Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia

Nella foto il giovane finanziere Antonio Zara agonizzante sulla pista di Fiumicino

Nella foto il giovane finanziere Antonio Zara agonizzante sulla pista di Fiumicino

di Alessandro Frigerio

È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.

All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.

«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare – spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».

Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco – racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima – ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».

E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.

Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.

Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo.

A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.

Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.

Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento.

Liberali per Israele

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Nel 1985 uccise 13 persone nella strage all’aeroporto di Fiumicino. Adesso esce di cella e fa il giardiniere

Uccise 13 persone a Fiumicino. Esce di cella e fa il giardiniere

L'aeroporto di Fiumicino poco dopo l'attentato del 1985

L'aeroporto di Fiumicino poco dopo l'attentato del 1985

Mahmoud nell’ 85 guidò il commando palestinese all’ aeroporto. L’assalto al banco delle linee israeliane. «Penso sempre a quei morti. Allora non ragionavo, ero indottrinato»

ROMA – Portò la guerra a Roma, ha tredici morti sulla coscienza e raccoglie foglie secche in un prato. Khaled Ibrahim Mahmoud oggi ha 41 anni. Ne aveva 18, il 27 dicembre 1985, quando guidò il commando della strage di Fiumicino. «Ci penso sì, a quei morti. Ci penso ancora e ci penserò sempre. E penso anche che l’aver seminato il terrore, come abbiamo fatto noi, non è servito a niente. Non è servito al mio popolo, non è servito alla pace. Anzi, il contrario…».

Il 27 dicembre 1985, all’aeroporto di Fiumicino, il commando di terroristi palestinesi uccise tredici persone e ne ferì più di 80, sparando contro il banco delle linee aeree israeliane. Il fuoco della sicurezza in pochi secondi annientò gli assalitori, tre morirono all’ istante, Khaled rimase ferito, unico superstite. Poi è stato in carcere 23 anni, fino a tre giorni fa. Oggi è un detenuto semilibero (la sera torna a Rebibbia) e da giovedì ha cominciato a lavorare all’ esterno per una cooperativa sociale: giardinaggio, facchinaggio, pulizie nei mercati e nei parchi di Roma (come Pino Pelosi, l’ assassino di Pier Paolo Pasolini). La prima cosa che ha chiesto è stato il permesso di acquistare un telefonino cellulare («Per chiamare mio fratello e i miei genitori ormai anziani», dice in buon italiano, appreso in questi anni leggendo e guardando in cella la televisione).

Gli altri detenuti che lavorano con lui non conoscono la sua storia. Khaled, in fondo, preferisce così: «Il dolore che provo – dice – non potrebbe essere condiviso, sono venuto al mondo durante la guerra, una lunga scia di sangue e di orrori mi accompagna da sempre, da Sabra e Chatila a Fiumicino. Ma allora avevo 18 anni, ero completamente indottrinato, non ragionavo. Il carcere, almeno, mi è servito a questo: a farmi pensare con la mia testa, a farmi capire tante cose». Lui faceva parte del gruppo di Abu Nidal, il feroce leader della lotta armata palestinese, mandante del massacro di Fiumicino, trovato morto in un appartamento di Bagdad nell’ agosto 2002 («È stato ammazzato, ne sono certo», dice oggi Khaled, condannato a 30 anni per la strage dell’ 85).

Il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, è la persona che in questi anni l’ ha seguito più da vicino: «Di sicuro – dice il Garante – Khaled ha maturato una critica profonda rispetto al suo passato. In carcere ha studiato, ha fatto il bibliotecario, è stato un detenuto modello, perciò ha ottenuto la liberazione anticipata. Il nostro è un sistema premiale, dunque non c’ era motivo perché lui non ottenesse i benefìci previsti dalla legge. Il primo permesso gli fu accordato un anno fa, lo accompagnai io stesso ad Ostia, a vedere il mare…». Il giorno che andarono al mare, però, pioveva e faceva freddo: del resto, dopo 23 anni di carcere, diventa difficile far tornare i conti. Se n’ è andato un pezzo di vita perché tu hai distrutto quella degli altri e anche andare avanti fa paura. «Il mondo da allora è completamente cambiato – sospira l’ ex terrorista, con i capelli ingrigiti -. È caduto il muro di Berlino, non c’ è più l’ Unione Sovietica, non c’ è più il comunismo. Noi stavamo coi russi, all’ epoca, io stesso ero comunista-stalinista, oggi però sono in via di guarigione…». L’ anno prossimo Khaled finirà di scontare la sua pena, nel frattempo si è laureato in Scienze politiche con una tesi sui Diritti umani e, malgrado tutto, sembra avere fiducia nel futuro del Medio Oriente: «Prima o poi tutti i muri cadono. Ma la pace non s’ impone, la pace bisogna volerla».

Caccia Fabrizio

(Fonte: Corriere della Sera, 22 Novembre 2008, pag. 23)

Attentato alla sinagoga di rue Copernic (3 Ottobre 1980): arrestato il presunto autore

Attentato alla sinagoga di rue Copernic (3 Ottobre 1980): arrestato il presunto autore

Il CRIF* (CRIF Conseil Représentatif des Istitutions Juives de France – Consiglio dei Rappresentanti delle Istituzioni Ebraiche Francesi) ha accolto con favore l’arresto del presunto attentatore di rue Copernic

Venerdì, 14 novembre 2008

Il CRIF ha accolto con favore l’arresto del presunto attentatore di rue Copernic, attentato avvenuto il 3 ottobre 1980, uccise quattro persone e in Europa occidentale fu la prima volta nel dopoguerra che erano stati colpiti ebrei soltanto perché tali. Il CRIF ringrazia gli investigatori, i giudici e la polizia, che hanno continuato la loro attività di ricerca, malgrado sia trascorso tanto tempo dall’accaduto; si augura che la prova delle accuse e l’estradizione del sospettato, potranno essere rapide e che gli autori degli altri attentati anti ebraici, come quello di rue des Rosiers, nel 1982, saranno arrestati. Il CRIF esprime inoltre la propria solidarietà alle famiglie delle vittime degli attentati.

Attentato di rue Copernic: arrestato il presunto autore

di Jean Chichizola – 14/11/2008

L’attentato di rue Copernic, furono uccise quattro persone e ferte altre trenta. Foto AFP

L’attentato di rue Copernic, furono uccise quattro persone e ferte altre trenta. Foto AFP

Interrogato in Canada Hassan Diab. avrebbe messo la bomba che uccise quattro persone, il 3 ottobre 1980. Dovrà comparire venerdì davanti alla giustizia canadese

Le famiglie delle vittime dell’attentato del 3 ottobre 1980 contro la sinagoga di rue Copernic, a Parigi, sono stati in attesa di questo momento, per quasi tre decenni.

Giovedì, nel tardo pomeriggio, ora francese, Nahim Hassan Diab, 54 anni, l’uomo sospettato di aver messo la bomba che uccise quattro persone e ferite altri trenta, è stato arrestato a Gatineau (Quebec), come rivelato giovedì sera sul sito internet de L’Express.

Hassan Diab, libano-canadese laureato in sociologia alla Syracuse University (USA) e professore presso l’Università di Ottawa, è stato oggetto di una commissione rogatoria internazionale dall’autunno del 2007. Intervistato l’anno scorso da Le Figaro, si è definito “vittima di un’omonimia” pur dichiarandosi favorevole a “rispondere alle domande”, che gli verranno poste.

Un mandato di arresto internazionale è stato emesso alcuni giorni fa dai tribunali francesi contro il sospettato membro del FPLP-Operazioni Speciali (PFLP-OS), gruppo terroristico palestinese attivo negli anni 1970 e 1980. Parigi ora presenterà la richiesta di estradizione per giudicarlo in Francia.

Una procedura delicata a causa delle garanzie adottate dal sistema canadese, garanzie di cui hanno beneficiato in passato, diversi presunti membri di gruppi terroristici palestinesi o vicini ad al-Qaeda.

28 anni dopo l’attentato, le prove, come una scheda d’albergo redatta dal terrorista nel 1980 o le impronte digitali trovate nell’auto presa in affitto, sono molto fragili.

L’estradizione sarebbe in ogni caso un primo successo per una delle più straordinarie indagini condotte dalla polizia francese, inchiesta peraltro lungi dall’essere conclusa. Una lunga caccia all’autore del trauma rappresentato dall’attacco del 3 ottobre 1980. La Francia infatti è stata profondamente turbata da questo attacco antisemita e dalle immagini di guerra, nel cuore della XVI circoscrizione della capitale.

Indignazione accresciuta ancor di più dal fatto che è stato evitato per miracolo un vero e proprio massacro. I terroristi avevano in realtà progettato di far esplodere la loro bomba in un sabato sera all’uscita di una funzione alla quale avevano partecipato più di 300 persone, uomini, donne e bambini.

Sullo sfondo della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 1981, l’opinione pubblica, aveva all’inizio creduto ad un attentato di matrice di estrema destra, nell’ambito di un clima segnato all’epoca da una successione di attacchi contro la comunità ebraica.

Una tesi ampiamente sfruttata dai partiti di sinistra che denunciarono la compiacenza e la collusione del “potere giscardiano” e l’infiltrazione nelle forze di polizia da parte di neonazisti. Da parte loro, gli investigatori hanno rapidamente eliminato la pista neonazista privilegiando l’ipotesi di un’operazione effettuata dai terroristi palestinesi.

Grazie alle informazioni dell’intelligence tedesca e israeliana, il FPLP-OS è stato subito sospettato di essere all’origine dell’attentato. Restava da identificare gli autori. Ciò è stato fatto dopo la caduta del muro di Berlino, cioè quando i servizi segreti tedeschi vennero in possesso dell’archivio del gruppo.

Soprannomi e pseudonimi hanno consentito di individuare Hassan Diab. Nato a Beirut nel 1953, questo insegnante al di sopra di ogni sospetto, aveva lasciato il Libano per gli Stati Uniti nel 1980. Un decennio più tardi, si trasferisce a Winnipeg (Canada occidentale) ottenendo la cittadinanza canadese. Dopo un soggiorno come insegnante presso l’American University di Beirut, è tornato nel suo paese d’adozione per riprendere una vita senza storia. Fino a quando la polizia della Royal Canadian ha bussato giovedì alla sua porta.

Le Figaro

(Traduzione in italiano a cura di M.acca)

M.acca

Cisgiordania: sventato attentato

Cisgiordania: sventato attentato

Uno dei "terribili" checkpoint israeliani

Uno dei “terribili” checkpoint israeliani che secondo i soliti benpensanti che parlano senza conoscere i fatti sono assolutamente inutili: peccato che servano ad evitare gli attentati….

11/11/2008 Attentato sventato: soldati israeliani hanno scoperto in tempo un ordigno esplosivo nel bagaglio di un palestinese a un posto di blocco a sud-est di Jenin (Cisgiordania).

(Fonte: Israele.net)

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Gerusalemme: anziano pugnalato a morte da terrorista palestinese

Gerusalemme: anziano pugnalato a morte da terrorista palestinese

una veduta della Città Vecchia

Gerusalemme: una veduta della Città Vecchia

di Aldo Baquis

GERUSALEMME, 23 Ottobre 2008, 19:05 – Un israeliano di 86 anni è stato pugnalato a morte da un palestinese in un rione di Gerusalemme in quello che la polizia locale ha qualificato come un “attentato”. L’episodio odierno, secondo la polizia, ha avuto un carattere spontaneo.

Eppure si è inserito in una tendenza più vasta segnalata dai servizi segreti israeliani, secondo cui dall’ inizio del 2008 si nota un tentativo sistematico da parte palestinese di portare la lotta armata all’interno di Gerusalemme, anche per dimostrare che la Barriera di separazione eretta in Cisgiordania non può garantire sicurezza agli israeliani. Gli episodi più gravi di questo fenomeno sono indicati in una strage di seminaristi nel collegio rabbinico Merkaz ha-Rav e in due attentati compiuti nelle strade della città da due palestinesi alla guida di pesanti ruspe.

Nel rione di Ghilò, a Gerusalemme est, pochi chilometri a nord di Betlemme, la presenza stamani del palestinese Mohammad Salem Al-Badan, 20 anni, a breve distanza da un istituto scolastico ha destato sospetti in una coppia di agenti. Richiesto di fornire i documenti, al-Badan (secondo la versione della polizia) ha estratto un coltello e ha trafitto un agente. Questi gli ha sparato alla schiena: ma l’assalitore, malgrado la ferita, si è dato alla fuga. Sulla strada gli si è parato davanti un anziano, che al- Badan ha pugnalato alla testa e al petto.

L’uomo, di cui non si conosce ancora la identità, è morto durante il ricovero in ospedale. Infine l’attentatore è stato neutralizzato da un passante e ricoverato in un ospedale, a breve distanza dall’ agente da lui ferito in precedenza, che versa in condizioni gravi. Subito dopo l’episodio la polizia di Gerusalemme ha elevato lo stato di allerta: ma presto è emerso che al-Badan non aveva complici sul terreno.

La paternità dell’attacco non è stata ancora rivendicata. In serata ingenti reparti dell’esercito israeliano sono entrati nel villaggio di Takùa, vicino a Betlemme, e hanno raggiunto l’abitazione di al-Badan, dove hanno arrestato al sorella. Fra gli abitanti del villaggio si è sparsa voce che i soldati avessero avuto ordine di radere al suolo la casa e sono iniziati incidenti nel corso dei quali uno dei dimostranti è rimasto ferito.

Ansa.it

Hebron, servizi segreti Anp sventano attentati Hamas

MO: Hebron, servizi segreti Anp sventano attentati Hamas

Hebron, 12 Ottobre 2008 – I servizi segreti del presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) sostengono di essere riusciti a sventare una serie di attacchi orditi da Hamas a Hebron “contro il popolo palestinese, contro l’Anp e contro i suoi apparati di sicurezza”.

In una conferenza stampa tenuta oggi a Hebron, il cui contenuto viene riferito dalla agenzia di stampa Maan, il responsabile dell’intelligence palestinese in Cisgiordania Aqel a-Saadi ha accusato il movimento estremista islamico di essersi comportato in maniera irresponsabile quando i suoi quadri “hanno nascosto materiale esplosivo anche in zone residenziali”. “Abbiamo sventato un disastro” ha precisato l’ufficiale.

Entrando poi nei dettagli della operazione condotta dai suoi uomini a Hebron negli ultimi tre giorni, il responsabile di sicurezza ha precisato che sono stati scoperti laboratori per la produzione di armi e di ordini, capaci fra l’altro di confezionare corpetti esplosivi. Centosessanta armi da fuoco sono state requisite e diversi miliziani di Hamas sono stati arrestati mentre si preparavano “a scardinare la sicurezza e la stabilità” in Cisgiordania.

Queste attività di Hamas, ha precisato, sono tanto più gravi in quanto sono state scoperte mentre la direzione politica dell’Autorità nazionale palestinese sta cercando una formula per superare le divergenze con gli attuali dirigenti di Gaza: un accenno anche alla missione condotta oggi a Damasco da Abu Mazen.

Ticino News

Bruno Zevi: un discorso memorabile e, purtroppo, sotto molti aspetti ancora attuale

Bruno Zevi: un discorso memorabile e, purtroppo, sotto molti aspetti ancora attuale

Bruno Zevi

Bruno Zevi

Come racconta sicuramente meglio di noi Barbara, il 9 Ottobre 1982, nel giorno di Sheminì Azeret, alle 11:55, la Sinagoga Maggiore di Roma venne attaccata da terroristi armati che aprirono il fuoco sulla folla all’uscita dalla funzione: un bambino di due anni, Stefano Gay Tachè, rimase ucciso, e i feriti furono più di trenta, alcuni dei quali gravi. Due giorni dopo il Professore Bruno Zevi, allora Consigliere del Comune di Roma, tenne un memorabile discorso proprio durante la seduta del Consiglio comunale, discorso che è – purtroppo – ancora attuale.

Abbiamo pensato fosse giusto riproporre quel discorso in una data come quella odierna:

Testo completo del discorso pronunziato l’11 Ottobre 1982 in Campidoglio dal prof. Bruno Zevi, a nome della Comunità israelitica romana:

“Noi, popolo di Israele, protestiamo e accusiamo”

L’antisemitismo ha una storia millenaria, ma quello culminato nella strage di sabato scorso alla nostra sinagoga ne ha anche una specifica, le cui componenti furono denunciate qui in Campidoglio nell’ottobre 1976, esattamente sei anni fa. Qualcuno di voi forse ricorda quell’avvenimento.

Giulio Carlo Argan era stato eletto da poche settimane sindaco di Roma. Si avvicinava il 16 ottobre, trentatreesimo anniversario del giorno in cui i nazisti accerchiarono il ghetto e 1.259 ebrei furono deportati. Argan volle che la ricorrenza fosse celebrata in Campidoglio, e questo costituì l’occasione per esaminare le cause di un nascente antisemitismo, manifestatosi poco tempo prima con il lancio di bottiglie incendiarie contro la sinagoga, in strumentale concomitanza con un comizio di sinistra.

Furono spregiudicatamente individuate tre cause, dirette e indirette, di questo nuovo antisemitismo.

La prima riguardava lo Stato d’Israele, la campagna antisionista, già allora estesasi in maniera abnorme e velenosa. Avvertimmo che l’antisionismo non era altro che una mascheratura dell’antisemitismo, com’era e come è divenuto sempre più evidente dai paesi arabi all’Unione Sovietica.

La seconda causa poggiava sul secolare antisemitismo cattolico, che il Concilio Vaticano non era riuscito a debellare, pur sollevando finalmente gli ebrei dalla turpe condanna di popolo deicida. Rilevammo allora come fosse urgente, per l’indipendenza e il carattere laico della repubblica italiana, procedere ad una profonda revisione del Concordato firmato dal fascismo e dei relativi Patti Lateranensi.

Terza causa la posizione marxista sulla questione ebraica, posizione inquinata dall’« odio ebraico di sé » di Carlo Marx, dall’ostilità di Lenin nei confronti del bund ebraico, e dall’atteggiamento illuministicamente antisemita di molti leaders che si richiamavano al marxismo. Chiedemmo allora che, alla luce del pensiero di Gramsci, si pervenisse ad una svolta decisiva del pensiero marxista ufficiale sulla questione ebraica.

Sono trascorsi sei anni, e queste tre cause dell’antisemitismo, già allora evidenti, non sono state rimosse. Anzi si sono aggravate a tutti i livelli, dalle scuole elementari all’università. Dalle fabbriche ai palazzi del potere economico condizionati dai petrodollari.

Se gli ebrei romani, l’altro giorno e ieri, hanno scelto di vivere il loro lutto da soli, rifiutando lo spettacolo di una passerella di uomini politici, di giornalisti e di intellettuali, che si offrivano di venire in ghetto per esprimere il loro sdegno e la loro solidarietà, è perché ritengono che non sia oltre accettabile una solidarietà che si concreta soltanto quando ci sono ebrei morti, bambini di due anni assassinati.

E’ gravissimo dirlo, e per me liberal-socialista particolarmente angoscioso, ma quanto è accaduto l’altro giorno nella tragica realtà era stato prefigurato, quasi simulato qualche mese fa, durante una manifestazione sindacale. Tra ignobili urla «gli ebrei al rogo!» e «morte agli ebrei!», dal corteo sindacale era stata scaraventata una bara contro la lapide della sinagoga che riporta i nomi dei martiri del campi di sterminio e delle Fosse Ardeatine. Alle proteste contro tale aberrante, preordinato, inconcepibile episodio di delirio antisemita fu risposto in maniera sofisticata ed equivoca, naturalmente deplorandolo ma capziosamente spiegandone i moventi con la politica dello Stato d’Israele. Ennesima conferma che dall’antisionismo si passa automaticamente all’antisemitismo.

Quella bara simbolica oggi è diventata reale. Contiene un bambino crivellato di colpi, caduto insieme ad oltre trenta persone all’uscita della sinagoga.

Non può quindi meravigliare che, dopo un’indiscriminata campagna contro lo Stato e il popolo di Israele e le comunità della diaspore, dopo gli attacchi feroci ed isterici contro i cosiddetti « olocausti », stermini ed eccidi che gli israeliani avrebbero compiuto, gli ebrei di Roma si siano chiusi per due giorni in,un silenzio peraltro politicamente significativo.

In questi mesi, hanno avuto pochissimi veri amici, tra i partiti minori dello schieramento democratico. I partiti di massa, la stampa con rarissime eccezioni, la radio e la televisione di Stato in tutti i suoi canali hanno invelenito l’atmosfera e creato un terreno fertile per l’antisemitismo. Di fronte ai fatti, le lacrime esibite oggi sembrano davvero tardive.

E’ inutile affermare che In Italia, che a Roma non c’è antisemitismo. Al massimo, si può dire che non c’era mai in questa forma virulenta, perché neppure durante il fascismo, neppure durante l’occupazione nazista, furono attaccate le sinagoghe come è accaduto a Milano e a Roma. Ma chi di voi ha ascoltato le radio e le televisioni private nelle scorse settimane è rabbrividito di fronte alla incredibile quantità di testimonianze d’odio antisemita. Ancor più inquietante il fatto che, a parte la radio e la televisione dei radicali, ben poche trasmittenti private ribattevano e combattevano questo livore.

Dopo la tragedia dell’altro ieri, i giornali, le radio — e teletrasmissioni — le dichiarazioni di uomini politici sono unanimemente solidali con gli ebrei, ma non c’è giornale, né radio, né televisione, né uomo po¬litico che abbia detto: « Una parte, sia pur minima e in¬diretta, della responsabilità di quanto è accaduto ce l’ho anch’io! ».

Perciò noi accusiamo:

1) II Ministero degli Interni e i dirigenti delle forze dell’ordine per non aver apprestato dispositivi difensivi nel ghetto e intorno alla sinagoga, malgrado fossero stati insistentemente richiesti, a seguito delle continue minacce dirette agli ebrei. (Durante una cerimonia in sinagoga) è stato osservato che l’Italia manda i suoi bersaglieri in Libano per proteggere i palestinesi, ma non protegge i cittadini ebrei italiani;

2) il mondo cattolico per il modo pomposo in cui ha ricevuto Arafat in Vaticano e per aver quasi ignorato che il massacro nei campi palestinesi è stato compiuto da cristiani, mentre all’esercito di Israele può essere ascritta, se provata la sola colpa di una corresponsabilità morale,

3) la classe politica e sindacale, con ben poche eccezioni, da alcune delle massime autorità dello Stato ai leaders di molti partiti e a numerosi amministratori locali, per il comportamento tenuto durante la visita di Arafat a Roma, per la gara di strette di mano, di abbracci, di baci, di relative accoglienze fraterne verso il capo di un’organizzazione che, se oggi si presenta con un ramoscello d’ulivo, nel passato ha perpetrato innumeri stragi terroristiche contro Israele e contro gli ebrei, e non ha ancora riconosciuto il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, anzi anche ultimamente ha confermato di volere non la pace, ma una « guerra santa»;

4) la stampa e la radiotelevisione che, salvo rare eccezioni, hanno distorto fatti e opinioni, confondendo volutamente lo Stato di Israele con la politica del suo attuale governo, con il popolo e le comunità ebraiche, determinando un clima incandescente, entro il quale si è inserita la strage dell’altro giorno;

5) i molti, moltissimi intellettuali, giornalisti o meno, che in questi mesi si sono divertiti ad esaminare i risvolti psicologici, le «malattie» di Israele, i moventi segreti della politica di Begin e di quella dei suoi oppositori, facendo sfoggio di elucubrazioni e sofismi tutti adducenti, magari contro il loro proposito, all’antisemitismo. :

Noi accusiamo. In un mondo sconvolto dalla violenza, con 30.000 persone al giorno che muoiono per fame, i nostri mezzi di informazione di massa hanno dato il massimo rilievo solo alle azioni dell’esercito israeliano. I morti in Afganistan, i morti in Iran, i morti in Siria, le decine di morti in Libano dopo l’arrivo dei palestinesi, i bambini della Galilea bombardati, questi morti non valgono, e anche i terroristi palestinesi sono considerati mansueti, pacifici: avevano immensi arsenali di armi in Libano, ma solo per giocare. Signori consiglieri regionali, provinciali e comunali; noi siamo sinceramente commossi dalle manifestazioni di solidarietà emerse in quest’aula. Lo siamo come ebrei romani, e lo siamo ancor più in quanto cittadini italiani che sanno come l’antisemitismo sia un preciso sismografo della civiltà di un paese.

Nessuno ci chieda di distinguerci dal popolo di Israele, di accettare una differenziazione manichea tra ebrei e israeliani. Noi apparteniamo al popolo di Israele che comprende le comunità disperse in ogni parte del mondo, a cominciare dalla più antica, quella di Roma, e la comunità di coloro che hanno fatto ritorno alla terra degli avi. Inoltre, lo Stato di Israele, indipendentemente dal giudizio che possiamo dare sul suo governo, vale per un’altra ragione: perché è uno Stato democratico esemplare.

In quale altro Stato sarebbe ammesso che militari, anche di alto grado, rifiutassero di combattere una guerra di cui non condividono le finalità e, invece di essere processati e fucilati per tradimento, sono tranquillamente mandati a casa?

In quale democrazia in stato di guerra si istituirebbe una commissione d’inchiesta sul comportamento dell’esercito?

In quale democrazia in stato di guerra si potrebbe svolgere una manifestazione di 400.000 persone che protestano contro la guerra, senza alcun atto repressivo da parte del potere?

E concludo. L’antisemitismo è esistito per duemila anni, non dal 1948, dalla proclamazione dello Stato di Israele. Non crediamo all’antisionismo filosemita: è una contraddizione in termini.

Abbiamo espresso con franchezza la nostre accuse. Siamo preoccupati, allarmati come ebrei, come antifascisti, come democratici, come uomini della sinistra. L’antisemitismo, come tutti avete affermato, è un segnale inequivocabile di corrosione democratica. Ebbene, in Italia, a Roma l’antisemitismo emerge in forme inedite nella storia del nostro paese. Era un segnale già chiaro sei anni fa, ma oggi esplosivo. Insieme, teniamone conto e corriamo ai ripari.

(Fonte: Il Tempo, 11 Ottobre 1982)