Girotondi, missili e cartoni animati

Edizione 41 del 28-02-2008

Il problema di Gaza

Girotondi, missili e cartoni animati

di Michael Sfaradi

Ieri le agenzie di stampa hanno riportato la notizia che Hamas ha organizzato una catena umana sul modello dei girotondi di casa nostra, per chiedere la fine dell’assedio della striscia di Gaza. Era prevista la partecipazione di 40.000 persone, mentre i manifestanti presenti non raggiungevano le 5000 unità. Forse anche i palestinesi incominciano ad aprire gli occhi sul comportamento dei loro dirigenti e a capire di chi è la responsabilità dell’attuale situazione in cui vivono, e lo dimostrano facendo mancare la loro presenza agli eventi di propaganda. Questo spettacolo era, sicuramente, ad uso e consumo dei giornalisti presenti in zona, un pretesto per continuare a scrivere di Palestina e palestinesi in un momento, come quello attuale, di mancanza di notizie dal Medio Oriente. I dirigenti dell’organizzazione politico – terroristica presenti all’evento, gli unici autorizzati a parlare con i media, hanno ricominciato il solito pianto come sempre ripreso e amplificato dalla stampa e dalle televisioni di tutto il mondo, dove hanno professionalmente messo in mostra le sofferenze alle quali la popolazione è purtroppo sottoposta.

Io non metto in dubbio che i palestinesi, quelli che hanno la sventura di vivere a Gaza e dintorni, siano oggettivamente sottoposti ad un’esistenza al limite dell’umano, e non vi nascondo quanto tutto ciò mi addolori a livello personale. Conosco diverse persone che vivono a Gaza City, con le quali in passato ho lavorato gomito a gomito durante la raccolta degli agrumi, nelle serre e nel reparto mungitura del Kibbutz dove vivevo. Pensando sia a loro sia ai cittadini di Sderot, città lasciata sola al suo destino e martoriata per anni dai missili lanciati contro di lei dai “Militanti” di Hamas e delle altre organizzazioni paramilitari palestinesi, qualcosa dentro di me ha cominciato ad urlare di rabbia. Mi chiedo: ma come è possibile che ancora si dia credito a quella banda di terroristi, che impera nella striscia di Gaza dopo averla conquistata con un vero e proprio colpo di stato, governandola con la politica del “tanto peggio tanto meglio”, non permettendo una vita decente né ai loro connazionali né agli abitanti di Sderot?

Ma è tanto difficile capire che il blocco di Gaza da parte d’Israele altro non è che una risposta “soft” adottata soltanto per convincere, chi di dovere, a sospendere il continuo bombardamento di una sua città?

Fermo restando che Sderot è situata all’interno della linea verde, cioè territorio israeliano internazionalmente riconosciuto, quale nazione al mondo non risponderebbe militarmente e non con un semplice blocco delle frontiere ad un atto, come quello del lancio di missili contro civili, che è un vero e proprio “casus belli”? Ma perché mai, e come, per buona pace di tutti i pacifisti del mondo, il Governo Israeliano dovrebbe e potrebbe aprire delle trattative con un’organizzazione che ha nel suo scopo principe la distruzione stessa dello stato d’Israele? Ma davvero qualcuno pensa che la popolazione israeliana sia composta in maggioranza da masochisti nell’attesa di farsi fare del male? Le cose sono semplici e non c’è bisogno di girarci troppo intorno. Se i capi di Hamas vogliono l’apertura da parte d’Israele dei valichi che permettano il libero passaggio delle merci verso la striscia di Gaza, devono sospendere immediatamente tutti gli atti d’ostilità, incominciando con i Kassam e i Kamikaze. Se Hamas vuole l’apertura di un tavolo di trattative di pace, deve cambiare la sua politica guerrafondaia che vede la fine dello stato di guerra solo con la distruzione d’Israele.

Devono capire, inoltre, che con il fuoco con il quale giocano da tempo, mettendo a dura prova la pazienza di chi del mondo ha ancora una visione normale, potrebbero anche ustionarsi. Se avessero un senso dello stato, capirebbero che la fine delle sofferenze della popolazione di Gaza è in mano loro, perché, sono sicuro, una cessazione ufficiale, sia nelle parole che nei fatti, degli atti ostili, porterebbe immediatamente ad una riapertura di tutti i valichi. So per esperienza, purtroppo, che queste persone hanno a cuore solo il loro disprezzo per Israele e per tutto ciò che essa rappresenta, quindi, sono sicuro che continueranno nella loro politica delirante intrisa d’odio. A sostegno di questa mia ultima frase basta leggere la notizia apparsa il 26/02/2008 sul Corriere della Sera Online, che racconta di come la televisione di Hamas indottrina i bambini mettendo in onda programmi dove ci sono soldati israeliani che uccidono i loro cartoni animati preferiti e dove una piccola presentatrice, di circa sei anni di età, parla al telefono con altri bambini che chiamano la redazione o con adulti travestiti da pupazzi simili a Topolino o Bugs Bunny presenti in studio, incitando il suo giovane pubblico al martirio in nome dell’Islam. Siamo così pronti una nuova generazione di martiri e preparati a nuove stagioni di violenza e guerre.

Opinione.it

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Il pericolo ignorato

Edizione 40 del 27-02-2008

L’intelligence Usa sta commettendo un errore clamoroso sul programma nucleare iraniano

Il pericolo ignorato

Molti i casi in cui i servizi americani sbagliarono previsioni sottovalutando la capacità dell’avversario, dal test atomico sovietico del 1949 a quello nordcoreano del 2006

di David Harris

Quando fu rilasciato il rapporto NIE (National Intelligence Estimate, il coordinamento delle 16 agenzie di spionaggio USA, ndr), io ero in Israele. Dove, senza esagerazione, questo vi provocò un terremoto del nono grado della scala Richter politica. Le questioni aperte erano molte, ad esempio: come hanno potuto i servizi di intelligence degli Stati Uniti pubblicare una tale non plausibile valutazione, rovesciando anni di convinte dichiarazioni sul fatto che l’Iran fosse ad un passo dall’acquisire armi nucleari?

Le mani del Presidente George W. Bush erano state legate da quelli che temevano un confronto degli Stati Uniti con l’Iran, solo poche settimane dopo che egli si era riferito alla possibilità di una “Terza Guerra Mondiale” se Teheran non avesse tenuto conto della volontà della comunità internazionale? Perché è stata enfatizzata la fine dello sviluppo di ordigni atomici, e non le scoperte più critiche dell’arricchimento di uranio continuato e dello sviluppo missilistico?

E perché nel rapporto non si riconosceva più chiaramente il fatto che è impossibile sapere tutto quello che succede in un paese grande e chiuso come l’Iran? Gli israeliani si sentivano abbandonati, avendo viste rifiutate le scoperte della loro intelligence. Molti ritennero che sarebbero stati lasciati soli ad affrontare la minaccia iraniana, dopo aver creduto che il mondo, guidato da Washington, aveva compreso che l’Iran era un problema globale, non solo israeliano. Inoltre, Israele si sentiva intrappolato politicamente. Mentre l’Iran poneva una sfida esistenziale allo stato ebraico, i leader a Gerusalemme cercavano di evitare un’aperta rottura con Washington, il suo alleato più stretto e l’amico più caro. E poi accadde qualcosa. Israele non era più da solo. Londra e Parigi trovarono modi di esprimere la loro costernazione per il modo in cui il NIE era stato formulato e per il tempismo della sua pubblicazione. Alcuni rapporti suggeriscono che entrambe le capitali sono molto più vicine a Gerusalemme nelle loro relazioni sul comportamento iraniano.

Inoltre, per aver assunto posizioni difficili sulla questione nucleare iraniana, si sentivano sminuiti da Washington. Molti dei paesi confinanti con l’Iran, particolarmente fra gli stati di Golfo, reagirono al rapporto statunitense con grande stupore, chiedendosi se su Washington si potesse contare per far fronte al “bullo di quartiere”. Un gruppo di opposizione iraniano, il Consiglio Nazionale di Resistenza dell’Iran, a cui si attribuisce la rivelazione del programma nucleare segreto dell’Iran nel 2002, asserì che gli Stati Uniti erano stati imbrogliati. Vero, c’era stato uno stop provvisorio al programma di sviluppo degli armamenti nucleari nel 2003, affermava il CNRI, ma era stato ripreso un anno più tardi e le sue strutture erano state sparse in tutto l’enorme paese, per poter più facilmente eludere occhi ed orecchie indagatrici dei servizi di intelligence occidentali. Molti autorevoli sondaggisti nazionali, incluso Rasmussen, rivelarono che, con margini di due-a-uno e tre-a-uno, la popolazione americana non stava credendo alle conclusioni del NIE, ritenendo invece che l’Iran è chiaramente determinato a costruire armi nucleari, minacciando così la sicurezza americana. Ed a Washington, alcuni funzionari cominciarono a prendere le distanze dal NIE, argomentando che nulla era realmente cambiato e che contro l’Iran erano necessarie sanzioni economiche supplementari. È troppo presto per dire quale scuola prevarrà, ma non esistono tempi lunghi in politica.

Due cose dovrebbero essere chiare. Primo, la chiave del successo di un programma di armamento nucleare sta nella capacità di arricchire l’uranio al livello del 90 percento. L’Iran continua a costruire centrifughe nucleari e le centrifughe continuano a girare. Il loro obiettivo? Arricchire l’uranio. A quale fine? Siccome l’Iran non ha reattori nucleari civili, ed i russi hanno insistito nell’offrire il combustibile per il reattore che gli iraniani stanno costruendo a Bushehr, la conclusione dovrebbe essere ovvia. Secondo, per rappresentare una minaccia nucleare credibile, una nazione deve avere i mezzi per lanciare le testate. Lo sviluppo missilistico iraniano non è un segreto, né, incidentalmente, lo è il ruolo della Corea del Nord in esso. Al contrario, gli iraniani vantano i loro successi nel settore. La portata dello Shahab-3, un missile adatto a trasportare testate nucleari, è stata estesa a 2.000 chilometri (1.200 miglia), simile a quella dell’Ashoura, un missile balistico testato a fine novembre. Ed è una convinzione largamente diffusa che l’Iran stia sviluppando lo Shahab-4, con una portata prevista di 3.000 chilometri. Perché tanta determinazione? E come decifrare la retorica apocalittica dell’Iran, incluse le sue minacce di cancellare Israele dalla faccia della terra e sfidare il “Grande Satana”, gli Stati Uniti? Null’altro che insignificanti parole? Le azioni iraniane in Iraq, Siria, Libano, Golfo arabico, Gaza ed altrove suggerirebbero altrimenti.

No, non è ancora tempo di gioire, come noi tutti potevamo augurarci. Il NIE non offre il conforto che alcuni titolisti dei mass-media hanno cercato inizialmente di portare al pubblico. Ricordiamo anche che la raccolta e la stima dei dati da parte dell’intelligence è un’arte notoriamente imperfetta. A volte può produrre successi spettacolari, altre volte no. Ad esempio, il Generale Leslie Groves, che guidava l’Esercito nel Manhattan Project, predisse nel 1948 che “l’Unione sovietica non sarebbe riuscita a produrre bombe atomiche efficienti e in quantità” fino al 1955, a causa dell’inadeguatezza del suo sistema industriale e scientifico. L’anno seguente Mosca testò una bomba atomica e cominciò a riprodurla in quantità industriale. Secondo il Presidente Harry Truman “il nostro monopolio finì prima di quanto gli esperti avessero predetto. Un’esplosione atomica ebbe luogo in Russia nell’agosto del 1949. Gli esperti dell’intelligence avevano opinioni diverse al riguardo, ma in generale nessuno di loro aveva previsto che i russi avessero fatto esplodere un ordigno atomico prima del 1952”.

Ancora secondo Truman “lo stesso Generale [Douglas] MacArthur aveva detto che non c’era alcun pericolo di intervento cinese [in Corea]. […] Ancora più importante, mi aveva detto che avrebbe potuto affrontare facilmente i Comunisti cinesi se davvero questi fossero entrati nel conflitto”. Naturalmente le forze cinesi intervennero ed affrontarli si rivelò tutt’altro che facile per gli Stati Uniti e le forze Alleate. Anni dopo, nel 1977, il Presidente Jimmy Carter, presumibilmente rassicurato dalle stime dell’intelligence statunitense, dichiarò che “a causa della grandezza dello scià, l’Iran è un’isola di stabilità nel Medio Oriente”. Meno di 13 mesi più tardi, lo scià fu costretto ad andare via, il paese fu presto preso dagli integralisti e 63 ostaggi americani furono trattenuti a Teheran per 444 giorni. Nel 1998, l’India condusse un test nucleare sotterraneo. In una società aperta e democratica come l’India, gli Stati Uniti erano certamente, capaci di registrarne le attività in anticipo, giusto? Sbagliato. Come riportò la CNN, il Senatore Richard Shelby, presidente del Comitato Senatoriale per l’Intelligence, disse che gli Stati Uniti erano stati presi completamente in contropiede. “Qualcosa è andato storto”, disse alla CNN in un’intervista in diretta.

“È stato un fallimento colossale dell’intelligence degli Stati Uniti”. Poco dopo giunse l’ugualmente inaspettato test nucleare pachistano, seguito dalle rivelazioni ugualmente sorprendenti che, grazie ad Abdul Qadeer Khan ed ai suoi sostenitori, il Pakistan era divenuto il supermercato della proliferazione nucleare globale. E cosa dire della nostra intelligence sul programma nucleare e lo sviluppo missilistico della Corea del Nord, che, secondo i funzionari citati dal Washington Times del 12 ottobre 2006, nutrivano “seri dubbi sul fatto che il programma nucleare della Corea del Nord costituisse una minaccia immediata; che la Corea del Nord potesse produrre una bomba nucleare utile a fini militari; che la Corea del Nord fosse capace di condurre un test nucleare sotterraneo, ritenendo, infine, che Pyongyang stesse bluffando affermando di poterne eseguire uno”? Sbagliavano su tutti e quattro i punti. Mentre ancora non è chiaro cosa esattamente stava succedendo in Siria, tanto da causare l’intervento aereo israeliano del 6 settembre, alcuni rapporti indicano che era in corso un traffico nucleare clandestino, aiutato dalla Corea del Nord. Informazioni sul programma riservato furono apparentemente condivise da Gerusalemme con Washington, non viceversa.

È chiaro che questo elenco è lontano dall’essere completo. Si potrebbe dire molto di più sulle disastrose stime dell’intelligence e sulle loro conseguenze politiche. Si prenda ad esempio il NIE del 2002 sull’Iraq. Ma il mio scopo non è denigrare l’insieme dei servizi di intelligence. Io comprendo le difficoltà contro le quali loro lavorano strenuamente e le responsabilità che si prendono sulle spalle. Piuttosto, voglio suggerire che la loro parola non è necessariamente vangelo. Nel caso dell’Iran, il senso comune ci dice che gli iraniani non stanno combinando niente di buono. Messa in un altro modo, se cammina e fa “qua qua” come una papera, probabilmente è veramente una papera. Le dichiarazioni e la retorica iraniane lasciano pochi dubbi sui loro scopi. Non abbiamo alcuna alternativa se non affrontare la dura realtà.

Direttore dell’American Jewish Committee (traduzione italiana a cura di Carmine Monaco)

Opinione.it

Un articolo profetico…..

Edizione 39 del 26-02-2008

Donne e bambini palestinesi manifestano; una donna e due bambini israeliani feriti dai razzi

Hamas cerca la strage

di Stefano Magni

Secondo le agenzie italiane erano decine di migliaia. Secondo i due più famosi quotidiani israeliani, Haaretz e Jerusalem Post, erano invece poche migliaia. Sono ancora incerte le stime su quanti abbiano partecipato alla manifestazione indetta ieri da Hamas al valico di Erez (al confine tra la Striscia e Israele) per protestare contro il blocco di Gaza. Intanto, per precauzione, l’esercito di Gerusalemme ha rafforzato le sue postazioni di confine con 6500 uomini, per evitare che i palestinesi facciano al confine israeliano quel che fecero con l’Egitto: sfondare le barriere per riversarsi oltre la frontiera. Nonostante l’allarme, non è successo nulla di simile. Anche perché a Gaza, mentre donne e bambini (provenienti dalle scuole chiuse per l’occasione) manifestavano pacificamente e alla luce del sole, dietro le linee gli uomini avevano altro da fare. Nella mattinata di ieri, poco prima dell’inizio della manifestazione, i terroristi hanno lanciato cinque razzi Qassam contro la cittadina di Sderot, costantemente bersagliata (sono quasi 10.000 i razzi che l’hanno colpita) sin dal 2001.

Il primo ordigno ha gravemente ferito a una spalla un bambino di dieci anni che si stava divertendo con i suoi amici in un campo giochi e che, poco prima dell’impatto, aveva cercato inutilmente di correre in un rifugio. Una donna e la sua bambina di un anno sono stati feriti lievemente. I Qassam sono notoriamente un’arma terroristica: dopo l’allarme (che coincide con l’avvistamento di un lancio), i cittadini di Sderot hanno dai dieci ai venti secondi per cercare riparo. Gli altri quattro ordigni lanciati contro la cittadina israeliana meridionale non hanno fatto vittime, ma almeno uno di essi avrebbe potuto fare una strage di bambini: è esploso nei pressi di una scuola. La risposta israeliana non si è fatta attendere e l’aviazione ha colpito e ucciso tre miliziani, ferendone altri quattro.

Hamas non nega di voler continuare il lancio di razzi oltre il confine, nonostante il suo proclama di ieri suoni ad alcuni come una mano tesa: “Hamas è pronta ad allentare la presa e a far cessare il lancio di razzi su Sderot se Israele ferma la sua aggressione contro il popolo palestinese” ha dichiarato, dal Libano, Nazzam, uno dei leader del movimento islamista. Per “aggressione” e “occupazione”, Hamas (che non riconosce Israele) ha sempre inteso l’esistenza stessa dello Stato ebraico. Dunque il lancio di ordigni non cesserà. Ma forse noi saremo distratti dalle migliaia di donne e bambini che la stessa Hamas espone alla frontiera, per presentarsi come un movimento non violento.

Opinione.it

Chi e’ che stava giocando?????

Chi e’ che stava giocando?????

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Secondo fonti palestinesi, una di queste incursioni avrebbe causato la morte di tre adolescenti palestinesi nella zona di Beit Hanun. Le Forze di Difesa israeliane hanno dichiarato d’aver mirato a una squadra che si apprestava a lanciare altri Qassam. Una fonte militare ha affermato che appare strano che dei ragazzini stessero giocando vicino a postazioni di lancio di missili in piena attività aggiungendo tuttavia che è dimostrato che spesso gruppi terroristici utilizzano ragazzi e bambini per recuperare i lancia-missili dopo l’uso.

Un giornalista alla TV israeliana ha detto che i 4 bambini arabi morti erano stati mandati a raccogliere le rampe di lancio dei missili, e non stavano affatto “giocando”.

Citiamo da Deborah Fait, israele.net, Haaretz e Ynet news

Liberali per Israele

Anche Ashkelon si tinge di rosso

Anche Ashkelon si tinge di rosso

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E’ semplicemente pazzesco che Ashkelon, una florida e tranquilla città industriale di mare che non ha mai fatto male ad anima viva e che sta nei confini riconosciuti di Israele, una città di centoventimila abitanti con scuole, uffici, fabbriche, sia costretta da stamani a chiedere ai suoi cittadini di costruirsi in fretta e furia rifugi domestici “nella stanza più sicura della casa”, che il sindaco debba ordinare, dopo la pioggia di missili di ieri, il rafforzamento delle finestre delle scuole e degli ospedali, che la gente debba vivere del terrore del prossimo missile grad proveniente da Gaza, probabilmente fornito a Hamas dall’Iran tramite gli Hezbollah. Da oggi, anche ad Ashkelon verrà attivata la sirena dell’allarme antimissile “Zeva Adom” (colore rosso), che dà ai civili circa 15 secondi di tempo per trovarsi il migliore riparo dal prossimo qassam in arrivo.

Gaza non è occupata, è stata lasciata ormai da due anni e mezzo e per di più arricchita di strutture industriali e agrarie, finanziata nel suo sviluppo dai contributi internazionali. La feroce e continuata azione dei terroristi di Hamas nel conculcare i diritti umani della propria stessa popolazione imponendo una dittatura religiosa espansionista e aggressiva, che ha precedenti solo in Iran, nella continua aggressione della popolazione civile israeliana e nell’uso della popria popolazione civile per coprire la strategia di una guerra balistica contro i cittadini israeliani, è inaccettabile da parte di qualsiasi persona civile.

Fiamma Nirenstein
* nella foto (Haaretz): una casa di Ashkelon colpita ieri da un missile grad

Liberali per Israele

Continuano i lanci di razzi Qassam

29/02/2008 Circa 40 i missili Qassam e una ventina le granate di mortaio palestinesi lanciate nella giornata di giovedì dalla striscia di Gaza su Israele. Una quarantina le persone ricoverate all’ospedale Barzilai di Ashkelon per ferite da schegge o sotto shock.

Israele.net

Abu Mazen: “NO a Israele come Stato Ebraico”

29/02/2008 In un’intervista al giornale giordano A-Doustour , il presidente del Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non ha escluso un ritorno alla lotta armata contro Israele e ha ribadito che si oppone alla definizione di Israele come “stato ebraico”.

Israele.net