Il processo di pace Israele-Palestinesi è soltanto un processo, e non c’è traccia di pace

Il processo di pace Israele-Palestinesi è soltanto un processo, e non c’è traccia di pace

Si aspetta ormai da troppo tempo la fondazione dello stato di Palestina. Il popolo palestinese ne ha pieno e meritato diritto. Uno stato palestinese contribuirebbe alla stabilità della regione e alla sicurezza del popolo israeliano. L’accordo di pace può e deve essere stipulato entro la fine di quest’anno”. Così ha detto il presidente Bush giovedì scorso, a Gerusalemme. Queste parole sono state la conclusione di una lunga giornata, in cui George W. Bush si è impegnato nella causa palestinese in modo più profondo e personale di qualsiasi altro suo predecessore alla Casa Bianca.

In una conferenza stampa rilasciata all’inizio di questa stessa giornata, il presidente Bush, alla presenza del presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, aveva dichiarato: “Sono convinto che la soluzione di due stati democratici che vivono reciprocamente in pace sia nell’interesse non solo dei palestinesi e degli israeliani, ma di tutto il mondo. Il problema è se le questioni più critiche possano essere risolte e se si possa far emergere una nuova visione, in modo che ai palestinesi la scelta appaia chiara; e la scelta è questa: volete questo stato, oppure lo status quo? Volete un futuro basato su uno stato democratico oppure volete continuare ad avere la solita vecchia situazione? E sono convinto che se si offre loro questa scelta, i palestinesi sceglieranno la pace”.

Ora, se si legge con attenzione questa dichiarazione, si può notare che George W. Bush ha parlato in modo da lasciarsi un certo spazio di movimento. Ha infatti detto che il trattato di pace “può” e “deve” essere stipulato, e non semplicemente che “sarà stipulato”. Ha espresso la sua “convinzione” personale sul fatto che i palestinesi sceglieranno la pace: ossia, una semplice opinione e nulla di più. Ma, come ho detto, per accorgersi di queste scappatoie è necessario leggere con attenzione.

Se invece si ascolta più distrattamente, il messaggio che ne risulta è grosso modo questo: “BUSH: PACE IN MEDIO ORIENTE ENTRO LA FINE DELL’ANNO” (ABX News.com). “BUSH ANNUNCIA UN TRATTATO DI PACE” (Associated Press). “BUSH PREVEDE L’ISTITUZIONE DI UNO STATO PALESTINESE PRIMA DELLA FINE DEL SUO MANDATO” (Usa Today). “BUSH CONCLUDE LA SUA VISITA NELLA TERRA SANTA CON L’ANNUNCIO DI UN TRATTATO DI PACE” (Agence France Presse). Bush ha messo in gioco gran parte della credibilità degli Stati Uniti per ridare vita a un nuovo processo di pace israelo-palestinese. Malgrado tutte le scappatoie che si è lasciato, non gli sarà affatto facile imboccarne una. Se il processo fallisce, avrà fallito anche lui. Quindi, ecco la domanda: c’è qualche motivo per pensare che il processo di pace non finirà in un fallimento? Il presidente Bill Clinton aveva dedicato gli ultimi mesi della sua presidenza alla stessa missione in cui si è ora impegnato Bush. Fitte sessioni di negoziati sono però finite nel nulla, anzi, in definitiva, nella seconda Intifada scatenata da Yasser Arafat nell’ottobre 2000. Clinton aveva offerto ad Arafat uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, una parte di Gerusalemme, il reinsediamento di alcuni profughi palestinesi in Israele e generosi aiuti finanziari. Ma Arafat all’accordo preferì la guerra. Ora il presidente Bush cerca di convincere il successore di Arafat ad accettare l’accordo che Arafat aveva rifiutato.

Abu Mazen ha la capacità di farlo? Finora le prospettive non sembrano affatto promettenti. Lo schieramento palestinese continua a richiedere non solo la creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza ma anche il diritto dei palestinesi a trasferirsi entro i confini dello stato d’Israele. E’ il cosiddetto “diritto al ritorno” dei palestinesi, e spiega perché il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha categoricamente rifiutato la richiesta fatta dagli israeliani nel dicembre 2007 di un riconoscimento ufficiale di Israele come stato ebraico. In qualsiasi processo di pace, Israele dovrà concedere territori, acqua e altre risorse materiali. In cambio, Israele chiede soltanto una cosa: una vera e completa pace e il riconoscimento da parte dei propri vicini come stato alla pari di tutti gli altri, con il diritto di definirsi come decidono i suoi stessi cittadini. Ma anche questo è più di quanto qualsiasi leader palestinese possa permettersi di concedere. Lo hanno ribadito più e più volte: un Israele inteso come stato ebraico non può aspettarsi alcuna pace. Come dice la vecchia battuta, il processo di pace in medio oriente è soltanto un processo, e non c’è traccia di pace.

E, come lo stesso presidente Bush scoprirà suo malgrado, è proprio questo che vogliono i leader palestinesi.

O meglio, non è esattamente questo che vogliono, ma sanno che non possono sopravvivere in altro modo. Insomma, il presidente viene esortato a concentrare gli ultimi suoi giorni da presidente su un’impresa già fallita in partenza. Non gli sarà di alcun beneficio, e distrarrà le sue energie da altri settori in cui invece avrebbe potuto essere molto utile. Forse Bush può pensare che promettendo una grandiosa soluzione per la Palestina riuscirà a ottenere l’appoggio dei paesi arabi del Golfo per un intervento contro l’Iran. Ma molto più probabilmente scoprirà che la possibilità di un intervento contro l’Iran è ormai diventata ostaggio di una previa soluzione per la questione palestinese. Il processo di pace in medio oriente è una macchina in panne, un enigma senza risposta, un labirinto senza uscita. Il solo modo per vincere è quello di non partecipare al gioco.

Di David Frum fonte Il Foglio del 16.01.2008

Il Signore degli Anelli

Un dozzina di parole cruciali

Un dozzina di parole cruciali

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Da un editoriale del Jerusalem Post

“L’accordo deve istituire la Palestina come patria del popolo palestinese esattamente come Israele è la patria del popolo ebraico”.

Così il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, lo scorso 10 gennaio.

La frase può sembrare del tutto ovvia: una semplice riproposizione della prospettiva “due popoli-due stati”. Eppure quella semplice dozzina di parole costituiscono la chiave per la soluzione del conflitto, l’elemento la cui mancanza ha fatto sì che il processo di pace oscillasse fra stallo e guerra aperta, anziché avanzare stabilmente verso una pace duratura.

Sono parole cruciali perché segnalano la fine del doppio gioco arabo: da una parte gli stati arabi e i palestinesi sostengono di sottoscrivere la prospettiva “due popoli-due stati”; dall’altra, pretendono qualcosa che contraddice completamente il prerequisito fondamentale di questa prospettiva, e cioè il riconoscimento dei reciproci diritti nazionali.

La pretesa araba di un “diritto al ritorno” è totalmente asimmetrica. Secondo tale pretesa, infatti, i palestinesi avrebbero il diritto di stabilirsi all’interno di Israele mentre gli ebrei non solo non avrebbero alcun diritto di stabilirsi nel futuro stato palestinese, ma quelli che già vivono all’interno dei suoi futuri confini dovrebbero andarsene. Non si tratta di una normale rivendicazione. Non può essere risolta disegnando nuove linee sulla mappa. Non ha nulla a che vedere con i confini, quanto piuttosto col fatto se il popolo ebraico abbia o meno diritto a una sovranità nazionale su una parte della Terra d’Israele.

Se i palestinesi hanno diritto a stabilirsi in Israele e gli ebrei o gli israeliani non hanno invece alcun diritto di vivere nello stato palestinese, in pratica è come se i palestinesi dicessero: “ciò che è mio è mio e ciò che è tuo è ancora mio”. Negano la sovranità di Israele e pertanto negano il diritto di esistere dello stato ebraico.

Questa posizione palestinese è venuta a galla alla vigilia della conferenza di Annapolis, quando Israele ha insistito per una dichiarazione palestinese che riconoscesse Israele come stato ebraico. A qualcuno la richiesta è sembrata assurda: perché mai i palestinesi dovrebbero dire qualcosa sull’ebraicità di Israele? Ma la richiesta israeliana non nasceva dal nulla.

Nasceva dal fatto che Israele, se non è uno stato ebraico, cioè uno stato a netta maggioranza ebraica, allora diventa l’ennesimo stato arabo.

Per Israele, il proprio carattere ebraico non è una questione di preferenza religiosa: a differenza dei paesi arabi, Israele tutela la libertà di religione e rispetta tutti in luoghi santi. È piuttosto una questione esistenziale. In questo quadro, il rifiuto arabo di accettare Israele come stato ebraico, che va di pari passo con la negazione della storia ebraica e di qualunque connessione fra ebrei e Terra d’Israele, equivale a un rifiuto dell’esistenza di Israele.

In una lettera inviata ad Ariel Sharon nell’aprile 2004, quando Israele si stava preparando al ritiro unilaterale da Gaza, Bush fece una dichiarazione analoga: “Sembra chiaro che la soluzione del problema dei profughi palestinesi dovrà essere cercata nella creazione di uno stato palestinese e nell’insediamento di profughi palestinesi in esso anziché in Israele”. Ma questa dichiarazione venne ben poco ripresa E venne letta come se fosse stata spremuta nel quadro del difficile disimpegno israeliano, e non come un fondamentale mutamento nella posizione americana.

Il senso di quella dozzina di parole cruciali pronunciate ora a Gerusalemme da Bush mentre esprimeva fiducia che un accordo di pace possa essere firmato prima della fine del suo mandato nel gennaio 2009, potrebbe essere che il presidente Usa ha capito che non basta lasciare il “diritto al ritorno” fra le questioni da risolvere nei negoziati sullo status finale. Quella pretesa, ha messo in chiaro, deve essere rimossa dal tavolo subito, giacché contraddice in modo sostanziale l’intera prospettiva “due popoli-due stati”.

Più si ripeteranno quelle parole, maggiori saranno le chance che un accordo venga davvero raggiunto. Infatti nessun leader palestinese potrà mai arrivare a un accordo con Israele senza preparare la sua gente e il mondo arabo in generale all’abbandono della pretesa del “ritorno”. Ma perché mai Mahmoud Abbas (Abu Mazen) dovrebbe farlo, se non gli si ripete continuamente che quella pretesa non rappresenta una semplice carta negoziale fra le altre, bensì la negazione del diritto di Israele ad esistere?

Bush ha anche detto che farà pressione perché i leader arabi “facciano la loro parte” per la pace. Ebbene, i paesi arabi potrebbero cambiare completamente il clima se iniziassero a fare due cose: incontrare i leader israeliani e affermare che il popolo ebraico ha diritto a uno stato esattamente come ne hanno diritto i palestinesi. Sono due gesti per i quali non si può aspettare la firma di una accordo, perché senza di essi non vi sarà nessun accordo, ma solo stallo e guerra.

(Da: Jerusalem Post, 12.01.08)

Nell’immagine in alto: Nella pubblicistica palestinese, la chiave (simbolo del cosiddetto “diritto al ritorno”) viene associata all’immagine di tutta la Terra d’Israele trasformata in uno stato arabo palestinese.

Il diavolo nei dettagli

Israele.net

Bush è a Riyad: e la “Israel Lobby”?

Edizione 10 del 16-01-2008

L’Arabia Saudita è il principale alleato degli Usa nel Golfo. E riceve armi per 20 miliardi di dollari

Bush è a Riyad: e la “Israel Lobby”?

di Stefano Magni

Si possono trarre tre conclusioni fondamentali dalla visita di George W. Bush in Arabia Saudita. Primo: la “Israel Lobby” non comanda negli Stati Uniti. Il regno islamico, a cui Bush ha promesso nuovi aiuti militari (tra cui armi tecnologicamente avanzate) per un valore di venti miliardi di dollari, è evidentemente ancora il cardine delle alleanze americane nel Medio Oriente. Ciò contraddice direttamente l’analisi dei politologi John Mearsheimer e Stephen Walt, secondo cui, invece, la linea di politica estera statunitense sarebbe dettata dai gruppi di pressione ebraici e cristiani filo-israeliani. Il presidente della Commissione Esteri del Senato, Joe Biden, ha invitato il Congresso ad accertarsi che le nuove armi, una volta nelle mani degli arabi, non costituiscano una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati (leggasi: Israele).

L’Arabia Saudita costituisce, infatti, una triplice preoccupazione: non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza dello Stato di Israele, è la principale finanziatrice delle iniziative islamiste più radicali e inoltre è la maggior esportatrice di terroristi: è in Arabia Saudita che è nata Al Qaeda, su iniziativa del saudita Bin Laden. Secondo: Bush, contrariamente ai precedenti inquilini della Casa Bianca, ritiene che la questione israelo-palestinese non sia limitata ai territori contesi di Gaza e della Cisgiordania, ma nasca dal mancato riconoscimento di Israele da parte dei regimi islamici. Riguardo al suo ottimismo, il presidente statunitense ha dichiarato al re saudita: “Parte della mia missione consiste nello spiegare perché il processo di pace è fallito in passato: i paesi vicini non partecipavano”. Non c’è da sperare che l’Arabia Saudita diventi amica di Israele nei prossimi anni. E’ però possibile che il timore di Riyad per un nemico esterno superi l’odio contro l“entità sionista”. Come, d’altra parte, era avvenuto ai tempi della Guerra nel Golfo del 1991, quando i Sauditi, per bocca del generale Bin Sultan, si dichiararono disposti a proseguire la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein anche in caso di entrata in guerra di Israele.

In questi anni, il nemico esterno in questione è l’Iran. Ma questo percorso diplomatico è indebolito dalla pubblicazione del rapporto Nie sul programma nucleare iraniano, che ha avuto l’effetto di sminuire l’allarme e spingere l’Arabia Saudita a riprendere i contatti con Teheran. Bush ha dovuto ridimensionare il valore politico del Nie. Ai giornalisti presenti a Riyad ha dichiarato che si tratta del giudizio di agenzie indipendenti di intelligence e dunque non riflette la linea dell’amministrazione. Piuttosto il presidente statunitense ha sottolineato la gravità dell’incidente navale dello Stretto di Hormuz tra unità navali americane e iraniane, un altro caso in cui la comunicazione ufficiale americana è stata incerta. Bush non ha fornito una sua versione dei fatti, ma ha dichiarato che: “(Gli iraniani, ndr) farebbero meglio ad essere più attenti. Se dovessero colpire una nostra nave, dovranno affrontare serie conseguenze”. La costruzione di un blocco anti-iraniano, dunque, è un vero e proprio percorso ad ostacoli, di cui la visita a Riyad è solo l’inizio.

Terzo: il prezzo del petrolio non può più essere stabilito con metodi politici e diplomatici. Uno degli scopi principali di Bush era proprio quello di tentare di persuadere re Abdullah a far pressione sugli altri paesi dell’Opec per aumentare la produzione di greggio. Anche in questo caso, ci sono dei precedenti politici: nel 1985, Ronald Reagan riuscì ad ottenere (in cambio di aiuti militari e del suo impegno anti-sovietico in Afghanistan) un aumento di produzione petrolifera dell’Arabia Saudita e un conseguente calo dei prezzi. Fu una mossa che contribuì a mettere in ginocchio l’Unione Sovietica, la cui economia (come nell’attuale Russia di Putin) dipendeva in larga misura dall’esportazione del petrolio. Oggi non è così facile. Il ministro del petrolio saudita ha risposto che il Regno aumenterà la produzione solo se il mercato lo dovesse richiedere. Ma c’è anche il sospetto, da parte degli esperti nelle questioni energetiche, che i Sauditi non abbiano la possibilità fisica aumentare la produzione. Perché, con la tecnologia antiquata di cui dispongono, non possono sfruttare maggiormente i loro giacimenti. E perché i giacimenti sinora scoperti e sfruttati non riescono a soddisfare del tutto la crescente domanda di petrolio, dovuta allo sviluppo delle nuove economie asiatiche di India e Cina. Il presidente americano ha ricordato ai sauditi che il petrolio è una scoperta umana, “Non è come aprire un rubinetto. Richiede investimenti, esplorazioni e molti soldi”. Ma l’economia saudita non è dinamica, è semmai “seduta” sulle sue immense risorse naturali.

Opinione.it

Il solito D’Alemmah….

Certo,certo….la cecità politica di quest’uomo è spaventosa!!!!

IRAN: D’ALEMA, DA BUSH TONI “INUTILMENTE ALLARMANTI”

(AGI) – Roma, 13 gen. – I toni usati da George W. Bush per descrivere la minaccia iraniana sono “inutilmente allarmanti”.

Lo ha detto il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, intervenendo a ‘Che Tempo che fa’. Dire che l’Iran e’ una minaccia per tutto il mondo e’ un’esagerazione”, ha commentato il titolare della Farnesina. “Questi toni da parte del capo della piu’ grande potenza mondiale mi paiono inutilmente allarmanti”, ha aggiunto. Da Abu Dhabi, stamane, il presidente degli Stati Uniti aveva accusato il regime degli ayatollah di essere il primo Paese sponsor del terrorismo mondiale.

Bush: Teheran è “sponsor mondiale del terrorismo”

IRAN: BUSH, TEHERAN E’ “SPONSOR MONDIALE TERRORISMO”

(AGI) – Abu Dhabi, 13 gen. – Per George W. Bush l’Iran e’ “nel mondo il principale Stato sponsor del terrorismo”. Lo ha ribadito il presidente degli Stati Uniti in un discorso a Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti dove ha fatto tappa nel corso della sua missione in Medio Oriente.

“L’Iran minaccia la sicurezza di (tutte) le nazioni”, ha aggiunto Bush secondo cui Teheran “invia centinaia di milioni di dollari agli estremisti in tutto il mondo” mentre lascia in poverta i gli iraniani, e “cerca di intimidire i suoi vicini (Israele in primis) con missili e retorica bellicosa”. (AGI)

La nostra “guerra santa”: combattere l’incitamento all’odio

La nostra “guerra santa”: combattere l’incitamento all’odio

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Bush se ne va, e qua restano tutti i guai che ha trovato: i venti missili che sono stati sparati sugli inermi cittadini di Sderot nei due giorni della visita, con feriti e distruzioni, l’incapacità o la mancanza di volontà di Fatah di fermare i loro fratelli di Hamas, il massimalismo che ha impedito anche stavolta ad Abu Mazen di parlare di due Stati, uno per i palestinesi, e l’altro per gli ebrei, seguitando così ad alimentare il sogno diffuso quotidianamente, ovvero di inghiottire Israele, dal Mare al Fiume.

Bush ha aiutato Israele a spiegare che non sono i confini del 67 quelli rilevanti, ma quelli che consentono di mantenere una situazione demografica ormai sul campo; ma nello stesso tempo vuole uno Stato Palestinese senza interruzioni territoriali, quando è già del tutto evidente che questo è impossibile in primis per la distanza fra Gaza e la West Bank. La battaglia su Gerualemme, poi, comincerà proprio adesso, dopo che Bush, andandosene senza sostenere l’antico diritto di Israele alla sua capitale storica, lascia aperta la strada a divisioni che possono diventare fatali per qualsiasi arrangiamento di sicurezza, la base stessa di ogni accordo. Perché in questo, Bush ha invece dimostrato un buonsenso che nessun leader europeo avrebbe mai manifestato, quello di ripetere la priorità della lotta al terrorismo su ogni altra cosa. Lui sa, a differenza degli europei, che il terrore, la jihad, sono l’elemento dirimente fra pace e guerra, il vero confine su cui lottare. Quando ha detto “ma a me ai check point mi fanno passare” non era una sciocchezza come in molti, specie israeliani, si sono affrettati a scrivere: era la pura verità. I check point non esisterebbero, non esisteranno, se chi passa non vorrà nuocere.

In questi giorni la TV palestinese ha mandato in onda per l’ennesima volta un clip in cui una giovane donna viene assassinata a sangue freddo dai perfidi soldati israliani. Sale in paradiso, diventa una delle 72 vergini, e presto la raggiunge un giovane anche lui martirizzato per mano degli israeliani. Intanto il mondo arabo seguita a spargere odio a ogni piè sospinto verso Israele, giornali, tv, gruppi politici anti e pro governativi sono autorizzati, anche nei Paesi in pace con Israele, a fare una sola cosa liberamente: spargere odio contro Israele. Questo è il vero terreno su cui Bush può muoversi: o l’aiuto, o la cultura jihadistica dell’odio. Questo può essere fatto senza minacce armate, senza guerre, quietamente o con prese di posizioni pubbliche… Se Bush vuole formare un fronte anti-Iran, deve costringere i Sauditi a chiudere le madrasse che tengono vive in tutto il mondo e in cui si da un’educazione jihadista e suicida, carica d’odio in particolare verso gli ebrei e Israele e che, benché sunnite, saranno sempre pronte a fornire munizioni ideologiche e pratiche ai terroristi filo-iraniani o di Al Qaeda.
Ora che è diretto verso quelle sponde, Bush dovrebbe intraprendere quella guerra veramente santa: niente odio verbale scritto o trasmesso nell’etere, pena la chiusura dei rapporti.

* nella foto una casa di Sderot colpita da un qassam il 9 gennaio.

Fiamma Nirenstein

Al gran bazar dei mullah

Edizione 7 del 11-01-2008

Gli Usa tentano di isolare Teheran. Ma anche la Edison fa affari con il regime iraniano

Al gran bazar dei mullah

Sanzioni e contenimento sono l’unica alternativa alla guerra con l’Iran. Ma Arabia Saudita e Turchia vogliono mantenere i legami. E anche l’Italia…

di Giorgio Bastiani

“L’Iran è una minaccia alla pace nel mondo”: con questa dichiarazione lapidaria, George W. Bush ha ribadito da Gerusalemme la sua posizione nei confronti del regime di Teheran. Il rapporto Nie, letto erroneamente da molti come la prova che la Repubblica Islamica non vuole dotarsi dell’arma atomica, non ha cambiato le carte in tavola. La visita di Bush in Israele è servita anche al premier Ehud Olmert e al leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu, per far nuovamente presente all’amministrazione statunitense quale sia la loro preoccupazione fondamentale: la possibilità di essere cancellati di colpo dalle testate nucleari iraniane. Ehud Olmert ha consegnato a Bush un dossier dell’intelligence israeliana, secondo quanto scrive il quotidiano israeliano “Yediot Ahronot”. Nell’incontro privato tra i due ieri sera a Gerusalemme, Olmert avrebbe tentato di convincere Bush che Teheran continua a sviluppare il programma sulle armi nucleari e che il pericolo rappresentato dall’Iran cresce di giorno in giorno.

“Il nostro incontro verteva soprattutto sulla questione iraniana” – ha dichiarato il leader dell’opposizione likudista Benjamin Netanyahu dopo la visita di Bush – “Ho fatto presente quale fosse la mia posizione e non mi è sembrato che fossimo su due sponde opposte”. Washington, non solo ha dimostrato di recepire a parole il messaggio israeliano, ma ieri ha anche aggiunto altre sanzioni contro l’Iran rispetto a quelle già applicate. Si tratta di un aumento della pressione sul regime dei mullah, anche se si tratta di misure finanziarie che hanno colpito personalità (il generale delle forze Quds Ahmad Foruzadeh, corpo d’élite delle forze armate di Teheran) ed enti (una televisione iraniana che trasmette in Siria) coinvolti nella guerriglia irachena e non nel programma nucleare. Bush ha proclamato più volte e in termini espliciti che il contenimento dell’Iran è uno degli obiettivi fondamentali della sua visita in Medio Oriente. Anche se, sempre ieri, Bush ha ricordato che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, l’isolamento diplomatico e le sanzioni appaiono come l’unica alternativa percorribile alla guerra.

Ma non è facile ottenere dagli altri paesi né l’uno, né le altre. L’Arabia Saudita, che pure ha ricevuto nuovi aiuti militari dagli Stati Uniti, ha comunque mantenuto i suoi legami con il regime iraniano. La Turchia, con la visita del presidente Abdullah Gul negli Stati Uniti, ha fatto sapere che non interromperà i suoi rapporti commerciali con Teheran. L’Iran ha chiuso i rubinetti del gas destinato alla Turchia, giustificando il tutto, ufficialmente, con la rottura di un gasdotto dovuta al freddo. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato ieri che le forniture regolari ricominceranno lunedì prossimo, ma nel frattempo sono del tutto sospese dopo essere state ridotte da 29 a 5 milioni di metri cubi per tutta la settimana scorsa. Può darsi che sia veramente solo un incidente, anche se gli analisti turchi ne dubitano, ma permette di capire in che rapporto di dipendenza dall’Iran si trova il governo di Ankara, il più potente alleato americano nella regione. Neppure l’Italia rinuncia ai buoni rapporti commerciali con il regime di Teheran. Proprio il 9 gennaio, mentre Bush arrivava in Israele, la Edison firmava un contratto di esplorazione/produzione da 107 milioni di dollari con la compagnia di Stato iraniana Nioc per il blocco offshore Dayyer, nel Golfo Persico. D’altra parte: siamo italiani, più realisti degli ayatollah.

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