Inchiesta: Abu Mazen non bloccò golpe di Hamas a Gaza

M.O./ INCHIESTA: ABU MAZEN NON BLOCCO’ CONQUISTA DI HAMAS A GAZA

Forze sicurezza non furono mobilitate contro movimento islamico

Ramallah, 24 feb. (Ap) – Il Presidente palestinese Abu Mazen e i responsabili per la sicurezza sapevano del progetto di Hamas di assumere il controllo della Striscia di Gaza, ma non mobilitarono le forze armate per far fallire il piano. E’ questa la conclusione di un’indagine ordinata dalla stesso Presidente palestinese, che però non mette sotto accusa Abu Mazen, il suo consigliere per la sicurezza Mohammed Dahlan nè altri leader politici, ma raccomanda di portare davanti alla giustizia militare 74 ufficiali, perlopiù di medio livello, e di degradarne altri 23.

Le conclusioni del rapporto sono state anticipate da alcuni funzionari palestonesi. Il presidente del comitato di inchiesta, Tayeb Abdel Rahim, stretto collaboratore di Abu Mazen, non ha voluto commentare.

Hamas ha conquistato il controllo di Gaza nel giugno 2007, dopo mesi di scontri con i fedelissimi di Abu Mazen del partito Fatah. In quel periodo, si legge nel rapporto, “i leader di Gaza avevano indicazioni e prove del fatto che Hamas stesse orchestrando la presa del potere. Il Presidente aveva informazioni dettagliate a riguardo”. L’indagine evidenzia quindi la scarsa preparazione delle forze di sicurezza di Fatah a Gaza e l’assenza di una leadership, sottolineando che solo 2.000 dei 50.000 uomini armati del Presidente si confrontarono con i 20.000 miliziani di Hamas nelle ultime fasi dello scontro.

Nel rapporto si evidenzia inoltre che nel febbraio 2007 Dahlan, l’uomo forte di Fatah a Gaza, aveva ricevuto 25 milioni di dollari per rafforzare le truppe fedeli ad Abu Mazen. Dahlan ha speso almeno 20 milioni e di alcune spese dovrebbe essere chiamato a rispondere, si legge nelle conclusioni dell’inchiesta. Lo stesso Dahlan non era a Gaza durante le ultime fasi degli scontri tra Fatah e Hamas, perchè ricoverato all’estero per cure mediche. Venerdì scorso, il responsabile della sicurezza ha difeso le truppe di Fatah, ricordando che non venivano pagate da mesi e che uscivano da anni di combattimento con Israele. “Hamas ha combattuto con violenza per prendere il controllo di Gaza, mentre noi non eravamo pronti a questo”, ha sottolineato. Inoltre, le truppe di Fatah avevano ricevuto solo l’ordine di difendere le loro postazione e non di lanciare attacchi.

Rassegna Stampa di giovedì 28 Febbraio 2008

RASSEGNA STAMPA – giovedì 28 febbraio 2008

Su Newsweek Michael Hirsh e Dan Ephron (da leggere) analizzano la posizione di Barack Obama su Israele e ebrei. Pare che le accuse di essere filopalestinese siano diffuse ad arte dalla staff della Clinton e dai repubblicani preoccupati. In realtà Obama più volte si sarebbe dichiarato sostenitore di Israele.

Sono a uno stallo i negoziati tra Israele e Santa Sede: lo denuncia con preoccupazione l’Avanti. Il motivo: Roma pretende l’esenzione fiscale, di cui godeva già prima della fondazione di Israele, il governo non è d’accordo.

E mentre le relazioni con i cattolici paiono in crisi, un gesto distensivo viene dai musulmani: Caterina Maniaci su Libero quotidiano illustra la proposta di un gruppo di studiosi islamici ed ebrei del Wolf Institute of Abrahamic Faith di Cambridge per migliorare le relazioni e la stima reciproca.

Ma sembra l’unico questo squarcio di positività, in una situazione che continua a deteriorare. Giovanni Sallusti su Libero quotidiano recensisce la “Guida (policamente scorretta) all’Islam e alle crociate” che uscirà in Italia domani per i tipi di Lindau: un saggio dell’americano Robert Spencer, direttore del centro Jihad watch che vive in località segreta sotto protezione. Spencer sostiene che l’aggressività è parte fondante dell’Islam, in quanto Maometto era un profeta guerriero, e racconta come sia fasulla l’immagine “tollerante” che oggi si cerca di accreditare ai musulmani: sarebbe una favola persino la presunta “età dell’oro” in Spagna, in cui sotto i musulmani cattolici ed ebrei sarebbero vissuti in concordia e tolleranza.

Sul Corriere della Sera Magazine Stefano Jesurum intervista Sayed Kashua, il più noto scrittore israelo-palestinese (scrive in ebraico), attore di reality show in tv e commentatore sul quotidiano liberal Haaretz. Nonostante queste credenziali, Kashua aderisce al boicottaggio della Fiera del Libro di Torino e denuncia la sua difficoltà di essere arabo in Israele: “per l’israeliano medio io voglio comunque infilargli un coltello nella pancia, per l’arabo medio sono il leccaculo degli ebrei”.

Difficoltà palestinesi le racconta anche Antonio Ferrari, recensendo su Corriere della Sera Magazine un libro in uscita da Giunti di Sahar Kalifah, nota scrittrice palestinese. “Una primavera di fuoco” è l’accorata analisi femminile della tremenda situazione dei palestinesi tra desideri di pace e attrazione per il terrorismo.

Per chi è interessato a riflettere sulla cultura ebraica, da non perdere la lectio magistralis di Moni Ovadia, pubblicata da La Stampa (che la riprende da Strumenti critici del Mulino) in occasione della sua laurea honoris causa a Pavia. “L’ebreo ingombrante” è una attenta e originale analisi sul significato dell’ebraismo nel mondo contemporaneo.

Un altro libro di grande interesse, presentato ieri in Campidoglio con prefazione di Walter Veltroni è la “Vita di Ernesto Nathan” di Nadia Ciani (Claudia Azzera, Unità Roma). Il primo sindaco di Roma, ebreo, massone e inglese di nascita, viene descritto come un personaggio di grande rettitudine, modernità e spirito democratico. E’ un bene che si cominci a conoscere di più l’apporto politico e culturale degli ebrei alla vita italiana.

In Francia, riportato da trafiletti su tutti i quotidiani, Sarkozy ha rinunciato al suo progetto, molto criticato anche da parte ebraica, di far adottare ai bambini dell’ultima classe elementare, un bambino ebreo francese perito nella Shoah. La decisione è stata presa da una commissione a cui partecipava anche Claude Lanzmann.

E infine, i problemi a Gaza. Ieri sono stati uccisi 11 palestinesi, terroristi secondo gli israeliani – ma tra le vititme anche tre bambini- e un civile israeliano a Sderot –ma ci sono anche due feriti gravi e quattro ricoverati sotto choc. Secondo Umberto De Giovannangeli sull’Unità, il 64% degli israeliani sarebbe favorevole ad aprire una trattativa con Hamas la notizia ripresa dal quotidiano Haaretz. De Giovannangeli affronta anche il problema delle presunte infiltrazioni di Al Qaeda nella Striscia di Gaza, in seguito alla temporanea apertura della frontiera con l’Egitto, ma appoggia la tesi diffusa da Hamas che si tratti in realtà di infiltrati dei servizi segreti dell’Anp, una mossa studiata ad arte per giustificare future operazioni arabo-israeliane nella Striscia.

Secondo Francesca Paci sulla Stampa il pericolo di una apertura di Hamas a Al Qaeda è reale, e potrebbe essere l’inizio della grande offensiva tanto paventata dagli israeliani (che secondo alcuni potrebbe culminare durante la visita di Bush in Israele per le celebrazioni dei 60 anni dalla fondazione dello Stato ebraico.

Perché la Palestina non dichiara l’indipendenza come il Kosovo? Se lo chiede Yasha Reibman sul Giornale Tempi. Per gli israeliani andrebbe bene, anzi sarebbe liberatorio. Ma non andrebbe bene, secondo il commentatore, per i palestinesi perché vorrebbe dire rinunciare al tavolo da gioco, a ottenere di più con le trattative, e soprattutto, alle generose sovvenzioni concesse da tutto il mondo all’ANP in quanto senza Stato. Però così la Palestina potrebbe evitare di riconoscere Israele.

Viviana Kasam

Ucei.it

Ecco il rituale dei meeting della morte prima dell’omicidio di Mughniyeh

Ecco il rituale dei meeting della morte prima dell’omicidio di Mughniyeh

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Forse è il caso di insistere — considerata la proliferazione di notizie a volte di terza e quarta mano — su alcuni aspetti delle dinamiche mediorientali, ripercorrendo anche i risvolti dell’attentato al leader militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh.

Una premessa: l’Iran sta profondendo ogni sforzo, in primis nel settore del nucleare (permangono, nonostante il rapporto dell’Aiea, elementi di ambiguità sull’arricchimento dell’uranio e sull’uso del polonio 210, destinabile a scopi militari qualora venisse combinato con il berillio), per ricavarsi un ruolo di primo piano nel mondo arabo. Ciò con il duplice obiettivo di influenzarne le scelte e di accrescere il peso contrattuale nei confronti dell’occidente(1). Di qui il suo ergersi, sfruttando la funzione di aggregazione esercitata dai motivi dell’antisemitismo e dell’antisionismo, quale unico baluardo contro lo stato di Israele.

Sarebbe questo l’ambizioso progetto che ne spiega le ricadute destabilizzanti in quell’area di crisi nonché la pervicacia con la quale, usando la Siria come cavallo di Troia, persiste nel disegno di interagire non solo sugli assetti libanesi ma lungo quella sottile linea di demarcazione, di grande valenza strategica per la sicurezza di diversi paesi (Arabia Saudita, Egitto, Giordania e stati del Golfo), che ancora si frappone alle mire espansionistiche di Teheran in medio oriente(2).

Una progettualità politica che avrebbe subito un processo di accelerazione in vista della deadline del 2010, fissata dal Gulf Cooperation Council, quale termine ultimo per inserirsi nel risiko della finanza internazionale attraverso l’introduzione della moneta unica che verrebbe preceduta, con conseguenze imprevedibili sui mercati finanziari, da un rastrellamento dei fondi esteri a opera di tali pesi(3). Una congiuntura alla quale l’Iran vorrebbe presentarsi in una posizione di forza. Cosa che contribuisce a mantenere la delicatezza della questione del nucleare, e la sua possibile deriva verso sbocchi militari, stante il clima da “dròle de guerre” con cui viene affrontata una così pericolosa prospettiva(4).

Prospettiva che s’ incrocia con il destino di Mughniyeh e il suo assassinio avvenuto dopo ciò che può essere definito il rituale dei meeting della morte consumati, nella capitale siriana, sia prima dell’eliminazione del capo militare di Hezbollah sia dell’ex premier libanese Rafiq Hariri.

Sta di fatto che:

a) Mughniyeh, secondo fonti arabe ben informate, sarebbe saltato in aria con la sua auto imbottita di C4 al termine di una riunione alla quale aveva partecipato, unitamente a leader politici siriani, a rappresentanti del Jihad islamico palestinese, di Hamas e Hezbollah, dietro l’invito rivoltogli da Assef Shawkat (cognato del presidente Bashar el Assad e capo dell’intelligence militare). Lo stesso che compare tra i principali sospettati nell’inchiesta condotta dall’Onu sull’uccisione di Hariri. La decisione di eliminare Mughniyeh sarebbe maturata all’interno di una feroce resa dei conti che lo avrebbe fatto percepire, da Teheran e Damasco, come un pericoloso testimone, specialmente in caso di cattura da parte americana o israeliana, sui mandanti dell’omicidio di Hariri e dell’attentato del 1994 a Buenos Aires, mentre gli iraniani tentavano di acquistare tecnologia nucleare dall’Argentina incontrando un netto rifiuto(5)

b) Rafiq Hariri viene assassinato il 14febbraio del 2005, a distanza di qualche mese da una serie di riunioni preparatorie dell’attentato svoltesi a Damasco nelle settimane successive all’approvazione della risoluzione Onu 1.559 sostenuta dall’ex premier libanese.

Al paragrafo 96 della versione “confidential” del Report Of The International Independent Investigation Commission Established Pursuant To Security Council Resolution 1.595, si legge: “Un testimone di origine siriana, ma residente in Libano, che afferma di aver lavorato per i servizi di intelligence siriani in Libano, ha dichiarato che circa due settimane dopo che era stata approvata la risoluzione del Consiglio di sicurezza nr. 1.559, Maher Assad, Assef Shawkat, Hassan Khalil, Bahjat Suleyman and Jamil al Sayyed decisero di assassinare Rafiq Hariri. Ha affermato che un alto funzionario della sicurezza libanese si è recato diverse volte in Siria per programmare l’azione, effettuando incontri una volta all’hotel Meridian a Damasco e diverse volte al palazzo presidenziale e nell’ufficio di un alto funzionario della sicurezza siriana. L’ultimo incontro si era tenuto nell’abitazione dello stesso alto funzionario della sicurezza siriana circa 7—10 giorni prima dell’assassinio alla presenza anche di un altro alto funzionario della sicurezza libanese. Il testimone era in stretto contatto con ufficiali siriani di alto grado di stanza in Libano” (6).

Ricorre, dunque, il rituale dei meeting della morte e la presenza inquietante di convitati avvezzi a replicare, come Shawkat e non solo, il medesimo ruolo determinando un’atmosfera surreale. La stessa che starebbe vivendo il regime di Assad su cui incombono l’ombra lunga iraniana e il Tribunale speciale per il Libano (risoluzione Onu 1.757) istituito per perseguire i responsabili “dell’attentato del 14 febbraio 2005 che ha causato la morte dell’ex premier Hariri” e “di altri attentati avvenuti in Libano tra il primo ottobre 2004 e il 12 dicembre 2005”.

Pio Pompa

(1)http://englishfarsnews.emn/newstext.php?nn= 8612030470;

(2)http://www.asharqalawsat.com/englishJnews.asp?section2&id=11356;

(3)http://www.bilateralsarticleprint.php3?id_article=8052; http://www.arabianbusiness.com/508499-single-currency-delay-officiaI-report?ln=en;

(4)http://www.iran-resist.org/article4248;http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=8612030384;

(5) Metimes.com; http://www.washingtoninstitute.org/templateC05.php?CID=2716;

(6)http://globalorder.org/Documents/CDL-UnitedNations/UN-MehlisReport(uncensored).pdf

(7) UnicBeirut.org; UnicBeirut2

(Fonte: Il Foglio, 26 Febbraio 2008)