Torino, l’errore di non esserci

IL BOICOTTAGGIO DELLA FIERA DEL LIBRO

Torino, l’errore di non esserci

di PIERLUIGI BATTISTA

Lo spettro del boicottaggio si riaffaccia minaccioso e, paradossalmente, trionfante. La cultura ha rintuzzato, certo, le urla dei censori che non volevano far parlare gli scrittori israeliani al Salone del libro e alla Fiera di Torino. Ma adesso si inseguono, solo in parte smentite, le voci su defezioni, rinunce, marce indietro dell’ultima ora. E non sarebbe un boicottaggio riuscito la scena di una festa del libro alla fine disertata da Abraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, i tre scrittori più rappresentativi di Israele?

Yehoshua ha detto nella trasmissione di Fabio Fazio che proprio “in quei giorni” debutterà a Roma la versione operistica del suo “Viaggio alla fine del millennio” e che dunque lui, sprovvisto del dono dell’ubiquità, non potrà essere a Torino. Sembra che ci stia ripensando (in fondo Roma dista da Torino un’ora di aereo) e che lo scrittore israeliano sarà invece a fianco di Giorgio Napolitano, quando il presidente della Repubblica, che con grande sensibilità aveva scelto di inaugurare la Fiera del libro in cui Israele è ospite d’onore proprio per rispondere alla campagna di sabotaggio censorio, compirà un gesto simbolico di cui l’Italia potrà essere fiera. Amos Oz assicura la sua partecipazione al Salone parigino che si aprirà il 13 marzo ma dà per scontata, a questo punto, la sua assenza nella manifestazione torinese. David Grossman, lo scrittore che ha vissuto la tragedia della morte del figlio nel corso della guerra dell’estate del 2006 contro gli Hezbollah del Libano, comunica che, nel mese in cui verrà solennemente ricordato il sessantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele, non si allontanerà dalla sua terra.

E’ difficile non pensare alla soddisfazione dei boicottatori per l’assenza di due o tre scrittori così legati, sia pur tra conflitti e dissensi, all’identità israeliana. O far finta di non immaginare il senso di vittoria che pervaderebbe il mondo dell’islamismo radicale, dello Stato iraniano di Ahmadinejad, dell’estremismo anti-israeliano ispirato al dogma dell’antisionismo di principio (e dell’antiebraismo non sempre dissimulato) di fronte ad assenze che suonano come l’accettazione di un ricatto.

Proprio ieri l’arcipelago islamista si è nuovamente scagliato con le sue fatwe contro il Salone parigino e anche contro la Fiera torinese, con una protervia ignara di ogni distinzione, appoggiata da frange della sinistra massimalista che dilatano ogni critica, ovviamente legittima, alla politica del governo israeliano in un rifiuto globale (“esistenziale”, è stato detto) di Israele in quanto tale, bollato come entità criminale per il solo fatto di esistere da sessant’anni. E’ la demonizzazione di principio che ha ispirato la duplice campagna di sabotaggio. Yehoshua non deve parlare perché è israeliano. A Oz va imposto il bavaglio perché è israeliano. Grossman deve restare in sllenzio perché è israeliano. Perché esiste e non deve esistere, perché il suo Stato deve scomparire, perché la sua identità deve essere cancellata. La matrice di un’intolleranza assoluta che all’inizio è stata contrastata, ma che alla lunga produce assuefazione, scava nel profondo, raggiunge un effetto di intimidazione formidabile, fino a indurre gli stessi bersagli della censura a fare un passo indietro, a sottrarsi ai riflettori di una ribalta che mai avrebbero comprensibilmente calcare. Ecco perché l’eventuale assenza di Yehoshua, Oz e Grossman durante la Fiera di Torino suonerebbe come una sconfitta, e come un vessillo che potrebbe far dire ai prepotenti e agli intolleranti che l’obiettivo è stato raggiunto, e che gli scrittori israeliani sono stati messi all’angolo. C’è ancora tempo perché non vada a finire così e per dire ai professionisti del bavaglio che, stavolta, le urla dei censori non hanno avuto il sopravvento.

(Fonte: Corriere della Sera, 5 Marzo 2008)

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Anche l’Iran boicotta le Fiere del Libro di Torino e Parigi

Torino e Parigi – La campagna di Teheran. In forse i grandi scrittori israeliani

L’Iran boicotta le Fiere del libro

Dopo Siria, Giordania e Arabia Saudita, anche l’Iran ha annunciato il suo boicottaggio alle Fiere del libro di Parigi (che inizierà il 13 marzo) e di Torino (8-12 maggio) che avranno Israele come ospite d’onore, definito da Teheran «un paese aggressore». Da parte israeliana per il momento certa solo la presenza di Abralìam Yehoshua.

TORINO – La guerra di Gaza getta benzina sul fuoco delle polemiche su Israele come Paese ospite d’onore alla Fiera del Libro di Parigi (che aprirà i battenti il prossimo 13 marzo, alla presenza di Nicolas Sarkozy e di Shimon Peres) e su quella di Torino (dall’8 al 12maggio). Ieri, il governo iraniano ha annunciato il suo boicottaggio alle due manifestazioni, un’iniziativa che segue quelle già assunte da Siria, Giordania e Arabia Saudita. Lo ha annunciato ieri mattina Ehsanollah Hoijati, il portavoce del ministero della Cultura che si occupa della partecipazione dell’Iran alle diverse manifestazioni culturali: “Così come i nostri atleti si rifiutano di gareggiare con avversari israeliani, anche i nostri editori e scrittori si rifiutano di prendere parte alle manifestazioni culturali ed editoriali come quelle di Parigi e Torino, dove un Paese aggressore è stato scelto come invitato d’onore”.

Anche l’Arabia Saudita, attraverso un rappresentante che ha chiesto l’anonimato, ha annunciato ieri il suo boicottaggio al Salone di Parigi. “Purtroppo commenta il direttore della Fiera del Libro di Torino Ernesto Ferrero abbiamo a che fare con prese di posizione che non hanno nulla a che vedere con i libri né con la Fiera di Parigi quella di Torino. La situazione internazionale è certamente drammatica, ma ci si chiede perché iniziative culturali volte a favorire il dialogo e lo scambio tra le culture non possano restare al di fuori di tutto questo”.

Intanto, fonti vicine all’ambasciata israeliana a Roma hanno fatto sapere che lo scrittore Abraham Yehoshua, che con David Grossman e Amos Oz rappresenta la «triade» degli autori più conosciuti e amati anche in Italia, potrebbe essere presente al- l’inaugurazione della kermesse torinese insieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che aveva annunciato la sua partecipazione proprio in seguito alle polemiche contro la scelta del Paese ospite alla XXI edizione. Dopo il taglio del nastro, Yehoshua dovrebbe partecipare ad una conversazione pubblica con Elena Loewenthal, per poi ripartire in direzione di Roma, dove nello stesso giorno al Teatro dell’Opera è prevista la prima di un suo testo. Grossman invece mancherà alla Fiera del Lingotto — dove pure è stato ospite in passato perché negli stessi giorni sono previste in Israele celebrazioni che lo coinvolgono direttamente dopo la tragica scomparsa del figlio. Sulla presenza (o assenza) di Oz, che a sua volta ha spesso partecipato a manifestazioni culturali in Italia, invece, la direzione della Fiera di Torino si riserva un approfondimento successivo.

Intanto, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane si sta orientando verso una propria presenza alla manifestazione torinese, con uno stand collocato nei pressi di quello israeliano, insieme alle tre comunità ebraiche del Piemonte. La «lectio magistralis» che precederà la cena inaugurale a Venaria Reale verrà tenuta da un altro celebre autore, Aharon Appenfeld, mentre tra gli ospiti già previsti ci sono Meir Shalev, Etgar Keret, Sara Shilo, Avirama Golan, ma anche archeologi, come Dan Bahat e cantanti come Nurit Hirsch. Lo sforzo di Israele sarà quello di autorappresentarsi attraverso una generazione di autori, artisti ed esponenti della cultura e della ricerca già noti ma ancora giovani, che oggi appaiono come un possibile “ponte” tra diverse identità. Altri protagonisti della cultura, come Edna Livne Calò e Osri Weyl si impegneranno nello spazio che la Fiera di Torino riserva ai giovani e alle scolaresche, mentre architetti come Hyman Brown (uno dei progettisti delle Twin Towers, poi emigrato in Israele) presenteranno le proprie ricerche. La tensione per trasformare, nonostante tutto, in un successo la presenza di Israele alle due manifestazioni librarie è al massimo, non ultima la raccolta di fondi.

Vera Schiavazzi

(Fonte: Corriere della Sera, 5 Marzo 2008)

La stampa araba e gli israeliani…..

Riporto qui di seguito alcune delle vignette pubblicate sui quotidiani dei paese arabi degli ultimi giorni:

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Al-Watan, March 4, 2008 (Qatar)

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Ad-Dustur, March 4, 2008 (Jordan)

Israeli soldiers raise the Nazi flag over the dead bodies of the Palestinians in “Gaza;” the cartoon mimics the famous photo of U.S. Marines raising the flag at the battle of Iwo Jima.

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Al-Ayyam, March 4, 2008 (Bahrain)

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Al-Eqtisadieh, March 4, 2008 (Saudi Arabia)

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Al-Khabar, March 4, 2008 (Algeria)

The cartoon’s headline reads: “The New Nazism”. Israeli Prime Minister Ehud Olmert is depicted as Adolf Hitler.

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Al-Wasat, March 4, 2008 (Egypt)

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Al-Ghad, March 3, 2008 (Jordan)

The cartoon’s headline: “Gaza’s Holocaust.”

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Al-Khalij, March 2, 2008 (UAE)

The cartoon’s headline: “The Zionist Holocaust in Gaza.”

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Al-Quds al-‘Arabi, March 3, 2008 (UK)

The cartoon’s headline: “Gaza’s Holocaust.”

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Al-Watan, March 1, 2008 (Oman)

In Arabic: “An Arab Summit.”

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Filastin, March 3, 2008 (PA)

The cartoon’s headline: “Israeli Holocaust in Gaza.”

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Al-Gumhuriyya, March 3, 2008 (Egypt)

The caption above reads: “The International Legitimacy.” On the paper, in Arabic: “Gaza’s Holocaust.”

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Al-Bayan, March 1, 2008 (U.A.E)

ADL

Hamas ai civili israeliani: “Vi vogliamo morti”

Hamas ai civili israeliani: “Vi vogliamo morti”

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A cosa punta Hamas? Non è un segreto. Anzi, il messaggio che Hamas rivolge direttamente agli israeliani (in inglese e persino in ebraico) è inequivocabilmente chiaro: “Voi siete il nostro bersaglio, vi vogliamo morti”.

Lo stesso giorno, il 26 febbraio scorso, in cui il movimento jihadista palestinese cercava di inscenare (con scarso successo) una manifestazione di donne e bambini alla frontiera fra striscia di Gaza ed Israele, il sito web ufficiale di Hamas pubblicava un poster che raffigura dei caduti israeliani e alcuni terroristi pesantemente armati con lo slogan (in inglese ed ebraico): “La morte sta arrivando”.

Negli giorni successivi, con l’aumento dei lanci di razzi e missili sulle città israeliane, la propaganda di Hamas volta a spiegare che la morte dei civili israeliani è il suo vero obiettivo si è fatta ancora più esplicita. Basta vedere gli ultimi poster messi on-line sui siti di Hamas, con didascalie che non lasciano spazio ad alcun dubbio.

In uno di questi, forse il più ripugnante e significativo, sono raffigurati dei bambini di Sderot rannicchiati in un rifugio durante un attacco di Qassam palestinesi, e lo slogan recita: “I sionisti si nascondono bene”.

Un altro manifesto mostra l’ingresso della città israeliana di Ashkelon bombardato da granate palestinesi, e la scritta: “Scordatevi della sicurezza”.

(Da: Intelligence and Terrorism Information Center, 2.03.08)

I bambini in guerra di Sderot

“La violenza è la nostra scelta”

Israele.net

La legittima difesa internazionale

LA LEGITTIMA DIFESA INTERNAZIONALE

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Da anni, senza indossare una divisa e facendosi scudo della popolazione civile, i terroristi palestinesi sparano razzi sulle città israeliane. Sperano che ammazzino dei civili e ogni tanto, malgrado i brevi preavvisi delle autorità locali e la corsa ai rifugi, ci riescono. Ovviamente le proteste della popolazione israeliana sono state altissime ma il governo di Gerusalemme non ha saputo come fare per arrestare questo stillicidio di attacchi. Dal canto suo la comunità internazionale ha considerato i missili sugli israeliani un inconveniente meteorologico. È andata così finché i palestinesi non hanno migliorato la mira e la gittata dei loro razzi: allora la protesta dei cittadini è salita alle stelle ed ha provocato l’azione militare in atto. Tutto questo sembra normale e non è.

Non è normale che la società internazionale – tanto sensibile da piangere sulla morte di uno o due bambini colpiti per sbaglio – consideri ammissibile che i palestinesi i civili cerchino di colpirli intenzionalmente. Soprattutto non è normale che consideri “risposta non adeguata” un’azione militare mirante alla distruzione dei missili e dei terroristi che li lanciano. E tuttavia non è questo l’argomento di queste righe. Ciò che interessa è commentare il concetto di “risposta adeguata”.

Se il nemico che attacca è disposto a perdere cento uomini, non è risposta adeguata uccidere cento dei suoi uomini. Se si vuole evitare l’attacco, bisogna convincerlo che ne perderebbe non cento ma mille o duemila. La dissuasione funziona quando si minaccia una dolorosa asimmetria. La risposta è “adeguata” quando, di fatto, è in grado di convincere l’avversario. A un nemico ragionevole, basta minacciare un male appena più grande, a dei fanatici a volte non basta neppure dire “ucciderò dieci dei tuoi per ognuno dei miei”. La risposta adeguata non è scritta nelle stelle: è esattamente quella capace di ottenere l’effetto di dissuasione. Quand’anche bisognasse attuare un massacro.

Le critiche rivolte a Tsahal sono assurde. Visto che il governo locale, democraticamente eletto, è d’accordo con i terroristi, quell’esercito avrebbe il diritto di distruggere tutto, nella Striscia di Gaza, fino a coprire il raggio d’azione dei missili. In realtà si limita ad un’azione mirata a colpire i colpevoli, anche se ci sono danni collaterali. I coraggiosi assassini infatti si mescolano alla popolazione civile.

Ma forse è anche assurda l’azione di Tsahal. Perché c’è una risposta più semplice. Il codice penale italiano prevede la legittima difesa all’art.52: “Non e’ punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Se dunque Israele rispondesse ai missili palestinesi con un’azione simmetrica e contraria, cioè con missili fatti cadere a pioggia sulle città palestinesi, o sulla stessa Gaza, eserciterebbe il diritto alla legittima difesa. Ovviamente, sulla base della dottrina della dissuasione, dovrebbe inviarne cinque o dieci per ognuno che ha ricevuto, e certo non le si potrebbe rimproverare di avere missili più potenti e più precisi di quelli di cui dispone Hamas. Quando poi i palestinesi cominciassero a vivere nell’angoscia in cui sono vissuti fino ad ora gli abitanti di Sderot, chissà che non comincerebbero a capire che senso ha il divieto di uccidere i vicini di casa . Questa sarebbe la “difesa proporzionata all’offesa”.

Il mondo non si rende conto che il proprio atteggiamento, nei confronti di Israele, è pericoloso. La reazione furente all’ingiustizia può condurre un paese civile come la Gran Bretagna a bruciare vivi, intenzionalmente, cento o duecentomila civili colpevoli solo di essere tedeschi, come è avvenuto a Dresda. Chi, magari sostenuto dall’opinione pubblica internazionale o dall’Onu, crede di potere minacciare impunemente di morte sei milioni di ebrei non si rende conto che, dinanzi alla concreta prospettiva di un nuovo olocausto, Gerusalemme ucciderebbe tutti i palestinesi e tutti gli iraniani. Non sei milioni di nemici, ma dieci volte tanto.
Poi, come si dice, non ci rimarrebbero neanche gli occhi per piangere.

Gianni Pardo – 2 marzo 2008