E’ ora di lasciare il Libano

Edizione 80 del 24-04-2008

E’ ora di lasciare il Libano

di Arturo Diaconale

Crescono le tensioni in Medio Oriente. Siria ed Iran continuano a soffiare sul fuoco sostenendo e foraggiando con ogni mezzo tutti i gruppi più estremisti del fondamentalismo islamico presenti nella zona. Per la diciottesima volta il parlamento libanese ha dovuto rinviare la scelta del nuovo Presidente in sostituzione del filosiriano Emile Lahoud. Nel Sud del Libano, infine, i miliziani di Hezbollah continuano a ricevere armi provenienti da Damasco e Teheran ed aspettano il momento più opportuno per riaprire le ostilità contro Israele. Il clima, in sostanza, sta diventato sempre più arroventato. E minaccia di trasformare i soldati italiani dell’Unifil nel bersaglio preferito di chiunque abbia interesse ad accendere il fuoco di un nuovo conflitto mediorientale. Ma perché morire per Hezbollah? E magari per mano di Hezbollah stesso o di qualche gruppo di Al Quaida? Il prossimo governo di Silvio Berlusconi deve porre al primo punto della sua agenda questo drammatico interrogativo. Esiste il concreto pericolo che da un momento all’altro i terroristi ed i loro mandanti scelgano come bersaglio delle loro azioni i nostri soldati piazzati lungo il confine tra Libano ed Israele a far da cuscinetto pacificatore non tanto tra i due paesi, quanto tra i miliziani di Nasrallah e l’esercito israeliano.

Le condizioni che indussero il nostro governo a decidere di inviare il contingente a svolgere la delicata missione di pace sono cambiate radicalmente. La scelta del governo Prodi di ritirare il nostro contingente dall’Iraq e di inviarlo in Libano fu il segno più evidente di discontinuità in politica estera che la maggioranza di centro sinistra volle dare rispetto alla linea seguita nei cinque anni di governo del centro destra. In questo modo l’esecutivo di Prodi allentava la solidarietà con Usa ed Israele, sceglieva ufficialmente la posizione dalemiana dell“equivicinanza” e, di fatto, avviava una politica di avvicinamento e di dialogo con il mondo arabo in generale e con i paesi estremisti Siria ed Iran e con i gruppi estremisti a loro collegati in particolare. La passeggiata a Beirut di Massimo D’Alema con il rappresentante di Hezbollah costituì la rappresentazione più emblematica della sterzata della politica estera italiana. E rappresentò anche la garanzia che fino a quando l’Italia avrebbe mantenuta ferma la linea dalemiana e le truppe dell’Unifil avrebbero continuato ad interpretare le proprie regole d’ingaggio come autorizzazione a non contrastare in alcun modo il riarmo di Hezbollah, i nostri soldati non avrebbero avuto problemi di sorta. Ma ora la situazione è cambiata. Non tanto perché il ritorno al governo di Silvio Berlusconi comporterà necessariamente una correzione in senso filo-occidentale della linea di politica estera dalemiana in Medio Oriente. Quanto perché sono cambiate le condizioni politiche dell’area e quelle del contesto internazionale.

Al Quaida per un verso e Siria ed Iran per un altro, sembrano sempre più consapevoli che il tempo gioca a loro sfavore. Più dura il simulacro di pace esistente in Medio Oriente, più gli Usa possono continuare a portare avanti il processo di pacificazione in Iraq, più la Nato può operare efficacemente in Afghanistan, più esplodono le contraddizioni tra le varie fazioni palestinesi, più gli stati arabi moderati si convincono che la loro salvezza passa attraverso la marginalizzazione degli estremisti e la lotta ai terroristi. In più il recente viaggio del Papa negli Usa ha riacceso la propaganda dei fondamentalisti islamici contro Occidente e Chiesa cattolica accomunati nell’accusa di rappresentare gli “invasori crociati”. E questo alimenta una tensione che può trovare il più facile dei bersagli nei soldati italiani dell’Unifil, trasformati nel pretesto per dare nuovamente fuoco alle polveri del Medio Oriente. Se restare in Libano avesse un senso qualsiasi, dall’assicurare la pace a rispettare un impegno d’onore, sarebbe giusto restare. Ma visto che rimanere significa solo diventare il pretesto per una nuova guerra, è auspicabile che il governo Berlusconi decida di ritirare il contingente. Morire per la pace può essere glorioso. Ma morire per Hezbollah è da cretini.

Opinione.it

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