Hamas e Fatah perseguitano i giornalisti ma guai a chi ne parla

Reporter palestinesi sotto tiro

Hamas e Fatah perseguitano i giornalisti ma guai a chi ne parla

di Khaled Abu Toameh

Ala Salameh lavorava in una stazione radio di Gaza. Deve aver detto qualcosa di scomodo perché i miliziani di Hamas lo hanno sequestrato per ore costringendolo a mangiare cibo contaminato. Ma i reporter occidentali tendono a occultare storie come questa. Non diventerebbero popolari e perderebbero ogni chance di vincere qualche premio. Funziona così dai tempi dell’eroico Arafat.

Gaza, 19 Dicembre 2008 – Negli ultimi due anni i giornalisti palestinesi nella West Bank e nella Striscia di Gaza sono stati sottoposti a una sistematica campagna di intimidazione che ha portato alla morte di alcuni di loro e all’arresto di altri. La campagna, lanciata sia da Hamas che da Fatah, non ha ricevuto alcuna attenzione da parte dei gruppi dei diritti umani e da coloro che difendono la libertà di espressione in tutto il mondo. Al contrario, ogni volta che un giornalista palestinese viene incidentalmente ferito dal fuoco israeliano durante uno scontro con i palestinesi, l’episodio occupa tutte le prime pagine nelle maggiori testate americane ed europee.

Ciò che appare più inquietante in questa campagna di intimidazione è il fatto che sia stata lanciata dall’Autorità palestinese di Mahmoud Abbas nella West Bank. Si tratta della stessa autorità che riceve ogni mese centinaia di milioni di dollari provenienti dalle tasche di chi paga le tasse in America e in Europa, che dovrebbero servire a costruire un sistema giudiziario adeguato e a promuovere la democrazia e la trasparenza tra i palestinesi.

Non dovrebbe suscitare alcuno stupore il fatto che Hamas prenda di mira dei giornalisti. Il movimento islamista è ben noto per le dure misure che adotta contro i reporter “ostili”. Almeno 13 giornalisti palestinesi sono stati arrestati e torturati dalle milizie di Hamas da quando il movimento ha preso il controllo totale della Striscia di Gaza nell’estate del 2007. Hamas ha anche condotto delle incursioni negli uffici della maggior parte di questi giornalisti, confiscando computer e altre attrezzature. Nel caso più recente, Ala Salameh, giornalista di una stazione radio di Gaza, ha denunciato che uomini delle milizie di Hamas lo hanno sequestrato per diverse ore, costringendolo a mangiare cibo contaminato.

Nella West Bank, le forze di sicurezza di Abbas hanno concentrato i propri sforzi nella lotta contro ciascun giornalista che non dimostri la volontà di allinearsi. Quest’anno più di una decina di reporter sono stati presi di mira dalle forze di sicurezza di Fatah. La maggior parte è stata trattenuta in carcere senza che si svolgesse alcun processo e senza avere il diritto di vedere un avvocato scelto dai membri della famiglia. Alcuni dei reporter hanno raccontato di essere stati interrogati riguardo le storie “negative” da loro pubblicate in diversi giornali e riviste. Gli articoli in questione spesso trattavano della corruzione finanziaria tra pezzi grossi della leadership palestinese oppure di violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della West Bank di Abbas.

Secondo le testimonianze rese dai giornalisti e dagli attivisti locali dei diritti umani, la maggior parte dei detenuti è stata sottoposta ad abusi fisici e psicologici per mano delle forze di sicurezza palestinesi. Quando uno dei reporter trattenuti si è lamentato circa le condizioni della sua detenzione, gli hanno detto: “Qui non siamo a Israele, dove puoi vedere un avvocato e richiedere istanza all’Alta Corte”.

La campagna anti-media di Abbas ha assunto diverse forme. Quando Al-Jazeera non è riuscita a mandare in onda in diretta un discorso tenuto a Ramallah dal presidente dell’Autorità palestinese, questi ha dato ordine di proibire agli operatori della stazione di entrare nella sua area e di seguire le notizie relative alle attività degli alti ufficiali palestinesi. In un altro recente episodio, la più grande agenzia di notizie palestinese, la Ramattan, è stata costretta a sospendere la sua attività nella West Bank a causa delle pressioni subite da parte di Abbas e dei suoi assistenti. I manager di Ramattan hanno accusato Abbas di tentare di trasformare l’agenzia indipendente in un “portavoce” dell’autorità palestinese.

Come il suo predecessore Yasser Arafat, anche Abbas ha proibito la diffusione di giornali di opposizione nella West Bank. Qualunque reporter che abbia il coraggio di riportare una notizia in grado di avere riflessi negativi su Abbas o i suoi più stretti collaboratori riceve telefonate minacciose dall’ufficio del presidente, da parte di membri delle forze di sicurezza palestinese.

Una delle prime azioni di Arafat, dopo essere entrato nella West Bank e nella Striscia di Gaza nel 1994, è stata quella di ordinare dure misure di repressione nei confronti dei media palestinesi, per essere sicuro che tutti coloro che lavoravano in quel campo gli fossero fedeli al 100%. Questo atteggiamento ha fatto sì che la maggior parte dei reporter palestinesi avesse troppi timori nel riportare notizie o trattare argomenti relativi alla corruzione finanziaria e alle violazioni dei diritti umani nell’era arafattiana.

L’aspetto più inquietante di tutta questa vicenda è il fatto che i giornalisti occidentali che si trovano in Israele tendono a chiudere un occhio riguardo alla situazione dei loro colleghi palestinesi. Alcuni di questi reporter stranieri ammettono di aver paura delle possibili ripercussioni qualora osino far arrabbiare Abbas o Hamas. Altri dichiarano che i propri direttori sono interessati a storie del genere soltanto nel caso in cui i responsabili siano soldati israeliani. Come sottolineato recentemente da un corrispondente straniero: “Più storie anti-Israele invio al mio giornale, più sono le probabilità che la mia popolarità cresca e che aumentino le mie possibilità di vincere un premio”.

Ma quello che i giornalisti occidentali devono capire è che la campagna contro i giornalisti palestinesi sta colpendo anche il loro lavoro. Tutti i reporter stranieri dipendono fortemente dai loro colleghi palestinesi quando è il momento di trattare questioni palestinesi. E così quando un giornalista palestinese ha paura o si sente minacciato, ci penserà due volte prima di riferire ai corrispondenti occidentali quello che sa.

Traduzione di Benedetta Mangano

Tratto da Hudson New York

L’Occidentale

Gli arabi cominciano a fare mea culpa sulla questione palestinese

Quel bacio tra Arafat e Khomeini

Gli arabi cominciano a fare mea culpa sulla questione palestinese

di Andrea B. Nardi

La morte di Arafat ha permesso per la prima volta un concreto avvicinamento fra Israele e l’Anp. D’altro canto, oggi ci troviamo a fare i conti con l’Iran che a Gaza fomenta Hamas nella destabilizzazione del processo di pace. Due casi emergono in questi giorni a conferma di quanto siano distanti le mire dell’Iran e di Hamas dagli interessi dei palestinesi.

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Una delle istituzioni moderne eticamente più imbarazzanti è il comitato per l’assegnazione del premio Nobel per la pace, da decenni specializzatosi nell’arzigogolare su per i pinnacoli del politically correct. Esempio recente ne è stata l’assegnazione all’anodino Al Gore per presunti meriti ecologistici, subito smentiti e smascherati da ogni parte.

Tuttavia il caso più penoso fu certo nel 1994, quando venne insensatamente attribuito addirittura ad Yasser Arafat, non solo assassino di civili e capo del terrorismo palestinese, ma responsabile proprio dell’interruzione di quel processo di pace appena avviato il 9 settembre 1993 dalla firma con cui il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin aveva riconosciuto l’Olp come legittimo rappresentante del popolo palestinese. Da quel momento Arafat – per puri interessi di potere personale – smantellò sistematicamente il processo di pace mantenendolo nello stallo che avrebbe fatto fallire il trattato di Oslo, aumentando la tensione terroristica con attentati e omicidi, fino a raggiungere il culmine nel 1999 col fallimento del vertice di Camp David, seguito dalla seconda intifada.

Oggi Arafat non c’è più, e la sua morte ha finalmente affrancato la dirigenza palestinese dal suo peso ingombrante, permettendo per la prima volta da oltre mezzo secolo un concreto avvicinamento fra Israele e l’Anp di Abu Mazen. D’altro canto, oggi ci troviamo a fare i conti con la regia dell’Iran khomeinista che fomenta Hamas nella destabilizzazione terroristica del processo di pace. Chi ci va di mezzo, come sempre, è la carne di due popoli, costretti a una guerra miserabile per le brame feudali di pochi baroni mediorientali, siano essi presidenti, dittatori, boss del contrabbando o ayatollah. Due casi emergono in questi giorni a conferma – neanche ce ne fosse bisogno – di quanto siano distanti le mire imperialistiche dell’Iran e dei suoi vassalli di Hamas dagli interessi del popolo palestinese: un’intervista e un viaggio.

L’intervista l’ha rilasciata Mash’al Al-Sudairi, columnist saudita del giornale londinese Al-Sharq Al-Awsat. Il giornalista ha criticato il mondo arabo per la sua ossessione per l’occupazione israeliana e la sua indifferenza di fronte all’occupazione di altri territori arabi compiuta da stati musulmani – per esempio l’annessione alla Turchia del distretto siriano di Alexandretta (adesso Iskenderun), oppure la recente occupazione con cui l’Iran si è impadronito di tre isole degli Emirati Arabi Uniti nel Golfo Persico (Greater Tunb, Lesser Tunb e Abu Moussa). A proposito della questione palestinese, dalle parole di Al-Sudairi trapela un profondo rimpianto e il rimorso per la responsabilità dei paesi arabi e dei dirigenti palestinesi verso la tragedia mediorientale: «Non c’è dubbio che l’occupazione ebraica di una parte della Palestina costituisca una grande questione, che non abbiamo mai saputo come affrontare. Quando negli anni 30, infatti, ci venne offerto l’80% della Palestina, mentre agli ebrei veniva offerto il 20%, abbiamo rifiutato. Alla fine degli anni 40 ci venne offerto il 49% della Palestina e il restante 51% agli ebrei, e noi abbiamo ancora una volta rifiutato l’offerta. Oggi, li stiamo supplicando di darci il 22%, quello che rimane della Palestina, e loro ci offrono solo il 20%».

«Ora io non voglio parlare sotto il profilo politico, ma voglio soltanto denunciare come gli arabi non si rendano ancora conto dei danni che si sono auto inflitti nella loro storia. Per sessant’anni il mondo arabo ha concentrato tutti i propri sforzi soltanto sulla questione palestinese, ma con una continua incertezza che ha esaurito ogni nostra risorsa, capacità, tempo e perfino la nostra libertà. Nello stesso tempo non abbiamo fatto altro che colpi di stato, guerre, omicidi, arresti, espulsioni, summit, commerci di armi, conferenze, attribuendoci reciproche accuse e tradendoci di continuo. Io scommetto, e sono pronto a farlo di fronte ad Allah, che se solamente il 10% del denaro investito dai paesi arabi per gli armamenti e le loro stupide guerre fosse stato investito nella costruzione dei territori palestinesi e nella stabilizzazione di quel popolo, adesso il West Bank e Gaza avrebbero un tenore di vita più elevato di Singapore. A causa dei tumulti provocati in Palestina, invece, noi abbiamo completamente trascurato il fatto che altri paesi arabi abbiano rubato parti di territori alla luce del sole, e mai una sola parola di protesta si è levata dal mondo arabo». Il tutto a discapito della pace, come dimostra un semplice dato: la bandiera su cui oggi si fonda la guerra di Hamas e degli estremisti arabi è la creazione di quei due stati separati che gli arabi stessi non hanno voluto nel 1948 e per cui hanno scatenato questa tragedia sessantennale. Adesso il motivo del contendere sono i confini del 1967 che si rifanno al piano di Ginevra, a sua volta fondato sulla creazione britannica della Palestina e allora rifiutato dagli arabi.

Il secondo dato che enuncia l’assurdità di questa situazione viene da un recente viaggio in Israele di un ebreo italiano, di cui celiamo il nome per la sua sicurezza. Ne risulta un mondo sommerso di gente normale, arabi ed ebrei che nei paesi e nei quartieri limitrofi vivono una quotidianità semplice fatta di gesti pacifici e di sostegno umano, ma celata agli occhi degli estremisti per timore di orrende rappresaglie. Ci si saluta, si beve il tè assieme e si chiacchiera disillusi e rimpiangendo una pace che i vecchi sanno di non riuscire a vivere abbastanza per vedere realizzata. Ebrei e palestinesi si vedono di nascosto sviluppando una forte solidarietà fra la gente comune, indipendentemente dalla religione, ma sono costretti a scappare appena sono in vista di qualche gruppo estremista. Una vita fatta di passeggiate circospette per evitare cecchini e delazioni, un mondo di rimpianti per tutte le occasioni mancate, un mondo che nemmeno i giornali riescono a raccontare. Un mondo, infine, dove per gli estremisti arabi è più importante la guerra a Israele piuttosto che la pace del proprio popolo.

L’Occidentale

Abu Mazen: “La strada dei martiri, di Yasser Arafat, di George Habash e di Ahmed Yassin, è la nostra strada e mira a confermare le risoluzioni nazionaliste e sovrane palestinesi”

Abu Mazen: “La strada dei martiri, di Yasser Arafat, di George Habash e di Ahmed Yassin, è la nostra strada e mira a confermare le risoluzioni nazionaliste e sovrane palestinesi”

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12/11/2008 “La strada dei martiri, di Yasser Arafat, di George Habash (fondatore dell’Fplp) e di Ahmed Yassin (fondatore di Hamas), è la nostra strada e mira a confermare le risoluzioni nazionaliste e sovrane palestinesi”. Lo ha detto martedì il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) durante le celebrazioni alla Muqata di Ramallah (Cisgiordania) per il quarto anniversario della morte di Arafat. Ed ha aggiunto: “Non verrà concluso nessun accordo con Israele senza la liberazione dei prigionieri palestinesi. Proseguiremo sulla via tracciata da Arafat fino alla creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme capitale”.

(Fonte: Israele.net)

Striscia di Gaza: Hamas vieta celebrazioni per anniversario morte Arafat

GAZA: HAMAS VIETA CELEBRAZIONI PER ANNIVERSARIO MORTE ARAFAT

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(IRIS) – ROMA, 7 NOV: I dirigenti di Hams hanno vietato una cerimonia commemorativa per il 4 anniversario della morte del leader Arafat, voluta da Al-Fatah.

Le ragioni del divieto sono state motivate da probblemi di sicurezza, data l’elevata tensioni di questi giorni dove, per il terzo giorno consecutivo, alcuni razzi sono stati sparati da palestinesi contro il Neghev israeliano.

Il leader palestinese moriva l’11 novembre del 2004 nell’ospedale militare Percy di Parigi.

Iris Press

Perché finanziare una tv che indottrina all’odio?

Perché finanziare una tv che indottrina all’odio?

Da un articolo di Itamar Marcus

Firmereste un assegno da 120 milioni di dollari per darlo a un ex-terrorista senza controllare attentamente che cosa intende fare col vostro denaro? Ebbene, questo è esattamente ciò che sta facendo con i soldi dei contribuenti la Norvegia, presidente del Comitato di Collegamento Ad Hoc che coordina gli aiuti internazionali all’Autorità Palestinese.

Nonostante la una vasta documentazione portata da Palestinian Media Watch sull’opera di promozione dell’odio fatta dalla tv ufficiale di Fatah-Autorità Palestinese, il ministro degli esteri norvegese Jonas Gahr Støre ha recentemente rilasciato una serie di dichiarazioni a difesa della tv dell’Autorità Palestinese che indicano quanto egli sia totalmente all’oscuro dei reali contenuti di quell’emittente. Poi, tanto per usare il suo denaro in modo coerente con la sua disinformazione, ha firmato un altro assegno da 85 milioni di corone destinato all’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il cui ufficio controlla la tv palestinese.

Il ministro degli esteri norvegese non è cattivo. E non lo sono né gli europei né gli americani, che pire hanno di recente concordato di trasferire all’Autorità Palestinese altri 150 milioni di dollari portando il totale del loro aiuto all’Autorità Palestinese nel solo anno 2008 a più di 700 milioni: più di quanto gli Stati Uniti si fossero impegnati a versare durante la conferenza dei paesi donatori tenutasi lo scorso dicembre.

Tuttavia sono paesi che versano denari nelle tasche di Abu Mazen con un tale entusiasmo da far pensare che si tratti di un clone di madre Teresa di Calcutta. Purtroppo, invece, se dobbiamo guardare ai messaggi che invia ai bambini e ragazzi palestinesi, Abu Mazen sembra molto più un clone del suo predecessore, il capo terrorista Yasser Arafat, che non un costruttore di pace.

Difendendo la sua spesa folle per Abu Mazen, Støre ha dichiarato: “Non si può dire che questa emittente [di Fatah-Autorità Palestinese] sia coinvolta nell’indottrinamento dei bambini o nel negare il diritto di Israele ad esistere”, ed ha aggiunto d’essere contrario al fatto che una tv venga usata per “diffondere odio e istigare al terrorismo”, tutte cose che – a suo dire – non vengono fatte dalla tv dell’Autorità Palestinese.

Purtroppo si sbaglia di grosso. Nel corso degli undici anni da quando è attivo Palestinian Media Watch, non c’è mai stato un periodo caratterizzato da una così intensa demonizzazione di Israele, da continua promozione dell’odio e dalla negazione dell’esistenza di Israele da parte dei mass-media controllati dall’Autorità Palestinese (e da Fatah) come negli undici mesi trascorsi dopo la Conferenza di pace di Annapolis.

Ebrei e israeliani vengono demonizzati dall’Autorità Palestinese attraverso una serie di feroci calunnie, come le menzogne secondo cui Israele diffonderebbe intenzionalmente Aids e droghe fra i palestinesi, condurrebbe esperimenti medici di tipo nazista sui detenuti palestinesi, avrebbe rapito bambini palestinesi nel 1948 per crescerli come ebrei, e preparerebbe la distruzione della moschea di al-Aqsa a Gerusalemme.

Un documentario “storico” della tv dell’Autorità Palestinese ha trasmesso odiose contraffazioni, fra cui delle immagini di cadaveri filmati in Libano nel 1982 spacciate come “prove” di massacri che Israele avrebbe perpetrato nel 1948. Israele viene persino accusato di allevare dei ratti geneticamente modificati che cacciano si accaniscono contro gli arabi, e solo gli arabi, che vivono Gerusalemme.

Per quanto riguarda il riconoscimento di Israele, la tv di Abu Mazen non è diversa da quella di Hamas che senza mezzi termini nega l’esistenza e il diritto di esistere dio Israele.

Si considerino, ad esempio, questi recenti spezzoni della tv palestinese dove dei bambini palestinesi vengono fatti recitare un copione in cui si ribadisce che Israele, da Metulla a Eilat, è tutto “Palestina occupata” che dovrà alla fine essere “restituita”.

Bambino: “Il mio nome è Hiyam e provengo dalla città occupata di Safed”.
Bambino: “Il mio nome è Raad è provengo dalla città occupata di Acco”.

Bambino: “Il mio nome è Arhaf è provengo dalla città occupata di Haifa. Spero che la Palestina tornerà e che noi la difenderemo”.

Dopo questa messinscena, telefona un bambino che dice: “Io provengo dalla città di Beersheba”. E il conduttore della tv dell’Autorità Palestinese immediatamente lo corregge: “Dalla città occupata di Beersheba, naturalmente, dal Negev occupato. Noi benediciamo tutti i bambini del Negev, e sono molto felice che chiamino i nostri bambini dalle terre occupate di Palestina, da quelle terre occupate da Israele”. (Nota: tutte le località nominate in questo brano sono israeliane sin dalla nascita dello stato)

Domanda a un telequiz per bambini. Bambino che conduce: “Elenco dei porti palestinesi?”. Risposta esatta: “I porti di Haifa, Giaffa, Ashkelon, Eilat, Ashdod e Gaza”. (Nota: tutti, tranne l’ultimo, sono su terriorio israeliano sin dalla nascita dello stato)
Bambino che conduce: “Qual è la superficie dello stato di Palestina?”
Haidar: “27.000 kmq”.
Conduttore: “Esatto”.

Attenzione: Giudea e Samaria, note come Cisgiordania, e la striscia di Gaza ammontano a 6.000 kmq. Per arrivare alla cifra di 27.000 kmq bisogna comprendere tutto lo stato di Israele pre-’67, immaginando cioè uno “stato di Palestina” al posto di Israele.

Non sono che due di una serie praticamente infinita di esempi possibili.

Il mondo si infuriò quando il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad annunciò in televisione la sua visione di un mondo da cui fosse cancellato Israele, e vi fu chi propose che fosse posto sotto processo per questo. Invece, quando la tv di Abu Mazen insegna ai bambini palestinesi una identica visione di un mondo in cui non c’è posto per Israele, i paesi occidentali accorrono con il libretto degli assegni in mano.

La tv dell’Autorità Palestinese celebra apertamente i terroristi, anche quelli che hanno ucciso dopo la conferenza di Annapolis. Il terrorista suicida di Dimona, l’altro che ha ucciso otto studenti in una scuola talmudica di Gerusalemme, l’arci-terrorista internazionale di Hezbollah Imad Mughniyeh e tanti altri sono stati celebrati nel corso del 2008 come shahid (martiri della guerra santa) da giornali e tv ufficiali dell’Autorità Palestinese.

Per più di un anno la tv dell’Autorità Palestinese ha mandato in onda un video-clip musicale con il martellante messaggio rivolto a Israele: “O mio nemico, o mio nemico… o serpente avvinghiato alla terra… tu non hai altra scelta, o mio nemico, che quella di andartene dal mio paese”.

Inoltre la dirigenza della tv dell’Autorità Palestinese abbraccia e proclama apertamente in tv la tradizionale ideologia di Arafat volta a distruggere Israele per fasi. In una recente intervista, un parlamentare di Fatah ha dichiarato: “Non vuol dire che rinunciamo alle terre del 1948 [cioè, a distruggere Israele], ma nel nostro attuale programma politico noi diciamo che vogliamo uno stato sulle linee del 1967”.

Dopo che avevamo presentato questa documentazione in un seminario al parlamento norvegese la scorsa settimana, Siv Jenson, presidente del Progress Party, si è alzata e ha annunciato pubblicamente che il suo partito, se vincerà le prossime elezioni (è in testa nei sondaggi), taglierà i fondi all’Autorità Palestinese. Ma il problema è più urgente. L’attuale governo norvegese, in quanto presidente del comitato che coordina gli aiuti, ha l’obbligo morale non solo di congelare immediatamente i fondi destinati alla macchina della propaganda di odio dell’Autorità Palestinese, ma anche di raccomandare che tutto il gruppo dei paesi donatori internazionali faccia altrettanto, condizionando la ripresa delle donazioni all’Autorità Palestinese ad una rigorosa revisione dei libri di testo palestinesi e a un cambiamento totale di prospettiva. Finché i leader dell’Autorità Palestinese continuano a vedere il processo attuale come una fase verso la distruzione di Israele, l’Autorità Palestinese non dovrebbe ricevere nessun sostegno finanziario. Spetta all’Autorità Palestinese dimostrare che ha iniziato finalmente a promuovere la pace presso la propria gente, in arabo, e non solo a parlare di pace in inglese quando sono accese le telecamere straniere.

Il mondo non deve scordare che la macchina della propaganda di odio dell’Autorità Palestinese, finanziata dall’occidente dal 1994 al 2000, fu determinante nel lanciare la più lunga e sistematica campagna terroristica della storia. Alla sua testa v’erano Yasser Arafat e il suo fido confidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen). È cambiato da allora? È vero che in inglese parla di pace, ma la sua voce in arabo, attraverso i suoi mass-media, è più che mai velenosa e carica di odio.

Dopo la presentazione al parlamento di Oslo, un giornalista mi ha chiesto se mi pare giusto che la Norvegia interferisca nella libertà d’espressione dei palestinesi. La mia risposta è stata diretta: i palestinesi hanno l’inalienabile diritto di indottrinare i loro bambini al all’odio più cieco e distruttivo, ma la Norvegia e l’occidente hanno l’obbligo morale di smettere di finanziare tale indottrinamento.

(Da: Jerusalem Post, 28.10.08 )

Nell’immagine in alto: Mappa trasmessa dalla tv dell’Autorità Palestinese subito dopo la Conferenza di pace di Annapolis: Israele è cancellato dai coloro della bandiera palestinese

”Da Haifa a Gerusalemme a Beer Sheva”

“AqsaTube” celebra on-line il terrorismo

Israele.net

Thanks to Piero

Cossiga agli ebrei italiani: “Vi abbiamo venduto”

Riportiamo la traduzione integrale dell’intervista rilasciata dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga al quotidiano israeliano Yediot Aharonot il 3 Ottobre 2008, intervista abilmente censurata da tutti i mass media italiani:

Il Presidente del Consiglio avrebbe firmato l’accordo segreto, i servizi segreti avrebbero obbedito tacitamente, e gli ebrei sono stati uccisi in attentati terroristici. La vergognosa storia dell’Italia

Cossiga agli ebrei italiani: “Vi abbiamo venduto”

Francesco Cossiga

Francesco Cossiga

Lo chiamavano “L’Accordo Moro”, e la formula era semplice: l’Italia non si intromette negli affari dei palestinesi, che in cambio non toccano obiettivi italiani. Tuttavia, ora si scopre che gli ebrei erano esclusi dall’equazione. In un’intervista speciale, l’ex Presidente Francesco Cossiga rivela come le Autorità di Roma avrebbero collaborato con le organizzazioni terroristiche negli Anni Ottanta, ed ammonisce: “Oggi c’è un accordo analogo con Hizbullah in Libano”

di Menachem Gantz

In casa di Francesco Cossiga, nel cuore del quartiere Prati di Roma, sventolano – l’una accanto all’altra – tre bandiere eleganti: quella dell’Italia, quella della Regione Sardegna e quella di Israele. Non sempre l’ex Presidente della Repubblica italiana – uno dei politici più noti e di buona fama del Bel Paese – era un tale amante di Sion. Una volta, negli Anni Cinquanta, fu lui ad inaugurare l’Associazione d’amicizia Italia- Palestina. Poi, quando era Presidente del Senato, ha persino dato, nel suo Gabinetto,asilo ad Arafat quando era stato emesso un mandato di cattura nei suoi confronti.

Ma oggi, a ottant’anni, Cossiga ama Israele. Questo è forse il motivo per il quale accetta quasi immediatamente, senza condizioni, di concedere un’intervista ad un giornale israeliano. Questo è forse anche il motivo per cui è disposto ad aprire, con raro candore, un vaso di Pandora tra i più stupefacenti e orripilanti dell’Italia, [che egli ha conosciuto] nei lunghi anni di servizio pubblico. Sarà forse l’imbarazzo, la volontà di riparare al male causato dall’accordo in cui l’Italia avrebbe di fatto permesso di sottrarre la vita di qualsiasi ebreo in quanto tale – sarà forse questo che lo porta ad aprire la storia per intero.

Tutto è cominciato lo scorso agosto, quando la maggior parte degli italiani inondava le spiagge per le vacanze estive. In un’intervista al Corriere della Sera, Bassam Abu Sharif, considerato il ministro degli esteri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina negli Anni Settanta e Ottanta, ha svelato che in quegli anni i Governi di Roma permettevano ad organizzazioni terroristiche palestinesi di agire liberamente in territorio italiano, in cambio [di un impegno] a non colpire obiettivi nazionali in Italia e nel mondo. L’accordo, secondo Abu Sharif, era stato denominato “L’Accordo Moro”, riprendendo il nome di Aldo Moro, ex Presidente del Consiglio assassinato nel 1978, che ne era il responsabile.

Cossiga si è affrettato [in agosto] a confermare le asserzioni di Abu Sharif. “Ho sempre saputo – benché non sulla base di documenti o informazioni ufficiali, sempre tenuti celati nei miei confronti – dell’esistenza di un accordo sulla base della formula “tu non mi colpisci, io non ti colpisco” tra lo Stato italiano ed organizzazione come l’OLP ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, ha ammesso in un articolo pubblicato dal Corriere.

Ma quella pubblicazione aveva lasciato dei buchi, degli interrogativi troppo grandi. Se l’Italia aveva ottenuto l’immunità dal terrorismo palestinese, come mai ebbero luogo nel Paese attentati sanguinosi contro obiettivi ebraici? Se c’era un accordo, come mai vi erano stati uccisi ebrei innocenti?

Ora Cossiga rivela tutta la verità. “In cambio di una “mano libera” in Italia”, ammette in un’intervista speciale, “i palestinesi hanno assicurato la sicurezza del nostro Stato e [l’immunità] di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici – fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. In altre parole: gli italiani non si toccano, ma se sono ebrei – questo è già un altro paio di maniche.

“Per evitare problemi, l’Italia assumeva una linea di condotta [che le permetteva] di non essere disturbata o infastidita”, spiega Cossiga, “Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l’Italia più degli americani, l’Italia si arrese ai primi. Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L’Italia ha un accordo con Hizbullah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente”.

Cossiga ammette di essere rimasto sorpreso per l’indifferenza con cui venne accolta in Italia la sua rivelazione. “Ero convinto che la notizia pubblicata in agosto avrebbe risvegliato i media, che magistrati avrebbero cominciato ad indagare, che sarebbero cominciate interrogazioni ai coinvolti. Invece c’è stato il silenzio assoluto. A quanto pare, nessuno se ne interessa qui. Lei è l’unico ad avermi interpellato in materia”.

Tuttavia, scavare nella profondità di questo dossier potrebbe rivelare agli italiani molto sul loro regime e sulla sua condotta. E pare non ci possa essere persona più qualificata, esperta ed informata dei dettagli di questo ambiente che Cossiga. Ha ricoperto innumerevoli cariche: Direttore Generale del Ministero della Difesa, Ministro dell’Interno, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica. Le riforme che portò a termine nei servizi segreti italiani gli hanno guadagnato il soprannome “Spy Master”. Oggi non ha più un ruolo ufficiale, a parte quello di Senatore a Vita, ma le telefonate di Ministri ed alti ufficiali della Polizia, che interrompono continuamente l’intervista, dimostrano che la sua posizione è inalienabile. Cossiga continua a muovere i fili.

I rapporti complessi con il meccanismo del terrorismo palestinese, li ha conosciuti per la prima volta alla sua nomina a Ministro dell’Interno nel 1976. “Già allora mi fecero sapere che gli uomini dell’OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica“, rammenta, “Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all’artiglieria pesante ed accontentarsi di armi leggere”.

Più tardi, quando era Presidente del Consiglio nel 1979-1980, gli divenne sempre più evidente il fatto che esistesse un accordo chiaro tra le parti. “Durante il mio mandato, una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo”, racconta, “I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano per mare”. Nel giro di alcuni giorni, racconta Cossiga, una sua fonte personale all’interno del SISMI – lui lo chiama “gola profonda” – passò al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. “In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che secondo l’accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati”.

Cossiga stesso, va sottolineato, non era stato mai ufficialmente informato dell’esistenza di questo telegramma. Se non fosse stato per la sua fonte nel SISMI, non sarebbe stato consapevole di tutta questa storia. “Alle dieci di notte telefonai al capo del SISMI e lo rimproverai, “Mi stai nascondendo delle informazioni. Perché non mi hai informato del telegramma indirizzato a me?”. Ma egli, a quanto pare, era partecipe dell’accordo con i palestinesi”.

Il Presidente del Consiglio cominciò a sospettare che dietro all’evento di poca importanza si celasse qualcosa di più grande. “Col tempo cominciai a chiedermi che cosa potesse essere questo accordo di cui si parlava nel telegramma”, racconta. “Tutti i miei tentativi di indagare presso i Servizi e presso diplomatici si sono sempre imbattuti in un silenzio tuonante. Fatto sta che Aldo Moro era un mito nell’ambito dei Servizi Segreti. Sin dalla fondazione della Repubblica fino ai miei tempi al Quirinale ho conosciuto tre politici che sapevano utilizzare i Servizi Segreti: il fondatore, io, e Aldo Moro. La gente gli giurava fedeltà, e continuava anche dopo finito l’incarico”.

Ma le vere prove dell’esistenza de “L’Accordo Moro”, e soprattutto i suoi raccapriccianti dettagli, si potevano trovare solo nella realtà. Ventisei anni sono passati dall’attentato al ghetto ebraico di Roma, ma la ferita è ancora aperta. Era il 9 ottobre 1982. La prima Guerra del Libano era in corso, e la comunità ebraica era esposta ad un’ondata di odio senza precedenti. “Sentivamo l’atmosfera”, racconta uno dei vertici della comunità di quei giorni, “sentivamo che qualcosa di terribile si stava avvicinando”.

Quel giorno, poco prima di mezzogiorno, un commando di sei terroristi si scagliò contro la sinagoga, sparando e lanciando bombe a mano sui fedeli che avevano appena finito la preghiera. Decine di persone furono ferite. Stefano Tache’, un bambino di due anni, rimase ucciso per mano dei terroristi.

Dichiarazioni ufficiali di condanna da parte dei politici al vertice furono subito rilasciate, ma gli ebrei di Roma non ne rimasero convinti. La sensazione di abbandono era grave: quel mattino, all’improvviso, sparirono senza spiegazione le due volanti della polizia che durante le feste ebraiche fornivano protezione all’ingresso della sinagoga. Anche dopo l’attentato è continuato l’atteggiamento strano. A tutt’oggi non sono stati pubblicati i nomi dei terroristi. Con il passare degli anni, prende sempre più piede l’ipotesi che anche attivisti dalla Germania ed elementi delle Brigate Rosse avessero sposato la causa di assassinare ebrei, ma a Roma non c’è stato a tutt’oggi un governo che abbia ritenuto necessario portare i colpevoli in corte.

“Io non avevo un ruolo ufficiale in quell’epoca”, chiarisce Cossiga, che allora aveva terminato l’incarico di Presidente del Consiglio e ancora non era stato nominato Presidente del Senato. “Ricordo di essere arrivato per primo sul luogo dell’attentato. Ho visto la pozza di sangue del bambino di due anni”.

Solo uno degli attentatori fu catturato, e nemmeno dagli italiani. Avvenne un mese dopo l’attentato, quando Abd El Osama A-Zumaher fu arrestato in Grecia con esplosivi nella sua macchina. I greci lo liberarono dopo sei anni, ed egli scappò in Libia. Le Autorità italiane non ne chiesero l’estradizione. “Oggi”, ammette Cossiga, “non si può più scoprire tutta la verità su quanto accaduto lì. L’Italia non chiederà mai la sua estradizione, ed i libici non lo consegneranno”.

Cossiga sa perfettamente il significato delle cose che sta rivelando qui, ne conosce la gravità. Né cerca di giustificare coloro che presero le decisioni. Tuttavia, anche oggi torna a spiegare la logica di questo pensiero: l’Italia non si immischia in quanto non la concerne. A prova di ciò, presenta l’altra parte. “L’azione del Mossad contro gli assassini degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 è passata anche per Roma”, dice. Come noto, Adel Wahid Zuaitar, il simbolo della furbizia dell’organizzazione del Settembre Nero, fu ucciso a Roma. “Crede che l’Italia non potesse, a suo tempo, arrestare i due agenti che lo fecero fuori? Un giorno, mentre rientrava in casa, due giovani lo picchiarono all’ingresso e lo fecero fuori con due pistole munite di silenziatore. Crede che gli italiani non sapessero chi fossero? È ovvio che lo sapevano, ma in questioni del genere è meglio non mettere le mani, ed è questa la linea che guidava il comportamento dell’Italia”.

Lei paragona l’eliminazione di un terrorista all’assassinio di un bambino di due anni all’uscita della sinagoga?

“No, assolutamente no. Se avessi saputo che le volanti della polizia erano state istruite ad andarsene quella mattina, nell’ambito di quell’accordo di cui mi hanno sempre negato l’esistenza, forse tutto sarebbe andato diversamente”. La colpa, tuttavia, la attribuisce solo ed esclusivamente ad Aldo Moro.

Tuttavia, basta un ulteriore singolo sguardo sull’Italia degli ultimi trent’anni per scoprire che l’influenza dell’Accordo Moro non è finita lì. Nel dicembre 1985, quando Cossiga era già Presidente della Repubblica, avvenne l’attentato sanguinoso al banco della El Al all’aeroporto di Fiumicino. Fu un attacco combinato, a Roma e a Vienna, a firma delle unità di Abu Nidal, in cui morirono 17 persone, di cui 10 in Italia. Le Autorità di Roma, superfluo anche dirlo, non si sono considerate parte in causa.

Come si concilia l’attentato all’aeroporto con l’accordo di non colpire obiettivi italiani? “Non furono colpiti obiettivi italiani”, spiega Cossiga, “fu la compagnia aerea israeliana ad essere attaccata nell’aeroporto”.

Ma il territorio era italiano.

“I morti furono tutti israeliani, ebrei ed americani, non italiani. Gli scambi di fuoco non hanno incluso i nostri uomini, solo i palestinesi e gli addetti alla sicurezza di El Al e dello Shabak [servizi di sicurezza interna israeliani – Ndt].

Cossiga sa perfettamente il significato di ciò. Dal punto di vista dell’Italia, in fondo, l’attentato non era affatto una cosa che la riguardava. Fin tanto che non sono stati uccisi italiani non ebrei, tutto bene. “Non ho mai visto le carte, ma credo di sì. Così funzionavano le cose”, ammette. Il capo del SISMI a quei tempi, Fulvio Martini, ammette in un libro che ha scritto che era stato ricevuto un vero e proprio avvertimento dell’attentato. “Qualcosa non ha funzionato con le forze della sicurezza italiane, che sapevano a priori dell’attacco”, spiega.

Cossiga tiene a che si sappia che egli non era stato coinvolto personalmente nell’accordo. “Quando ero Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica non ne sapevo niente”, insiste fermamente, “me lo tenevano nascosto. Io soltanto speculavo che un tale accordo esistesse, per via di quel telegramma da Beirut, ma tutti stavano zitti. Bassem Abu Sharif ha detto che l’Accordo Moro fu firmato a Roma e a Beirut e che gli italiani erano rappresentati dal capo dei servizi segreti dell’Italia che era in servizio in Libano, ma io non ne sapevo niente”.

Tuttavia, Cossiga mostra un certo bisogno, forse incontrollabile, di difendere quell’Italia che avrebbe firmato l’accordo.Quella politica, egli spiega, era comune anche in altri Paesi. “La Germania ha liberato il commando dei terroristi che uccisero gli atleti a Monaco di Baviera, e anche la Francia si è comportata analogamente. Questa era la politica europea. Tranne gli inglesi, ovviamente. I palestinesi sapevano quel che facevano. Non ho mai incontrato un capo di un’organizzazione terroristica che fosse stupido. Arafat non era stupido.

Cossiga, per inciso, non è solo. Dopo la rivelazione del Corriere della Sera, il famoso magistrato Rosario Priore – responsabile in quegli anni dell’indagine di misteri come il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e l’attentato contro Papa Giovanni Paolo II – ne ha ammesso i dettagli.

“L’Accordo Moro è esistito per anni”, ha dichiarato, “l’OLP aveva in territorio italiano uomini, basi ed armi. Anche fazioni autonome come quelle di Abu Abbas, il Consiglio della Rivoluzione e il Fronte di George Habbash. Era stata una decisione politica fredda, che aveva come scopo l’immunità della nostra gente e dei nostri interessi in territorio italiano, in cambio [dell’accettazione] dell’immagazzinamento e del trasporto di esplosivi e di commandi terroristici che dovevano operare altrove”.

Ebbene sì, anche l’uomo che oggi è membro della Corte di Cassazione di Roma, non ha incluso gli ebrei della città nella definizione “immunità della nostra gente”.

L’elenco non termina qui. L’Accordo Moro, si scopre, ha avuto un’influenza decisiva sulla vita – e sulla morte – di molti.

Anche le circostanze del sequestro della nave italiana Achille Lauro rivelano un legame tra l’Amministrazione di Roma e le organizzazioni terroristiche, e anche questa volta – che sorpresa! – gli obiettivi erano ebraici.

Il 7 ottobre 1985, mentre la nave era in viaggio da Alessandria d’Egitto a Port Said, l’hanno sequestrata quattro terroristi armati del Fronte per la Liberazione della Palestina di Ahmad Jibril. I sequestratori, entrati in azione prima del previsto poiché erano stati smascherati da un membro dell’equipaggio, hanno minacciato di uccidere ostaggi se non fossero stati liberati 50 prigionieri palestinesi che erano incarcerati in Israele. Si sono diretti verso la Siria, ma questa non ne ha permesso l’ingresso nelle sue acque territoriali.

La vittima di quel sequestro fu Leon Klinghoffer, un passeggero ebreo americano, paralitico in sedia a rotelle. I sequestratori non ebbero pietà di lui: gli spararono e poi lo gettarono in mare ancora vivo, con la sedia a rotelle. La nave ritornò in Egitto, e dopo due giorni di trattative i sequestratori acconsentirono a lasciarla. Furono trasferiti verso la Tunisia su un aereo civile egiziano, che fu però intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare nella base NATO in Sicilia.

Questo evento è indelebilmente impresso nella memoria collettiva italiana. Forze italiane dei carabinieri da una parte, incursori delta americani dall’altra, in mezzo l’aereo con i sequestratori a bordo, e tutti che si minacciano a vicenda con le armi cariche, mentre si attende che i politici trovino una formula per uscire dalla crisi. L’evento è rimasto impresso nella coscienza italiana come un simbolo dell’indipendenza dell’Italia e dell’immobilità dell’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, di fronte agli americani.

Solo che ora Cossiga rivela che il motivo della fermezza di Craxi era ben altro. Spiega che Craxi ha scelto di riservare ad Arafat un atteggiamento ruffiano. “C’era stato un accordo chiaro tra l’Italia e Arafat, secondo cui la nave sarebbe stata liberata dal commando terroristico in cambio della libertà di Abu Abbas, e così fu”, svela.

I sequestratori furono arrestati dalle forze della polizia italiana ed all’aereo fu permesso di continuare il viaggio malgrado la richiesta americana di fermarlo – poiché tra i passeggeri liberi c’era anche l’uomo che era alla guida dei sequestratori, Abu Abbas. I quattro sequestratori furono processati in Italia e trovati colpevoli. Abu Abbas, invece, fu liberato.

La spiegazione ufficiale di Craxi e del governo italiano fu che le asserzioni degli americani sul coinvolgimento diretto di Abu Abbas nel sequestro erano arrivate troppo tardi, solo dopo il suo decollo dall’Italia in direzione della Jugoslavia. Cossiga, comunque, chiarisce che non fu proprio così. “Non è assolutamente andata così”, dice, “tutto era parte dell’accordo con Arafat. Fu lui a convincere Abu Abbas, malgrado non facesse parte dell’OLP, di liberare la nave al Cairo, in cambio della sua libertà e di una promessa di incolumità. La posizione italiana, secondo cui questo lo si venne a sapere solo dopo la sua liberazione, è una frottola. Lo abbiamo liberato dopo”.

C’è chi asserisce che egli sia rimasto a Roma alcune ore ed abbia persino incontrato alcune personalità.

“Io non ne so niente. Ero Presidente della Repubblica e a me dissero che era rimasto tutto il tempo all’interno dell’aeroporto. Le ricordo che tutta l’area era circondata da agenti della CIA”.

Questo episodio, va sottolineato, è lungi dallo sparire dalla coscienza pubblica italiana. Proprio in questi giorni, la corte a Roma sta per discutere la domanda di uno dei sequestratori, Abdel Atif Ibrahim, liberato dopo vent’anni in carcere, di rimanere in Italia. “Gli permetteranno di rimanere qui, non c’è dubbio”, afferma Cossiga, “ma la decisione, in definitiva, sarà politica, ed il Ministro dell’Interno dovrà decidere”.

Se Lei fosse oggi Ministro dell’Interno e dipendesse da Lei, gli permetterebbe di restare?

“Io lo metterei su un velivolo militare diretto in Libano, atterrerei lì con la scusa di portare un diplomatico, spegnerei i motori, aprirei la porta, lo butterei sulla pista e decollerei di ritorno”.

Nonostante oggi Cossiga tenga molto a presentarsi come un fermo oppositore del terrorismo palestinese, c’è ancora chi non dimentica la sua posizione favorevole ad Arafat quando contro questi era stato emesso un mandato di cattura in Italia. Anche da questa faccenda, le Autorità e i meccanismi della legalità in Italia non escono – come dire – brillantemente. “Arafat”, spiega Cossiga, “era arrivato in Italia per il funerale del leader della sinistra italiana, Segretario Generale del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, che era mio cugino. Fino ad oggi c’è molta gente che non crede
affatto che fossimo imparentati. All’arrivo di Arafat qui, lo attendeva un mandato di cattura del tutto folle emesso da un giudice italiano.

“A me chiesero di riceverlo a Palazzo Giustiniani, in qualità di Presidente del Senato, e permettergli di riposarsi. Stiamo parlando, Le ricordo, del 1984. Arafat partecipò al funerale e a tutta la cerimonia, alla quale era presente anche il Vice Segretario Generale del Partito Comunista di Mosca. Venne da me accompagnato dai Servizi Segreti italiani e dalle sue guardie del corpo.

Contemporaneamente, una forza di polizia era partita alla sua ricerca per ordine di un giudice. Lei crede [veramente] che non sapessero dove si trovasse?”

Comunque sia, oggi Francesco Cossiga si identifica orgogliosamente come amico prossimo dello Stato di Israele ed entusiasta sostenitore degli Stati Uniti. Questo, forse, è il motivo per cui si permette ora di dire cose del tutto in ortodosse riguardo alla condotta degli scaglioni che contano.

E se a qualcuno potesse sembrare che quei giorni bui siano spariti, il quadro che dipinge Cossiga è allarmante: l’Italia, egli crede, attua oggi un accordo analogo con Hizbullah. Le forze di UNIFIL sarebbero invitate a circolare liberamente nel sud del Libano, senza temere per la propria incolumità, in cambio di un occhio chiuso e della possibilità di riarmarsi data a Hizbullah. “L’Accordo Moro non mi fu mai esposto in maniera chiara, ne ho solo ipotizzato l’esistenza. Nel caso di Hizbullah posso affermare con certezza che esiste un accordo tra le parti”, dice Cossiga con certezza, “Se verranno ad interrogarmi, deporrò davanti ai giudici che trattasi di segreti dello Stato, e io non sono tenuto a rivelare le mie fonti”.

Cossiga ha dichiarato che intende sottoporre un’interrogazione al Governo riguardo all’esistenza di un tale accordo segreto, atto a proteggere il contingente italiano in Libano. Come noto, durante gli Anni Ottanta, le forze americane e francesi in Libano hanno subito gravi perdite, mentre nessun attentato è stato compiuto contro la forza italiana.

Il giudice Priore – di nuovo lui – ha osato addirittura portare le ipotesi di Cossiga un passo in avanti. “È possibile”, ha dichiarato ad un’agenzia stampa italiana, “che esista oggi persino un accordo tra l’Italia e Al Qaida od un’altra organizzazione fondamentalista”.

La maggior parte degli italiani sono rimasti, come ho detto prima, sorprendentemente indifferenti di fronte alla rivelazione. Ma prevedibilmente, la comunità ebraica ne è rimasta scossa. Reagendo alle nuove rivelazioni esposte su queste pagine, il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, fa appello al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di aprire un’indagine approfondita.

“È ovvio che non possiamo andare indietro nel tempo, e non si può cancellare questa vergognosa storia dell’Italia”, ha detto a Yediot Aharonot, “ma bisogna esporre gli irresponsabili che hanno offerto gli ebrei d’Italia in sacrificio, trattandoli come stranieri, come immigrati di passaggio. Più di ogni altra cosa, esigiamo risolutamente la piena sicurezza per gli ebrei d’Italia e per le loro istituzioni”.

È molto dubbio se Berlusconi darà ascolto ed inizierà l’intensa indagine che esige la comunità ebraica. È vero che il Presidente del Consiglio italiano ha modificato l’atteggiamento del suo Paese nei confronti di Israele, ma si possono ancora riconoscere incrinature nella comprensione che gli ebrei d’Italia sono parte radicale della vita italiana. Più di una volta, rivolgendosi agli ebrei, egli ha detto “il vostro governo” – intendendo il Governo dello Stato d’Israele, e non quello italiano. La buona volontà forse c’è, ma la strada è ancora lunga per assicurare che la storia non si ripeta.

(Fonte: Yediot Aharonot, 3 Otobre 2008, p B10 )

«Settembre Nero»: ora spunta una nuova verità

«Settembre Nero»: ora spunta una nuova verità

I dossier di Richard Helms, ex capo della Cia, resi pubblici nei giorni scorsi – oltre a gettare un’altra ombra nefasta sulla figura di Yasser Arafat – rischiano di cambiare la storia sul terrorismo palestinese degli anni ’70. Fino ad oggi, Settembre Nero, l’organizzazione responsabile di decine d’attentati e della strage costata la vita a undici atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, era sempre stata considerata parzialmente indipendente rispetto a Fatah.

La prova del diretto coinvolgimento di Arafat nella pianificazione dell’attentato di Khartoum ridà valore alle interpretazioni di quanti non hanno mai creduto alla distinzione. E avvalorano le dichiarazioni rese nel 1972 dal militante di Settembre Nero, Mohammed Daoud Oudeh, alias Abu Daoud, che confessò tutto alla polizia giordana: «Settembre Nero non esiste – disse Abu Daoud -, esiste solo Fatah che annuncia le operazioni con quel nome per non apparire come il vero esecutore».

(il Giornale, 2 settembre 2008 )