Mumbai? Colpa della “lobby ebraica mondiale”

Mumbai? Colpa della “lobby ebraica mondiale”

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L’istigazione all’odio anti-israeliano e antisemita, consueta sui mass-media siriani, si è spinta al punto di attribuire ad Israele, al movimento sionista e agli ebrei in generale anche l’attentato terroristico a Mumbai, con poca considerazione, fra l’altro, degli ebrei e degli israeliani presi direttamente di mira dai terroristi nella città indiana. Lo rileva un rapporto dell’Intelligence and Terrorism Information Center israeliano (IICC).

La cronaca sulla stampa siriana di fatti relativi agli attentati di Mumbai, riferisce il rapporto, è stata di tipo informativo, senza approfondimenti. Alti esponenti del regime hanno evitato di condannare pubblicamente gli attacchi, mentre il presidente Bashar al-Assad riteneva sufficiente far pervenire un generico messaggio di condoglianze al presidente indiano esprimendo profondo dolore per le vittime e auguri di pronta guarigione ai feriti.

Nello stesso tempo, tuttavia, la stampa siriana coglieva l’occasione degli attentati per rinnovare la sua consueta accusa a Israele, al movimento sionista e al popolo ebraico d’essere dietro al terrorismo mondiale, compreso l’attacco a Mumbai (benché Israele sia stato il paese che ha subito più vittime, dopo l’India), facendo ricorso al tradizionale stereotipo che incolpa gli ebrei di ogni guerra e di ogni crisi nel mondo.

Quelli che seguono sono brevi sunti di tre articoli di questo genere pubblicati dalla stampa siriana (tutta sotto stretto controllo governativo) dopo gli attentati a Mumbai.

1) Al-Thawra (3.12.08): Ahmed Hamada, membro del comitato di direzione del giornale, scrive che le “impronte della lobby ebraica e del Mossad”, entrambi abitualmente impegnati a incoraggiare guerre civili, si possono trovare in tutto il mondo: “Dal Darfur alla Georgia, dall’Iraq a Mumbai, da un capo all’altro del mondo la mano distruttrice degli israeliani e della lobby sionista, che ficca il naso in ogni dove, semina guerre etniche e civili e fomenta dissidi politici e diplomatici tra le nazioni e i governi… Ciò che è avvenuto in Georgia è la prova migliore del ruolo negativo del Mossad nell’innescare crisi… Oggi appaiono evidenti le mani occulte del sionismo e il loro ruolo nefando nelle esplosioni a Mumbai, a dimostrazione del ruolo distruttivo di Israele in ogni angolo del globo”.

2) Al-Thawra (30.11.08): l’editoriale afferma che dietro alle accuse al mondo musulmano d’essere responsabile del terrorismo globale ci sono Israele e il sionismo, e che dietro al terrorismo globale e alla sua diffusione ci sono gli obiettivi e gli interessi strategici di grandi soggetti internazionali (riferimento agli Stati Uniti). “Il vero pericolo – dice l’editoriale – non è l’islam ma l’estremismo politico”, e aggiunge che l’aggressione contro l’islam è la migliore dimostrazione che la comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, non fa sul serio quando affronta il terrorismo anche se sostiene di combattere una guerra contro di esso. “Noi affermiamo inequivocabilmente che il terrorismo rimarrà un problema finché il sionismo potrà liberamente istigare le cose da dietro le quinte ovunque voglia farlo”.

3) Al-Watan (1.12.08): in un commento il giornale sottolinea che Israele approfitta abitualmente di ogni attacco terroristico in tutto il mondo e lo sfrutta per far soffrire i palestinesi. Ciò che è accaduto a Mumbai, secondo l’articolo, non è diverso da ciò che è accaduto a New York e in altre città arabe e nel resto del mondo. Ma l’interrogativo ancora senza risposta è: a chi giovano tali eventi (come la distruzione del World Trade Center l’11 settembre 2001)? E chi è che li sfrutta per fare la parte della vittima? Secondo il giornale siriano, coloro che hanno pianificato l’attentato a Mumbai volevano raggiungere diversi obiettivi: accentuare le tensioni fra Pakistan e India, spingere i paesi arabi e islamici a sostenere Israele nel colpire il terrorismo islamico attraverso una stretta collaborazione su sicurezza e intelligence, e realizzare il concetto del sogno israelo-americano di un nuovo Medio Oriente allargato.

(Da: http://www.terrorism-info.org.il, 8.12.08 )

Nella foto in alto: Moshe Holtzberg, due anni, orfano di entrambi i genitori uccisi dai terroristi nel centro ebraico a Mumbai dove lavoravano.

Tra Mumbai e Tel Aviv

Combattere il terrorismo sul piano delle idee e della cultura

Israele.net

Il terrorista Kuntar decorato da Assad

Il terrorista Kuntar decorato da Assad

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Il terrorista infanticida libanese Samir Kuntar, scarcerato lo scorso luglio da Israele in cambio delle salme di Ehud Goldwasser ed Eldad Regev (i due ostaggi israeliani rapiti e uccisi da Hezbollah nel 2006), è stato insignito lunedì dal presidente siriano Bashar Assad dell’Ordine al Merito, la più alta onorificenza del paese.

“Kuntar non solo è stato il più anziano veterano fra i prigionieri nelle carceri israeliane – ha dichiarato Assad durante un incontro con il terrorista a Damasco – Kuntar è anche il più autorevole fra gli uomini liberi e meritevoli d’onore. Il fatto che sia qui con noi e la sua determinazione nel promuovere i diritti degli arabi, nonostante tutto quello che ha passato, ne fa un simbolo della lotta per la libertà in tutto il mondo arabo e nel mondo intero”.

Kuntar, dal canto suo, si è detto onorato di incontrare il presidente siriano. “La valorosa posizione della Siria impersonata dal comportamento del presidente Assad – ha affermato – il suo appoggio alla nobile resistenza armata e il suo rifiuto di qualunque ingiusta soluzione costituiscono la base di ogni resistenza armata di uomini liberi e sono fonte d’ispirazione per la ferma posizione dei prigionieri ancora nelle carceri dell’occupazione israeliana”.

Il pluriomicida libanese, giunto venerdì scorso in Siria per una visita di una settimana, ha aggiunto durante l’incontro con Assad che “la grandezza della Siria sta nel fatto che, quando venni arrestato trent’anni fa, essa lottava fermamente contro Israele e oggi che sono qui, lo fa ancora. Porto con me in Siria, al presidente Bashar Assad, la benedizione dei combattenti per la libertà della valorosa resistenza islamica [Hezbollah], e porto la benedizione del popolo libanese combattente che prova per la Siria fedeltà e amore per la sua posizione, particolarmente riguardo alla guerra del luglio 2006 [la seconda guerra in Libano]”.

Poco prima, sempre lunedì, Kuntar aveva accompagnato 500 drusi siriani al confine con Israele dove aveva esclamato: “Molto presto Assad sventolerà la bandiera siriana sulle alture del Golan”.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, 24.11.08 )

Nella foto in alto: Samir Kuntar ricevuto lunedì a Damasco dal presidente siriano Bashar Assad

Kuntar giura che ucciderà altri israeliani

Kuntar giura che continuerà col terrorismo

Israele.net

Attentati, misteri e scenari di guerra: che bolle nella pentola siriana?

La via di Damasco è sempre più insanguinata

Attentati, misteri e scenari di guerra: che bolle nella pentola siriana?

Immagini del presidente Assad nelle strade di Damasco

Immagini del presidente Assad nelle strade di Damasco

di Pietro Batacchi

Se fosse un romanzo sarebbe sicuramente avvincente. Di quelli che, sin dalle prime righe, catturano l’attenzione del lettore e lo lasciano con il fiato sospeso fino alla fine. Ma non è un romanzo. E’ la realtà della Siria di questi ultimi mesi. Attentati, morti misteriose, rimpasti nella cerchia dei fedelissimi del presidente Assad. L’ultimo episodio: l’attacco di sabato scorso costato la vita a 17 persone. L’agenzia di stampa di regime ha subito parlato di terrorismo, adducendo la responsabilità a gruppi d’ispirazione qaedista provenienti dall’esterno. Ma su diversi blog libanesi si è fatta strada un’altra ipotesi. L’autobomba, pare guidata da un kamikaze, avrebbe avuto come obiettivo una sede dei servizi d’intelligence, in particolare un esponente di spicco del Muckabarat. L’ennesimo capitolo di una feroce lotta interna al regime.

Difficile stabilire responsabilità in un labirinto come quello siriano. Certo è che nel pentolone di Damasco bolle qualcosa di grosso. La catena del mistero è stata inaugurata il 13 febbraio scorso con l’uccisione di Imad Mughniyeh, capo militare di Hezbollah. Anche in quel caso un’autobomba. Come si suol dire: niente testimoni, nessuna notizia. Poi, lo scorso gennaio, vicino al porto di Tartus, è stato freddato da un cecchino il generale Mohammed Suleiman, fedelissimo del presidente Assad e anello di congiunzione con Hezbollah. Dopo le prime ipotesi, di recente il direttore dell’AIEA El Baradei ha affermato che il generale è stato assassinato perché sapeva troppo sui piani nucleari della Siria. Un altro mistero. Come misteriosa è la sorte di Khaled Meshal, leader in esilio di Hamas, espulso dalla Siria e spedito in Sudan. O forse no, dato che fonti palestinesi da Gaza hanno subito smentito. E poi ancora la presunta uccisione ad Homs, qualche giorno fa, di Hisham al Labadani, segretario e capoufficio dello stesso Meshal. Anche in questo caso puntuale è giunta la smentita di Hamas. E poi il nulla del tradizionale silenzio siriano.

La trama non poteva essere più complicata. Anche perché ai misteri siriani si aggiungono, ovviamente, quelli libanesi. Ieri mattina un altro attentato ha colpito un pullman dell’Esercito. A Tripoli, ancora nel nord, dunque. Qui, da tempo, si fronteggiano milizie alawite filo-siriane e gruppi sunniti vicini al clan Hariri (finanziati dall’Arabia Saudita), e colpiscono le cellule fondamentaliste appartenenti a Jund Al Sham e Usbat Al Ansar. Il Governo libanese ha puntato il dito proprio su questi due gruppi per l’attentato al pullman: la responsabilità qaedista buona per tutte le stagioni. Ma chi c’è davvero dietro di loro? Difficile stabilirlo con certezza. Di sicuro i servizi d’intelligence e le forze di sicurezza di Damasco da sempre soni molto attivi nell’area. Negli ultimi tempi, secondo quanto ci hanno confermato nostre fonti libanesi, i siriani avrebbero passato armi ai miliziani di Usbat Al Ansar e infiltrato personale regolare dell’Esercito sotto copertura per dare man forte alle milizie alawite (la stessa minoranza confessionale da cui proviene la famiglia Asssad). Sunniti radicali ed alawiti, o meglio, un colpo al cerchio ed uno alla botte. Un classico della strategia destabilizzante siriana in Libano.

Qualche giorno prima dell’attentato di Damasco il presidente Assad si era detto preoccupato del pericolo rappresentato per la Siria da “forze estremistiche” con base a Tripoli. E puntualmente alle parole è seguita la bomba. Una coincidenza perfetta verrebbe da dire. Come se ci fosse tutto l’interesse a rinfocolare di proposito l’instabilità nel Libano del Nord. Magari per giustificare un nuovo intervento “pacificatore”. Non sarebbe una novità. In passato la Siria ha abbondantemente “tragediato” la vita libanese per legittimare la propria presenza da guardiano a Beirut.

Ma oggi il ripetersi di uno scenario del genere sembra difficile. La Siria è attivamente impegnata per ridarsi una nuova immagine internazionale. Parla di pace con Israele, apre all’Europa ed all’Occidente, e sembra persino in rotta su alcune questioni con lo storico alleato iraniano. C’è di più: lo stesso Presidente ha annunciato che entro la fine dell’anno avverrà lo scambio di ambasciatori con il Libano e la conseguente normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi dopo 60 anni. Finalmente il riconoscimento definitivo dell’integrità e della sovranità di quello che un tempo fu il semplice giardino di casa Assad. I molti che accreditano le aperture siriane sono pronti a giurarlo. Gli attentati e gli omicidi di questi mesi in Siria sono una guerra interna al regime tra chi vuole l’apertura all’Occidente e ad Israele, e la conseguente rottura con Teheran, e che vi si oppone fortemente. Una lotta tra falchi e colombe: buoni e cattivi. Il presidente Assad starebbe tra i buoni. Ormai pronto a redimersi a novello Sadat.

Ma l’ottimismo non basta a fugare l’altra interpretazione. Quella più cattiva, più mediorientale. La catena di morte in Siria ed in Libano, le aperture e tutto il resto, sarebbero in realtà una semplice messa in scena. Un mega trappolone orchestrato dallo stesso regime siriano per celare le sue vere intenzioni: annacquare il giudizio del tribunale internazionale sulla morte dell’ex premier libanese Hariri e riprendere il controllo del Libano – con la sola pedina mancante: il nord.

30 Settembre 2008

L’Occidentale

Siria: assassinato membro di Hamas in pieno giorno

Siria: assassinato membro di Hamas in pieno giorno

Damasco, 16 Settembre 2008 – Secondo quanto reso pubblico dal Partito siriano per la libertà, un gruppo di opposizione siriano con sede negli Stati Uniti, l’11 settembre scorso, nella città di Homs, nella Siria dell’ovest, in pieno giorno, Hisham al Labadani è stato trascinato fuori della sua auto e ucciso con armi da fuoco. Hisham al Labadani era segretario e capoufficio di Khalid Mashaal il dirigente di Hamas che ha stabilito la sua base a Damasco.

In Medio Oriente si mormora che l’omicidio di al Labadani abbia il significato di una intimidazione nei confronti di Hamas in particolare per la sua collaborazione sempre più stretta con il regime di Teheran che in Siria sta diventando ogni giorno più influente.

I mandanti sarebbero da ricercare in quella parte delle classi dirigenti siriane che auspica un riavvicinamento con l’Occidente e vede con sgomento il crescere del potere iraniano nella vita economica, sociale e politica del paese. Il silenzio mantenuto sinora sull’accaduto sia da parte del regime sia da parte di Hamas avrebbe avuto lo scopo di evitare un’esplosione di violenza da parte delle forze filo-iraniane.

In Siria, negli ultimi mesi, le uccisioni di esponenti politici si sono susseguite a riprova dello scontro in atto mentre la posizione di Baschar al Assad sembrerebbe indebolita della qual cosa starebbero approfittando gli iraniani.

L’ omicidio di al Labani è avvenuto alcuni giorni dopo che il regime aveva messo in guardia i dirigenti palestinesi di stanza in Siria dai piani israeliani per ucciderli. Nonostante ciò Israele non è stata menzionata anche se, generalmente, si ritiene il Mossad responsabile del tentativo di assassinare Khalid Mashaal in Giordania nel 1997. Anche il dirigente della Jihad islamica palestinese Ramdan Salah vive a Damasco.

di Anna Rolli

Agenzia Radicale

Siria, ucciso il generale amico di Hezbollah

L’ agguato mentre il presidente era in Iran. Primi sospetti su Israele o su una faida interna al regime

Siria, ucciso il generale amico di Hezbollah

Mohammed Suleiman centrato da un cecchino. Era uno dei consiglieri di Assad. Il suo assassinio potrebbe far parte di uno «scambio» con l’ Occidente e segnare un ulteriore allontanamento da Teheran. Proprio come nel caso dell’ omicidio di Imad Mughniyeh, uno dei capi di Hezbollah, avvenuto a febbraio sempre in Siria

DAMASCO – La dinamica dell’ agguato porta a sospettare di un servizio segreto. Per uccidere il generale siriano Mohammed Suleiman hanno infatti scelto un cecchino che lo ha centrato all’ uscita da un edificio nella cittadina di Tartous. Un tiro accurato che ha tolto di mezzo una figura importante: l’ alto ufficiale era uno dei consiglieri del presidente siriano Bashar el Assad e manteneva i rapporti con l’ Hezbollah, la milizia filo-iraniana padrona del Libano.

Le autorità di Damasco hanno fatto il possibile per mantenere il riserbo sull’ agguato, ma la notizia è trapelata sulle pagine di Al Hayat, autorevole quotidiano arabo stampato a Londra. L’ attentato coincide con una significativa visita di due giorni del presidente Assad in Iran. Una missione per esplorare le posizioni di Ahmadinejad e spiegare quelle siriane. Teheran è il migliore alleato di Damasco, ma il regime di Bashar ha avviato contatti discreti con Israele (via Turchia) e ha riallacciato buoni rapporti con un Paese di peso quale la Francia. Iniziative che per alcuni potrebbero favorire, un giorno, uno sganciamento siriano dal patto di ferro con gli ayatollah.

Astutamente Damasco prende tempo e si guarda bene – almeno in pubblico – dal commettere sgarbi nei confronti degli eredi khomeinisti. Dall’ Iran guardano con attenzione e giudicano non dalle parole ma dai fatti. L’ uccisione di Suleiman riporta alla memoria un altro cadavere eccellente. Quello di Imad Mughniyeh, capo dell’ apparato clandestino dell’ Hezbollah assassinato con un’ autobomba a Damasco in febbraio. Un delitto con molte interpretazioni e presunti colpevoli.

Lo «sceicco» – così veniva chiamato – potrebbe essere stato eliminato dai nemici giurati (Mossad israeliano, Mukhabarat saudita o giordano, Cia, palestinesi del Fatah) oppure da amici che non erano più tali. L’ ombra del sospetto ha coperto anche i servizi siriani: lo avrebbero liquidato per favorire una svolta diplomatica e togliere di mezzo un brutto cliente. Un pensiero cattivo venuto anche alla moglie di Mughniyeh e a qualche 007 iraniano. Ora la storia sembra ripetersi. Chi può avere interesse a vedere morto Suleiman? L’ elenco riparte necessariamente da Israele. Il Mossad lo elimina per seminare zizzania in campo avversario e spazzare via un ufficiale in grado di creare problemi vista la contiguità con l’ Hezbollah. Il movimento libanese si è rafforzato ulteriormente negli ultimi mesi, acquisendo armi, posizioni, prestigio. A Gerusalemme ritengono che il partito di Dio stia covando qualcosa per vendicare Mughniyeh. La seconda pista porta alle faide interne. Su Damasco soffia da mesi il vento della fronda. Ricostruzioni, sempre smentite dalle fonti ufficiali, raccontano di un duro scontro tra Bashar e il cognato Assef Shawkat, a lungo responsabile dell’ intelligence militare, conclusosi con il siluramento di quest’ ultimo. Il capo degli 007 avrebbe pagato per non essere riuscito ad impedire l’ omicidio Mughniyeh e per aver assunto posizioni non tollerabili. Poiché in Siria gli affari di Stato sono anche questioni di famiglia si dice che Hanitha, la matrona del clan e moglie del defunto Hafez, abbia benedetto il ridimensionamento del genero.

Altri osservatori avrebbero inoltre interpretato la sua defenestrazione come il momento di uno scambio con Israele e gli occidentali. In questo scenario il generale Suleiman è la penultima vittima di una partita ancora aperta con servizi e gerarchi che si danno battaglia. E per intorbidire meglio le acque potrebbe arrivare, secondo i costumi libanesi, la rivendicazione di un gruppo terroristico.

Guido Olimpio

(Fonte: Corriere della Sera. 4 Agosto 2008, pag.14)

Chi è Michel Suleiman, il neo presidente libanese

Chi è Michel Suleiman, il neo presidente libanese

I due volti del generale che vuol riunire il Libano al tempo di Hezbollah

L’elezione è stata rimandata di venti volte dal 2006 a oggi

Beirut. Lui ha avvertito. “Da solo non posso salvare il paese”, ha detto al quotidiano as Safir Michel Suleiman. Poi ha assicurato che la sua era sarà dedicata alla “riconciliazione”. In molti in Libano si aspettano che dalla sua elezione a presidente, oggi, scaturisca una nuova fase di pace e cordialità tra le parti che fino a qualche giorno fa combattevano armate nelle strade di Beirut: tra l’opposizione di Hezbollah e alleati, appoggiati da Teheran e Damasco, oggi più forte, e la maggioranza del blocco del 14 marzo, oggi più debole. L’accordo raggiunto in Qatar pochi giorni fa ha dato ai vincitori sul campo di battaglia, il Partito di Dio, un terzo dei ministri nel futuro gabinetto, il potere di veto, la facoltà di decidere sui destini della prossima legge elettorale e non ha toccato la questione del disarmo delle milizie. Il raggiungimento di un’intesa permette adesso l’elezione di un presidente, la cui poltrona è vacante da novembre, quando è scaduto il mandato del prosiriano Emile Lahoud. Tocca ora al candidato del consenso: 59 anni, tre figli, maronita come richiede la prassi nel Libano delle sette religiose, comandante delle forze armate. Dal novembre 2006, la nomina del generale Suleiman è stata posticipata venti volte. L’accordo tra le parti sul suo nome c’è da mesi. Finora è mancato il contorno: ministri, legge elettorale, potere di veto, dettagli arrivati dopo 80 morti e cinque giorni di negoziati a Doha.

Ha una bella faccia, Michel Suleiman, nelle foto in cui indossa il basco blu e la mimetica. La conoscono bene i libanesi, nonostante l’esercito nella recente storia del dopo guerra civile non abbia mai avuto un ruolo importante. Mai fino al ritiro siriano del 2005, fino al suo dispiegamento, per la prima volta in decenni, nel sud del Libano roccaforte di Hezbollah, mai fino ai giorni del maggio 2007, quando iniziò l’assedio di Nahr el Bared, campo profughi palestinese nei pressi della città costiera di Tripoli. Il generale Suleiman ha guidato il piccolo e debole esercito libanese a una vittoria di peso contro il gruppo terrorista sunnita di Fatah el Islam: 15 settimane di battaglia in cui sono morti 168 soldati libanesi. Ma alla fine il futuro presidente ha ottenuto un grande successo, militare ma soprattutto mediatico. Non si erano mai viste prima le bandiere delle unità dell’esercito appese sia alle vetrine dei bar di Gemmayze, quartiere cristiano della notte di Beirut, sia nelle zone commerciali sunnite. L’immagine del comandante delle forze armate è da allora nota perché campeggia lungo le principali arterie stradali, nel selvaggio mondo della propaganda politica libanese, dove le lotte tra gli Hariri e gli Hassan Nasrallah si concretizzano anche in gigantografie dei leader politici a ogni angolo di strada.

I dubbi del 14 marzo

Il generale Suleiman va bene, forse non benissimo, ai due schieramenti politici. La maggioranza ha accusato il suo esercito di aver mantenuto un’ambigua “neutralità” durante gli ultimi scontri armati: Hezbollah ha conquistato indisturbato Beirut ovest, ma come ha detto al Foglio l’analista del Daily Star Michael Young “un conto è non sparare contro le milizie sciite, un altro è prevenire l’incendio delle redazioni di giornali e televisioni”. L’emittente al Mustaqbal, vicina agli Hariri e altri mass media sono stati assaltati durante le violenze. Timour Goskel, ex portavoce di Unifil 1, definisce l’esercito l’unica istituzione nazionale credibile agli occhi dei libanesi, e da questo Suleiman trae di certo grande popolarità. Ma il governo di Fouad Siniora durante questi mesi ha avuto qualche dubbio sulla sua candidatura. Il generale infatti è diventato capo delle forze armate nel 1998, in piena era siriana quando una carica del genere non poteva essere raggiunta senza il via libera della famiglia Assad. Dopo il ritiro siriano, Suleiman ha saputo prendere le sue distanze, ma tuttora sono noti i suoi buoni rapporti con il vicino. Suo cognato, Gebran Kuriyyeh, era portavoce ufficiale dell’ex rais Hafez el Assad. Il generale ha smentito l’esistenza di connessioni tra Fatah el Islam e la Siria, affermando che i terroristi di Nahr el Bared erano legati alla rete di al Qaida. Ha lodato Hezbollah per la “vittoria” nel 2006 contro Israele. C’è chi accusa il suo esercito, da allora dispiegato nel sud, di chiudere un occhio davanti agli spostamenti d’armi delle milizie sciite. Ma il 14 marzo non scorda che i suoi soldati hanno protetto senza intervenire le gigantesche manifestazioni antisiriane del 2005 e a un anno di distanza la vittoria nel campo profughi palestinese ha reso quei militari e il loro comandante eroi nazionali.

Il Foglio

Libano, Hariri: non ci arrenderemo a Hezbollah

Libano, Hariri: non ci arrenderemo a Hezbollah

martedì, 13 maggio 2008 4.40

BEIRUT (Reuters) – Il leader sunnita del Libano Saad al-Hariri ha detto oggi che non ci sarà alcuna resa politica di fronte a quello che ha definito un tentativo da parte di Hezbollah e dei suoi sostenitori Iran e Siria di imporre il proprio volere alla nazione tramite l’uso della forza.

“Ci stanno chiedendo di arrenderci, vogliono che Beirut innalzi bandiera bianca… Questo è impossibile”, ha affermato Hariri durante una conferenza stampa, nella prima apparizione pubblica del leader sunnita da quando sono iniziati gli attacchi di Hezbollah nella capitale la scorsa settimana.

“Non riusciranno ad ottenere la firma di Saad al-Hariri… in un atto di resa ai regimi di Iran e Siria”, ha aggiunto.

L’emittente televisiva Future Tv di Hariri, messa fuori onda durante i combattimenti, ha ripristinato le trasmissioni poco prima dell’inizio della conferenza stampa.

Questa mattina, l’esercito del Libano ha intensificato i controlli nel tentativo di riportare l’ordine dopo una settimana di intensi combattimenti tra i guerriglieri di Hezbollah e gli uomini armati a favore del governo.

Hezbollah – il movimento fondamentalista islamico che gode dell’appoggio dell’Iran e della Siria – e i suoi alleati hanno sconfitto e cacciato i sostenitori del governo, guidato dai sunniti, a Beirut, in scontri che hanno spinto il Libano sull’orlo di una nuova guerra civile.

Per evitare divisioni interne, l’esercito non ha preso posizione di fronte a un conflitto che ha provocato la morte di 81 persone, il ferimento di 250 e ha fatto lievitare le preoccupazioni del mondo arabo e del resto della comunità internazionale sul futuro del Paese.

La polizia ha parlato di 62 morti accertate, ma secondo alcune fonti sarebbe consapevole che il bilancio effettivo potrebbe essere ben più alto.

Il Libano oggi sta vivendo la giornata più tranquilla da quando sono iniziati i primi scontri, lo scorso 7 maggio, dopo che il premier Fouad Siniora ha dichiarato fuori legge la rete di tele-comunicazione di Hezbollah e ha licenziato il responsabile della sicurezza dell’aeroporto di Beirut, vicino al gruppo sciita.

Hezbollah ha definito le decisioni di Siniora una vera e propria dichiarazione di guerra e ha rapidamente preso il controllo della maggior parte della capitale del Paese, dopo gli scontri con gli uomini armati sunniti vicini al governo. Il movimento sciita poi ha ceduto le posizioni guadagnate all’esercito.

Il comandante dell’esercito ha annunciato ieri che avrebbe lavorato per porre fine a ogni tipo di presenza armata in città dalle 5 del mattino, ora italiana. La decisione non viene considerata come una minaccia per Hezbollah, che ha evitato qualsiasi scontro con l’esercito.

OSTACOLO PER LA POLITICA USA

Il successo di Hezbollah mina la credibilità del governo di Siniora e del suo massimo sostenitore, il governo degli Stati Uniti, che considera il gruppo come uno strumento usato da Iran e Siria per esercitare la propria influenza nel paese.

L’Arabia Saudita, che appoggia fermamente il governo di Siniora, ha dichiarato che un eventuale coinvolgimento dell’Iran nelle azioni di Hezbollah danneggerebbe le relazioni della Repubblica islamica con il mondo Arabo.

Ma da Teheran, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad nega che il suo paese giochi un qualsiasi ruolo nella battaglia degli Hezbollah. “L’Iran è l’unico paese che non ha interferito in Libano”, ha detto durante una conferenza stampa.

Pur se impegnato a fermare gli scontri, l’esercito non intende rimuovere le barricate innalzate da Hezbollah lungo le strade che conducono al porto e all’aeroporto internazionale di Beirut, mentre fa pressione sul governo affinché risponda alle richieste politiche del gruppo.

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush consulterà i suoi alleati per stabilire come assistere il Libano quando si recherà in visita nella regione nel corso di questa settimana, e ha chiesto più aiuti per l’esercito libanese in difesa del governo.

Bush visiterà Israele, Arabia Saudita ed Egitto, a partire da domani, mentre intende incontrare Siniora in Egitto la prossima domenica.

Il Libano non ha un presidente dallo scorso novembre. Il presidente del Parlamento e leader dell’opposizione Nabih Berri ha rimandato al 10 giugno l’assemblea prevista per il prossimo giovedì per l’elezione del capo dello stato. E’ il diciannovesimo posticipo.