Il Tibet non è la Palestina: storia dei due pesi e due misure

Il Tibet non è la Palestina: storia dei due pesi e due misure

Scritto da Miriam Bolaffi
mercoledì 16 aprile 2008

Onestamente indispone leggere che “è in corso una campagna mediatica contro la (povera) Cina, portata avanti da politici, organizzazioni e organi di stampa”, specie quando a scrivere queste cose sono gli stessi che chiamano “resistenti” i palestinesi di Hamas.

Orbene, mi piacerebbe molto che questi signori mi spiegassero perché i palestinesi sono considerati resistenti e i tibetani invece sono considerati terroristi. Mi piacerebbe che mi spiegassero perché considerano gli israeliani invasori di un territorio mentre non fanno altrettanto per i cinesi. Mi piacerebbe che mi spiegassero perché parlano di difesa dei diritti dei palestinesi ma, nel caso del Tibet, parlano clamorosamente di difesa dei Diritti cinesi. Forse che i sacrosanti diritti dei palestinesi non sono uguali a quelli, altrettanto sacrosanti, dei tibetani?

Mi piacerebbe poi sapere perché, questi signori (si fa per dire) non parlano dei Diritti violati per mano cinese dei birmani, degli Zagawa in Darfur, della popolazione dello Zimbabwe etc. etc. Ma no, in questo caso addirittura si arriva a sostenere che “ non a caso, a promuovere questa Crociata non è certo il Terzo Mondo, che alla Cina guarda con simpatia e ammirazione, ma l’Occidente che a partire dalle guerre dell’oppio ha precipitato il grande paese asiatico nel sottosviluppo e in un’immane tragedia, dalla quale un popolo che ammonta ad un quinto dell’umanità sta finalmente fuoriuscendo”.

Quale terzo mondo guarda la Cina con “ammirazione e simpatia”? Forse gli oligarchi che dagli affari con la Cina traggono immensi vantaggi, ma sfido chiunque a trovare una popolazione del terzo mondo che guarda la Cina con simpatia e ammirazione. E poi, cos’è questa storia che “l’occidente ha precipitato il grande paese asiatico nel sottosviluppo”? La Cina è stata precipitata nel sottosviluppo dal comunismo reale, come del resto tutti gli ex paesi comunisti, non dall’occidente.

Vogliamo dire la verità? Chi oggi difende la Cina non difende un Diritto, difende chi il Diritto lo calpesta in tutto il mondo ed è abbastanza ipocrita da considerare pochi pacifici monaci tibetani alla stregua di terroristi, ma non fa altrettanto per i cosiddetti “resistenti” palestinesi che, loro si, mettono bombe, fanno attentati sui civili e lanciano missili (sempre sui civili). Ma che con che coraggio fanno questo? Con quale ipocrisia?

Arrivano a scrivere che “mentre proclama di essere alla testa della lotta contro il fondamentalismo, l’Occidente trasfigura nel modo più grottesco il Tibet del passato (fondato sulla teocrazia e sulla schiavitù e sul servaggio di massa)” evitando però di dire che i cosiddetti “resistenti” palestinesi (o se vogliamo iracheni) fondano tutto proprio sulla teocrazia e sulla schiavitù dell’altro. Ma loro sono resistenti, mica terroristi, loro ammazzano israeliani e americani, mica attaccano i cinesi.

E’ così che i prodi difensori dei Diritti vedono le cose, sempre pronti a bruciare in piazza le bandiere dei capitalisti ma poco propensi a fare la stessa cosa se la bandiera capitalista ha una falce e martello o una stella rossa. Che dire? Desolante.

Miriam Bolaffi

Secondo Protocollo

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2 Risposte to “Il Tibet non è la Palestina: storia dei due pesi e due misure”

  1. edmondodantes Says:

    Ma loro sono resistenti, mica terroristi, loro ammazzano israeliani e americani, mica attaccano i cinesi

    se questa fosse’ l’unica motivazione… la vedo alquanto debole, il terrorismo/eversione non si ga solo con le bombe, anche il solo atto di dichiarasi autoindipendenti, verso uno stato sovrano E’ terrorismo, anche non paghare le tasse E’ terrorismo, anche non rispettare le leggi e’ terrorismo..

    ivi palestinesi e tibetani sono sovversivi/eversivi/terroristi

  2. Daniele Coppin Says:

    x Edmondodantes
    La distinzione tra resistenti e terroristi non è da poco, praticamente è la stessa tra una manifestazione di protesta pacifica ed un attentato. D’altra parte, la stessa equiparazione tra sovversione, eversione e terrorismo, oltre ad essere semplicistica, è sbagliata in termini dal punto di vista logico ed etico-politico. Infatti, la sovversione e l’eversione consistono rispettivamente l’uno nell’opposizione all’ordine costituito, l’altro nell’abbattimento o rovesciamento dell’ordine costituito, e, quindi, sono azioni che possono essere attuate tanto con mezzi pacifici quanto violenti, il terrorismo è un mezzo basato sulla violenza intimidatoria. In altre parole, eversione e sovversione sono rivolte verso il potere, mentre il terrorismo ha come obiettivo i cittadini.

    E’ singolare il fatto che tanti filopalestinesi si affannino a condannare l’opposizione dei monaci tibetani alla prepotenza del governo cinese, aggrappandosi alla pretestuosa motivazione secondo la quale il Dalai Lama vorrebbe imporre un governo religioso.

    Veramente singolare che i seguaci di una religione, come quella buddhista, che ha nel pacifismo e nella non violenza la sua principale caratteristica vengano equiparati, anzi, considerati più pericolosi di chi da un secolo si distingue per l’uso sistematico della violenza terroristica, con il frequente ricorso ai progrom, vuoi per motivi laici, vuoi per motivi religiosi, con il dichiarato obiettivo di cacciare o sterminare un popolo democratico che non vuol altro che vivere in pace con i propri vicini.


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