Cassazione: un reato la “guerra santa” contro gli ebrei sul web

Cassazione: un reato la “guerra santa” contro gli ebrei sul web

Roma, 3 ott – La “guerra santa” contro gli ebrei sul web è un reato. Lo ha affermato la Cassazione condannando per diffusione di idee razziste, Alessandro M. (32 anni) che sul sito “holywarvszog” propagandava idee di supremazia della razza ariana in nome del “Movimento di resistenza popolare, l’alternativa cristiana”. La suprema corte ha così confermato la condanna a quattro mesi di reclusione commutata nell’obbligo di fare volontariato a favore dei malati assistiti dalla onlus Misericordia. Alessandro M. si era difeso in Cassazione sostenendo che i testi messi in rete sul suo sito “erano ispirati da motivi religiosi e pertanto non erano punibili”.

La Cassazione – con la sentenza 37581 della Terza sezione penale, redatta da Pierluigi Onorato – ha ribattuto che “la motivazione religiosa della propaganda razzista non esclude il reato, giacché nessuna norma speciale o generale prevede il fine religioso come causa di giustificazione”.

Riferendosi nello specifico alla frase “è nostra intenzione dichiarare, da veri cristiani, Guerra Santa contro i nemici di Dio e della nostra Chiesa Cristiana” ossia “l’ordine massonico-razzista-sionista”, la Cassazione ha escluso la tesi difensiva secondo cui il richiamo alla “guerra santa” non era punibile perché allusivo a “una guerra di tipo etico, inerme, volta a combattere l’Errore e il Male ma non la singola persona”.

In proposito, hanno detto i giudici, non ha alcun “rilievo una concezione etica e inerme della guerra santa dal momento che la legge incrimina la propaganda di ideologie fondate sulla discriminazione e sull’odio razziale anche se non tendenti allo scontro armato”.

Il verdetto della Suprema Corte ha convalidato così la pronuncia della Corte di Appello di Firenze che il 21 maggio 2007 aveva ridotto da un anno a quattro mesi la condanna emessa in primo grado dal Tribunale di Pisa, l’otto luglio 2004. Lo sconto di pena era stato accordato perché Alessandro M., in appello, aveva abbandonato gli atteggiamenti provocatori tenuti davanti ai giudici di primo grado quando, in veste di imputato, nel processo aveva incitato all’odio razziale verso gli ebrei i suoi sostenitori e fiancheggiatori.

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