenos Aires che causò la morte di 85 persone, nell’attentato del 1992 contro l’ambasciata d’Israele sempre a Buenos Aires (29 morti). Aveva anche stabilito stretti legami con Al Qaeda e, stando alla testimonianza di Ali Mohammed, un alto esponente operativo di Al Qaeda arrestato per gli attentati contro le ambasciate americane in Africa del 1998, si era incontrato con lo stesso Bin Laden in Sudan nel 1993. Secondo Ali Mohammed, fu Hezbollah che fornì l’addestramento all’uso degli esplosivi ai terroristi di Al Qaeda per quegli attentati. Questo legame, e il fatto che Mughniyeh fosse l’ufficiale di collegamento fra Hezbollah e Al Qaeda, ha portato i servizi di intelligence occidentali a pensare che fosse coinvolto anche negli attentati dell’11 settembre.

Nato nella città libanese di Tiro nel 1962, Mughniyeh non attirò l’attenzione su di sé fino al 1976 quando si arruolò nella Forza 17 palestinese come cecchino, bersagliando libanesi cristiani sulla linea verde che divideva Beirut est da Beirut ovest durante gli anni della guerra civile. Funzionari di Fatah hanno rivelato che era molto vicino al leader Yasser Arafat quando l’Olp faceva base a Beirut. “Il suo soprannome era tha’lab (la volpe) – dice un ufficiale di Fatah che afferma d’aver conosciuto molto bene Mughniyeh negli anni ’70 e ’80 – e oggi era considerato la seconda figura più importante di Hezbollah dopo il segretario generale Hassan Nasrallah. Siamo molto fieri che un palestinese fosse arrivato a ricoprire una posizione così importante dentro Hezbollah”.

Quando le Forze di Difesa israeliane cacciarono le milizie dell’Olp dal Libano nel 1982, Arafat affidò a Mughniyeh il compito di trasferire gli arsenali dell’organizzazione alle milizie libanesi alleate. Mughniyeh, che si rifiutò di lasciare Beirut insieme al resto della leadership palestinese, entrò allora nella milizia sciita Amal guidata da Nabih Berri. Successivamente sia lui che Hassan Nasrallah, anch’esso all’epoca membro di Amal, uscirono dal movimento per formare Hezbollah.

I primi attentati terroristici che lo videro all’opera furono le esplosioni nel 1983 dell’ambasciata americana e delle caserme che ospitavano i marines Usa e i paracadutisti francesi che facevano parte della Forza multinazionale di pace schierata in Libano. Rimasero uccise circa 350 persone.

“Mughniyeh era uno dei terroristi più pericolosi e spietati – dice l’ex capo del Mossad israeliano Danny Yatom – La sua scomparsa costituisce un grande successo della lotta al terrorismo”.

Nel 1985 si ritiene che Mughniyeh sia stato uno dei terroristi che presero in ostaggio un volo TWA in rotta da Atene a Roma. L’aereo venne fatto atterrare a Beirut per poi volare in Algeria e tornare di nuovo a Beirut. In seguito Mughniyeh venne incriminato dagli Stati Uniti per l’uccisione a sangue freddo di uno degli ostaggi, un membro della marina americana.

Il 10 ottobre 2001 Mughniyeh apparve sulla lista FBI dei 22 terroristi più ricercati. Venivano offerti 5 milioni di dollari per informazioni che portassero alla sua cattura.

Mughniyeh è stato anche collegato alla nave cargo Karine A con cui Arafat cercò di far arrivare un grosso quantitativo di armi nella striscia di Gaza nel 2001, e al sequestro da parte di Hezbollah di tre soldati israeliani nell’ottobre 2000 (dopo che Israele si era ritirato sul confine internazionale), oltre a quello nell’estate 2006 di Eldad Regev e Ehud Goldwasser, sempre su suolo israeliano.

Mughniyeh era considerato l’ufficiale di collegamento fra Hezbollah e le Guardie Rivoluzionarie iraniane, e si ritiene che trascorresse molto tempo a Teheran sotto stretta protezione iraniana. Nel gennaio 2006 si ritiene che abbia accompagnato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a Damasco per un incontro con Nasrallah, con il leader di Hamas Khaled Mashal e con il capo della Jihad Islamica palestinese Ramadan Salah.

“Sapeva di essere sulla lista dell’FBI da molti anni – dice Eitan Azani, già capo del desk libanese dell’intelligence militare israeliana – e si comportava di conseguenza. A differenza di Bin Laden, era un operativo e non aveva un ruolo politico dentro Hezbollah. Era profondamente implicato nell’organizzazione delle operazioni, come una sorta di capo di stato maggiore”.

La morte di Mughniyeh martedì a Damasco ha suscitato furibonde reazioni nel mondo arabo e islamico. Hezbollah ha accusato subito Israele: “Con pieno orgoglio noi dichiariamo che un grande condottiero jihadista della resistenza islamica in Libano è diventato un martire per mano dei sionisti”, recita un comunicato su Al-Manar.

Anche il parlamentare siriano Mohammad Habash ha immediatamente incolpato Israele: “Di tutti i possibili sospetti, Israele è quello che ha più da guadagnarci”, ha dichiarato alla BBC in arabo.

Il primo ministro libanese Fuad Saniora ha espresso le sue condoglianze alla famiglia di Mughniyeh e alla dirigenza di Hezbollah. Anche il figlio di Hariri, Saeb, ha condannato l’uccisione.

Il ministro degli interni siriano, Basam Abd al-Majid, ha definito l’uccisione di Mughniyeh, “un vile atto terrorista”.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha minacciato una reazione terroristica contro i leader politici israeliani: “Non resteremo a braccia conserte”, hanno dichiarato esponenti del FPLP.Anche Hamas ha duramente condannato l’uccisione di Imad Mughniyeh. In un comunicato, l’organizzazione terroristica palestinese incita i musulmani nel mondo e i paesi arabi ad agire contro “il nemico sionista” che “minaccia la sicurezza del popolo arabo”.

Il portavoce del ministero degli esteri iraniano Mohammad Ali Hosseini ha espresso la “forte condanna” di Teheran per l’uccisione del numero due di Hezbollah, attribuendola al “regime sionista” e alle sue “violazioni del diritto internazionale”. Hosseini ha elogiato Mughniyeh (responsabile delle morte di centinaia di americani, israeliani ed ebrei in Libano e in altri paesi) definendolo “un pagina d’oro nella storia della lotta del genere umano contro l’aggressione sionista”.

“Il mondo sarà migliore senza quest’uomo – ha dichiarato invece Sean McCormack, portavoce del dipartimento di stato Usa – Mughniyeh era un killer, un assassino e un terrorista responsabile della morte di centinaia di innocenti”.
Gerusalemme in un primo momento ha evitato di commentare. Successivamente, mercoledì, l’ufficio del primo ministro ha diffuso un comunicato in cui si smentisce qualunque coinvolgimento di Israele nella vicenda.

Secondo l’ex membro della CIA Bruce Riedel, tutto indica che il Mossad è riuscito a infiltrare Hezbollah e che anche il leader Hassan Nasrallah sa di essere nel mirino. “I servizi israeliani – dice Riedel – hanno già dimostrato in passato la capacità di colpire a Damasco. Questa è un’operazione di grande significato, che gli israeliani abbiano intenzione o meno di ammetterlo pubblicamente.

Mugniyah era ai vertici delle liste dei peggiori ricercati da almeno un quarto di secolo”. Secondo Riedel, il capo di Hezbollah Nasrallah ha buoni motivi per preoccuparsi. “In queste ore – spiega – si sta chiedendo chi può aver rivelato dove si trovava Mugniyah, perché quella stessa persone potrebbe rivelare dove si trova lui”.

Questa una lista parziale dei principali attentati attribuiti con certezza alla “pagina d’oro del genere umani” Imad Mughniyeh

– Aprile 1983: un attentatore suicida alla guida di un furgone-bomba si scaglia contro l’ambasciata Usa a Beirut: 63 morti (di cui 17 americani).

– Ottobre 1983: attentati suicidi quasi simultanei con camion-bomba contro le caserme francese e americana della Forza multinazionale di pace a Beirut: morti 241 americani e 58 francesi.

– Marzo 1984: Sequestro e uccisione di William F. Buckley, capo stazione CIA a Beirut: è l’inizio di una serie di sequestri di cittadini stranieri in Libano ad opera di Hezbollah.

– Marzo 1985. Sequestro di Terry Anderson, capo corrispondente in Medio Oriente della Associated Press: verrà tenuto in ostaggio per i successivi sei anni.

– Giugno 1985: terroristi sciiti libanesi dirottano il volo TWA 847 da Atene a Roma e volano avanti e indietro tra Beirut e Algeri. Nell’aeroporto di Beirut sparano a freddo a un passeggero, il sommozzatore della marina Usa Robert Stetham, e ne gettano il corpo sulla pista. Gli ultimi ostaggi vengono liberati solo dopo due settimane. Gli Stati Uniti incriminano formalmente Mughniyeh per il suo ruolo nel dirottamento e lo iscrivono nella lista FBI dei terroristi più ricercati.

– Marzo 1992: furgone-bomba contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires, in Argentina: 29 morti.

– Luglio 1994: furgone-bomba contro l’edificio di un centro culturale ebraico a Buenos Aires, in Argentina: 95 morti. Nel 1999 l’Argentina emette mandato di cattura internazionale a carico di Mughniyeh.

(Da: Jerusalem Post, 13.02.08)

Nella foto in alto: L’attentato del 1994 contro il centro comunitario ebraico a Buenos Aires (95 morti)

Hezbollah: L’Iran dirige i nostri lanci di missili su Israele

Hezbollah arruola bambini nelle sue milizie

Israele.net

Il Tariq smascherato

Il Tariq smascherato

tariqramadan-x.jpg

Costruttore di ponti tra Islam e Occidente? Macchè, il professore Ramadan sotto i ponti mette la dinamite. E la bagarre su Israele ospite della Fiera del Libro di Torino costringe il cattivo maestro ad abbandonare la pratica della doppiezza

Alla fine Tariq Ramadan ha gettato la maschera. Il celebre intellettuale islamico, nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani, professore a Oxford, è da sempre una figura controversa: giudicato persona non grata negli Stati Uniti (che gli hanno impedito di andare a insegnare in una università americana) è invece coccolato da molti circoli intellettuali europei. Considerato dagli uni un fondamentalista subdolo e abile, un maestro di doppiezza (uno che dice cose diverse all’Occidente e al mondo islamico), è giudicato dagli altri un “costruttore di ponti”, tutto dedito a una nobile causa: costruire un islam “europeo” capace di far convivere rispetto della tradizione islamica e valori occidentali. Una vera perla di uomo, secondo molti intellettuali, anche italiani, che infatti se lo contendono e lo invitano a tenere conferenze un po’ ovunque. Per la costernazione di molti dei suoi laudatoti Ramadan è stato costretto dalle circostanze ad abbandonare la pratica della doppiezza: si è schierato pubblicamente a favore del boicottaggio della Fiera del libro di Torino, rea di avere quest’anno Israele come Paese ospite. Il raffinato scrittore, lo squisito intellettuale, il conferenziere di successo, si è unito alla canca di coloro che non vogliono far parlare gli scrittori israeliani nel sessantesimo anniversario della fondazione di Israele.

Un errore? Una caduta di stile? No di certo. Ramadan sa bene (come tutti gli altri boicottatori, italiani e no, del resto) che l’invito non implicava alcun gesto di ostilità nei confronti dei palestinesi. Significava però ribadire quanto per la maggior parte di noi europei è scontato: ossia che la legittimità dell’esistenza dello Stato di Israele è fuori discussione. Ed è proprio quella legittimità che Ramadan e quelli come lui non possono accettare. Altro che bugie di circostanza sui due Stati (israeliano e palestinese) che in futuro dovrebbero convivere pacificamente. Per quelli come Ramadan l’esistenza di Israele è un affronto religioso prima che politico. Egli non poteva tacere. Sapeva bene che, data la posizione di spicco che si è conquistato in Europa, il suo silenzio non sarebbe stato perdonato dai fondamentalisti (per i quali resta un dogma la convinzione che la “entità sionista” debba essere cancellata dalla faccia della terra). Per questo — altro che caduta di stile — il famoso “costruttore di ponti”, questa volta ha messo della dinamite sotto il ponte.

In una lettera aperta pubblicata dalla Stampa (2 febbraio) Ernesto Ferrero e Rolaudo Piccioni, rispettivamente direttore e presidente della Fiera del libro di Torino, scrivono che «quanto a Tàriq Ramadan, il suo invito al boicottaggio è sorprendente. L’anno scorso è stato al Lingotto, dove ha tenuto un intervento che è stato ascoltato con attenzione. Perché adesso non vorrebbe che parlasse anche qualcun altro?». Già, perché? Come dice un noto conduttore televisivo, dopo essersi fatto la domanda, si dia anche la risposta. In queste faccende l’ingenuità può essere altrettanto colpevole della malafede. E può provocare altrettanti danni. Non sarebbe il caso, in fu:uro, di scegliere con più attenzione gli inrerlocutori? Abbiamo bisogno di un islam europeo. Ma, di sicuro, non alle condizioni di Tariq Ramadan.

Angelo Panebianco

(Fonte: Corriere della Sera Magazine, 14 Febbraio 2008)