Su Israele D’Alema è in ritardo con la storia

Su Israele D’Alema è in ritardo con la storia

C’è chi ritiene che le posizioni di Massimo D’Alema sul Medio Oriente possano essere dettate da interesse personale: trovare un posto in Europa dopo la probabile sconfitta del Partito Democratico. A maggior ragione se questa non sarà bruciante e, dunque, Walter Veltroni non si toglierà dai piedi.

Non lo credo. Non solo perché dopo la vittoria di Zapatero la conferma di Solana come rappresentante della politica estera dell’Unione è divenuta più probabile. Ancor più perché conosco D’Alema e so che le sue ambizioni possono essere sbagliate, ma non sono meschine né opportunistiche.

Il Ministro degli Esteri in carica, anche per questo, deve essere considerato un interlocutore politico a tutti gli effetti. Le sue posizioni – nonostante i tiepidi distinguo di Fassino – coinvolgono a pieno il suo partito. D’altra parte, non è un caso che sia Ranieri sia Caldarola – gli esponenti più filo-israeliani del Partito Democratico – non abbiano trovato posto nelle liste. Una deroga non si nega a nessuno se c’è una buona ragione ma, evidentemente, la loro amicizia con Israele è stata considerata inutile.

D’Alema è convinto d’incarnare una linea di politica estera che s’iscrive nel solco tracciato da Fanfani, Gronchi, Andreotti e Craxi (solo per citarne gli interpreti maggiori), per il quale l’interesse italiano passerebbe attraverso un rapporto privilegiato con il mondo arabo, in vista di una possibile mediazione con la “controparte” israeliana e con i suoi sponsor. Questa non è stata l’unica linea possibile. Ad essa sarebbe fin troppo facile opporre un diverso filo-occidentalismo: quello di De Gasperi, Scelba, Martino e Spadolini. Ma sarebbe insufficiente.

C’è qualcosa di più e di più importante. Il fatto è che la dialettica tra queste due tendenze della nostra politica estera apparteneva al secolo passato e s’iscriveva tutta nell’equilibrio bipolare del mondo. Oggi che quell’equilibrio è venuto meno, diviene ancor più che sbagliato impossibile continuare a ragionare negli stessi termini.

Si deve prendere atto che sotto i nostri occhi sono mutati i protagonisti del conflitto internazionale; che il terrorismo ne è divenuto un interprete stabile; che la proliferazione nucleare non trova più polarità abbastanza forti da contenerne gli effetti.

In questo contesto, diviene impossibile rinnovare formule invecchiate e antichi schemi senza finire in fuorigioco. Questo è il vero torto di D’Alema: il meccanico rinnovo di riflessi del secolo scorso l’hanno portato ad assumere una posizione anti-israeliana di tale odiosità da subire la più feroce reprimenda che un ambasciatore in Italia abbia tributato a un Ministro degli Esteri in carica.

Non si può ricercare il contraddittorio con un capo di Stato integralista e anti-semita senza comprendere come il suo protagonismo in campo nucleare stia rischiando di destabilizzare l’intera regione, con effetti che vanno ben oltre la controversia tra arabi e israeliani. E ancor meno si può, per motivi sia politici sia morali, accreditare di uno status internazionale organizzazioni terroristiche che da anni seminano panico e morte nei territori di un Paese democratico e amico. Si finisce per assumere posizioni inutilmente ciniche e, quel che più conta, di offendere l’universalità dei diritti umani, in barba alle tanto reclamizzate moratorie sulla pena di morte.

Su questi aspetti il centro-destra fa male a non accendere la polemica e a inalberare la bandiera della sua diversità. Rispetto dei diritti umani, democrazia, condanna del terrorismo come arma di lotta politica rappresentano linee di orientamento profonde: magari non affiorano tutti i giorni sulla grande stampa ma influenzano sicuramente le scelte degli elettori. In particolare poi la posizione da tenere nei confronti di Israele segna una delle poche vere fratture di questa campagna elettorale: quella tra chi afferma l’impossibilità di legittimare quanti non riconoscono il diritto dello stato ebraico d’esistere e quanti pensano sia possibile mettere da parte questo requisito e sperano di potersela a cavare a buon mercato con un po’ di stantia retorica anti-fascista.

Chi ha attaccato Fiamma Nirenstein per la sua scelta di candidarsi nelle liste del PdL pensando di evidenziarne una contraddizione e chi ha pubblicato la vignetta di Vauro che la ritrae con la stella di David con accanto il fascio littorio, sono gli stessi che invece hanno fatto passare sotto silenzio le parole con le quali l’ambasciatore d’Israele in Italia Gideon Meir ha chiosato la richiesta di D’Alema di trattare con Hamas: “Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona”.

E’ trascorso un secolo. C’è chi è andato fino a Gerusalemme a pentirsi e con pudore ha vestito la kippà. C’è chi, invece, si è fermato. Presumendo che la storia lo avesse per sempre collocato dalla parte del bene, per la sua arroganza è finito in fuorigioco.

L’Occidentale.it

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