Hamas, fondamentalismo islamico e terrorismo suicida

INTERVISTA A MASSIMO INTROVIGNE

Hamas, fondamentalismo islamico e terrorismo suicida

di Emanuele Rebuffini

«Hamas. Fondamentalismo islamico e terrorismo suicida» (Elledici) è il titolo dell’ultimo saggio di Massimo Introvigne. Direttore del prestigioso CESNUR (Centro studi sulle nuove religioni), Introvigne è tra i più lucidi analisti dell’estremismo religioso.

Professor Introvigne, come possiamo definire Hamas?

Hamas fa parte di una grande galassia internazionale che influenza milioni di persone, quella del fondamentalismo islamico. Hamas è una branca palestinese del maggiore movimento fondamentalista islamico, i Fratelli Musulmani, fondato in Egitto nel 1928 da Hassan al-Banna. Tra il 1940 e il 1950 la lotta palestinese è egemonizzata dai Fratelli Musulmani, però nel 1954 il presidente egiziano Nasser li mette fuori legge e li perseguita. Questo determina una profonda spaccatura interna. Da un lato abbiamo una corrente radicale che resta fedele alla formula “leninista” del colpo di Stato. Dall’altro una corrente neo-tradizionalista, che intende perseguire una islamizzazione dal basso. Una sorta di visione “gramsciana”: se si vuole conquistare il potere, bisogna prima conquistare la società (fare il sindacato musulmano, fare le scuole musulmane, i giornali musulmani, etc.). Nel 1957 la direzione dei Fratelli Musulmani in Palestina si adegua alla posizione neo-tradizionalista, cessa ogni attività militare, non organizza attentati, ma si dedica a raddoppiare il numero delle moschee presenti nella striscia di Gaza e in Cisgiordania e a costruire una rete capillare di istituzioni fondamentaliste villaggio per villaggio e quartiere per quartiere.

Questo fino al 1987: poi che cosa succede?

Nel trentennio 1957-1987 in Palestina abbiamo un’attività armata e terroristica appaltata ai nazionalisti laici di Fatah, i quali deridono i fondamentalisti e li accusano di pregare e non di lottare. Però nel 1987 scoppia l’Intifada e la direzione dell’Olp si trova in un momento di debolezza. Ecco che allora i Fratelli Musulmani dichiarano che l’operazione neotradizionalista ha avuto successo. La rete islamica è forte ovunque in Palestina. Quindi fondano Hamas, una parola che significa «fervore» ed è insieme acronimo di «Movimento di resistenza Islamico».

Quindi è corretto definire Hamas un movimento religioso?

Spesso in Occidente si commette l’errore metodologico di considerare i fenomeni religiosi come sovrastrutturali. È un retaggio dell’analisi marxista. Chiaramente in tutti i fenomeni complessi le cause sono molteplici e si intrecciano motivi economici, politici e religiosi; però nel caso di Hamas la religione è elemento determinante. Se leggiamo lo Statuto di Hamas vediamo come questa organizzazione ha come obiettivo quello di trasformare la Palestina in uno Stato islamico, quindi retto dalla shari’a, nella prospettiva di una riunificazione di tutto il mondo musulmano nel Califfato. Però con una specificità, enunciata nell’art. 14: la lotta per la liberazione della Palestina è un obbligo per ogni musulmano in qualunque Paese viva.

Che differenza sussiste tra Hamas e al-Qa’ida?

E un po’ la stessa che si determinò tra Stalin e Trotsky, il primo credeva nel comunismo in un unico Paese, il secondo predicava la rivoluzione permanente e internazionale. La questione palestinese per Hamas non è solo una questione nazionale, come la Cecenia o il Kashmir, ma presenta una essenziale componente religiosa: è lo scontro finale tra gli ebrei, protetti dai cristiani, e i musulmani. Gerusalemme è la terza città santa dell’Islam dopo la Mecca e Medina; è il luogo cui prima della Mecca si rivolgeva la preghiera dei credenti; è il punto di partenza per l’ascensione del Profeta. Per questo quella palestinese è una questione capace di mobilitare i musulmani dall’Indonesia al Marocco. Al-Qa’ida nega la centralità assoluta della questione palestinese. Infatti il maestro di bin Laden, lo shaykh Azzam, è un professore universitario palestinese esule in Arabia Saudita, che entra in contrasto con i Fratelli Musulmani quando scoppia il jihad in Afghanistan, iniziando a reclutare palestinesi per andare a combattere i sovietici.

Perché nel 1993 Hamas fa la scelta del terrorismo suicida?

Credo che una parte di colpa ce l’abbia Israele, quando nel 1992 deporta 415 dirigenti palestinesi nel Sud del Libano, dove questi entrano in contatto con i guerriglieri sciiti di Hezbullah. La teologia che giustifica come “martirio” le operazioni suicide è elaborata in ambito sciita durante la guerra Iran-Iraq, quando i ragazzi iraniani imbottiti di esplosivo si lanciavano di corsa contro le linee irachene.

Chi sono i terroristi suicidi?

Persone che si preparano secondo rituali tipicamente religiosi. Non hanno bisogno di un grande addestramento, devono solo nascondere una cintura esplosiva e premere un bottone. Quindi occorre che non abbiano paura. La preparazione è essenzialmente spirituale, insiste sulla preghiera, sulla recitazione di brani coranici. E una parte di questa preparazione è dedicata al superamento delle obiezioni secondo cui il suicidio sarebbe contrario all’Islam. Può essere sgradevole dire che il terrorista suicida palestinese è mosso dalla religione. Ma è così. È sbagliato considerarli dei manipolati o delle persone che nascondono motivazioni economiche. Un’analisi dei profili socioeconomici di coloro che hanno fatto la scelta del martirio, ci dice che il loro livello, sia di reddito sia di istruzione, è superiore alla media dei palestinesi e un paio di terroristi facevano parte della più alta borghesia. Per cui non si tratta certo dei disperati dei campi profughi.

Uno dei limiti delle analisi del conflitto Israele-Palestina non sta forse nella sottovalutazione dell’aspetto religioso?

Il problema è ancora più ampio, perché l’Occidente per decenni ha fatto una scommessa che si è rivelata una scommessa perduta: quella di puntare esclusivamente su un tipo di interlocutore laico. All’indomani della rivoluzione islamica in Iran si cominciò a credere che il modo migliore per “contenere” (l’espressione preferita da Kissinger) l’espansione del fondamentalismo fosse sostenere forze e leader “laici” che diffidano della religione e desiderano secolarizzare la società. È per questo che nella guerra Iraq-Iran l’Occidente sostenne Saddam Hussein, per questo si è sempre puntato tutto su Yassir Arafat. Dopo l’Iran, l’Algeria, la Turchia, l’Occidente comincia a rendersi conto che quel teorema non è più praticabile e che quindi non si può più ignorare forze politiche che hanno dimostrato di essere rappresentative di fasce molto consistenti della popolazione.

Hamas nell’art. 13 del suo Statuto nega ogni utilità delle iniziative di pace e delle conferenze internazionali. Ma allora si può dialogare con Hamas?

Se ci limitassimo allo Statuto no, però Hamas ha sempre saputo coniugare la poesia della retorica con la prosa della realtà, infatti in Hamas esistono oggi correnti più pragmatiche, soprattutto una parte della leadership interna alla Cisgiordania, che in questo si differenzia dagli esuli in Qatar. Non è forse un caso che gli israeliani non tocchino Yasin, nonostante che tutti sappiano dove si trova. Immaginare un processo di pace che consideri come unico interlocutore Fatah ed escluda completamente i partiti religiosi non è ragionevole. Una delle grandi sfide è proprio quella di trovare all’interno del mondo religioso degli interlocutori disponibili a un discorso, se non di pace, almeno di tregua.

(Liberali per Israele, 26 febbraio 2008)

Annunci

Il fetido antisemitismo che spira in Medio Oriente

IL FETIDO ANTISEMITISMO CHE SPIRA IN MEDIO ORIENTE

I bambini ebrei di Sderot, bersaglio dell’odio palestinese

di Giulio Meotti

ROMA, 28 feb – Più di diecimila persone dal nord e dal centro di Israele si sono recate due giorni fa a Sderot per fare le compere per lo Shabbat nella cittadina presa di mira dai razzi Qassam dei miliziani palestinesi di Gaza, ed esprimere così la loro solidarietà nei confronti dei locali. Centinaia di macchine sono partite da Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa e Raanana, dirette a Sderot, che si trova in prossimità del confine con la Striscia di Gaza. L’organizzatore di questa iniziativa, Ilan Cohen, ha manifestato la sua soddisfazione alla radio militare: “Oltre diecimila persone stanno venendo in città, ci sarà una grande festa, invito tutti gli israeliani a venire qui, c’è ancora tempo. Non dimentichiamo i residenti di Sderot, i cittadini israeliani sono la loro ultima speranza”. Secondo uno studio del Natal, il Centro Israeliano per le Vittime del Terrore e della Guerra, dal 75 al 94 per cento dei bambini di Sderot di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico. La tradizione sionista ha sempre dato la medesima risposta: reazione. Nonostante i 3.500 razzi kassam che sono caduti in questa regione, il numero degli abitanti è cresciuto dal 2002. Lo scorso sabato 9 febbraio la gamba sinistra di Osher Tuito, otto anni, è stata amputata dalle schegge di un razzo kassam caduto a pochi metri da lui. E’ soltanto una delle tante vittime di Sderot, la città più colpita dai lanci di razzi kassam palestinesi. Osher era andato al locale bancomat per prelevare il denaro necessario ad acquistare un regalino per il compleanno di suo padre. Stavolta l’immagine più struggente è quella della piccola Maria, otto anni, che accarezza la fronte del fratello Yossi, dieci anni, che giace ferito sul pavimento della drogheria dove si sono rifugiati. Non ci sono grida, non c’è panico, non ci sono pianti.

Tornando da scuola, lunedì pomeriggio, Yossi Haimov (dieci anni) e sua sorella Maria (otto anni), bambini israeliani di Sderot, erano andati a trovare un amico col quale si sono messi a giocare in cortile. Ecco come Maria racconta il ferimento del fratello: “Abbiamo sentito suonare l’allarme, siamo corsi velocemente a nasconderci, c’è stato un piccolo boom e poi, quando siamo usciti, un’esplosione più forte. Ci siamo nascosti contro il muro e la scheggia ha colpito Yossi alla spalla. Allora siamo corsi gridando in una drogheria. Il negoziante ha subito chiamato l’ambulanza e hanno portato Yossi all’ospedale. Yossi non ha pianto, continuava solo a dire che gli faceva male. Non ricordo molto della sua ferita. Tutto quello che ricordo è che c’era fumo dappertutto e quando ho visto la spalla di Yossi piena di sangue ho visto che era tutta rotta”. Dopo l’intervento d’urgenza, il dottor Ron Lobel dell’ospedale Barzilai di Ashkelon ha informato i genitori che l’equipe medica è riuscita a salvare il braccio di Yossi. Dal Jerusalem Post si legge che “mentre le telecamere delle televisioni di tutto il mondo erano puntate a ovest per riprendere la fallita provocazione di Hamas al confine fra Israele e striscia di Gaza, pochi chilometri più a est un bambino di dieci anni veniva gravemente ferito mentre giocava in cortile con la sorellina più piccola nella città israeliana di Sderot, colpita per l’ennesima volta da una pioggia di missili Qassam palestinesi”. Yossi chiede dove sia la mamma, come qualunque bambino di dieci anni che in un momento del genere la vorrebbe accanto. Ma capisce che la mamma non c’è e allora, nonostante la scheggia di Qassam conficcata nella spalla, il sangue tutt’attorno e il dolore lancinante, Yossi mantiene uno stupefacente autocontrollo. Mormora soltanto che la spalla gli fa male e la sorellina, come farebbe una brava infermiera, gli accarezza delicatamente la fronte. Come racconta il Post, Yossi ha capito che accanto a lui c’è solo la sorellina più piccola e, come sempre, si sente in dovere di proteggerla. Così trova da qualche parte un’incredibile forza d’animo, trattiene le lacrime e si tiene dentro il dolore per non spaventarla.

Un eroe bambino, che un attimo prima stava giocando spensierato come ogni bambino dovrebbe poter fare. Tornato da scuola, era andato a giocare a pallone dopo aver lasciato a casa la cartella. Una cosa talmente ovvia, talmente scontata in qualunque altro luogo, e invece così pericolosa nella città israeliana di Sderot. Un bambino che ha cercato di vivere la vita normale di un’infanzia normale nel mezzo di una guerra anormale e senza fine, e che l’ha pagata cara rischiando di perdere un braccio. Un bambino che, a causa di un razzo, è stato catapultato dal giardinetto per bambini dietro casa dritto dentro il mondo degli adulti, dove ha imparato sulla propria pelle quanto possa essere doloroso l’odio che vi viene coltivato. “Era come se lo sguardo negli occhi del piccolo Yossi ferito e della sorella Maria che lo consolava sul pavimento del negozio dicesse: lo sapevamo che prima o poi sarebbe toccata anche a noi. Quante sirene d’allarme avevano già sentito, quante volte avevano già immaginato la possibilità di essere feriti, e come sarebbe stato, e cosa avrebbero fatto?”. Forse Yossi si era domandato se avrebbe perso anche lui una gamba, prima o poi, come è accaduto meno di tre settimane fa a Osher Twito, otto anni, e se avrebbe più potuto giocare a pallone. “Quanti incubi di morte avevano già popolato le notti di questi due bambini, in una città che da più di sette anni viene bersagliata dai Qassam palestinesi? Avevano parlato fra loro delle loro paure o si erano tenuti tutto dentro? Un bambino di dieci anni non dovrebbe essere un eroe ferito, e non dovrebbe in alcun modo essere necessario che una bambina di otto anni sia chiamata ad assistere il fratellino sanguinante”. Lunedì scorso un missile Qassam ha rubato l’innocenza e posto fine all’infanzia di Yossi e Maria, bambini in guerra di Sderot. Vittime del fetido antisemitismo che spira in Medio Oriente.

(Il Velino, 28 febbraio 2008)

Israele ad Hamas: fermate i missili

Israele ad Hamas: fermate i missili

Il primo ministro israeliano assicura: “Non ci svegliamo pensando a come attaccare Gaza”

GERUSALEMME, 5 mar. – Se Hamas e gli altri gruppi militanti smetteranno di lanciare missili contro il territorio israeliano, Gerusalemme non tornerà ad attaccare la Striscia di Gaza.

Questo è quello che ha assicurato oggi il primo ministro israeliano Ehud Olmert, che ha affermato: “Una cosa deve essere chiara: se non ci saranno più (missili) Qassam contro Israele, non ci saranno attacchi israeliani contro Gaza. Noi non ci svegliamo pensando a come attaccare Gaza”.

Condoleezza Rice, segretario di Stato degli Usa, in una conferenza stampa con il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, ha detto di esser stata “informata dalle due parti che intendono riprendere i negoziati e che sono in contatto per stabilirne le modalità”, senza però specificare quando avrà luogo il prossimo incontro fra palestinesi e israeliani.

(La Voce d’Italia, 5 marzo 2008)

Sondaggio Al Jazeera: Hamas continui lanci missili su Israele

Sondaggio Al Jazeera: Hamas continui lanci missili su Israele

Plebiscito a favore di “resistenza senza trattative”

ROMA, 5 mar. (Apcom) – “Hamas deve continuare a lanciare razzi contro Israele”: è la plebiscitaria risposta data dal pubblico della tv al Jazeera in un sondaggio lanciato sul sito web dell’emittente araba più seguita. Con uno schiacciante 86%, gli utenti del sito web dell’emittente araba, si sono detti convinti che i miliziani palestinesi non debbano smettere di lanciare i razzi al Qassam sul sud di Israele.

I risultati del sondaggio tastano il polso all’opinione pubblica araba, compatta nel condannare le ultime operazioni militari dell’esercito di Israele contro Gaza in risposta al continuo lancio di missili da parte di miliziani del movimento estremista islamico Hamas.

Un altro sondaggio, pubblicato sempre dal sito web di al Jazeera, rivela che solo il 4,2% dei telespettatori della tv araba sono per “trattative senza resistenza” contro Israele. Il restante 95,8% è diviso tra “resistenza senza trattative” (64%) e “tutte e due insieme” (31,6%).

(Alice News, 5 marzo 2008)

Gaza: Hamas mette bambini sui tetti come scudi umani

Gaza: Hamas mette bambini sui tetti come scudi umani

Per prevenire gli attacchi israeliani ai depositi di missili Qassam e delle infrastrutture dove vengono fabbricati, Hamas ha piazzato bambini sui tetti come scudi umani.

Yediot Ahronot, corrispondente dell’agenzia Itamar Eichner, riporta nell’edizione di oggi che nel corso di un briefing tra il ministro degli Esteri israeliano Livni e alcuni ambasciatori stranieri, un esponente dell’intelligence militare ha reso noto che “prima dell’intervento contro i depositi di Qassam e le infrastrutture dove vengono fabbricati, i militari israeliani hanno distribuito volantini in cui si richiedeva ai residenti di sgomberare l’area. Ma Hamas ha sfruttato la distribuzione dei volantini per piazzare bambini sui tetti di quelle infrastrutture per prevenire gli attacchi. E stato infatti grazie a questo trucco che l’aviazione israeliana è stata costretta ad annullare numerosi raid all’ultimo momento”.

(L’Occidentale, 5 marzo 2008)