Nazirock, scontro alla casa del Cinema – Fiore: diffamazione. Lazzaro: solo realtà

Film Dibattito con gli studenti Luiss dopo il no del rettore per timore di disordini

Nazirock, scontro alla casa del Cinema Fiore: diffamazione. Lazzaro: solo realtà

ROMA – Si sono incontrati. E, inevitabilmente: scontrati. Claudio Lazzaro, regista di Nazirock, e Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, il movimento che proprio nel lungometraggio viene descritto e raccontato. «Con un esempio di giornalismo davvero cattivo: questo documentario nasce da un’ idea preconcetta e così viene portata avanti», esordisce Fiore in un dibattito che alla Casa del cinema a Roma ha visto la sala colma soprattutto di ragazzi, studenti dell’ università Luiss. Già, la Luiss: era all’ università della Confindustria che i ragazzi volevano proiettare Nazirock e fare un dibattito con il leader di Forza Nuova. Il rettore non se l’ è sentita: paura di scontri.

Perché questo documentario sta provocando polemiche e tensioni su e giù per l’ Italia. «L’ altra sera l’ università di Pavia era circondata da camionette della polizia ed io sono dovuto tornare a casa scortato dalla Digos: ad ogni proiezione Roberto Fiore manda diffide e si crea il panico», garantisce Lazzaro. Con pronta replica di Fiore. Dice il leader di Forza Nuova: «Le diffide sono indispensabili: devo tutelare un movimento diffamato. Questo video è un’ operazione politica per attaccare Berlusconi: si credeva che noi ci saremmo alleati a lui. Ma così non è stato. Ed ha anche floppato l’ obiettivo».

Non ha dubbi Fiore: «Nel video ci sono montaggi ad arte e vengono intervistati ragazzini di sedici anni, soltanto per buttare fango sul movimento. Non non siamo nazisti, abbiamo simpatie per alcuni aspetti del fascismo ma non siamo fascisti. Non siamo violenti». E’ convinto Lazzaro: «Non ho fatto altro che riprendere vostri comizi e vostri concerti. E ho dato la parola a molti di voi, anche a Fiore. Quelle diffide sono soltanto intimidatorie: non è arrivata nemmeno una querela». Promette Fiore: «Le querele arriveranno, prima le diffide per un video che screditava troppo». Ma Fiore quando lo ha visto il film? «Giovedì, confesso. Ma lo avevano visto per me gli avvocati».

Alessandra Arachi

(Fonte: Corriere della Sera, 21 Giugno 2008, pag. 23)

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Attacco all’ Iran, la prova generale. Simulazione israeliana su Creta

Venti di guerra Oltre 100 caccia hanno condotto una missione di 1.500 chilometri

Attacco all’ Iran, la prova generale Simulazione israeliana su Creta

El Baradei dell’ Aiea: «La regione diventerebbe una palla di fuoco» Il presidente Ahmadinejad promette ritorsioni pesanti, l’ ayatollah Khatami minaccia conseguenze «terribili»

Il precedente: l’attacco. In 2 minuti, una domenica pomeriggio del giugno 1981, caccia israeliani distrussero il reattore di Osirak (Osiris+Iraq) costruito con assistenza francese fuori Bagdad, mettendo fine al programma atomico

WASHINGTON – Nome in codice «Glorious Spartan 08». Teatro operativo: il tratto di mare a sud est dell’ isola di Creta. E’ in questo splendido angolo di Mediterraneo che l’ aviazione israeliana ha simulato – dal 28 maggio al 18 giugno – l’ attacco all’ Iran. Oltre cento caccia F16 e F15, con l’ ausilio di aerei per il rifornimento in volo, hanno condotto una missione di 1500 chilometri, la stessa distanza che divide lo Stato ebraico dall’ impianto nucleare di Natanz. I jet hanno sganciato bombe, condotto raid contro i radar, attuato manovre evasive. In loro supporto velivoli per la guerra elettronica ed elicotteri che trasportavano i commandos dell’ unità speciale 5101, conosciuta come Shaldag, e gli incursori della Sayeret. Una delle simulazioni prevedeva infatti il recupero di piloti abbattuti in «territorio ostile». Al loro fianco i greci, che hanno offerto l’ ospitalità dei poligoni e provato interventi coordinati.

Gli israeliani, di solito estremamente riservati su quello che combinano, hanno passato al New York Times le informazioni su «Spartan 08» accostando le manovre ad un possibile blitz contro l’ Iran. E hanno spiegato, con l’ abituale pragmatismo, quali fossero gli obiettivi. Il primo – tecnico – era quello di esercitarsi in un raid a lungo raggio. Le forze aeree israeliane sono abituate ad azioni di questo tipo. Hanno organizzato il raid di Entebbe andando a liberare ostaggi in Uganda e distrutto il reattore iracheno di Osirak. Ma proprio il ricorso «al lungo braccio» ha spinto gli avversari di Israele a dotarsi di contromisure e dunque una eventuale incursione in territorio iraniano può rivelarsi insidiosa. Il secondo obiettivo era ribadire agli Stati Uniti e ai governi occidentali che l’ opzione militare non è poi così lontana. Se i ripetuti tentativi negoziali falliranno, non resterà che la forza. Le fughe di notizie, i «piani» rivelati dai giornali, gli scenari dei think thank fanno parte di una accurata regia per preparare le opinioni pubbliche. E la stessa interpretazione va data alle previsioni nere di politici come il tedesco Josckha Fischer e del più coinvolto ex premier israeliano (di origini iraniane) Shaul Mofaz. Il punto non è più «se» ma piuttosto «quando» ci sarà l’ assalto.

Preoccupato per questi sviluppi, Mohammed El Baradei, il direttore dell’Aiea, l’ ente per l’ energia atomica dell’ Onu, ha detto ieri sera che si dimetterà nel caso di un attacco contro l’ Iran: «Secondo me, è la peggiore opzione possibile. Traformerebbe la regione in una palla di fuoco… Se l’Iran non sta già costruendo armi nucleari, lancerà un corso accelerato con la benedizione di tutti gli iraniani». Agitando le sciabole gli israeliani hanno anche voluto accentuare le inquietudini degli ayatollah, ormai da tempo sotto una forte pressione psicologica e diplomatica.

Ogni giorno Teheran dovrà chiedersi se la formazione di jet in avvicinamento sono l’ ennesima simulazione o il colpo di maglio. Gli iraniani sono convinti che ai loro confini si sta preparando qualcosa. E reagiscono a parole e con i fatti. Il presidente Ahmadinejad promette ritorsioni pesanti, l’ ayatollah Ahmad Khatami minaccia conseguenze «terribili». L’ aviazione è in costante allerta e nelle ultime settimane i vecchi caccia F4, eredità dello Scià, si sono levati in volo per intercettare aerei finiti fuori rotta. Lo Stato Maggiore ha intensificato il programma per potenziare la difesa contraerea: sono state acquistate diverse batterie di missili russi «Sa 300» e «Sa 20». Inoltre gli iraniani hanno chiesto aiuto ai tecnici di Mosca per migliorare i radar. Una necessità emersa dopo il raid compiuto da Israele in Siria il 6 settembre. Il blitz – che per alcuni esperti ha rappresentato un’ ulteriore prova di attacco – ha dimostrato che i radar russi sono stati «accecati» con sistemi da guerra elettronica. L’ intelligence khomeinista ha anche monitorato con attenzione le attività dell’ Us Air Force. Nell’ agosto di un anno fa, una formazione di F16 statunitensi ha condotto una misteriosa missione d’ addestramento – durata 11 ore – dall’ Iraq all’ Afghanistan. Per l’ analista William Arkyn «c’entra l’Iran».

E se il cielo promette tempesta, sul terreno la situazione non è serena. Minoranze etniche e oppositori interni sembrano spinti da nuova linfa e forse nuovi aiuti. I separatisti curdi sono passati all’ attacco anche al di fuori della loro regione. I beluci del gruppo Jundallah continuano ad attaccare i pasdaran. Si sono mossi anche gruppi inediti: il Movimento jihadista della Sunna e i «Soldati dell’ Assemblea del Regno» (nazionalisti). Entrambi hanno rivendicato la strage nella moschea di Shiraz. Negli ambienti della diaspora non si esclude che le tattiche «mordi e fuggi» di questi nuclei siano legate a un ordine segreto firmato da George Bush alla fine di gennaio con il quale si autorizzano «attività clandestine» per destabilizzare l’ Iran.

Uno spettatore interessato, la Russia, ha fatto sentire la sua voce. Il ministro degli Esteri Lavrov ha lanciato ieri una severa messa in guardia. Non sarebbe strano se i russi avessero seguito da vicino le manovre a Creta: come ai tempi della Guerra fredda, la Marina ha rimandato in Mediterraneo le sue navi spia. A volte innocui pescherecci, irti di antenne, più interessati ai segreti che ai pesci.

Guido Olimpio

(Fonte: Corriere della Sera, 21 Giugno 2008, pag. 13)

Tregua di Hamas solo per chi ci crede

Edizione 124 del 19-06-2008

La “hudna” di Gaza non è pace, ma serve ai terroristi per riorganizzarsi

Tregua di Hamas solo per chi ci crede

di Dimitri Buffa

Bisogna conoscere il significato coranico della parola araba “hudna”, tregua, prima di iniziare a fare salti di gioia per questo flebile accordo tra Hamas e le forze armate israeliane, raggiunto ieri dopo le solite trattative sotterranee (che hanno coinvolto l’interessatissimo Egitto) a cui Ehud Olmert sta abituando i suoi concittadini. Ebbene la “hudna” è proprio quell’armistizio inventato da Maometto, su di Lui sia la pace, per tenere buoni i propri avversari coreishiti quando i rapporti di forza consigliavano una prudente ritirata. Ma quando i rapporti di forza diventarono di nuovo favorevoli a Maometto e ai suoi seguaci dell’epoca, la “hudna” non contò più niente e gli accordi poterono essere violati dall’oggi al domani senza alcun preavviso. E’ questo quanto conviene oggi allo Stato di Israele? La risposta a una simile retorica domanda è più che scontata: no e poi no.

La “hudna” di Hamas serve solo ad evitare ai terroristi, latitanti in Siria e in Libano, nuove uccisioni mirate dei loro capi e a tirarla per le lunghe con il povero caporale Shalit, ormai da due anni nelle mani di quegli assassini. E magari serve un po’ anche a Olmert per fare dimenticare gli scandali che lo riguardano e che presto ne determineranno la caduta. Ma, malgrado l’annuncio formale della tregua tra Israele e Hamas, che entrerà in vigore dalle sei di stamattina, ieri sono continuati gli attacchi dalla Striscia di Gaza. Due razzi Qassam sono stati lanciati contro il Negev occidentale e guerriglieri palestinesi hanno aperto il fuoco contro operai della compagnia di telecomunicazioni Bezeq che stavano lavorando presso la barriera difensiva, vicino al valico di Karni. Non ci sono stati feriti e i danni alle proprietà sono stati lievi. Ma questo non è di certo dipeso dalla buona volontà dei terroristi. E, con buona pace del ministro Frattini, che ieri diceva che questa “hudna” è una buona base per la ripartenza del dialogo tra israeliani e palestinesi, la “vera verità” è che i servizi di sicurezza delle Forze di Difesa israeliane si aspettano anche un “botto finale” prima della cessazione ufficiale delle ostilità. Insomma proprio una bella prospettiva in cui a gioire sono i soliti “cheer leaders” europei che non provano disagio a finanziare né Hamas, né i guerriglieri di mezzo mondo.

Il tutto in nome delle loro trite ideologie terzomondiste farcite di pseudo lotte di liberazione. Se veramente gli uomini di Hamas volessero smentire le tesi dell’assunto fin qui riportato non avrebbero che da compiere un semplice gesto di clemenza umanitaria: rilasciare il povero caporale Gilad Shalit, che oltretutto sta anche molto male. Così come lui stesso ha scritto la scorsa settimana in una toccante lettera indirizzata ai propri genitori e fatta poi filtrare alla stampa da questi ultimi. Ma, come già ai tempi di Maometto, Hamas si ferma quando il nemico ha il fiato sul collo. Poi quando la situazione sarà di nuovo stabilizzata in modo favorevole per i terroristi, lo stillicidio di razzi su Ashkelon, il Negev e Sderot continuerà come prima. Più di prima, se possibile.
Opinione.it