Gaza un anno dopo: Hamas regge, la vita è un inferno

M.O./ GAZA UN ANNO DOPO: HAMAS REGGE, LA VITA E’ UN INFERNO-FOCUS

Anniversario della presa di potere del movimento islamico

Gaza, 14 giu. (Apcom) – “Vorrei che quello spargimento di sangue non fosse mai avvenuto, ha danneggiato il popolo palestinese e spaccato in due il fronte politico. Spero in una riconciliazione”. Ahmed Yusef, consigliere del premier di Hamas, Ismail Haniyeh, usa toni morbidi, concilianti. Ma le sue parole non rappresentano in alcun modo un pentimento per la presa di potere compiuta un anno fa dalla milizia islamica contro le forze di sicurezza fedeli al presidente Abu Mazen e al suo partito Fatah, un’azione costata la vita a circa 150 persone. Hamas vuole riconciliarsi con Abu Mazen ma alle proprie condizioni, sapendo che ha il controllo pieno di Gaza, e che l’asfissiante embargo praticato da Israele contro questo lembo di terra palestinese e’ riuscito solo in parte ad erodere il consenso di cui il movimento islamico gode tra la popolazione. Anche se la vita è diventata un inferno nella Striscia.

Per Hamas quell’atto di forza fu necessario, ribadisce uno dei “duri” dell’organizzazione islamica, l’ex ministro dell’interno Said Siyam, fondatore della Tansifiya, la forza di sicurezza di Hamas. “Andare allo scontro fu inevitabile – dice ad Apcom Siyam – Dopo mesi e mesi di provocazioni da parte di quei membri di Fatah che lavoravano contro gli interessi del popolo palestinese, fummo costretti ad agire. Fu un atto di autodifesa contro il tentativo di rovesciare il governo di unita’ nazionale guidato da Haniyeh”. E’ una versione contestata da Fatah ma che osservatori indipendenti considerano credibile, almeno in parte. Siyam parla dei “risultati” raggiunti in questi dodici mesi. “Gaza – dice – ha ritrovato la calma. Non si registrano piu’ sequestri di persona, le strade sono sicure, il crimine e’ diminuito. Un cittadino straniero puo’ vivere e lavorare a Gaza senza alcun problema”.

Eppure parlare di una Gaza piu’ “tranquilla” e’ paradossale mentre prosegue la guerra a bassa intensita’ tra Hamas e Israele che vede ogni giorno incursioni aeree, “omicidi mirati” di miliziani e lanci di razzi artigianali Qassam verso il territorio dello Stato ebraico. Gaza vive sospesa tra una ipotesi di tregua e una guerra aperta con Israele che potrebbe esplodere in qualsiasi momento. E’ piu’ isolata che mai a un anno da quel 14 giugno 2007 quando, dopo tre giorni di combattimenti sanguinosi, le bandiere verdi del movimento islamico vennero issate sul tetto del quartier generale di Abu Mazen a Gaza city.

Ramzi, un insegnante, descrive una Gaza ben diversa da quella illustrata dai leader di Hamas. “La nostra vita e’ miserabile, non si trova quasi nulla, i negozi sono mezzi vuoti, non c’e’ lavoro, non c’e’ benzina, l’elettricita’ va e viene”. L’economia di Gaza in effetti e’ distrutta. Il cordone sanitario applicato da Israele si fa sentire ovunque. Le agenzie delle Nazioni Unite riferiscono di una popolazione costretta in gran parte a far ricorso alle razioni alimentari. Un ultimo esempio: questo mese sono andate perdute 6 mila tonnellate di fragole – fiore all’occhiello della produzione agricola – perche’ appena un centinaio sono riuscite a passare il confine israeliano. “La diminuzione del crimine e’ importante, ma la vita e’ fatta di tante altre cose – spiega Ramzi – Hamas dovrebbe adottare una linea diversa. Viaggiare per noi e’ importante e con i valichi chiusi i primi a pagare sono i nostri giovani, che non possono studiare all’estero, e gli ammalati gravi che non possono essere curati a Gaza”.

Non mancano percio’ le voci critiche ma Hamas sa di non avere di fronte dei veri oppositori: solo persone sfinite. In ogni caso l’embargo israeliano ha reso la popolazione piu’ dipendente dal movimento islamico – che ora distribuisce carburante e merci accumulate in precedenza – mentre Abu Mazen e l’Anp sono ininfluenti e la decisione del presidente palestinese di riaprire il dialogo con il movimento islamico, rinunciando a molte delle condizioni poste in passato, appare un riconoscimento degli islamisti. “Siamo forti, anche piu’ di prima e non faremo alcun passo indietro”, proclama il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri sottolineando che la popolazione continua a rispettare il governo di Ismail Haniyeh, deposto un anno fa da Abu Mazen e sostituito da quello d’emergenza di Salam Fayyad che, tuttavia, esercita la sua autorita’ solo in Cisgiordania.

Come superare la frattura con Fatah e’ uno dei punti in discussione ai vertici di Hamas che, pero’, non hanno fretta e nessuna voglia di fare concessioni importanti. “Noi rispettiamo Abu Mazen e lo consideriamo il presidente dei palestinesi, allo stesso tempo lui deve rispettare la volonta’ popolare che con le elezioni del 2006 ha dato la maggioranza ad Hamas”, precisa Said Siyam che esclude un ritorno anticipato dei palestinesi alle urne. “Non vedo ragioni per un voto immediato – afferma l’ ex ministro dell’interno – all’inizio del 2009 scadra’ il mandato di Abu Mazen e nel 2010 avra’ termine la legislatura, le elezioni sono gia’ previste in tempi stretti”. Infine Siyam fa una previsione che e’ soprattutto una condizione politica: “Se non interverra’ un accordo (tra Hamas e Fatah, ndr) non vedo come i palestinesi potranno recarsi alle urne”.

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