Gli arabi cominciano a fare mea culpa sulla questione palestinese

Quel bacio tra Arafat e Khomeini

Gli arabi cominciano a fare mea culpa sulla questione palestinese

di Andrea B. Nardi

La morte di Arafat ha permesso per la prima volta un concreto avvicinamento fra Israele e l’Anp. D’altro canto, oggi ci troviamo a fare i conti con l’Iran che a Gaza fomenta Hamas nella destabilizzazione del processo di pace. Due casi emergono in questi giorni a conferma di quanto siano distanti le mire dell’Iran e di Hamas dagli interessi dei palestinesi.

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Una delle istituzioni moderne eticamente più imbarazzanti è il comitato per l’assegnazione del premio Nobel per la pace, da decenni specializzatosi nell’arzigogolare su per i pinnacoli del politically correct. Esempio recente ne è stata l’assegnazione all’anodino Al Gore per presunti meriti ecologistici, subito smentiti e smascherati da ogni parte.

Tuttavia il caso più penoso fu certo nel 1994, quando venne insensatamente attribuito addirittura ad Yasser Arafat, non solo assassino di civili e capo del terrorismo palestinese, ma responsabile proprio dell’interruzione di quel processo di pace appena avviato il 9 settembre 1993 dalla firma con cui il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin aveva riconosciuto l’Olp come legittimo rappresentante del popolo palestinese. Da quel momento Arafat – per puri interessi di potere personale – smantellò sistematicamente il processo di pace mantenendolo nello stallo che avrebbe fatto fallire il trattato di Oslo, aumentando la tensione terroristica con attentati e omicidi, fino a raggiungere il culmine nel 1999 col fallimento del vertice di Camp David, seguito dalla seconda intifada.

Oggi Arafat non c’è più, e la sua morte ha finalmente affrancato la dirigenza palestinese dal suo peso ingombrante, permettendo per la prima volta da oltre mezzo secolo un concreto avvicinamento fra Israele e l’Anp di Abu Mazen. D’altro canto, oggi ci troviamo a fare i conti con la regia dell’Iran khomeinista che fomenta Hamas nella destabilizzazione terroristica del processo di pace. Chi ci va di mezzo, come sempre, è la carne di due popoli, costretti a una guerra miserabile per le brame feudali di pochi baroni mediorientali, siano essi presidenti, dittatori, boss del contrabbando o ayatollah. Due casi emergono in questi giorni a conferma – neanche ce ne fosse bisogno – di quanto siano distanti le mire imperialistiche dell’Iran e dei suoi vassalli di Hamas dagli interessi del popolo palestinese: un’intervista e un viaggio.

L’intervista l’ha rilasciata Mash’al Al-Sudairi, columnist saudita del giornale londinese Al-Sharq Al-Awsat. Il giornalista ha criticato il mondo arabo per la sua ossessione per l’occupazione israeliana e la sua indifferenza di fronte all’occupazione di altri territori arabi compiuta da stati musulmani – per esempio l’annessione alla Turchia del distretto siriano di Alexandretta (adesso Iskenderun), oppure la recente occupazione con cui l’Iran si è impadronito di tre isole degli Emirati Arabi Uniti nel Golfo Persico (Greater Tunb, Lesser Tunb e Abu Moussa). A proposito della questione palestinese, dalle parole di Al-Sudairi trapela un profondo rimpianto e il rimorso per la responsabilità dei paesi arabi e dei dirigenti palestinesi verso la tragedia mediorientale: «Non c’è dubbio che l’occupazione ebraica di una parte della Palestina costituisca una grande questione, che non abbiamo mai saputo come affrontare. Quando negli anni 30, infatti, ci venne offerto l’80% della Palestina, mentre agli ebrei veniva offerto il 20%, abbiamo rifiutato. Alla fine degli anni 40 ci venne offerto il 49% della Palestina e il restante 51% agli ebrei, e noi abbiamo ancora una volta rifiutato l’offerta. Oggi, li stiamo supplicando di darci il 22%, quello che rimane della Palestina, e loro ci offrono solo il 20%».

«Ora io non voglio parlare sotto il profilo politico, ma voglio soltanto denunciare come gli arabi non si rendano ancora conto dei danni che si sono auto inflitti nella loro storia. Per sessant’anni il mondo arabo ha concentrato tutti i propri sforzi soltanto sulla questione palestinese, ma con una continua incertezza che ha esaurito ogni nostra risorsa, capacità, tempo e perfino la nostra libertà. Nello stesso tempo non abbiamo fatto altro che colpi di stato, guerre, omicidi, arresti, espulsioni, summit, commerci di armi, conferenze, attribuendoci reciproche accuse e tradendoci di continuo. Io scommetto, e sono pronto a farlo di fronte ad Allah, che se solamente il 10% del denaro investito dai paesi arabi per gli armamenti e le loro stupide guerre fosse stato investito nella costruzione dei territori palestinesi e nella stabilizzazione di quel popolo, adesso il West Bank e Gaza avrebbero un tenore di vita più elevato di Singapore. A causa dei tumulti provocati in Palestina, invece, noi abbiamo completamente trascurato il fatto che altri paesi arabi abbiano rubato parti di territori alla luce del sole, e mai una sola parola di protesta si è levata dal mondo arabo». Il tutto a discapito della pace, come dimostra un semplice dato: la bandiera su cui oggi si fonda la guerra di Hamas e degli estremisti arabi è la creazione di quei due stati separati che gli arabi stessi non hanno voluto nel 1948 e per cui hanno scatenato questa tragedia sessantennale. Adesso il motivo del contendere sono i confini del 1967 che si rifanno al piano di Ginevra, a sua volta fondato sulla creazione britannica della Palestina e allora rifiutato dagli arabi.

Il secondo dato che enuncia l’assurdità di questa situazione viene da un recente viaggio in Israele di un ebreo italiano, di cui celiamo il nome per la sua sicurezza. Ne risulta un mondo sommerso di gente normale, arabi ed ebrei che nei paesi e nei quartieri limitrofi vivono una quotidianità semplice fatta di gesti pacifici e di sostegno umano, ma celata agli occhi degli estremisti per timore di orrende rappresaglie. Ci si saluta, si beve il tè assieme e si chiacchiera disillusi e rimpiangendo una pace che i vecchi sanno di non riuscire a vivere abbastanza per vedere realizzata. Ebrei e palestinesi si vedono di nascosto sviluppando una forte solidarietà fra la gente comune, indipendentemente dalla religione, ma sono costretti a scappare appena sono in vista di qualche gruppo estremista. Una vita fatta di passeggiate circospette per evitare cecchini e delazioni, un mondo di rimpianti per tutte le occasioni mancate, un mondo che nemmeno i giornali riescono a raccontare. Un mondo, infine, dove per gli estremisti arabi è più importante la guerra a Israele piuttosto che la pace del proprio popolo.

L’Occidentale

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