A cosa (non) serve la missione Unifil2

Depositato un esposto all’Onu sulle nuove armi di Hezbollah

A cosa (non) serve Unifil2

di Dimitri Buffa

La notizia dell’ultima ora è che adesso gli Hezbollah, grazie alla missione Unifil 2 in Libano voluta dall’Onu e sponsorizzata dal governo Prodi e soprattutto dal suo ministro degli esteri ancora per poco in carica, sono dotati di sofisticati sistemi antiaerei e di radar in grado di rilevare persino i droni (i piccoli aerei senza pilota) con cui Israele aveva svolto gran parte della guerra dell’estate 2006. Insomma, non solo non abbiamo disarmato gli Hezbollah ma li abbiamo resi quasi invincibili. Bel risultato. Tanto che adesso è stato persino depositato un esposto su queste vendite di tecnologie di armi pesanti all’Iran e quindi agli Hezbollah, da parte di Russia e Cina, direttamente al Consiglio di Sicurezza del Palazzo di vetro. Che però, sicuramente, ignorerà il caso. Insomma, della serie: poi si lamentano che non sono stati votati, i vari Massimo D’Alema and company… La notizia, con tutti i suoi drammatici particolari, la fornisce l’ottima Miriam Bolaffi sul sito secondoprotocollo.org. Le fonti della Bolaffi parlano più precisamente di due distinti sistemi antiaerei: il tipo “portatile” derivato dall’Igla-S di fabbricazione russa e un lanciamissili montabile su camion o postazione fissa, anch’esso di fabbricazione russa, derivato dallo Strelets. L’Igla-S è un dispositivo analogo a quello del missile americano Stinger e può essere manovrato da una sola persona, essendo il suo peso intorno ai 15 Kg. Le modifiche apportate dai tecnici iraniani hanno ampliato di molto la sua gittata portandola a essere in grado di colpire aerei che volino a una quota di 14.000 metri e in un raggio di quasi 16 Km in qualsiasi condizione meteo. Come se non bastasse adesso gli Hezbollah hanno anche i radar della Cina. Può l’Onu tollerare questo stato di cose?

(L’Opinione.it, 22 aprile 2008)

Il palestinese medio non vuole sacrificare la sua vita per Hamas

Il palestinese medio non vuole sacrificare la sua vita per Hamas

di Dimitri Buffa

Il 41% dei palestinesi residenti nella Striscia di Gaza sarebbe intenzionato ad abbandonare, se potesse, immediatamente la zona. A rivelarlo è stato un sondaggio diffuso dalla Radio Militare israeliana, secondo cui il 94% degli intervistati è convinto che con l’avvento di Hamas la condizione economica dei palestinesi sia significativamente peggiorata. Su 900 interpellati, infatti, il dato che emerge è che il 64% vive sotto alla soglia di povertà. La metà dei residenti di Gaza intervistati, inoltre, si dice “meno sicuro da quando (nel giugno 2007) Hamas ha assunto il potere” mentre il 32% sente incrementato il livello di sicurezza e il 18% non nota cambiamenti. Il sondaggio è tanto più importante in quanto avviene all’indomani di alcune inevitabili azioni mirate israeliane nella Striscia per rispondere ai numerosi attacchi missilistici e non degli ultimi giorni. Solo ieri per esempio sono stati uccisi altri tre militari israeliani nel solito agguato a Gaza mentre altri due sono stati feriti. La risposta israeliana, un raid aereo sul villaggio di Al Bureij, ha provocato 9 morti e 17 feriti, tra cui il cameraman della Reuters Fahdil Shanaa, la cui auto è stata colpita da un missile.

Ma i cittadini palestinesi cominciano anche a prendere coscienza dell’inquinamento ideologico del fondamentalismo islamico dei terroristi di Hamas. Che solo pochi giorni fa avevano candidamente ammesso, anzi rivendicato, alla Tv di regime Al Aqsa, controllata dagli uomini di Khaled Meshaal, che loro ritenevano giusto e logico usare donne e bambini come scudi umani per difendersi dagli omicidi mirati delle forze di sicurezza israeliane. Un cinismo che potrebbe non avere lasciato indifferente nemmeno tutte quelle persone che Hamas si ostina a considerare come carne da cannone. Più precisamente era stato l’esponente di Hamas Fathi Hammad a dire testualmente che “per il popolo palestinese, la morte è diventata un’industria, nella quale hanno la meglio le donne, come del resto tutte le persone che vivono in questa terra, gli anziani eccellono in questo, come pure i mujaheddin ed i bambini”. Fathi, che è parlamentare palestinese, aveva poi aggiunto che “è questa la ragione per la quale il popolo palestinese ha trasformato in scudi umani le donne, i bambini, gli anziani e i mujaheddin con il chiaro obiettivo di sfidare la macchina dei bombardamenti israeliani… è come se dicessero al nemico sionista: noi vogliamo la morte allo stesso modo in cui voi volete la vita”.

Il problema adesso è quello di capire quanti di quegli scudi umani siano realmente volontari e quanti invece non lo siano affatto. Tutte le testimonianze sinora raccolte affermano che la grande maggioranza di loro non lo fa perché ci crede, ma perché costretta dai miliziani di Hamas, pena la morte, a mettersi sui tetti delle case dove soggiornano i capi del movimento islamico e intorno alle aree da dove vengono lanciati i razzi Qassam su Israele. Secondo quanto ammesso dallo stesso Fathi Hammad, sarebbero quindi i miliziani di Hamas i veri responsabili della morte di molti civili. Naturalmente Hammad dice che i “martiri” sono volontari, mentre questo non corrisponde alla verità che si sente dalle bocche dei fuoriusciti da Gaza. Purtroppo per sentire la verità in bocca a uno di questi fuoriusciti bisogna prima dargli un rifugio e un asilo politico sicuro fuori dai Territori, pena la morte dell’interessato al suo eventuale rientro. Da tempo Hamas agisce a Gaza come la mafia in Sicilia facendo proseliti a colpi di morti ammazzati e convincendo le famiglie a sacrificare un figlio al terrorismo suicida per non dovere morire tutti invece che uno solo. Questi sondaggi raccolti quasi clandestinamente dai media israeliani sono un’ulteriore conferma.

(L’Opinione.it, 17 aprile 2008)