Chi è il vero fascista?

Chi è il vero fascista?

I leaders arabi israeliani ossessionati con il Terzo Reich, ma reticenti a condannare gli atti degli arabi come nazisti

di Asaf Wohl – YNet News – traduzione a mia opera

Ai leaders arabi, ma anche a molti ebrei contro Israele, piace sempre molto paragonare lo Stato Ebraico alla Germania nazista. Alla luce delle conclusioni della commissione d’ inchiesta che indaga sui fatti dell’Ottobre 2000, noi abbiamo sentito spesso affermazioni come “Israele è un paese razzista e fascista”. Lo stesso è successo sabato scorso durante le proteste tenute dai partiti Hadash e Balad. Queste dimostrazioni ospitavano anche organizzazioni come Gush Shalom, Coalizione delle donne per la Pace, Adalah e ogni sorta di vari gruppi “amanti degli ebrei.”

Durante le proteste, i discorsi “di pace” velocemente si sono spostati su Auschwitz. Leggo sul loro comunicato che “60 anni dopo Auschwitz, lo Stato Ebraico mette la gente nei ghetti e la uccide attraverso fame e malattie” – almeno secondo Nurut Peled-Elhanan, un membro del forum delle famiglie dei caduti Israelo-Palestinesi. Nel mentre, il membro della Knesset Zahalka ci ha detto che il governo israeliano adotta “metodi fascisti” come privare di cibo e carburante un’intera comunità. “Noi continueremo a dimostrare e ad esporre i crimini di guerra contro un milione e mezzo di palestinesi nella striscia di Gaza”, ha pronunciato.

E’ difficile ignorare l’ossessione che gli arabi hanno per il nazismo. Ci fu una buona ragione per cui nel 1941 il leader degli Arabi di Palestina, Muftì al-Husseini, andò ad incontrare Hitler. Voi sarete sorpresi di sentire questo, ma l’obiettivo della visita non era discutere l’apertura di una nuova catena di Hummus a Berlino. Il Muftì voleva che Hitler convincesse la Germania che il solo obiettivo era sterminare gli Ebrei che risiedevano nello “spazio arabo sotto il patronato britannico.”

In più, le caricature apparse ultimamente in molti media arabi sono troppo simili a quelle apparse sul quotidiano nazista Der Sturmer, e uno dei libri più popolari fra i giovani arabi è proprio il Mein Kampf di Hitler. Io vedo questa come una sorta di “proiezione”, cioè che molti dei nostri vicini nel mondo arabo ammirano il regime nazista ma “proiettano” il fascismo sullo Stato di Israele. Esaminando gli eventi dei recenti giorni noi possiamo facilmente dedurre che parte di questo atteggiamento pervade anche il nostro paese.

Il lanciare missili nel cuore delle comunità civili israeliane (suona familiare?) è un’invenzione nazista. Linciare ebrei e bruciare sinagoghe non è un’invenzione dei nazisti, ma non c’è dubbio che loro furono molto abili a migliorare queste persecuzioni. Ed ancora, questi argomenti mai hanno suggerito ai gruppi radicali di sinistra a ai membri arabi della Knesset di paragonare gli arabi che commettono gli stessi atti ai nazisti.

E io mi chiedo anche altro: perchè così tanti palestinesi acquisiscono facilmente i diritti di residenza e cittadinanza nel nostro paese fascista? Perchè i palestinesi insistono che la riunificazione delle loro famiglie avvenga nel crudele Israele invece che dai loro amati fratelli nell’ Autorità Nazionale Palestinese? E perchè il membro della Knesset Zahalka gradisce ricevere un lauto salario dal governo fascista israeliano? Abbiamo mai sentito di una minoranza che cerca l’auto-determinazione fare tutto ciò che è in proprio potere per abbarbicarsi con veemenza ai loro “oppressori razzisti?”

Gli arabi israeliani devono decidere se sono realmente interessati ad essere presi sul serio. Devono capire che loro vivono in uno Stato Ebraico e che sarebbe meglio finirla di minarlo ad ogni opportunità che loro viene concessa. Il paragone con la Germania nazista può servire ai membri arabi della Knesset come ad alcuni ebrei che protestano con loro a ricordarci della loro esistenza, ma crea solo un ulteriore danno alla intera comunità araba.

Che benefici otterrà la comunità araba in Israele dall’insistenza del loro leaders a presenziare ai funerali di pluri-omicidi di cittadini israeliani? Perchè non ammettono almeno che una piccola parte della responsabilità dell’incitamento alla rivolta dell’Ottobre 2000 era anche loro? Non occorre essere geni per prevedere che, come per numerosi precedenti storici, i leaders arabi stanno guidando il loro popolo ad un punto morto.

Liberali per Israele

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Rassegna Stampa di giovedì 28 Febbraio 2008

RASSEGNA STAMPA – giovedì 28 febbraio 2008

Su Newsweek Michael Hirsh e Dan Ephron (da leggere) analizzano la posizione di Barack Obama su Israele e ebrei. Pare che le accuse di essere filopalestinese siano diffuse ad arte dalla staff della Clinton e dai repubblicani preoccupati. In realtà Obama più volte si sarebbe dichiarato sostenitore di Israele.

Sono a uno stallo i negoziati tra Israele e Santa Sede: lo denuncia con preoccupazione l’Avanti. Il motivo: Roma pretende l’esenzione fiscale, di cui godeva già prima della fondazione di Israele, il governo non è d’accordo.

E mentre le relazioni con i cattolici paiono in crisi, un gesto distensivo viene dai musulmani: Caterina Maniaci su Libero quotidiano illustra la proposta di un gruppo di studiosi islamici ed ebrei del Wolf Institute of Abrahamic Faith di Cambridge per migliorare le relazioni e la stima reciproca.

Ma sembra l’unico questo squarcio di positività, in una situazione che continua a deteriorare. Giovanni Sallusti su Libero quotidiano recensisce la “Guida (policamente scorretta) all’Islam e alle crociate” che uscirà in Italia domani per i tipi di Lindau: un saggio dell’americano Robert Spencer, direttore del centro Jihad watch che vive in località segreta sotto protezione. Spencer sostiene che l’aggressività è parte fondante dell’Islam, in quanto Maometto era un profeta guerriero, e racconta come sia fasulla l’immagine “tollerante” che oggi si cerca di accreditare ai musulmani: sarebbe una favola persino la presunta “età dell’oro” in Spagna, in cui sotto i musulmani cattolici ed ebrei sarebbero vissuti in concordia e tolleranza.

Sul Corriere della Sera Magazine Stefano Jesurum intervista Sayed Kashua, il più noto scrittore israelo-palestinese (scrive in ebraico), attore di reality show in tv e commentatore sul quotidiano liberal Haaretz. Nonostante queste credenziali, Kashua aderisce al boicottaggio della Fiera del Libro di Torino e denuncia la sua difficoltà di essere arabo in Israele: “per l’israeliano medio io voglio comunque infilargli un coltello nella pancia, per l’arabo medio sono il leccaculo degli ebrei”.

Difficoltà palestinesi le racconta anche Antonio Ferrari, recensendo su Corriere della Sera Magazine un libro in uscita da Giunti di Sahar Kalifah, nota scrittrice palestinese. “Una primavera di fuoco” è l’accorata analisi femminile della tremenda situazione dei palestinesi tra desideri di pace e attrazione per il terrorismo.

Per chi è interessato a riflettere sulla cultura ebraica, da non perdere la lectio magistralis di Moni Ovadia, pubblicata da La Stampa (che la riprende da Strumenti critici del Mulino) in occasione della sua laurea honoris causa a Pavia. “L’ebreo ingombrante” è una attenta e originale analisi sul significato dell’ebraismo nel mondo contemporaneo.

Un altro libro di grande interesse, presentato ieri in Campidoglio con prefazione di Walter Veltroni è la “Vita di Ernesto Nathan” di Nadia Ciani (Claudia Azzera, Unità Roma). Il primo sindaco di Roma, ebreo, massone e inglese di nascita, viene descritto come un personaggio di grande rettitudine, modernità e spirito democratico. E’ un bene che si cominci a conoscere di più l’apporto politico e culturale degli ebrei alla vita italiana.

In Francia, riportato da trafiletti su tutti i quotidiani, Sarkozy ha rinunciato al suo progetto, molto criticato anche da parte ebraica, di far adottare ai bambini dell’ultima classe elementare, un bambino ebreo francese perito nella Shoah. La decisione è stata presa da una commissione a cui partecipava anche Claude Lanzmann.

E infine, i problemi a Gaza. Ieri sono stati uccisi 11 palestinesi, terroristi secondo gli israeliani – ma tra le vititme anche tre bambini- e un civile israeliano a Sderot –ma ci sono anche due feriti gravi e quattro ricoverati sotto choc. Secondo Umberto De Giovannangeli sull’Unità, il 64% degli israeliani sarebbe favorevole ad aprire una trattativa con Hamas la notizia ripresa dal quotidiano Haaretz. De Giovannangeli affronta anche il problema delle presunte infiltrazioni di Al Qaeda nella Striscia di Gaza, in seguito alla temporanea apertura della frontiera con l’Egitto, ma appoggia la tesi diffusa da Hamas che si tratti in realtà di infiltrati dei servizi segreti dell’Anp, una mossa studiata ad arte per giustificare future operazioni arabo-israeliane nella Striscia.

Secondo Francesca Paci sulla Stampa il pericolo di una apertura di Hamas a Al Qaeda è reale, e potrebbe essere l’inizio della grande offensiva tanto paventata dagli israeliani (che secondo alcuni potrebbe culminare durante la visita di Bush in Israele per le celebrazioni dei 60 anni dalla fondazione dello Stato ebraico.

Perché la Palestina non dichiara l’indipendenza come il Kosovo? Se lo chiede Yasha Reibman sul Giornale Tempi. Per gli israeliani andrebbe bene, anzi sarebbe liberatorio. Ma non andrebbe bene, secondo il commentatore, per i palestinesi perché vorrebbe dire rinunciare al tavolo da gioco, a ottenere di più con le trattative, e soprattutto, alle generose sovvenzioni concesse da tutto il mondo all’ANP in quanto senza Stato. Però così la Palestina potrebbe evitare di riconoscere Israele.

Viviana Kasam

Ucei.it

Un dozzina di parole cruciali

Un dozzina di parole cruciali

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Da un editoriale del Jerusalem Post

“L’accordo deve istituire la Palestina come patria del popolo palestinese esattamente come Israele è la patria del popolo ebraico”.

Così il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, lo scorso 10 gennaio.

La frase può sembrare del tutto ovvia: una semplice riproposizione della prospettiva “due popoli-due stati”. Eppure quella semplice dozzina di parole costituiscono la chiave per la soluzione del conflitto, l’elemento la cui mancanza ha fatto sì che il processo di pace oscillasse fra stallo e guerra aperta, anziché avanzare stabilmente verso una pace duratura.

Sono parole cruciali perché segnalano la fine del doppio gioco arabo: da una parte gli stati arabi e i palestinesi sostengono di sottoscrivere la prospettiva “due popoli-due stati”; dall’altra, pretendono qualcosa che contraddice completamente il prerequisito fondamentale di questa prospettiva, e cioè il riconoscimento dei reciproci diritti nazionali.

La pretesa araba di un “diritto al ritorno” è totalmente asimmetrica. Secondo tale pretesa, infatti, i palestinesi avrebbero il diritto di stabilirsi all’interno di Israele mentre gli ebrei non solo non avrebbero alcun diritto di stabilirsi nel futuro stato palestinese, ma quelli che già vivono all’interno dei suoi futuri confini dovrebbero andarsene. Non si tratta di una normale rivendicazione. Non può essere risolta disegnando nuove linee sulla mappa. Non ha nulla a che vedere con i confini, quanto piuttosto col fatto se il popolo ebraico abbia o meno diritto a una sovranità nazionale su una parte della Terra d’Israele.

Se i palestinesi hanno diritto a stabilirsi in Israele e gli ebrei o gli israeliani non hanno invece alcun diritto di vivere nello stato palestinese, in pratica è come se i palestinesi dicessero: “ciò che è mio è mio e ciò che è tuo è ancora mio”. Negano la sovranità di Israele e pertanto negano il diritto di esistere dello stato ebraico.

Questa posizione palestinese è venuta a galla alla vigilia della conferenza di Annapolis, quando Israele ha insistito per una dichiarazione palestinese che riconoscesse Israele come stato ebraico. A qualcuno la richiesta è sembrata assurda: perché mai i palestinesi dovrebbero dire qualcosa sull’ebraicità di Israele? Ma la richiesta israeliana non nasceva dal nulla.

Nasceva dal fatto che Israele, se non è uno stato ebraico, cioè uno stato a netta maggioranza ebraica, allora diventa l’ennesimo stato arabo.

Per Israele, il proprio carattere ebraico non è una questione di preferenza religiosa: a differenza dei paesi arabi, Israele tutela la libertà di religione e rispetta tutti in luoghi santi. È piuttosto una questione esistenziale. In questo quadro, il rifiuto arabo di accettare Israele come stato ebraico, che va di pari passo con la negazione della storia ebraica e di qualunque connessione fra ebrei e Terra d’Israele, equivale a un rifiuto dell’esistenza di Israele.

In una lettera inviata ad Ariel Sharon nell’aprile 2004, quando Israele si stava preparando al ritiro unilaterale da Gaza, Bush fece una dichiarazione analoga: “Sembra chiaro che la soluzione del problema dei profughi palestinesi dovrà essere cercata nella creazione di uno stato palestinese e nell’insediamento di profughi palestinesi in esso anziché in Israele”. Ma questa dichiarazione venne ben poco ripresa E venne letta come se fosse stata spremuta nel quadro del difficile disimpegno israeliano, e non come un fondamentale mutamento nella posizione americana.

Il senso di quella dozzina di parole cruciali pronunciate ora a Gerusalemme da Bush mentre esprimeva fiducia che un accordo di pace possa essere firmato prima della fine del suo mandato nel gennaio 2009, potrebbe essere che il presidente Usa ha capito che non basta lasciare il “diritto al ritorno” fra le questioni da risolvere nei negoziati sullo status finale. Quella pretesa, ha messo in chiaro, deve essere rimossa dal tavolo subito, giacché contraddice in modo sostanziale l’intera prospettiva “due popoli-due stati”.

Più si ripeteranno quelle parole, maggiori saranno le chance che un accordo venga davvero raggiunto. Infatti nessun leader palestinese potrà mai arrivare a un accordo con Israele senza preparare la sua gente e il mondo arabo in generale all’abbandono della pretesa del “ritorno”. Ma perché mai Mahmoud Abbas (Abu Mazen) dovrebbe farlo, se non gli si ripete continuamente che quella pretesa non rappresenta una semplice carta negoziale fra le altre, bensì la negazione del diritto di Israele ad esistere?

Bush ha anche detto che farà pressione perché i leader arabi “facciano la loro parte” per la pace. Ebbene, i paesi arabi potrebbero cambiare completamente il clima se iniziassero a fare due cose: incontrare i leader israeliani e affermare che il popolo ebraico ha diritto a uno stato esattamente come ne hanno diritto i palestinesi. Sono due gesti per i quali non si può aspettare la firma di una accordo, perché senza di essi non vi sarà nessun accordo, ma solo stallo e guerra.

(Da: Jerusalem Post, 12.01.08)

Nell’immagine in alto: Nella pubblicistica palestinese, la chiave (simbolo del cosiddetto “diritto al ritorno”) viene associata all’immagine di tutta la Terra d’Israele trasformata in uno stato arabo palestinese.

Il diavolo nei dettagli

Israele.net

Egitto: cittadinanza revocata per chi vive in Israele

Egitto: Cittadinanza revocata se vivi in Israele

25,000 cittadini Egiziani emigrati in Israele, soprattutto giovani in cerca di lavoro o semplicemente sposati con Arabi Israeliani, corrono il serio rischio di avere la cittadinanza egiziana revocata dal parlamento del Cairo per “motivi di sicurezza”.

E’ quanto riporta oggi Palestine Today.

Il Comitato di Difesa e Sicurezza Nazionale del paese dei faraoni sta esercitando una forte pressione sul governo affinche’ si apra un dibattito sulla possibilita’ di revocare la cittadinanza a circa 25,000 emigrati egiziani che per motivi di lavoro o di matrimonio vivono oggi in Israele.

“Essi rappresentano una minaccia alla sicurezza dell’Egitto” affermano membri del Comitato per la Sicurezza, per i quali, appare ovvio, il Trattato di Pace firmato a Camp David tra i due paesi e’ ormai solo carta straccia.

Bennauro

E questo sarebbe un moderato….

20/12/2007 Il professor Sari Anwar Sari Anwar Nusseibeh, presidente dell’università palestinese Al Quds e co-fondatore dell’iniziativa di pace israelo-palestinese “la voce dei popoli”, ex rappresentante del Olp a Gerusalemme, considerato un moderato, ha dichiarato il 30 novembre scorso ad al-Jazeera: “Il diritto al ritorno è uno dei nostri diritti. Deve realizzarsi nel quadro del futuro stato palestinese. Gli israeliani che vivono oggi nei territori di questo futuro stato devono tornare a vivere entro le frontiere dello stato di Israele. Nessun ebreo al mondo, né ora né in futuro, avrà diritto di tornare, vivere, o chiedere di vivere a Hebron, a Gerusalemme-est, o in altre parti dello stato palestinese”. Secondo Sari Anwar Nusseibeh, anche Giaffa (israeliana dal ’48, oggi parte di Tel Aviv) dovrà far parte dello stato palestinese.

Israele.net

Quando la disinformazione è un’arte….

Notizia vince, notizia perde come carta vince, carta perde

GAZA – Tre palestinesi sono stati uccisi in un raid israeliano compiuto nel nord della striscia di Gaza, vicino alla citta’ di Beit Lahiyae. Lo riferiscono fonti mediche palestinesi. I feriti sarebbero almeno cinque. L’identita’ delle vittime non e’ ancora stata resa nota. Un portavoce dell’esercito israeliano ha confermato che l’aviazione ha effettuato un incursione sulla zona senza fornire altri dettagli. Intanto si apprende che il presidente statunitense George W. Bush visitera’ il Medio Oriente all’inizio di gennaio. Lo ha reso noto la Casa Bianca. L’annuncio conferma le indiscrezioni trapelate ieri a Washington. Il portavoce della Casa Bianca, Gordon Johndroe, non ha indicato i Paesi che saranno visitati dal presidente Usa ma e’ probabile che Bush si rechera’ anche in Israele, un Paese che non ha mai visitato da quando e’ a Washington.
Fonte Agr del 5.12.2007

La notizia dell’agenzia giornalistica la riprende il Corriere della Sera.it alle 07:45 del 5.12.2007 e diventa questa:

Medio Oriente: raid israeliano a Gaza, 3 morti.
GAZA – Tre palestinesi sarebbero morti in un raid israeliano compiuto nel nord della striscia di Gaza vicino alla citta’ di Beit Lahiyae. Lo riferiscono fonti mediche palestinesi. I feriti sarebbero almeno cinque. (Agr)

Sempre la stessa notizia viene ripresa anche da Repubblica.it alle ore 08.15 del 4.12.2007 e diventa ancora più stringata.

Israeliani sparano in Nord Gaza, 3 palestinesi uccisi
Almeno tre palestinesi sono rimasti uccisi e altri cinque feriti dai colpi di arma da fuoco sparati da soldati israeliani nel settore settentrionale della Striscia di Gaza. Lo hanno riferito fonti ospedaliere locali.

Ma questo è quello che è realmente accaduto:

19 granate di mortaio e 3 missili Qassam palestinesi lanciati nella giornata di martedì 4.12.2007 dalla striscia di Gaza verso Israele. Due soldati feriti in modo non grave vicino a Kissoufim.

Fonte Israele.net del 5.12.2007

Infatti su Ynet del 4.12.2007 leggiamo alle ore 23.05:

Soldier lightly wounded from mortar shell near Kissufim

E ancora alle ore 07.08 del 5.12.2007:

2 Qassam land in western Negev; no injuries reported

Quindi Ynet alle ore 08.31 del 5.12.2007 batte la seguente notizia:

Gaza: 3 killed in IAF attack

Come si può notare dalla notizia iniziale della Agr nella quale si annuncia l’uccisione di 3 palestinesi (notare palestinesi e non terroristi) viene omesso il motivo del raid israeliano e cioè: i continui colpi di mortaio che hanno tempestato il sud di Israele nella giornata di martedi 4.12.2007, i lanci di qassam che hanno ferito due soldati e il tentativo da parte di Israele di fermare i nuovi lanci di qassam che i tre terroristi si stavano preparando ad effettuare.

E’ quanto meno lecito domandarsi il perchè delle omissioni?

Il signore degli anelli

Due stati per un solo popolo?

03-12-2007

Due stati per un solo popolo?

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Da un articolo di Uri Orbach

[Da Jerusalem Post, 2.12.07: Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha ribadito sabato il suo rifiuto di riconoscere Israele come stato degli ebrei. “Da un punto di vista storico – ha detto ai giornalisti prima di partire per l’Arabia Saudita dove ha incontrato re Abdullah per colloqui sui risultati della conferenza di Annapolis – vi sono due stati: Israele e Palestina. In Israele, vi sono ebrei e altri che vi abitano. Questo è ciò che intendiamo riconoscere e nient’altro”.]

Da anni si sente ripetere lo slogan “due popoli-due stati”. I cittadini arabi d’Israele e l’estrema sinistra israeliana l’hanno sempre sostenuto. Poi, col tempo, vi hanno aderito molti altri, compreso il centro e parte del Likud: noi viviamo qui, loro vivono là, fine della storia.

È una prospettiva sicuramente allettante. Il conflitto, secondo la percezione comune, è tra ebrei israeliani e arabi musulmani palestinesi: risolvendo i problemi dell’”occupazione” e dei “territori” (due termini che già di per sé corrispondono a una certa visione del problema), automaticamente si avrà che i due popoli vivranno tranquilli e sicuri, ciascuno nel proprio stato.

Sbagliato. Improvvisamente, proprio quando la politica ufficiale di Israele ha adottato questa mitica visione e nel nome di questa visione il primo ministro si impegna solennemente ad Annapolis, salta fuori che i palestinesi non sono realmente interessati all’idea di due stati per due popoli. O meglio, per essere più precisi: sono interessati all’idea di due stati, ma non sono affatto d’accordo sull’identità e sul diritto dell’altro popolo. In altri termini, non pensano che il popolo ebraico abbia diritto a un proprio stato.

Sono abbastanza generosi da accettare solo uno stato destinato esclusivamente ai palestinesi e un secondo stato destinato “alla popolazione israeliana”. Popolazione israeliana che vede assieme ebrei e arabi musulmani e di altre religioni. Insomma, uno stato e mezzo per un popolo e mezzo stato per l’altro popolo.Il che suona come una presa in giro, giacché non esiste un “popolo israeliano”. Esistono dei cittadini arabi d’Israele che hanno titolo a tutti i diritti civili e religiosi di uno stato democratico, ma che sono cittadini – a pari diritti – di uno stato degli ebrei. Lo stato d’Israele non è stato fondato e non esiste per risolvere la questione palestinese o la questione musulmana, e neanche una “questione israeliana”. È stato fondato ed esiste come risposta a quella che era nota come “la questione ebraica”: creare una “national home”, una sede nazionale per il popolo ebraico.

Giustamente Israele cerca (non sempre con successo e non sempre con la necessaria determinazione) di far sì che i suoi cittadini arabi possano condurre la loro vita nella libertà e nella democrazia. Il che è molto di più di quello che si prospetta nel futuro stato palestinese, dove non vi sarà posto per nessun ebreo, men che meno per una comunità ebraica, per non dire poi di un insediamento ebraico. Senza contare, inoltre, che molti palestinesi preferiscono di gran lunga vivere come minoranza nello stato degli ebrei piuttosto che come maggioranza in uno stato palestinese. E loro sanno bene il perché.

Ma il principio è interessante. Si consideri la reazione dei palestinesi e dei loro sostenitori quando, in nome della pace, viene chiesto loro di riconoscere Israele come stato degli ebrei. Stanno per ottenere uno stato senza neanche un insediamento e neanche un ebreo, eppure trovano arduo accettare l’idea di stato per il popolo ebraico. Vogliono uno stato che sia soltanto loro e un altro stato che sia per ebrei e arabi: non Israele ma una sorta di Israel-ina.

Questo è sempre stato l’approccio palestinese. “Il nostro è già nostro: ciò che Israele ha già accettato – uno stato palestinese per i palestinesi – è un dato già acquisito. Ma questa irritante e noiosa insistenza su uno stato che sia per gli ebrei, questo no, non deve avvenire. Perché mai dovrebbe essere così? Noi palestinesi vogliamo essere parte anche dello stato di Israele”.

E non abbiamo ancora menzionato la striscia di Gaza, che è un altro stato palestinese, piccolo e rabbioso, apparso improvvisamente e col quale presto saremo costretti a negoziare o a combattere.

E allora, facciamo un piccolo esercizio di inversione dei ruoli. Innanzitutto Israele non riconosca affatto il diritto dei palestinesi ad avere uno stato loro. Perché mai dovrebbe? Dopo tutto la nazione araba ha già più di venti stati. Se poi, alla fine, in nome della pace, dovrà accettare la creazione di uno stato a maggioranza palestinese, ebbene non lo riconosca come stato arabo o palestinese. Dopo tutto, vi sono molti ebrei e israeliani che vivono là. Venga riconosciuto il diritto degli ebrei al ritorno nelle comunità di Gush Katif e Cisgiordania, terra dei loro padri, e che nessuna comunità venga sradicata. E intanto, nel piccolo Israele, lo stato degli ebrei continuerà ad esistere in pace e sicurezza. Appunto, due stati per due popoli.

(Da: YnetNews, 1.12.07)

Nell’immagine in alto: Il giorno dopo Annapolis, una mappa ”della Palestina” trasmessa dalla tv dell’Autorità Palestinese: lo stato di Israele è cancellato.

Un unico stato (arabo e islamico)