A un anno dal golpe di Hamas a Gaza

A un anno dal golpe di Hamas a Gaza

È passato un anno da quando Hamas prese il controllo sulla striscia di Gaza ricorrendo alla forza e ai Kalashnikov e da allora la posizione dell’organizzazione jihadista palestinese si è rafforzata e consolidata, nonostante le forti perdite subite negli scontri con le Forze di Difesa israeliane, il persistente isolamento internazionale e le sofferenze patite dalla sua popolazione.

Hamas si è insediata a Gaza e ne ha assunto la sovranità come un governo legittimo. L’anarchia dei primi mesi è scomparsa come se non ci fosse mai stata. Oggi gli abitanti non osano più nemmeno sparare raffiche in aria durante i matrimoni, come era loro consuetudine. Hamas ha assunto il pieno controllo di università, uffici commerciali, mass-media, istituzioni pubbliche e sull’insieme della popolazione.

Hamas ha imposto la propria egemonia grazie a un governo dittatoriale che non permette alcuna possibilità di rivolta e nemmeno di protesta. Di fatto, non esiste alcuna opposizione.
La striscia di Gaza del 2008 è una realtà che rasenta l’assurdo: su un milione e 300mila abitanti, il 70% dipende per la propria sussistenza da sussidi assistenziali elargiti da vari enti di aiuti; circa il 60% si arrangia con meno di 2 dollari al giorno e vive sotto la linea di povertà. Non esiste una vere rete di acqua potabile e il sistema fognario è al collasso. Metà della popolazione è sotto i 18 anni e non vede un futuro. Dunque non sorprende che nei recenti sondaggi il 70% degli abitanti dica che preferirebbe vivere in qualunque altro posto al mondo fuorché a Gaza.

Israele fa arrivare aiuti umanitari, e le merci che non arrivano attraverso i valichi di Karni e di Sufa (peraltro costantemente bersagliati da terroristi controllati da Hamas) vengono contrabbandate nella striscia di Gaza attraverso i tunnel sotto Rafah che la collegano al Sinai egiziano. I paesi europei pagano il carburante necessario per far funzionare le centrali elettriche, e il governo di Hamas addebita agli abitanti i costi della traballante fornitura elettrica. I profughi (e loro discendenti) ricevono assistenza dalle Nazioni Unite, mentre il governo di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Salam Fayyad finanza l’assistenza sanitaria e il sistema scolastico. Fayyad è anche quello che paga la bolletta della compagnia israeliana Dor Energy per il carburante, e che continua a pagare gli stipendi mensili dei 78.000 abitanti di Gaza che erano impiegati nelle istituzioni dell’Autorità Palestinese anche se, allo stato attuale, risultano senza occupazione. L’Iran copre tutte le spese del governo Hamas, comprese le spese militari. Donazioni provenienti dai paesi del Golfo vengono usate da Hamas a scopi assistenziali, e coloro che non ricevono aiuti dall’Onu o da Hamas ricevono tessere alimentari da altre organizzazioni internazionali.

Tuttavia, sebbene gli abitanti della striscia di Gaza siano ridotti a vivere di elemosina, Hamas si occupa praticamente della sola cosa che veramente le interessa: la corsa al riarmo, con la creazione di un regolare apparato militare che comprende divisioni, compagnie e corpi professionali specializzati. Oggi l’esercito di Hamas conta già circa 16.000 combattenti ed è strutturato sul modello di Hezbollah. Molti di questi combattenti escono attraverso i tunnel di Rafah e vanno a ricevere addestramento militare in Iran e in Siria.

Nel momento in cui celebra il suo primo anniversario, ecco dunque come si presenta il “Hamastan” palestinese: un piccolo stato terrorista, violento e dittatoriale, che dipende totalmente dall’assistenza altrui.

(Da: YnetNews, 13.06.08 )

Membri di Fatah nella striscia di Gaza hanno fatto appello lo scorso fine settimana al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) perché si adoperi per porre fine a quella che definiscono una “campagna di sequestri, intimidazioni e terrore“ condotta contro di loro da Hamas.

In una lettera indirizzata ad Abu Mazen nel primo anniversario del violento golpe di Hamas a Gaza, i membri di Fatah denunciano il fatto che il movimento jihadista palestinese continua a prenderli di mira nonostante la recente iniziativa del presidente dell’Autorità Palestinese volta a superare il conflitto fra le due parti.

“La esortiamo a muoversi rapidamente per porre fine alle azioni criminali e terroristiche delle milizie di Hamas contro i figli di Fatah – scrivono gli esponenti di Fatah – Sono milizie che continuano a rapire e torturare i nostri membri nella striscia di Gaza nonostante la sua iniziativa”.

La lettera sottolinea che nelle scorse settimane molti attivisti di Fatah nella striscia di Gaza sono stati convocati dalle forze di sicurezza di Hamas per essere interrogati, compresi alti esponenti di Fatah come Issam Najjar, Abdel Rahim Najjar e Abdel Rauf Abdeen. “Queste milizie nere [di Hamas] hanno forse il diritto di fare quello che vogliono a Fatah mentre lei se ne sta in Cisgiordania senza far nulla? – chiedono gli attivisti di Fatah – E’ al corrente del fatto che le milizie di Hamas vietano alla gente, a forza di botte, di sostare in luoghi pubblici? Perché se ne sta in Cisgiordania senza far niente? Intende aspettare fino a quando Hamas ci avrà uccisi tutti?”.

I membri di Fatah esortano Abu Mazen a “spazzare via completamente” Hamas in Cisgiordania prima che sia troppo tardi, avvertendo che altrimenti lui e i suoi seguaci verranno prima o poi abbattuti dal movimento jihadista palestinese.

La lettera lamenta anche il fatto che i mass-media controllati da Fatah abbiano smesso di riportare le pratiche di Hamas contro i membri di Fatah nella striscia di Gaza, evidentemente nell’intento di evitare un’escalation della tensione fra le due parti. “Perché la TV di Palestina ha smesso di riferire dei sequestri di membri di Fatah nella striscia di Gaza? – chiede la lettera – Perché lei se ne sta in disparte mentre coloro che hanno combattuto per lei vengono presi di mira da queste milizie?”.

Gli autori della lettera sostengono che sabato scorso Hamas ha impedito ai famigliari dei membri di Fatah di recarsi nei cimiteri. Dicono che decine di poliziotti di Hamas hanno sigillato il cimitero maggiore di Khan Yunis. Hamas avrebbe anche impedito ai sostenitori di Fatah e ai famigliari degli uomini di Fatah uccisi nei combattimenti di un anno fa con Hamas di sfilare nelle strade e tenere riunioni pubbliche per protestare contro il golpe del movimento islamista.

Le famiglie di circa 450 palestinesi uccisi negli scontri fra Fatah e Hamas hanno chiesto sabato ad Abu Mazen di adoperarsi per portare alla sbarra le milizie “assassine” di Hamas per le “atrocità” commesse. Dicono che alcune delle vittime, specialmente quelle appartenenti alle forze di sicurezza controllate da Fatah, vennero uccise a sangue freddo dopo essere state catturate da Hamas.

Hamas sostiene che le forze di sicurezza che fanno capo ad Abu Mazen trattengono in detenzione senza processo decine di suoi sostenitori. Secondo il movimento, durante l’anno appena trascorso sarebbero stati più di 1.500 i sostenitori di Hamas arrestati dalle forze di Fatah in Cisgiordania.

(Da: Jerusalem Post, 15.06.08 )

Tra Gaza e Beirut

Livni: “Gaza impedisce la nascita dello stato palestinese”

Israele.net

Israele pronto a liberare il terrorista assassino Samir Kuntar in cambio dei soldati rapiti da Hezbollah?

M.O./ ISRAELE PRONTO A LIBERARE SAMIR KUNTAR PER SOLDATI RAPITI

Il terrorista libanese in carcere dal 1979

Gerusalemme, 15 giu. (Ap) – Il governo israeliano è disposto a liberare il terrorista libanese Samir Kuntar, in prigione dal 1979, in cambio del rilascio dei due soldati rapiti da Hezbollah nel luglio 2006. Lo ha confermato una fonte governativa israeliana.

Samir Kuntar sta scontando l’ergastolo per un attentato compiuto nel 1979, in cui uccise un uomo di 28 anni e la sua figlia di quattro e due poliziotti. Da giorni i media israeliani riferiscono che la sua liberazione sarebbe imminente.

I due soldati israeliani rapiti, Ehud Goldwasser e Eldad Regev, sarebbero rimasti gravemente feriti durante il raid in cui furono catturati dai miliziani di Hezbollah, e il gruppo libanese non ha mai fornito prove per dimostrare che siano ancora in vita.