Iraq: Visitò Israele, deputato sunnita rischia la pena capitale

Iraq: Visitò Israele, deputato sunnita rischia la pena capitale

Mithal al-Alusi, deputato del Parlamento di Baghdad

Mithal al-Alusi, deputato del Parlamento di Baghdad

Il deputato iracheno Mithal al-Alusi rischia di essere incriminato nel suo paese per essersi recato in Israele, “reato” che può comportare la condanna a morte. Già una settimana fa il Parlamento di Bagdad, dominato dagli sciiti, aveva revocato l’immunità ad al-Alusi, ritenendolo colpevole di aver partecipato ad Herziliya, a nord di Tel Aviv, ad una conferenza internazionale sull’antiterrorismo.

Secondo una legge irachena degli anni ’50, chiunque visiti Israele è passibile di morte. Il deputato sunnita ha una doppia cittadinanza e si è recato alla conferenza viaggiando con il suo passaporto tedesco. Eitan Azani, uno degli organizzatori dell’evento voluto dall’ International Institute for Counterterrorism, ha dichiarato che al-Alusi “non era iscritto a parlare ma ha seguito i lavori e conversato durante una sessione sul terrorismo in Iraq, Afghanistan e Israele”.”Non l’avevamo invitato – ha anche aggiunto Azani – ma è venuto di sua iniziativa”.

Già nel 2004 il deputato aveva visitato Israele per la stessa conferenza. Pochi mesi dopo il politico sunnita rimase vittima di un attentato – di matrice sciita secondo gli osservatori – dal quale uscì illeso ma che costò la vita ai suoi due figli. Nelle ultime ore al-Alusi è stato accusato da molti suoi colleghi “di gettare il paese nella vergogna” per aver visitato uno stato “nemico”.

“Quello che è successo è una catastrofe per la democrazia”, ha dichiarato al-Alusi all’Associated Press, in un’intervista svolta nella sua abitazione a Baghdad. “Nel giro di un’ora – denuncia il deputato – il Parlamento è diventato il poliziotto, l’investigatore, il giudice, il governo e la legge. È stato un processo farsa”. Oltre alle visite in Israele, al-Alusi è in rotta di collisione con il mondo sciita per le sue affermazioni sull’Iran, “che è dietro Hamas, Hezbollah e molte altre organizzazioni terroristiche”, e sulla necessità di giungere alla pace con Israele.

(Agenzia Radicale, 24 settembre 2008 )

Annunci

Gaza, ultimatum di un gruppo islamico a Hamas

Gaza, ultimatum di un gruppo islamico a Hamas

L’ “Esercito islamcio”, una formazione armata salafita vicina ad al-Qaeda, ha lanciato oggi un ultimatum alle autorità palestinesi di Hamas, che controllano la Striscia di Gaza, per instaurare un emirato islamico. “Vi diamo tre giorni di tempo per instaurare l’emirato islamico a Gaza”, recita il comunicato diffuso nei forum islamici su Internet.Nel messaggio, la formazione armata palestinese accusa gli uomini di Hamas di aver ucciso sei membri del loro gruppo durante l’attacco compiuto la scorsa settimana contro il covo del clan Dughmush nel quartiere di Sabra a Gaza. “Noi, in qualità di parenti dei martiri che avete ucciso, annunciamo che intendiamo processare secondo la Sharia i responsabili di questa strage in base al Corano e alla Sunna – si legge nel messaggio -, ma potremmo annunciare la grazia per gli assassini e per chi ha partecipato all’attacco e alla strage se Hamas annuncerà di voler applicare la Sharia islamica e rinnegherà la sua adesione alla costituzione palestinese. Deve annunciare la nascita dell’emirato islamico in modo che il sangue dei nostri martiri sia un faro della volontà di Allah”.

(The Instablog, 26 settembre 2008 )

Siria, una catena di omicidi misteriosi

ATTENTATO DI DAMASCO, I PRECEDENTI

Siria, una catena di omicidi misteriosi

Un'immagine scattata sul luogo dell'attentato a Damasco (Epa)

Un'immagine scattata sul luogo dell'attentato a Damasco (Epa)

Aumentano i segnali di tensione e instabilità in un regime che in passato riusciva a nascondere quello che accadeva

WASHINGTON – L’attentato di Damasco, che ha causato 17 vittime civili, è solo l’ultimo episodio di una catena di eventi misteriosi attribuiti, di volta in volta, a responsabili diversi. Segnali comunque di tensione e instabilità in un regime che in passato è sempre apparso solido o che comunque riusciva a nascondere quello che accadeva. Per la strage le autorità parlano di “terrorismo” mentre fonti libanesi suggeriscono un altro obiettivo: un importante dirigente dell’intelligence.

Nel febbraio di un anno fa, sempre un’auto-bomba ha ucciso nella capitale siriana Imad Mughnyeh, il capo delle operazioni clandestine dell’Hezbollah libanese. Da tempo sulla lista nera di Stati Uniti, Israele e di alcuni paesi arabi era considerato l’architetto di attentati e azioni clandestine. Per la sua uccisione i sospetti si sono accentrati sul Mossad israeliano o su altri 007 (arabi, americani) ma non si è escluso l’ipotesi di un “lavoro interno”. Mughnyeh potrebbe essere stato assassinato perché testimone scomodo di troppi intrighi che coinvolgevano anche Damasco.

In agosto un cecchino, appostato su un battello, ha ucciso il generale Mohammed Suleiman, fidato consigliere del presidente Assad. Un delitto eccellente. Pochi giorni fa il direttore dell’Aiea El Baradei ha sostenuto che l’uccisione di Suleiman ha tolto di mezzo un teste importante per l’indagine internazionale sui presunti piani nucleari della Siria. Inoltre il generale era considerato uno snodo importante: seguiva il dossier libanese, i progetti di armamento, la sicurezza. Anche nel suo caso si è speculato su una possibile faida all’interno dell’intelligence siriana dopo l’apparente giubilazione dell’influente Asif Shawkat. Cognato del raìs, era uno dei responsabile degli 007: strane ricostruzioni (degli oppositori) lo hanno legato ad un progetto di golpe.

Pochi giorni fa altro episodio tutto da chiarire. Un dirigente di Hamas sarebbe stato freddato ad Homs. Circostanza però negata dal movimento palestinese. Le trame di Damasco si incrociano infine con la presenza – crescente – di islamisti, capaci di organizzare attacchi. In particolare è attiva la fazione di ispirazione qaedista Jund Al Sham e formazioni che hanno la loro base in Libano. Non bisogna dimenticare che la Siria è il punto di passaggio per i volontari che vogliono andare a combattere la Jihad in Iraq. Un viaggio garantito da un network che può trasformarsi in minaccia interna.

Guido Olimpio, 27 settembre 2008

Corriere.it