«Festeggiano la strage nella scuola rabbinica e noi ci ostiniamo a voler dialogare con loro»

«Festeggiano la strage nella scuola rabbinica e noi ci ostiniamo a voler dialogare con loro»

di Giorgio Israel

Era difficile non condannare la strage compiuta nella scuola rabbinica di Gerusalemme. Anche il ministro degli esteri D’Alema ha parlato di «tragico, rivoltante attentato», ma non ha mancato di sottolineare che esso faceva «seguito agli scontri in cui hanno perso la vita 125 palestinesi», riproponendo il solito gioco dell’ “equivicinanza”: «da una parte c’è l’estremismo palestinese e dall’altra l’estrema durezza della reazione di violenza. Una spirale di violenza… ecc. ecc.». Inutile ripetere che è obbrobrioso mettere sullo stesso piano uno scontro militare in cui hanno perso la vita anche dei civili – soprattutto per la nefanda abitudine degli “estremisti” palestinesi di usarli come scudi umani – e un attentato deliberatamente rivolto contro un’istituzione religiosa che è stato salutato a Gaza con festeggiamenti e distribuzione di dolciumi. Non insisteremo sull’omissione del fatto cruciale: se fossero interrotti i lanci di missili sulle città israeliane (migliaia da quando Israele ha lasciato Gaza!) le risposte militari finirebbero. Non insisteremo perché la solfa del ministro è arcinota e ripetitiva. Vogliamo invece dire qualcosa circa l’indicazione del dialogo con Hamas come unica via d’uscita. Certo, anche molti israeliani sono tanto esausti da esser pronti a imboccare questa via, se fosse praticabile. Ma lo è? L’interlocutore è disposto a sedersi a un tavolo e a trattare senza precondizioni impossibili e senza offrire una tregua in stile coranico, ovvero una “pausa” in attesa di riprendere la lotta?

Molti dimenticano la costituzione di Hamas. All’articolo 7 si legge che «l’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo”». All’articolo 11 si dice che la terra di Palestina è affidata all’Islam fino al giorno della resurrezione e «non è accettabile rinunciare a nessuna parte di essa». Nel passato alcuni governi israeliani agirono come se queste fossero chiacchiere – e lo fossero le espressioni analoghe contenute nella costituzione di Fatah – mirando soprattutto alla diplomazia e all’economia. Fu un errore catastrofico. Non si tratta di chiacchiere bensì del pilastro ideale di questi movimenti. Fino a che non saranno cancellate e sconfessate ogni tentativo di realizzare la pace finirà male. Viceversa, la rinuncia dichiarata a quegli obbiettivi significherebbe che si è accettato di por fine all’educazione all’odio con cui vengono formate intere generazioni di palestinesi. Guardare al “sodo” – diplomazia e quattrini – fa tanto “concretezza” e invece è la miopia di chi non riesce a guardare oltre la punta del naso. E non vede che il vero problema è sempre il rifiuto di Israele di gran parte del mondo arabo e islamico: qualsiasi cosa Israele faccia non va bene perché è in discussione la sua esistenza. Il vero dramma è l’impossibilità di far votare al Consiglio di sicurezza dell’ONU una mozione di condanna di un attentato come quello, perché il mondo arabo si oppone; è l’ossessione antiisraeliana della Commissione per i diritti umani che prepara la conferenza Durban 2; è l’antisemitismo che il fronte del rifiuto propaga nel mondo. Altro che lista di docenti ebrei! A deprecare quella sono pronti tutti: cosa costa condannare un pazzo isolato? Ma quando si tratta di parlare il linguaggio della verità al mondo arabo e islamico ecco i don Abbondio ben rincantucciati nella coperta del pragmatismo.

(Fonte: Tempi del 22.03.2008)

Il Signore degli Anelli

Annunci

La ‘satira’ di Vauro non ferma la Nirenstein

La ‘satira’ di Vauro non ferma la Nirenstein

di Dimitri Buffa

Antisemitismo di sinistra e maschilismo. La sinistra antagonista che fa riferimento al “Manifesto” e in parte anche a “L’Unità” non ha paura di infrangere qualsivoglia tabù politico e culturale pur di combattere il nemico politico. Non l’avversario. E quando il “nemico” è per caso anche ebreo e donna, i vignettisti alla Vauro non esitano a mettere sul tavolo i più biechi simbolismi e stereotipi del settore.

Così avendo deciso la giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein di candidarsi alle prossime elezioni con il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi, immediatamente è stata associata nella satira di cui sopra, ma anche in titoli di giornali come “il Lavoro” di Genova (inserto locale domenicale della “Repubblica” che spara in prima pagina “l’ebrea Nirenstein per An nel PdL”), alle reminiscenze del ventennio che portò l’Italia alla seconda guerra mondiale.

Per di più Vauro in una vignetta che una settimana orsono troneggiava sulla prima pagina del “Manifesto” ha disegnato la Nirenstein come una sorta di mostro Frankenstein, con sul petto la stella di Davide e il fascio littorio, sottolineando la bruttezza di tutto ciò anche nelle fattezze di donna. Tutto perché avrebbe accettato di candidarsi nello stesso schieramento dove è in lista il fascistone d’antan Giuseppe Ciarrapico.

Di questi argomenti, e dei riflessi condizionati antisraeliani e antiebraici di certa sinistra, si è parlato oggi alla Fondazione Magna Carta in una conferenza stampa che la stessa Nirenstein ha tenuto insieme a Magdi Allam (tempo fa anche lui vittima di Vauro in una vignetta sciorinata durante una trasmissione di “Anno zero”, in cui i suoi scritti sul “Corriere della Sera” venivano assimilati alle bombe dei kamikaze islamici), al deputato uscente (e non rientrante) del Partito Democratico Peppino Caldarola e a Riccardo Pacifici, portavoce e vicepresidente della comunità ebraica romana.

La Nirenstein è stata intervistata sui riflessi di questa ignobile vignetta di Vauro anche dalla tv israeliana e l’Anti Defamation League ha preteso le scuse, in realtà mai giunte, del quotidiano comunista per antonomasia in Italia.

E’ noto che il “Manifesto” alcune settimane orsono si era anche distinto per l’appoggio indiretto di alcuni suoi simpatizzanti e redattori con la campagna di boicottaggio al Salone del libro di Torino che quest’anno ha per ospite d’onore proprio lo stato di Israele per il sessantesimo anniversario della sua fondazione. La cosa però fu stoppata sul nascere dal coraggioso direttore storico, Valentino Parlato, che prese posizione in prima pagina in senso diametralmente opposto.

Mal gliene incolse a Parlato, che per questo coraggio, guarda caso, fu coperto di insulti dai lettori del quotidiano in questione e nei blog su internet. Dello stesso tipo di demonizzazione del dissenso soffre oggi la Nirenstein e prima di lei ne ha sofferto Magdi Allam, odiato anche lui dalla sinistra perché non incarna l’archetipo dell’islamico antioccidentale e anzi ha scritto un libro che si intitola “Viva Israele”. Totale? Grazie all’antisemitismo di sinistra che si salda con quello islamico terzomondista nel legittimare ben altre manifestazioni di odio e di violenza anche nel nostro paese, tanto Allam quanto la Nirenstein (e lo stesso portavoce della comunità ebraica romana Pacifici) da anni sono costretti a girare con la scorta.

Perché in Italia pensarla differentemente rispetto al pensiero unico antisraeliano può costare anche la vita. O può venire ripagato, come nel caso di Peppino Caldarola, con l’esclusione dalle liste del Partito democratico, che in questa tornata ha fatto fuori tutti i deputati e i senatori amici di Israele tranne Furio Colombo. Mettendo quest’ultimo comunque non in una parte favorevole del listone.

Nella conferenza stampa tutti hanno espresso alla Nirenstein la dovuta solidarietà per l’accaduto. Solidarietà arrivata anche da esponenti politici, ma limitatamente al PdL. Proprio la giornalista stessa ha lamentato infatti l’assenza di telefonate di cordialità da parte di qualsivoglia esponente della sinistra, sia del Pd sia della Sinistra arcobaleno.

Il processo di rimozione dell’antisemitismo casalingo è infatti forte almeno quanto i pregiudizi antisraeliani. E persino l’Unione delle comunità ebraiche italiane, per un malinteso senso di par condicio elettorale, non ha ancora manifestato la propria solidarietà a Fiamma. Qualche ebreo di sinistra, nel gruppo pacifista che fa riferimento a Martin Buber, l’ha addirittura insultata nel proprio forum on line definendola “un’utile idiota della destra che si candida con gli eredi di Almirante”.

L’Occidentale.it

Su Israele D’Alema è in ritardo con la storia

Su Israele D’Alema è in ritardo con la storia

C’è chi ritiene che le posizioni di Massimo D’Alema sul Medio Oriente possano essere dettate da interesse personale: trovare un posto in Europa dopo la probabile sconfitta del Partito Democratico. A maggior ragione se questa non sarà bruciante e, dunque, Walter Veltroni non si toglierà dai piedi.

Non lo credo. Non solo perché dopo la vittoria di Zapatero la conferma di Solana come rappresentante della politica estera dell’Unione è divenuta più probabile. Ancor più perché conosco D’Alema e so che le sue ambizioni possono essere sbagliate, ma non sono meschine né opportunistiche.

Il Ministro degli Esteri in carica, anche per questo, deve essere considerato un interlocutore politico a tutti gli effetti. Le sue posizioni – nonostante i tiepidi distinguo di Fassino – coinvolgono a pieno il suo partito. D’altra parte, non è un caso che sia Ranieri sia Caldarola – gli esponenti più filo-israeliani del Partito Democratico – non abbiano trovato posto nelle liste. Una deroga non si nega a nessuno se c’è una buona ragione ma, evidentemente, la loro amicizia con Israele è stata considerata inutile.

D’Alema è convinto d’incarnare una linea di politica estera che s’iscrive nel solco tracciato da Fanfani, Gronchi, Andreotti e Craxi (solo per citarne gli interpreti maggiori), per il quale l’interesse italiano passerebbe attraverso un rapporto privilegiato con il mondo arabo, in vista di una possibile mediazione con la “controparte” israeliana e con i suoi sponsor. Questa non è stata l’unica linea possibile. Ad essa sarebbe fin troppo facile opporre un diverso filo-occidentalismo: quello di De Gasperi, Scelba, Martino e Spadolini. Ma sarebbe insufficiente.

C’è qualcosa di più e di più importante. Il fatto è che la dialettica tra queste due tendenze della nostra politica estera apparteneva al secolo passato e s’iscriveva tutta nell’equilibrio bipolare del mondo. Oggi che quell’equilibrio è venuto meno, diviene ancor più che sbagliato impossibile continuare a ragionare negli stessi termini.

Si deve prendere atto che sotto i nostri occhi sono mutati i protagonisti del conflitto internazionale; che il terrorismo ne è divenuto un interprete stabile; che la proliferazione nucleare non trova più polarità abbastanza forti da contenerne gli effetti.

In questo contesto, diviene impossibile rinnovare formule invecchiate e antichi schemi senza finire in fuorigioco. Questo è il vero torto di D’Alema: il meccanico rinnovo di riflessi del secolo scorso l’hanno portato ad assumere una posizione anti-israeliana di tale odiosità da subire la più feroce reprimenda che un ambasciatore in Italia abbia tributato a un Ministro degli Esteri in carica.

Non si può ricercare il contraddittorio con un capo di Stato integralista e anti-semita senza comprendere come il suo protagonismo in campo nucleare stia rischiando di destabilizzare l’intera regione, con effetti che vanno ben oltre la controversia tra arabi e israeliani. E ancor meno si può, per motivi sia politici sia morali, accreditare di uno status internazionale organizzazioni terroristiche che da anni seminano panico e morte nei territori di un Paese democratico e amico. Si finisce per assumere posizioni inutilmente ciniche e, quel che più conta, di offendere l’universalità dei diritti umani, in barba alle tanto reclamizzate moratorie sulla pena di morte.

Su questi aspetti il centro-destra fa male a non accendere la polemica e a inalberare la bandiera della sua diversità. Rispetto dei diritti umani, democrazia, condanna del terrorismo come arma di lotta politica rappresentano linee di orientamento profonde: magari non affiorano tutti i giorni sulla grande stampa ma influenzano sicuramente le scelte degli elettori. In particolare poi la posizione da tenere nei confronti di Israele segna una delle poche vere fratture di questa campagna elettorale: quella tra chi afferma l’impossibilità di legittimare quanti non riconoscono il diritto dello stato ebraico d’esistere e quanti pensano sia possibile mettere da parte questo requisito e sperano di potersela a cavare a buon mercato con un po’ di stantia retorica anti-fascista.

Chi ha attaccato Fiamma Nirenstein per la sua scelta di candidarsi nelle liste del PdL pensando di evidenziarne una contraddizione e chi ha pubblicato la vignetta di Vauro che la ritrae con la stella di David con accanto il fascio littorio, sono gli stessi che invece hanno fatto passare sotto silenzio le parole con le quali l’ambasciatore d’Israele in Italia Gideon Meir ha chiosato la richiesta di D’Alema di trattare con Hamas: “Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona”.

E’ trascorso un secolo. C’è chi è andato fino a Gerusalemme a pentirsi e con pudore ha vestito la kippà. C’è chi, invece, si è fermato. Presumendo che la storia lo avesse per sempre collocato dalla parte del bene, per la sua arroganza è finito in fuorigioco.

L’Occidentale.it

Antifascismo di ritorno in casa Repubblica: la Nirenstein? Troppo ebrea per candidarsi col Pdl

Antifascismo di ritorno in casa Repubblica: la Nirenstein? Troppo ebrea per candidarsi col Pdl

di Luca Codignola

Il titolo di prima pagina dell’edizione genovese di Repubblica del 6 marzo mi ha lasciato senza parole: “L’ebrea Nirenstein per An nel Pdl”. A quando, mi sono chiesto, un titolo sui negri, sui musi gialli o sui terroni? A quando, per esempio, un bel “Un maomettano nel partito di Bertinotti”? Ho preso carta e penna e ho subito scritto per protestare alla redazione genovese di Repubblica, con la quale saltuariamente (ma volentieri) collaboro per questioni soprattutto locali. Dopo due giorni di attesa, ho buoni motivi per credere che la mia protesta non verrà mai pubblicata. Fiamma Nirenstein è candidata a Genova per il Popolo della Libertà, e Repubblica non simpatizza né per lei né per il suo schieramento.

Ma se il titolone di prima pagina è soprattutto una caduta di stile, la seconda pagina, che entra nei contenuti, è molto peggio. Si chiede il giornalista Raffaele Niri, citando l’opinione di Raimondo Ricci, da una vita presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI): “Cosa ci fa un’ebrea … nelle liste del partito … che … è l’erede di Almirante e della Difesa della Razza”? Ed Elisa Della Pergola, il cui padre è morto ad Auschwitz ed è oggi impegnata nell’organizzazione Valori in Rosa, intervistata ancora da Niri, calca la dose: “Un ebreo non può farlo. E una donna ebrea ancora meno … mi si è accapponata la pelle … ho paura … come quando ho visto Gianfranco Fini con la papalina, a Gerusalemme”. E poi, ancora Ricci: “È una questione di radici: quelle degli ebrei … stanno da una parte … quelle di chi è stato l’erede [del fascismo] dall’altra. E le radici non si possono mischiare”.

Insomma, ci dicono Ricci e Della Pergola, il pensiero e la vita una persona è oggettivamente determinata dalla sua appartenza razziale (chiamiamolo “sangue” o “radici”, è la stessa cosa), che a sua volta va di pari passo con la sua appartenenza religiosa. Secondo loro, l’umanità continua a essere divisa tra razze e religioni. E ognuna di loro ha un pensiero unico, che, nel caso di resistenti ed ebrei, non può essere che coincidere con quello di Ricci e Della Pergola. Un antifascista o un ebreo che la pensi diversamente diventa automaticamente un “traditore”, un “magnacucchi”, o un “rinnegato”. Qualcuno ricorda ancora la violenza dell’attacco comunista ai “Magnacucchi” del dopoguerra?

Qui non si tratta di dimenticare l’esperienza antifascista e lo sterminio degli ebrei (anche chi scrive proviene da una famiglia di partigiani e conta morti nei campi di concentramento), ma di non fare della memoria del passato un uso strumentale motivato soltanto dalla campagna elettorale in corso. A quando la possibilità di votare (o non votare) per una come Fiamma Nirenstein per quello che vale e che propone, e non perché è ebrea o ha (o avrebbe) rinnegato la sua razza e la sua religione?

L’Occidentale.it