Sotto una pioggia continua di razzi

Sotto una pioggia continua di razzi

Come riporta con la consueta puntualità e precisione Marsspirit nei suoi ultimi post, nelle ultime settimane la pioggia di razzi da parte dei terroristi palestinesi contro la popolazione israeliana è stata continua, e il tutto è avvenuto nell’indifferenza generale, come se questa fosse ormai una prassi accettabile…..tutto questo invece, ed è bene ricordarlo visto l’atteggiamento dei mass media italiani, è VERGOGNOSO!!!

Sderot: un Qassam a poche centinaia di metri da una Yeshiva

Abitanti di Sderot presso i resti di un Qassam

Abitanti di Sderot presso i resti di un Qassam

1 dicembre 2008

E’ inutile ogni speranza, purtroppo. Hamas (e i suoi vari ‘bracci armati’) continuano a tempestare quotidianamente Sderot e le zone del Negev

Ieri, per puro caso, un Qassam non ha centrato un Membro della Knesset in visita ad una Yeshiva della zona e altri colpi di mortaio continuano a flagellare quella popolazione che davvero fronteggia col nulla delle armi che i pacifisti definiranno pure ‘artigianali’, ma che sono in effetti in grado di fare danni rilevanti (e non solo esercitare una pressione psicologica), come dimostrano i feriti che della base di Nahal Oz.

E’ chiaro che provvedimenti, che in questo caso non possono che essere drastici col rischio di innescare un vero e proprio conflitto aperto, non possono che essere allo studio.

Nessun Paese, per citare le parole di Obama in visita Sderot accetterebbe di vedere i propri cittadini bersagliati continuamente senza reagire.

Ancora una volta, l’ennesima e forse non l’ultima, venti di guerra sembrano minacciare la delicatissima area.

Marsspirit

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Aprile 2003: il primo prototipo di attacco terroristico a Mumbai

Aprile 2003: Il primo prototipo di attacco terroristico a Mumbai: Mike’s Place a Tel Aviv

Il Mike's Place pochi giorni dopo l'attacco suicida nell'Aprile del 2003

Il Mike's Place pochi giorni dopo l'attacco suicida nell'Aprile del 2003

Cinque anni fa, Al-Qaeda arruolò due musulmani pakistani britannici, con lo scopo, di sbarcare via mare a Tel Aviv, impadronirsi di un grande albergo vicino alla spiaggia e della vicina ambasciata degli Stati Uniti, prendere ostaggi e creare più danni possibili. Essi furono reclutati nella moschea radicale di Finsbury Park a Londra, come lo fu il terrorista Richard Reid, quello che fu catturato mentre viaggiava con l’esplosivo nelle scarpe. Muhammad Asif, Hanif e Omar Khan Sharif , ricevettero il loro addestramento per la missione, nella Striscia di Gaza e nella vicina Siria.

Ma i due terroristi fallirono i loro obiettivi principali. Colpirono invece il bar Mike Place uccidendo tre israeliani e ferendone 60. Le stesse direttive, tuttavia, si sono ripetute sorprendentemente – anche se ad un livello maggiore – considerando il modo in cui hanno operato i terroristi islamici a Mumbai, mercoledì 26 novembre.

Mumbai è stata attaccata – non da due, ma da circa 30 terroristi, ai quali sono stati assegnati sette obiettivi, in una città del mondo che conta oltre 16 milioni di abitanti.

Per la loro missione, la coppia di terroristi di Tel Aviv è stata, due anni dopo l’undici settembre, un modello servito alla causa di Al Qaeda.

L’impresa dei due islamo-britannici è stata studiata meticolosamente dal più numeroso gruppo di aggressori di Mumbai, il quale ha trascorso mesi a Gaza prendendo informazioni da Hamas sulle tattiche del terrorismo suicida per mezzo di cinture esplosive, dopo un iniziale indottrinamento in Siria.

L’attacco nel 2003 iniziò a naufragare quando, all’ultimo momento, Hanif e Sharif, gli esecutori di Al Qaeda cambiarono il piano originale.

Invece di sbarcare a Tel Aviv via mare, i terroristi ricevettero l’ordine di recarsi da Gaza verso la città israeliana molti giorni prima della data di scadenza, registrarsi in un hotel con il loro passaporto britannico e sorvegliare attentamente i luoghi considerati.

Dal 2008, Al-Qaeda ha sostituito l’uso delle cinture esplosive con un commando tattico, l’accurata esplorazione e le azioni di sostegno dai paesi limitrofi, questo il cardine del modus operandi, come evidenziato dall’ attacco terrorista di Mumbai.

L’operazione del 2003, iniziò a disaggregarsi dopo che i due terroristi, invece di dirigersi verso l’hotel e l’ambasciata degli USA, attaccarono il bar, per scoprire che le loro cinture esplosive erano difettose.

La cintura di Hanif esplose solo parzialmente, uccidendo lui e tre israeliani, mentre quella di Sharif non funzionò affatto e lui costretto a fuggire.

Inoltre, ci fu anche il fatto che il governo britannico non volle riconoscere la connessione dei suoi cittadini nell’attacco terrorista, cosa resa più facile, date le piccole dimensioni del problema.

La storia completa è venuta alla luce solo quattro anni più tardi, nel maggio 2007, quando le forze americane in Iraq hanno catturato al-Hadi al-Iraqi, che è stato scoperto appartenere ad Al-Qaeda, e che aveva addestrato Hanif e Sharif inviandoli a Tel Aviv nell’aprile 2003.

(Analisi DEBKAfile,30 Novembre 2008, traduzione in italiano a cura di M.acca)

M.acca

Se non indigna la caccia agli ebrei

TERRORE JIHADISTA

Se non indigna la caccia agli ebrei

Rivka Holtzberg, uccisa perchè ebrea

Rivka Holtzberg, uccisa perchè ebrea

di Angelo Panebianco

Mentre sono ancora frammentarie e confuse le notizie sui protagonisti, così come gli indizi sui mandanti, dell’attacco jihadista a Mumbai, gli analisti già ricominciano a dividersi, seguendo un canovaccio che è sempre lo stesso quando si tratta di terrorismo islamico. La divisione è fra chi ritiene che ogni singolo episodio terroristico, quale che sia la sua gravità, sia interamente spiegato dall’esistenza di conflitti locali (si tratti, di volta in volta, del Kashmir, della Palestina, del conflitto fra casa regnante ed estremisti in Arabia Saudita, dell’Afghanistan, dell’Iraq, eccetera) senza bisogno di prendere troppo sul serio le rivendicazioni dei jihadisti sul carattere «globale » della loro guerra contro apostati e infedeli, e chi invece ritiene che i conflitti locali siano fonti di alimentazione del jihad globale.

Non è una disputa accademica. Perché l’interpretazione che si adotta suggerisce linee di azione differenti. Se vale la prima interpretazione si tratterà, per l’Occidente, di agire pragmaticamente caso per caso, accettando il fatto di trovarsi per lo più di fronte a forme di irredentismo (Kashmir, Palestina), che usano strumentalmente la coperta dell’estremismo islamico, o di guerre civili che hanno per posta il potere all’interno di questo o quello Stato musulmano. Se vale la seconda interpretazione si tratterà di non perdere di vista il quadro di insieme e, per esso, il fatto che nel mondo islamico è da tempo in corso una lotta nella quale tanti gruppi estremisti (collegati tramite il web e le reti di solidarietà e finanziamento presenti in tutte le comunità islamiche, anche quelle europee) cercano di spostare a vantaggio delle proprie idee gli equilibri di potere all’interno della umma, della comunità musulmana nel suo insieme. In uno scontro di civiltà che usa la religione per distinguere musulmani buoni e cattivi e per identificare i nemici: i cristiani, gli ebrei, gli indù, eccetera.

Se si evitano le scelte ideologiche preconcette occorre riconoscere che tutte e due le interpretazioni contengono elementi di verità. Lo dimostra il caso di Mumbai. Hanno ragione quegli analisti che inquadrano la vicenda all’interno del conflitto indo-pakistano e delle sue connessioni con la guerra in Afghanistan. È plausibile che i burattinai stiano all’interno delle forze armate pakistane e che vogliano impedire la normalizzazione, sponsorizzata dagli Stati Uniti, dei rapporti fra Pakistan e India, sperando in una reazione indù antimusulmana: più sale la tensione, più essi possono segnare punti a proprio vantaggio all’interno del Pakistan nonché a favore dei propri alleati-clienti nella galassia talebana in Afghanistan. Ma ciò non spiega tutto. Fra gli ospiti degli hotel aggrediti erano gli americani e gli inglesi i più presi di mira. È dipeso solo dal ruolo degli angloamericani in Afghanistan? O non era anche un modo per lanciare agli islamisti sparsi per il mondo il messaggio secondo cui l’azione in corso era comunque parte di una più ampia lotta in cui il Grande Satana resta il nemico più importante? E, soprattutto, come si spiega l’attacco (anch’esso pianificato) al Centro ebraico, l’assassinio di un rabbino e di altri otto ebrei?

Cosa c’entrano gli ebrei con il conflitto indo-pakistano? Assolutamente nulla. Ma c’entrano moltissimo con l’ideologia jihadista e con il fanatismo antisemita che la caratterizza. Il richiamo più immediato è al caso di Daniel Pearl, il giornalista ebreo-americano rapito e sgozzato in Pakistan nel 2002. Il fatto che egli fosse ebreo ebbe una parte decisiva nel suo assassinio. L’attacco al Centro ebraico è la dimostrazione del fatto che il terrorismo islamico ha due facce, trae alimento da due radici: i conflitti regionali ma anche un’ideologia jihadista che ha per posta la riorganizzazione della umma, la comunità dei credenti, in chiave antioccidentale e della quale è un tassello essenziale la «guerra ai sionisti».

Per questa ragione, pur dovendo modulare le risposte a seconda delle condizioni locali, non conviene perdere di vista il quadro di insieme. Le battaglie «locali» (soprattutto quando si colpiscono anche ebrei e americani) ottengono una eco immediata in tutti i luoghi del mondo ove l’estremismo islamico alligna e favoriscono un proselitismo i cui effetti si manifesteranno in seguito, con altre azioni terroristiche, in altre parti del globo.

Per quanto riguarda noi europei di singolare nei nostri atteggiamenti verso il terrorismo islamico c’è l’indifferenza che spesso mostriamo per un aspetto della sua ideologia che dovrebbe, a rigore, apparirci ripugnante: l’antisemitismo. È una vecchia storia. La stessa Europa che ricorda l’Olocausto e si commuove davanti al film Schindler’s List non prova particolare sdegno per l’antisemitismo diffuso nel mondo arabo, e musulmano in genere, di cui la «caccia all’ebreo» da parte dei jihadisti (anche a Mumbai) è una diretta conseguenza. Non casualmente, qui da noi trovò fertile terreno, dopo l’11 settembre, la favola secondo cui il jihadismo sarebbe colpa di Israele, un frutto delle persecuzioni israeliane nei confronti dei palestinesi. E vanno anche ricordati i sondaggi che registrano l’ostilità di tanti europei per Israele. Al fondo, sembra esserci una strategia inconsapevole e politicamente suicida. C’è l’idea che solo se neghiamo l’evidenza, ossia i veri caratteri dell’ideologia jihadista, solo se spieghiamo le sue manifestazioni violente come il frutto esclusivo di circostanze specifiche in luoghi lontani da noi, possiamo sperare di essere lasciati in pace.

(Fonte: Corriere della Sera, 30 novembre 2008 )

Strage di Mumbai, terrorista catturato: “Nostro obiettivo gli israeliani”

Strage di Mumbai, terrorista catturato: “Nostro obiettivo gli israeliani”

Gavriel Holtzberg e la moglie Rivka

Gavriel Holtzberg e la moglie Rivka

Gerusalemme,30 novembre 2008,11:03 – L’obiettivo degli attentati di Mumbai era di uccidere cittadini israeliani per vendicarsi delle “atrocita’” commesse contro i palestinesi. E’ quanto ha raccontato agli inquirenti indiani Amir Kasab, l’unico terrorista catturato dopo gli attacchi di mercoledi’. Secondo il 21enne e’ questo uno dei motivi per cui e’ stato preso d’assalto il centro ebraico Chabad a Nariman. Kasab ha poi spiegato che alcuni componenti del commando erano gia’ stati nella capitale finanziaria indiana per sopralluoghi e ha fornito i nomi e gli indirizzi di almeno cinque persone che hanno fornito assistenza logistica a lui e ai suoi compagni.

Repubblica.it