Parigi, caccia al giovane ebreo

23/6/2008 (7:20) – PULIZIA ETNICA NEL CUORE DELLA CAPITALE

Parigi, caccia al giovane ebreo

Alcune persone si recano con dei fiori all’ospedale dove il ragazzo è in coma

Diciassette anni, indossava la kippah, ridotto in fin di vita a calci, pugni e sprangate

di DOMENICO QUIRICO

PARIGI – Il padre, la comunità ebraica, la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo non hanno dubbi: lo hanno massacrato a sprangate perché è ebreo, perché portava la kippah, perché vive in un quartiere, il XIX arrondissement di Parigi, dove la comunità di ultraortodossi è molto numerosa. Un giovane di 17 anni, Rudy Haddad, è all’ospedale, in coma, con fratture al cranio, molte costole fracassate; i medici sono prudentissimi sulla possibilità che si salvi. Lo hanno colpito in strada, con pugni, calci e sbarre, lasciandolo sul marciapiede di rue Petit; un gruppo di alcune decine di giovani, ragazzi di origine africana secondo un testimone, che la vittima aveva incrociato per strada. Cinque tra loro sono stati arrestati. Li si interroga, si cerca di capire perché.

Tutto questo proprio nel giorno in cui il presidente Sarkozy inizia una visita in Israele che ha lo scopo dichiarato di rinsaldare i legami con il mondo ebraico; che vuole fugare l’ombra pesante costruita negli ultimi anni appunto dalle macchie dell’antisemitismo. Così la Francia è costretta a reinterrogarsi, di fronte alla brutalità di una tragedia, su questa malattia infame della sua storia. La rode il sospetto che stia montando pericolosamente un nuova versione di antisemitismo, che si tinge di colori etnici, che diventa guerra di bande. In una Repubblica che continua a proclamare intatta la sua capacità di integrazione.

Il padre del ragazzo, Philippe, ieri alla radio ripeteva la sua accusa: «Mio figlio aveva la kippah in testa, lo hanno assalito perché è ebreo». Eppure è impossibile non notare la ritrosia, la cautela con cui ieri per molte ore il Ministero degli Interni ha esitato a classificare la tragedia come atto aperto di antisemitismo. Quando già il presidente Sarkozy aveva emesso un comunicato in cui riaffermava la sua «totale determinazione a combattere tutte le forme di razzismo e di antisemitismo». Tre poliziotti di Amiens sono stati arrestati pochi mesi fa per aver gridato in un bar «morte agli ebrei», «bisogna riaprire le camere a gas». Segno che il male è profondo, non risparmia neppure coloro che dovrebbero curarlo.

Per capire quanto è successo bisogna calarsi nel XIX arrondissement, che non è una periferia impregnata di veleni, ma parte viva della capitale. Il ragazzo è stato assalito in rue Petit: a poche centinaia di metri, al numero 49, c’è la sinagoga Beth «Haya Mouchka» frequentata dagli ultraortodossi. Racconta il sindaco del XIX, Roger Madec, socialista: «C’è una tensione comunitaria molto forte che inquieta». Tutto ruota attorno al parco delle Buttes-Chaumont, uno dei più grandi della città, deliziose collinette verdi, laghetti, sentieri creati per il piacere dei sudditi di Napoleone III. Per far dimenticare che su uno dei monticelli un tempo c’era la forca per i condannati a morte. Bello ma pericoloso, impossibile attraversarlo di sera. E’ qui che le bande di maghrebini attaccano e si scontrano violentemente con i coetanei ebrei. Le kefiah e i cappucci contro le kippah: insulti spinte scontri violenti, occhieggia il piano di ripulire etnicamente il quartiere dai nemici, dagli «intrusi».

«Una questione più sociale che razziale» spiega qualcuno che cerca di negare l’antisemitismo, assicurando che i ragazzi ebrei passano il più delle volte senza problemi. Ora molti nella zona raccontano con rabbia che già il 10 giugno la polizia era stata avvertita delle violenze che si ripetevano ogni fine settimana, invocando l’invio di rinforzi. Che adesso, forse un po’ in ritardo, esige anche il sindaco: «Ci vogliono più poliziotti qui, almeno per un certo tempo, per portare la tranquillità; è una terra di asilo dove tutti hanno sempre vissuto insieme, e deve restarlo».

Una visione che molti considerano superata dagli eventi. «Sos racisme» per esempio usa toni e parole più dure: «La lotta per il controllo del territorio della zona del parco è moneta corrente per gruppi di ragazzi che tendono a vivere in base alla propria origine». E la Lega contro l’antisemitismo aggiunge una domanda brusca: «Fino a quando la Repubblica tollererà i ricatti di queste bande che con la loro violenza attaccano i nostri ragazzi?». E’ la nuova versione della guerra delle banlieues, ma portata nel cuore stesso della Francia.

La Stampa

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5 Risposte to “Parigi, caccia al giovane ebreo”

  1. Paoloharley Says:

    Non avrei commenti da fare, ma, alla luce di questo ennesimo caso di chiaro antisemitismo, uno ne farò, ed è il seguente: secondo il mio parere, gli ebrei sono eccessivamente chiusi in se stessi e nei loro timori atavici, lasciando pochissimo spazio (o nulla) al proselitismo, rendendoli agli occhi dell’opinione pubblica mondiale troppo unici, e, forse, anche presuntuosi; in pratica, sempre secondo il mio modesto parere, questo loro atteggiamento rischia di riuscire con il tempo, ed almeno in teoria, a portarli dove non è riuscito il tentativo di genocidio nazista: ad una potenziale autoestinzione.

  2. Daniele Coppin Says:

    Il fatto che gli Ebrei non facciano proselitismo va a loro merito. La scelta della fede da seguire è un processo personale che deve essere compiuto se lo si vuole. Gli Ebrei lasciano che ognuno segua la propria fede senza imporre la loro. Se tale atteggiamento viene ritenuto “presuntuoso” e motivo sufficiente per le persecuzioni significa avere scarsa apertura mentale e mancanza di logica e razionalità.

  3. Paoloharley Says:

    In risposta a Daniele: la questione che gli ebrei non facciano assolutamente (o quasi) proselitismo, come tutti gli eccessi e gli atteggiamenti di intransigenza e radicalismo, è alla fine sempre un danno, almeno sul piano sostanziale. Che la scelta della fede da seguire sia un processo personale da compiere solo se lo si vuole, mi sembra sia ovvio (ci mancherebbe!), e poi credo, in fondo, che nessuna religione voglia imporre per davvero la propria fede, ma un comportamento più aperto e riformatore non può che essere positivo e vantaggioso per gli stessi ebrei e la loro fede, con la quale, peraltro, condivido molti aspetti. Ho avuto modo di accertarmi della bontà di quanto ho detto finora parlando e dialogando con più di un ebreo (forse quelli meno integralisti), i quali mi hanno dato ragione, in gran parte, su quanto detto sopra. Concludo dicendoti, se posso darti del tu, circa la conclusione che hai dato al tuo commento “…motivo sufficiente per le persecuzioni…” mi sembra eccessiva, e denota che mi hai decisamente frainteso, ti assicuro! A presto.

  4. Paoloharley Says:

    In risposta a Daniele: la questione che gli ebrei non facciano assolutamente (o quasi) proselitismo, come tutti gli eccessi e gli atteggiamenti di intransigenza e radicalismo, è alla fine sempre un danno, almeno sul piano sostanziale. Che la scelta della fede da seguire sia un processo personale da compiere solo se lo si vuole, mi sembra sia ovvio (ci mancherebbe!), e poi credo, in fondo, che nessuna religione voglia imporre per davvero la propria fede, ma un comportamento più aperto e riformatore non può che essere positivo e vantaggioso per gli stessi ebrei e la loro fede, con la quale, peraltro, condivido molti aspetti. Ho avuto modo di accertarmi della bontà di quanto ho detto finora parlando e dialogando con più di un ebreo (forse quelli meno integralisti), i quali mi hanno dato ragione, in gran parte, su quanto detto sopra. Concludo dicendoti, se posso darti del tu, circa la conclusione che hai dato al tuo commento “…motivo sufficiente per le persecuzioni…” mi sembra eccessivo, e denota che mi hai decisamente frainteso, ti assicuro! A presto.

  5. Daniele Coppin Says:

    Paoloharley, premesso che possiamo darci del tu senza problemi, mi dispiace aver frainteso il tuo pensiero, e, allo stesso tempo, mi fa piacere la tua precisazione. Quanto al resto, credo che l’apertura sia sempre un atteggiamento positivo, a patto di conservare la memoria delle proprie tradizioni. Non sono Ebreo e, quindi, ho meno titolo di altri per trattare di una questione molto sentita dall’ebraismo contemporaneo, soprattutto in Italia, però comprendo le apparenti chiusure di certo ebraismo. Duemila anni di diaspora, di persecuzioni e di tentate conversioni forze al cristianesimo e all’islam credo siano un prova alquanto dura per qualunque popolo.


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