Sergio Romano: quando disinformare è un’arte

Comunicato Honest Reporting Italia 29 giugno 2008

Sergio Romano recidivo su Sabra e Chatila

Non c’è niente da fare: se appena appena gli si offre la possibilità di fare un po’ di sana disinformazione su Sabra e Chatila, Sergio Romano proprio non può resistere alla tentazione. Anche questa volta il destro glielo offre, giovedì 26 giugno, la lettera di un lettore che protesta per la palese disinformazione seminata a piene mani circa un mese fa.

I MASSACRI DI SHATILA LA DIFFICILE CONTA DEI MORTI

La sua risposta a un lettore sulla strage avvenuta a Beirut nel 1982, nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, colpisce per parzialità e disinformazione. Lei inizia con una ricostruzione molto lacunosa del contesto in cui maturò quel tragico episodio e ignora i presupposti dell’intervento dell’esercito israeliano (ripetuti attentati lungo la frontiera con Israele, creazione di un arsenale di armi pesanti da utilizzare tanto nella guerra civile libanese quanto contro Israele, massacri compiuti dai palestinesi nei confronti dei cristiani libanesi).

Volendo sorvolare sull’uso del termine «guerrigliero» per definire i terroristi palestinesi, oltre che sulla forma dubitativa circa le responsabilità siriane nell’attentato a Bashir Gemayel, colpisce la falsità dei dati sulle vittime palestinesi che secondo la Procura Generale libanese, Croce Rossa e la Commissione d’inchiesta israeliana (la stessa che attribuì la responsabilità indiretta della strage a Sharon) furono tra 470 e 800 e non 3.000. Non è il numero che colpisce (1, 10, 100 o 1.000 morti, restano la gravità dell’episodio e la sua efferatezza), quanto il fatto che lei prenda per buona la cifra fornita dai palestinesi, attribuendo, di fatto, attendibilità solo a quella fonte. Gradirei una risposta che mi aiuti a capire come un giornale notoriamente equilibrato e pertinente come il vostro possa cadere in questi grossolani errori.
Daniele Coppin

Caro Coppin,
Dopo avere indicato una possibile cifra (3.000)

3000 NON è una cifra possibile: è una cifra inventata di sana pianta: non è la stessa cosa

e osservato che il dato è difficilmente verificabile,
piuttosto difficile, effettivamente, verificare le cose inventate …

avrei dovuto aggiungere che esistono effettivamente stime diverse: 460 secondo il calcolo più conservatore degli israeliani, 700 secondo il direttore dell’Intelligence militare di Israele, 2.000 secondo fonti ufficiose dei servizi dell’Onu e voci raccolte dai giornalisti stranieri a Beirut.

Falso: secondo la Procura Generale della Repubblica libanese – e non secondo “il calcolo più conservatore degli israeliani” – sarebbero state 470, mentre la Commissione di inchiesta israeliana – la più severa – in base a sopralluoghi, riprese aeree e testimonianze ha calcolato che le vittime siano state fra le 700 e le 800. La cifra più alta, all’epoca, è stata quella “sparata” dai palestinesi, ed era di circa 1500 morti. Cifre più alte sono state avanzate solo in tempi recenti, senza alcuna connessione né con i fatti, né con eventuali indagini o testimonianze.

Non esiste una stima della Commissione Kahan, costituita a Gerusalemme per accertare le responsabilità delle forze armate israeliane.
FALSO!

Se lei rileggerà la pagina 26 del rapporto, troverà un lungo paragrafo che comincia con le parole «E’ impossibile determinare con precisione il numero delle persone massacrate».

E che termina con le parole «Taking into account the fact that Red Cross personnel counted no more that 328 bodies, it would appear that the number of victims of the massacre was not as high as a thousand, and certainly not thousands»: «considerando che il personale della Croce Rossa ha contato non più di 328 corpi, sembra che il numero delle vittime del massacro non arrivi a mille, e sicuramente non migliaia» (qui): ecco, questa sembrerebbe proprio essere “una stima della commissione Kahan”. Ciò che sta facendo qui Sergio Romano è un volgare tentativo di falsificare i documenti, citando le parti che confermano le sue fantasiose invenzioni, ed eliminando quelle che le contraddicono.

Non sappiamo quanti palestinesi vivessero a Shatila fra il 16 e il 18 settembre 1982. Non sappiamo quanti cadaveri siano stati rapidamente sepolti nelle vicinanze del campo. Non sappiamo quanti siano stati trasportati altrove (su camion forniti dagli israeliani, secondo alcuni testimoni) e sepolti in fosse comuni. Robert Fisk, autore di uno dei migliori libri sulla guerra civile libanese («Pity the Nation. Lebanon at War») scrive di avere raccolto notizie secondo cui un migliaio di persone sarebbe stato sepolto sotto un «campo sportivo». Pensò allo stadio e fece un sopralluogo, ma gli fu detto più tardi che il «campo sportivo» era in realtà il grande Golf Club lungo la strada che corre da Shatila all’aeroporto. Andò a vedere e trovò larghe zone di terra smossa e tracce di mezzi cingolati. Ma il Golf era presidiato dalle forze armate libanesi che non autorizzarono le indagini della Croce Rossa.

Come ricorda la Commissione Kahan, il numero indicato in un rapporto della Croce Rossa (328 ) è soltanto quello dei cadaveri che gli ispettori riuscirono a contare quando poterono finalmente entrare nel campo. Come in tutti i massacri, gli autori, a cose fatte, cercano di occultare per quanto possibile i loro peccati.

Nella sua lettera, caro Coppin, lei ricorda le ragioni dell’intervento dell’esercito israeliano in Libano. Per completare il quadro, tuttavia, conviene ricordare che i massacri avvennero dopo l’esecuzione di un piano americano per la partenza dal Libano dei guerriglieri palestinesi e delle forze siriane. L’evacuazione ebbe luogo soprattutto per mare alla fine di agosto.

Evacuazione che non fu completata a causa delle inadempienze delle forze internazionali che avrebbero dovuto provvedere: perché non ricordarlo, visto che il signor Romano sta diligentemente riempiendo le lacune lasciate dal signor Coppin?

Vi erano ancora combattenti palestinesi a Shatila dopo la partenza di Arafat? E’ probabile

Probabile? Semplicemente probabile?? E chi l’avrebbe fatta, secondo il competentissimo signor Romano, quella che è passata alla storia come “la guerra dei campi” che è durata anni e che tra bombardamenti, massacri e carestie provocate dagli assedi ha causato circa 10.000 morti fra i palestinesi delle varie fazioni? E visto che il signor Romano ama citare Robert Fisk, lo citeremo anche noi: «La distruzione di Sabra è così grande che fra chi non viveva nel sottosuolo, ben pochi sono sopravvissuti. Il modo in cui Amal e i palestinesi hanno combattuto nei corridoi dell’ospedale per anziani mentre i pazienti erano ancora lì indica che nessuna delle due parti si preoccupa troppo per i civili presi nel fuoco incrociato. Il modo in cui i palestinesi costruiscono le loro case sopra i bunker rende inevitabile la morte di civili. […] Se chiedete quanti combattenti hanno, rispondono che tutti i palestinesi sono combattenti, uomini, donne e bambini. Ma poi strillano se una donna o un bambino viene ucciso». Solo che all’epoca non c’erano israeliani in circolazione, e dunque tutti questi massacri, tutte queste distruzioni, tutti questi morti palestinesi vengono opportunamente ignorati.

ed è certamente vero che nei giorni seguenti furono trovati numerosi depositi di armi dell’Olp.

Sì. Per la precisione 5630 tonnellate di munizioni, 1320 fra carri armati e altri veicoli pesanti, 623 pezzi di artiglieria e lanciamissili, 33.303 armi leggere, 1352 armi anticarro, 2387 attrezzature ottiche, 2024 apparecchi di telecomunicazione, 215 mortai, 62 lanciarazzi katiuscia (elenco non definitivo, fornito nel comunicato ufficiale israeliano del 18 novembre 1982).

Ma Shatila non era una roccaforte terrorista

Ma certo che no! Chi di noi non tiene in giardino, tra nanetti e begonie, qualche migliaio di carri armati così, giusto per bellezza? E mica ci vorranno trattare da terroristi solo per questo, no?

e la resistenza contro le milizie cristiane alleate di Israele fu soltanto sporadica.

A noi veramente risulta che sono state le milizie cristiane ad organizzare la resistenza contro l’invasione e l’agressione delle bande terroristiche palestinesi che hanno prima destabilizzato e poi distrutto il Libano, cancellando numerosissime comunità cristiane, e che le milizie cristiane, incapaci di avere ragione da sole delle meglio organizzate e armate bande terroristiche palestinesi, hanno ad un certo punto cercato l’alleanza di Israele: e non c’è bisogno di crederci sulla parola: la cronologia dovrebbe essere più che sufficiente a fare piazza pulita di tutte le menzogne seminate dal signor Romano.

Non vi fu una battaglia tra forze contrapposte. Vi fu un massacro.

“Secondo il rapporto del Procuratore Generale libanese, nei due campi non ci sarebbe stato un massacro di inermi contro armati, ma una vera e propria battaglia che ha coinvolto l’intera popolazione. «… Furono i terroristi palestinesi – riferirà un maggiore dell’esercito danese, Joern Mehedon – a cominciare la sparatoria … Sapevamo che i guerriglieri si facevano normalmente scudo di donne e bambini. …».” (Fausto Coen, Israele: 50 anni di speranza, Marietti, p. 160). E, nella stessa pagina del rapporto della commissione Kahan più sopra citata dallo stesso Sergio Romano: «A further difficulty in determining the number of victims stems from the fact that it is difficult to distinguish between victims of combat operations and victims of acts of slaughter. We cannot rule out the possibility that various reports included also victims of combat operations from the period antedating the assassination of Bashir»: «Un’ulteriore difficoltà nel determinare il numero delle vittime deriva dal fatto che è difficile distinguere fra vittime di operazioni di combattimento e vittime di atti di massacro. Non possiamo escludere la possibilità che vari rapporti includano anche vittime di combattimenti del periodo precedente l’assassinio di Bashir». Forse è vero ciò che sostengono il Procuratore Generale libanese e il maggiore Joern Mehedon e la commissione Kahan, o forse è vero ciò che afferma il signor Romano, ma dare una sola versione quando ne esistono almeno due non è giornalismo.

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10 Risposte to “Sergio Romano: quando disinformare è un’arte”

  1. Focus on Israel Says:

    Complimenti a Daniele Coppin per la lettera scritta a questo mentitore di professione che risponde al nome di Sergio Romano, la cui risposta è stata giustamente SPUTTANATA dagli amici di Honest Reporting….chissà che magari questo personaggio non inizi a provare un pò di vergogna…..

  2. Daniele Coppin Says:

    In realtà Romano ha mischiato le carte dando l’impressione che io volessi mettere in discussione la strage di Sabra e Chatila, mentre invece la mia mail intendeva sottolineare il fatto che egli abbia ritenuto attendibili solo i dati di fonte palestinese, come spesso accade sulla stampa italiana.
    Non a caso la mia lettera, per evidenziare il problema delle fonti, conteneva anche un riferimento (evidentemente tagliato per motivi di spazio) alla cosiddetta strage di Jenin, che rappresenta uno dei più evidenti esempi di disinformazione degli ultimi anni.

  3. baruda Says:

    Infatti sono 2254 cadaveri nella fossa comune di Shatila, poi ci sono altri 500 corpi nella piazza di Sabra e più di 900 scomparsi.

  4. Daniel Says:

    Certo, se consideriamo pure le formiche morte in quel periodo forse arriviamo alle cifre dette da baruda….

  5. Daniele Coppin Says:

    Sarebbe interessante conoscere le fonti a cui ha attinto baruda. Siamo stufi di leggere numeri in libertà, che come le leggende metropolitane si diffondono fino al punto da diventare realtà per la maggior parte delle persone. Una realtà apparente, falsa, ma, per molti, realtà. Le fonti, vogliamo conoscere le fonti. Quando in un articolo si forniscono dati correttezza vuole che si citi la fonte, per due motivi.
    1) Si potrebbe attribuire un dato falso ad una fonte che lo renda credibile. In questo caso, la fonte smentirebbe il falsificatore di verità.
    2) La fonte potrebbe essere di parte e, quindi, citarla consentirebbe di valutarne l’attendibilità.
    Finiamola col pressappochismo tutto italiano nel riportare i dati che, guarda caso, caratterizza sempre il campo filopalestinese.

  6. Firpo Says:

    Che la strage di Sabra e Chatila sia una vergogna per un paese che ci tiene a definirsi democratico e civile è indubbio, e non dipende dai morti, fossero 100 o 1.000. La strage si Sant’Anna di Stazzena e questa non hanno differenze.

  7. Focus on Israel Says:

    Giusto: per il Libano è veramente una vergogna con la quale convivere…

  8. Daniele Coppin Says:

    x Firpo
    Il punto è che le opinioni che ognuno di noi ha si formano anche sulla base delle notizie. Se le notizie riportate sono solo quelle di una fonte, c’è il rischio di formarsi un’idea della realtà molto distante dalla verità. La strage di Sabra e Chatila fu compiuta dalle milizie cristiano-maronite che approfittarono della debolezza del campo palestinese, conseguente all’invasione israeliana, per vendicarsi di stragi altrettanto efferate compiute dai Palestinesi contro i Libanesi cristiani, in uno stilliicidio di ritorsioni (Ain Remmaneh, Damour, Quarantine, Tal el Zatar, ecc.) ed a cui seguiranno i massacri nello Chouf.
    Sul peso della disinformazione nel condizionare le opinioni mi permetto di consigliare un’istruttiva lettura al seguente link: http://www.rolliblog.net/archives/2005/01/21/muhammad_bakri_la_strage_di_bugie_di_jenin.html

  9. Alberto P. Says:

    15.11.2008 Storico ed ex ambasciatore, ma con qualche strafalcione
    il caso Sergio Romano

    Testata: Il Foglio
    Data: 15 novembre 2008
    Pagina: 2
    Autore: Mauro della Porta Raffo
    Titolo: «Quel pasticcio sul Texas di Sergio Romano»

    Sul FOGLIO di oggi, 15/11/2008, a pag.2, una delle di Mauro della Porta Raffo ha attratto la nostra attenzione. Oggetto delle cure del è nientepopodimeno che Sergio Romano, il quale, nella sua furia antiamericana, commette un errore, piccolo ma indicativo. Gli Stati Uniti d’America avrebbero strappato il Texas al Messico ! qui ci fermiamo e lasciamo la parola allo squisito Mauro, la sua è musica per le nostre orecchie:

    Lunedì 20 ottobre, pagina delle lettere del Corriere della Sera, risposta di Sergio Romano a un lettore. Elencando le diverse operazioni militari portate a termine nel trascorrere del tempo con successo dagli Stati Uniti d’America, l’ambasciatore scrive: “Hanno strappato il Texas al Messico nel 1845”. Ora, per la Storia con la esse maiuscola e come tutti sanno, lo Stato della stella solitaria nel 1845 non fu affatto “strappato” ai messicani considerato che era indipendente da nove anni e che entrò quindi a far parte della confederazione americana sulla base di un trattato concluso e firmato tra due Stati appunto indipendenti. Fatto è che – è di pubblico dominio – nel precedente 1836 i texani si erano ribellati al Messico e, dopo l’eroica e sfortunata resistenza di Alamo, guidati Sam Houston, avevano sconfitto a San Jacinto le truppe del generale Lopez de Santa Anna. Da quel momento e fino al primo di marzo del citato 1845, giorno in cui, quarantotto ore prima di lasciare l’incarico, il presidente americano John Tyler firmò una risoluzione votata a maggioranza semplice dai due rami del Congresso americano che recepiva e approvava i termini del predetto trattato, il Texas restò libero e sovrano. Di rilievo – tanto che ancor oggi alcuni texani, in ragione della forzatura, rivendicano una loro indipendenza – il fatto che la procedura in quel caso adottata non rispondesse al dettato costituzionale e si sostanziasse in un escamotage. Sapeva, infatti e il risultato delle votazioni confermò che così stavano le cose, Tyler che al Senato la prescritta (per la ratifica) maggioranza dei due terzi non avrebbe potuto assolutamente essere raggiunta.

    http://www.informazionecorretta.com:80/main.php?mediaId=8&sez=120&id=26599

  10. Alberto P. Says:

    15.11.2008 Sergio Romano, niente di nuovo, contro gli Stati Uniti, difesa di Gheddafi e dei terroristi palestinesi
    ma un senso di nausea ce lo procura sempre

    Testata: Corriere della Sera
    Data: 15 novembre 2008
    Pagina: 43
    Autore: Sergio Romano
    Titolo: «Craxi, Libiae Lodo Moro, le ragioni dell’Italia»

    CRAXI, LIBIA E «LODO MORO» LE RAGIONI DELL’ITALIA
    Un Sergio Romano scatenato contro l’America sul CORRIERE della SERA di oggi, 15/11/2008, nella sua rubrica con i lettori. Loda la politica di Carter e attacca Reagan il guerrafondaio. Giustifica Gheddafi, che potè contare su molte solidarietà, non solo dall’Urss e dal mondo arabo, ma anche da paesi europei, Italia a guida Craxi inclusa, in lotta contro i come Romano definisce la politica reaganiana. In quanto al “lodo Moro”, bene ha fatto l’Italia a trattare con i terroristi palestinesi, se questo voleva dire che i loro obiettivi potevano essere, anche in Italia, solo gli ebrei. Niente di nuovo, è il solito Romano, qualcuno dirà. Certo, ma non si può negare che un senso di nausea ce lo procura sempre.

    Leggo la notizia dell’annuncio da parte del governo italiano presieduto dall’onorevole Craxi nel 1986, del raid Usa in Libia e non posso non riflettere su quanto ormai la realtà superi la fantasia. Ormai la cronaca ci sta abituando a digerire qualsiasi notizia.
    Certo è che, un conto è opporsi orgogliosamente ai marines americani a Sigonella come hanno fatto i nostri carabinieri in ottemperanza al diritto di sovranità nazionale, un altro conto è essere delatori di quello che allora era uno «Stato canaglia». Ma in realtà non riesco a essere indignato a sufficienza, quanto lo sia per il cosiddetto «Lodo Moro». Da ciò che leggo era stata siglata un’intesa segreta per concedere libertà di asilo ai terroristi palestinesi in Italia, purché non provocassero attentati nel nostro Paese. Ciò porta l’Italia anni ’80 a essere assimilata a un campo profughi in Libano o in Giordania in cui i terroristi potevano vivere, addestrarsi e nascondersi in tutta tranquillità. La domanda sorge spontanea: ma a che principio di legalità risponde un «lodo» di questo genere?
    Soprattutto se in contrasto con accordi internazionali siglati, invece, con i nostri alleati storici.
    Carlo Di Blasi
    Milano

    Caro Di Blasi,
    L’ incursione americana sulla Libia dell’aprile 1986 fu l’episodio culminante di una «guerra fredda» in cui Tripoli e Washington erano impegnati sin dall’inizio degli anni Settanta. Uno dei principali punti in discussione era il Golfo della Sirte. I libici lo consideravano parte del territorio nazionale e sostenevano che le acque territoriali dello Stato si estendevano per dodici miglia nautiche (circa 20 km) al di là del Golfo. Per gli americani, invece, le acque erano internazionali. Nonostante l’incendio dell’ambasciata americana a Tripoli, la presidenza Carter adottò una linea prudente ed evitò di sfidare le pretese libiche inviando aerei americani nei cieli del Golfo. Ma Reagan volle distinguersi dal suo predecessore. Nel 1981, dopo avere ordinato la chiusura della rappresentanza del regime di Gheddafi a Washington, passò all’azione. Il 19 agosto due caccia libici vennero abbattuti durante le manovre della flotta americana nelle acque del Golfo. In dicembre il Dipartimento di Stato ordinò ai cittadini americani in Libia (circa 1.500) di lasciare il Paese. Nel 1982 gli Stati Uniti vietarono l’importazione di petrolio libico e l’esportazione di tecnologia americana in Libia. Nel gennaio 1986 congelarono i fondi libici depositati nelle banche americane.
    Si potrebbe quindi sostenere che i due Paesi erano di fatto in guerra quando alcuni agenti libici, nell’aprile 1986, collocarono una bomba in una discoteca berlinese frequentata da militari americani. Vi furono due morti (di cui uno americano) e circa 250 feriti. Era il 5 aprile. Dieci giorni dopo, una squadriglia di aerei americani bombardò le due principali città libiche e prese di mira una delle residenze di Gheddafi. Fra le vittime vi furono parecchi civili e la figlia adottiva del colonnello. Ma l’obiettivo americano — incoraggiare i militari libici a sbarazzarsi del loro capo — non fu raggiunto.
    Gheddafi poté contare sul sostegno di suoi connazionali, del blocco sovietico, del mondo arabo e di una parte non piccola dell’opinione pubblica europea. Un parziale successo militare si risolse in uno scacco politico. Posso comprendere quindi le ragioni per cui Craxi decise di allertare il colonnello. L’Italia non poteva lasciare che il Mediterraneo divenisse un campo di battaglia soggetto ai capricci militari degli Stati Uniti. Il segnale di Craxi servì a far capire che il governo italiano, in quella circostanza, non era d’accordo con Washington.
    Sulla questione del «lodo Moro» vi è ancora molta confusione. Ci è stato detto a più riprese che fu stretto una sorta di patto con i palestinesi e che questo permise agli uomini di Arafat di usare l’Italia come una retrovia. Ma non conosciamo i termini dell’intesa e dobbiamo accontentarci per il momento di informazioni di seconda o terzo mano. Vi fu probabilmente un accordo, ma negoziato da qualche «tecnico» e composto da silenzi e ammiccamenti più che da clausole precisamente definite. Non è la prima volta comunque che un Paese, per evitare di essere coinvolto in un conflitto o di subirne le conseguenze, fa qualche concessione a uno dei contendenti, se non addirittura, a tutti e due.
    Le autorità americane, ad esempio, sapevano che l’Ira (l’esercito repubblicano irlandese) raccoglieva fondi negli Stati Uniti per la sua lotta contro la Gran Bretagna nel-l’Ulster. Ma per molto tempo chiusero gli occhi.

    http://www.informazionecorretta.com:80/main.php?mediaId=2&sez=110&id=26598


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