Il fetido antisemitismo che spira in Medio Oriente

IL FETIDO ANTISEMITISMO CHE SPIRA IN MEDIO ORIENTE

I bambini ebrei di Sderot, bersaglio dell’odio palestinese

di Giulio Meotti

ROMA, 28 feb – Più di diecimila persone dal nord e dal centro di Israele si sono recate due giorni fa a Sderot per fare le compere per lo Shabbat nella cittadina presa di mira dai razzi Qassam dei miliziani palestinesi di Gaza, ed esprimere così la loro solidarietà nei confronti dei locali. Centinaia di macchine sono partite da Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa e Raanana, dirette a Sderot, che si trova in prossimità del confine con la Striscia di Gaza. L’organizzatore di questa iniziativa, Ilan Cohen, ha manifestato la sua soddisfazione alla radio militare: “Oltre diecimila persone stanno venendo in città, ci sarà una grande festa, invito tutti gli israeliani a venire qui, c’è ancora tempo. Non dimentichiamo i residenti di Sderot, i cittadini israeliani sono la loro ultima speranza”. Secondo uno studio del Natal, il Centro Israeliano per le Vittime del Terrore e della Guerra, dal 75 al 94 per cento dei bambini di Sderot di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico. La tradizione sionista ha sempre dato la medesima risposta: reazione. Nonostante i 3.500 razzi kassam che sono caduti in questa regione, il numero degli abitanti è cresciuto dal 2002. Lo scorso sabato 9 febbraio la gamba sinistra di Osher Tuito, otto anni, è stata amputata dalle schegge di un razzo kassam caduto a pochi metri da lui. E’ soltanto una delle tante vittime di Sderot, la città più colpita dai lanci di razzi kassam palestinesi. Osher era andato al locale bancomat per prelevare il denaro necessario ad acquistare un regalino per il compleanno di suo padre. Stavolta l’immagine più struggente è quella della piccola Maria, otto anni, che accarezza la fronte del fratello Yossi, dieci anni, che giace ferito sul pavimento della drogheria dove si sono rifugiati. Non ci sono grida, non c’è panico, non ci sono pianti.

Tornando da scuola, lunedì pomeriggio, Yossi Haimov (dieci anni) e sua sorella Maria (otto anni), bambini israeliani di Sderot, erano andati a trovare un amico col quale si sono messi a giocare in cortile. Ecco come Maria racconta il ferimento del fratello: “Abbiamo sentito suonare l’allarme, siamo corsi velocemente a nasconderci, c’è stato un piccolo boom e poi, quando siamo usciti, un’esplosione più forte. Ci siamo nascosti contro il muro e la scheggia ha colpito Yossi alla spalla. Allora siamo corsi gridando in una drogheria. Il negoziante ha subito chiamato l’ambulanza e hanno portato Yossi all’ospedale. Yossi non ha pianto, continuava solo a dire che gli faceva male. Non ricordo molto della sua ferita. Tutto quello che ricordo è che c’era fumo dappertutto e quando ho visto la spalla di Yossi piena di sangue ho visto che era tutta rotta”. Dopo l’intervento d’urgenza, il dottor Ron Lobel dell’ospedale Barzilai di Ashkelon ha informato i genitori che l’equipe medica è riuscita a salvare il braccio di Yossi. Dal Jerusalem Post si legge che “mentre le telecamere delle televisioni di tutto il mondo erano puntate a ovest per riprendere la fallita provocazione di Hamas al confine fra Israele e striscia di Gaza, pochi chilometri più a est un bambino di dieci anni veniva gravemente ferito mentre giocava in cortile con la sorellina più piccola nella città israeliana di Sderot, colpita per l’ennesima volta da una pioggia di missili Qassam palestinesi”. Yossi chiede dove sia la mamma, come qualunque bambino di dieci anni che in un momento del genere la vorrebbe accanto. Ma capisce che la mamma non c’è e allora, nonostante la scheggia di Qassam conficcata nella spalla, il sangue tutt’attorno e il dolore lancinante, Yossi mantiene uno stupefacente autocontrollo. Mormora soltanto che la spalla gli fa male e la sorellina, come farebbe una brava infermiera, gli accarezza delicatamente la fronte. Come racconta il Post, Yossi ha capito che accanto a lui c’è solo la sorellina più piccola e, come sempre, si sente in dovere di proteggerla. Così trova da qualche parte un’incredibile forza d’animo, trattiene le lacrime e si tiene dentro il dolore per non spaventarla.

Un eroe bambino, che un attimo prima stava giocando spensierato come ogni bambino dovrebbe poter fare. Tornato da scuola, era andato a giocare a pallone dopo aver lasciato a casa la cartella. Una cosa talmente ovvia, talmente scontata in qualunque altro luogo, e invece così pericolosa nella città israeliana di Sderot. Un bambino che ha cercato di vivere la vita normale di un’infanzia normale nel mezzo di una guerra anormale e senza fine, e che l’ha pagata cara rischiando di perdere un braccio. Un bambino che, a causa di un razzo, è stato catapultato dal giardinetto per bambini dietro casa dritto dentro il mondo degli adulti, dove ha imparato sulla propria pelle quanto possa essere doloroso l’odio che vi viene coltivato. “Era come se lo sguardo negli occhi del piccolo Yossi ferito e della sorella Maria che lo consolava sul pavimento del negozio dicesse: lo sapevamo che prima o poi sarebbe toccata anche a noi. Quante sirene d’allarme avevano già sentito, quante volte avevano già immaginato la possibilità di essere feriti, e come sarebbe stato, e cosa avrebbero fatto?”. Forse Yossi si era domandato se avrebbe perso anche lui una gamba, prima o poi, come è accaduto meno di tre settimane fa a Osher Twito, otto anni, e se avrebbe più potuto giocare a pallone. “Quanti incubi di morte avevano già popolato le notti di questi due bambini, in una città che da più di sette anni viene bersagliata dai Qassam palestinesi? Avevano parlato fra loro delle loro paure o si erano tenuti tutto dentro? Un bambino di dieci anni non dovrebbe essere un eroe ferito, e non dovrebbe in alcun modo essere necessario che una bambina di otto anni sia chiamata ad assistere il fratellino sanguinante”. Lunedì scorso un missile Qassam ha rubato l’innocenza e posto fine all’infanzia di Yossi e Maria, bambini in guerra di Sderot. Vittime del fetido antisemitismo che spira in Medio Oriente.

(Il Velino, 28 febbraio 2008)

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