L’opportunita’ persa

L’opportunita’ persa

hamas-siria-iran

di Piero Ostellino

Con la decisione di ritirare le truppe israeliane da Gaza, Ariel Sharon aveva offerto ai palestinesi un’opportunità. Al tempo stesso, però, il passaggio della sua amministrazione nelle loro mani aveva creato obbiettivamente le premesse di una loro spaccatura. L’opportunità consisteva nella possibilità che le fazioni nelle quali il movimento era diviso abbandonassero la lotta armata, si unificassero sotto Al Fatah e partecipassero al processo di pace con Israele, voluto da Usa e Europa. Le premesse della crisi stavano nell’eventualità di un acuirsi della divisione fra integralisti, contrari a soluzioni di pace, movimento palestinese moderato e governi islamici favorevoli. La crisi di questi giorni conferma che, fra le due prospettive, a prevalere è stata la seconda. Ancora una volta sono state le divisioni all’interno del movimento palestinese e, in parte, dello stesso mondo arabo a prevalere, riaccendendo il conflitto. Con il lancio di missili da parte di Hamas contro le popolazioni israeliane limitrofe, cui ha fatto seguito l’inevitabile reazione di Israele.

Il successo di Hamas nelle elezioni per l’amministrazione di Gaza, nel gennaio 2006; la rottura, nel giugno 2007, dell’accordo con Al Fatah, raggiunto solo poco più di tre mesi prima, nel febbraio dello stesso anno, ne erano state le avvisaglie. C’è un convitato di pietra che blocca ogni possibilità di pace. È l’Iran. Che sostiene il rivendicazionismo di Hamas; che, con la sua corsa all’armamento atomico, inquieta Israele, l’Occidente e pressoché l’intero mondo arabo, dall’Arabia Saudita—promotrice, nel marzo 2002, dell’iniziativa Arab Peace e fallita nel 2007 — all’Egitto, alla Giordania. Forse non è superfluo ricordare che l’articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad; che all’articolo 13 si invoca la guerra santa; che il nazionalismo del movimento affonda le sue radici nell’interpretazione di Teheran della religione. La maggioranza del mondo arabo è per la pace. Lo testimoniano — al di là delle condanne di rito di Israele e delle manifestazioni di piazza—le reazioni alla crisi di Fatah. Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, ha ricordato di aver implorato Hamas a non rompere il cessate il fuoco. L’Egitto fa trapelare che esiste un piano Iran-Hamas-Fratelli musulmani per creare disordini in Palestina e nel suo territorio. Tacciono la Giordania, l’Arabia Saudita, i palestinesi della West Bank. L’attacco israeliano—invece di ricompattarlo contro Israele, come vuole una tesi propagandistica anti israeliana — ha rinsaldato il mondo arabo contro Hamas e l’Iran. È un ulteriore segno che Ariel Sharon aveva visto bene.

(Fonte: Corriere della Sera, 29 dicembre 2008 )

I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»

I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»

di Fiamma Nirenstein

A perdere la pazienza sono soprattutto ormai i paesi arabi moderati: una notizia bomba fa rumore fra le decine di missili Kassam e Grad che hanno terrorizzato e ferito gli israeliani di Sderot e dei kibbutz vicini a Gaza alla vigilia della fine della tahadiyeh, la tregua con Hamas, che si conclude oggi.

Israele è incerta sull’intervento, ha di fatto già lasciato che la copertura della tregua lasciasse che Hamas si munisse di armi di lunga gittata e di un sistema di difesa efficiente, e consolidasse un grande sistema di tunnel. Il ministro della difesa Ehud Barak insiste nel dire «decideremo stadio dopo stadio qual è la strada migliore», mentre i cittadini di Sderot invocano l’intervento dell’esercito che li salvi dalle bombe. Ma certi Paesi arabi non sono della stessa opinione del mondo politico israeliano: scrive sul quotidiano Ma’ariv il famoso commentatore Ben Caspit che certi messaggi di leader arabi chiedono a Israele di eliminare i capi di Hamas. Uno di questi messaggi dice: «Tagliategli la testa». I leader temono che Hamas ricominci una guerra terroristica capace di infiammare tutta l’area.

La leadership di Gaza che si chiederebbe di colpire ha nomi e cognomi, secondo Caspit. Fra gli armati, Ahmad Labari, capo dell’ala militare e Ibrahim Gandur, più volte ferito. Fra i politici, si parla addirittura di Ismail Haniya, il primo ministro, di Said Siam, ministro degli Interni e di Mahmud al Zahar, uno dei leader più duri. Per capire le ragioni dell’eventuale richiesta araba, bastano due fattori. Il primo è quello dell’appartenenza di Hamas ai Fratelli Musulmani, diramata in tutto il Medio Oriente, jihadista senza compromessi contro ogni atteggiamento moderato. Hamas, specie sull’Egitto con cui ha un rapporto molto teso dopo averne rifiutato la mediazione con Abu Mazen e aver disertato con molta sfacciataggine l’incontro del Cairo che avrebbe dovuto costruire l’unità, ha un effetto domino che minaccia i regimi correnti.

La seconda ragione riguarda l’Iran, che minaccia i regimi moderati «forse più di quanto minacci Israele», ci dice il vice capo di Stato maggiore Dan Harel. Hamas è ormai una pedina strategica del regime degli ajatollah: Teheran e Damasco sono stati i primi responsabili dell’abbandono del tavolo egiziano da parte di Hamas, in particolare lo è stato Khaled Masha’al, che ha base a Damasco. Questo asse preme perchè Hamas non rinnovi l’accordo di tregua, sia per incastrare Israele in una guerra che lo metta nell’angolo dell’opinione pubblica internazionale, sia per impedire che l’Egitto possa vantare una vittoria strategica moderata.

Ma anche i più aggressivi fra i personaggi di Hamas sanno che la linea dura potrebbe essere la loro fine. Israele per ora pare abbia risposto che non leverà le castagna dal fuoco a nessuno: i nostri primi obiettivi, pare pensi la leadership militare, sono i terroristi che sparano i missili sui nostri cittadini, e non i grandi capi.

Il Giornale

Thanks to Esperimento

Quella stretta di mano peccaminosa

Quella stretta di mano peccaminosa

La stretta di mano tra Muhammad Sayid Tantawi e Shimon Peres

La stretta di mano tra Muhammad Sayid Tantawi e Shimon Peres

La massima autorità dell’Islam sunnita, il Grande Imam della Moschea di Al-Azhar, nonché Grande Sceicco della correlata Università di Al-Azhar (Cairo), Muhammad Sayid Tantawi, non sa chi è Shimon Peres. O quantomeno, questa è la spiegazione che ha addotto per giustificare la stretta di mano con il presidente Israeliano durante una cena nel corso dell’incontro interreligioso svoltosi a New York lo scorso 14 novembre, sotto l’egida dell’ONU.

La foto della stretta di mano ha provocato lo sdegno di numerosi politici egiziani, per la maggior parte gli indipendenti affiliati ai Fratelli Musulmani, tanto che c’è stato chi, come il parlamentare Moustafa Bakri, ha chiesto le dimissioni di Tantawi dalle sue autorevoli cariche, sostenendo che l’incontro con Peres sia stato “un affronto a tutti i Musulmani in qualsiasi luogo”.

Frattanto, nell’evenienza che qualcuno avesse potuto pensare diversamente, un portavoce del Ministero degli Esteri Iraniano non ha mancato di riaggiornarci sulla posizione del suo paese, per cui “l’Iran esprime il suo dissenso in merito alla normalizzazione dei rapporti con Israele sotto ogni profilo”.

(E pensare che “lo scopo dell’incontro interreligioso è quello di promuovere una comprensione reciproca”, aveva detto il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon, aggiungendo: “Spero che si crei un’atmosfera favorevole che possa portare ad affrontare le differenze nelle questioni politiche”. Ma questo non ci turba particolarmente, perché non abbiamo mai riposto troppa fiducia in questo genere di incontri).

Per difendersi dagli attacchi, Tantawi ha dichiarato al giornale egiziano Al Masri Al Youm: “Ho stretto la mano di chi me la porgeva. Tra questi c’era anche Shimon Peres, che non ho riconosciuto, così gli ho stretto la mano come ho fatto con gli altri, per caso, senza nemmeno sapere chi era. Ma anche se avessi saputo chi era, una stretta di mano è un’eresia?“. Inoltre Tantawi ha definito quanti hanno pubblicato la foto incriminata “uno branco di lunatici”.

Non so cos’è peggio: essere un leader mondiale di tale stazza, un’autorità spirituale e giuridica rappresentativa del 90% della popolazione egiziana (per limitarci al paese che firmò, nel 1979, gli accordi di pace con Israele) e non sapere chi è quel vecchietto onnipresente di Shimon Peres, o quantomeno l’attuale presidente di quello Stato che quotidianamente occupa ampi spazi sui giornali egiziani; oppure mentire spudoratamente per non fare saltare i gangheri a quanti, a 30 anni dalla firma degli accordi, ancora mettono in discussione la pace con Israele.

Haaretz

Thanks to Esperimento

Caso all’Unesco: candidato alla presidenza afferma: «Brucerò di persona i libri israeliani»

Per fortuna questa dichiarazione da noi segnalata qui non è passata inosservata…….
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Il caso.Stato ebraico e Centro Wiesenthal sul piede di guerra per le minacce dell’esponente arabo

«Brucerò di persona i libri israeliani»

A rischio la poltrona di capo dell’ Unesco per il ministro della Cultura egiziano

Le parole di Hosni «ricordano il linguaggio e le azioni di un altro “ministro della Cultura”, il nazista Josef Goebbels»

Un personaggio a dir poco controverso, Faruq Hosni. E non certo nuovo a gaffe, polemiche, critiche. Ma questa volta il longevo e potente ministro della Cultura del Cairo (in carica da 21 anni, quasi quanto il raìs-faraone Hosni Mubarak) ha davvero esagerato. «Libri israeliani nelle biblioteche egiziane? — ha dichiarato il 10 maggio — Se li trovassi li brucerei io stesso». Frasi pronunciate in Parlamento, luogo che più pubblico non poteva essere. Frasi, ovviamente, non passate inosservate. E pensare che il ministro-pittore — nato nel 1938, un passato da (mediocre) artista ad Alessandria, poi da diplomatico a Parigi, infine a Roma — è (era?) in corsa per la prestigiosa poltrona di direttore generale dell’Unesco. A fine 2009, quando Koichiro Matsuura lascerà i vertici dell’agenzia Onu per la cultura e le scienze, molti Paesi arabi e non (si è parlato anche di Italia, Francia e Spagna) sarebbero (stati?) favorevoli a sostenerne la candidatura.

Quella frase del ministro — ex protégé di Atef Sedki (premier dal 1986 al 1996, morto tre anni fa), oggi molto vicino (si dice) alla First Lady Suzanne Mubarak, protagonista di frequenti battaglie con i Fratelli Musulmani, con i riformisti, perfino con membri del partito di governo, con quasi tutti in sostanza — ha però suscitato una vera bufera. L’ambasciatore israeliano al Cairo, Shalom Cohen, ha presentato protesta ufficiale al ministero degli Esteri egiziano. «Pronunciarsi contro la normalizzazione culturale è un conto», ha detto Cohen, riferendosi alle quasi nulle relazioni in ambito artistico, cinematografico e letterario tra i due Paesi, a frontedi una certa cooperazione economica, politica e di intelligence da Camp David in poi. «Emanare un tale odio è inaccettabile, porta alla memoria le pagine più buie della recente Storia», ha continuato l’ambasciatore, aggiungendo di «non aver una posizione particolare sulla candidatura di osni all’Unesco».

Molto più esplicita e dura la protesta del Centro Simon Wiesenthal. Che una settimana fa -ha scritto a Matsuura in persona — per mano del capo delle relazioni internazionali, Shimon Samuels — sostenendo che le parole di osni «ricordano il linguaggio e le azioni di un altro “ministro della Cultura”, il nazista Josef Gòbbels». E chiedendo la bocciatura di Hosni dalla gara per la guida dell’agenzia Onu.

Lui, il «piromane letterario» (definizione di Samuels), non ha negato. Ma ha detto che quelle parole andavano «contestualizzate». Stava rispondendo agli attacchi di un parlamentare integralista— ha detto — e sostenere che «avrebbe bruciato ogni libro israeliano si fosse trovato nelle biblioteche egiziane» era «un’iperbole». Un modo di dire che sicuramente tali libri non esistono. «Un ministro della Cultura non può chiedere di mettere al rogo nessun libro, nemmeno se israeliano», ha continuato, pur ribadendo che una «normalizzazione culturale» tra i due Paesi sarà possibile solo quando ci sarà una «pace giusta e globale» in Medio Oriente. Tesi appoggiata per altro dalla stragrande maggior parte degli intellettuali egiziani, compresi i (moltissimi) che non amano certo il loro ministro.

«Perché quella di Hosni non è politica, è solo terrorismo verbale», dice al Corriere Gamal Ghitani, il più importante scrittore egiziano, considerato l’erede di Naguib Mahfouz, direttore della rivista letteraria Akhbar al Adab su cui ha appena pubblicato un appello contro «il rogo di testi nemici». E ancora: «Per me tutti libri del mondo sono sacri, voglio poterli leggere e infatti li leggo. E se devo rispondere lo faccio con un altro libro. Quell’uomo non è certo un intellettuale, lo conosciamo bene per le sue censure di tanti scrittori egiziani, per i suoi tentativi di compiacere islamici e liberali. Che se lo prenda l’Unesco, per l’Egitto sarebbe un bene».

Un noto artista egiziano, che chiede di non essere citato, ricorda alcuni di questi «tentativi» di piacere a tutti. Come la proibizione del film «Codice da Vinci» («per ingraziarsi i cristiani»), la condanna del velo islamico («per farsi vedere liberai»), i riavvicinamenti alternati ai Fratelli Musulmani con frasi (tipo quella sui libri) che poi gli si sono ritorte contro. «E non dimentichiamo che quasi tutti i suoi uomini sono stati processati per corruzione, due sono ancora in carcere, e che il commercio illegale di antichità non è mai stato così fiorente come nell’era Hosni». Un personaggio che inoltre e comunque, conclude l’artista, «non ha certo la statura e le competenze per guidare l’Unesco».

Cecilia Zecchinelli

(Fonte: Corriere della Sera, 26 Maggio 2008 )

Il cattivo maestro che giustifica le bombe

Il cattivo maestro che giustifica le bombe

SOTTO OSSERVAZIONE

Gli Stati Uniti gli hanno più volte negato il visto

PROVOCATORE

«Gli attentati sono spiegabili contestualmente»

di Francesco De Remigis

Migliaia di musulmani europei vedono in lui una sorta di guida. Un leader che attrae folle di giovani immigrati, parla loro senza superiorità e li coinvolge nella vita pubblica: Un organizzatore intellettuale degli islamici d’Europa, si potrebbe definire, che il settimanale americano Time nel 2003 ha inserito tra i cento pensatori che più hanno modellato il mondo contemporaneo. Il suo tentativo di integrare l’Islam con l’Occidente procede su un sentiero controverso ormai da anni. Tanto che Paesi come la Francia nel 1996 e gli Stati Uniti più volte gli hanno negato il visto d’ingresso. Alcuni rapporti dei Servizi americani ritengono che abbia avuto contatti con il terrorismo internazionale. Ma Tariq Ramadan spiega che, a parte una parentela con il fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan al Banna, di cui è nipote ma a suo dire non epigono, si dedica all’insegnamento e alla predicazione.

Dopo aver studiato da imam in Egitto, è infatti tornato in Svizzera, dove è nato nel 1962 e oggi è professore di Studi islamici all’Università di Ginevra. E anche docente al Saint Antony college di Oxford e spesso viene invitato nelle università e nella commissione di studio istituita da Tony Blair dopo gli attentati di Londra del 2005. I suoi critici gli riconoscono di aver provato a rispondere alla domanda «possiamo vivere con l’Islam?» ma senza mai uscire dall’ambiguità delle parole e dalla dissimulazione della realtà di cui i giudizi sulla crisi israelo-palestinese rappresentano una prova. «Nel voler imporre l’ingiustizia si producono delle bombe umane a esplosione ritardata, il cui sàcrificio trova giustificazione nei decenni disofferenza e nella colpevole passività Internazionale», scrive nel 2005 in un libro tradotto in Italia dalla casa editrice Al Hikma, fondata dall’ex segretario dell’UCOII Hamza Piccardo.

Il suo discorso si è sviluppato attrawerso un’intensa attività pubblicistica. Ma ancora oggi ci si chiede come possa conciliare la volontà di dialogo con l’indice che rivolge ai suoi interlocutori non musulmani, che puntualmente gli ricordano che l’Europa ha una concezione dei Diritti dell’uomo diversa da quella dei Paesi musulmani.

Lui cita le sue prese di posizione. Dalla moratoria sulla lapidazione, proposta da Ramadan pur senza una condanna esplicita della pratica fino agli attentati contro Israele e l’omicidio di bambini. Ramadan considera gli attentati «in sé condannabili», ma al tempo stesso è convinto che siano «contestualmente spiegabili». Un pensiero soflstico che palesa la sua ambiguità, secondo il quale «per i musulmani è legittimo resistere al fascismo che uccide innocenti» (così disse a Panorama nel 2005). Ramadan si potrebbe dunque definire «un autentico teocrate comimitarista, gramscista islamico, fratello maggiore dei poveri beurs», come scrisse il quotidiano della sinistra francese Libération nel 2003, oppure «un adepto del doppio discorso», come ha fatto Nicolas Sarkozy in diretta teevisiva.

D’altronde come si può definire un personaggio che all’Occidente dice che «l’assassinio e il sequestro di civili sono mezzi illegittimi di un resistenza legittima»? O che ritiene che la Turchia «sia una dimensione naturale dell’Europa», mentre ha un approccio diverso se si parla di Israele? «Il giorno in cui la Giordania, il Marocco, l’Algeria, la Tunisia entreranno, allora ne riparleremo», disse a Limes nel 2004. Dunque, Ramadan ha sempre confermato di voler sì aprire un varco culturale, civile e spirituale in seno all’Europa, ma per una curiosa forma di dialogo «maanchista».

(Fonte: Il Giornale, 6 Maggio 2008 )

L’Islam italiano si organizza senza l’Ucoii

L’Islam italiano si organizza senza l’Ucoii

L\'edizione del Corano edita sotto la supervisione dell\'UCOII

L’edizione del Corano edita sotto la supervisione dell’UCOII

di Dimitri Buffa

La Consulta islamica voluta dal ministro dell’Interno Giuliano Amato è fallita e di fatto non esiste più dopo che gli estremisti dell’Ucoii, notoriamente legati ai Fratelli musulmani egiziani (che condividono fra l’altro l‘ideologia dell’odio anti occidentale di Hamas) hanno rifiutato di firmare la carta dei valori condivisi. Che poi sono quelli della Costituzione italiana.

Dalle sue ceneri, ieri è nata la Federazione delle comunità islamiche in Italia. Un’entità voluta proprio da tutti i moderati dell’Islam italiano che invece quella carta vollero a suo tempo firmare. La federazione ha visto la luce alla presenza proprio del ministro Amato che evidentemente non vuole passare alla storia come quello che ha fallito per non avere avuto il coraggio di cacciare l’Ucoii dalla vecchia consulta islamica. Così l’escamotage è stato quello di far nascere un nuovo organismo consultivo da cui l’Ucoii è rimasta fuori in partenza.

Amato ha anche precisato che l’Ucoii resterà fuori da una possibile intesa tra stato e islam per l’8 per mille, e si tratta di tanti soldi. Amato ha dichiarato che “coloro che non vollero firmare la Carta dei Valori sono fuori dal percorso che il Ministero immagina per arrivare a una intesa”. Naturalmente Amato passerà presto la mano e non è certo che il nuovo inquilino del Viminale abbia la stessa fretta di siglare una convenzione con l’islam italiano. Specie se dovesse trattarsi di un ministro leghista. Dal Carroccio infatti ieri sono arrivati i primi “niet” a qualunque intesa economica tra stato e islam, moderato o fanatico che sia.

Quel che è certo è che l’Ucoii resterà fuori da ogni futura intesa politica o economica con lo stato italiano. E il presidente nazionale del Partito degli immigrati, Moustaphà Mansouri, esulta per questa svolta e rivendica i propri meriti nell’aver denunciato da tempo la pericolosità di chi non vuole integrarsi secondo le regole della costituzione italiana: “Prendiamo atto che il Ministro Amato, grazie anche alle nostre continue denunce e segnalazioni, ha preso la decisione più giusta, vista l’intransigenza e l’impossibilità di instaurare qualsiasi forma di dialogo con le frange più radicali dell’islam italiano; questo porterà sicuramente ad un miglioramento e ad una proficua collaborazione fra gli organi rappresentativi dei musulmani moderati e lo Stato Italiano”.

Insomma, ora che l’Ucoii è stato finalmente messo fuori gioco, con gli altri esponenti del mondo islamico nazionale un accordo di ampio respiro potrà essere siglato. Non a caso oggi, 24 aprile, il candidato sindaco di Roma per il PdL, Gianni Alemanno, incontrerà gli islamici moderati che hanno lasciato Rutelli perché aveva in lista il leader dei giovani dell’Ucoii Khaklid Chouaki. L’incontro avrà luogo nella Grande Moschea di Roma a Forte Antenne. L’unica riconosciuta dallo Stato italiano come ente di culto islamico e forse anche la più grande artefice dell’esclusione dell’Ucoii da ogni futura intesa con l’Italia.

L’Occidentale

Hamas, fondamentalismo islamico e terrorismo suicida

INTERVISTA A MASSIMO INTROVIGNE

Hamas, fondamentalismo islamico e terrorismo suicida

di Emanuele Rebuffini

«Hamas. Fondamentalismo islamico e terrorismo suicida» (Elledici) è il titolo dell’ultimo saggio di Massimo Introvigne. Direttore del prestigioso CESNUR (Centro studi sulle nuove religioni), Introvigne è tra i più lucidi analisti dell’estremismo religioso.

Professor Introvigne, come possiamo definire Hamas?

Hamas fa parte di una grande galassia internazionale che influenza milioni di persone, quella del fondamentalismo islamico. Hamas è una branca palestinese del maggiore movimento fondamentalista islamico, i Fratelli Musulmani, fondato in Egitto nel 1928 da Hassan al-Banna. Tra il 1940 e il 1950 la lotta palestinese è egemonizzata dai Fratelli Musulmani, però nel 1954 il presidente egiziano Nasser li mette fuori legge e li perseguita. Questo determina una profonda spaccatura interna. Da un lato abbiamo una corrente radicale che resta fedele alla formula “leninista” del colpo di Stato. Dall’altro una corrente neo-tradizionalista, che intende perseguire una islamizzazione dal basso. Una sorta di visione “gramsciana”: se si vuole conquistare il potere, bisogna prima conquistare la società (fare il sindacato musulmano, fare le scuole musulmane, i giornali musulmani, etc.). Nel 1957 la direzione dei Fratelli Musulmani in Palestina si adegua alla posizione neo-tradizionalista, cessa ogni attività militare, non organizza attentati, ma si dedica a raddoppiare il numero delle moschee presenti nella striscia di Gaza e in Cisgiordania e a costruire una rete capillare di istituzioni fondamentaliste villaggio per villaggio e quartiere per quartiere.

Questo fino al 1987: poi che cosa succede?

Nel trentennio 1957-1987 in Palestina abbiamo un’attività armata e terroristica appaltata ai nazionalisti laici di Fatah, i quali deridono i fondamentalisti e li accusano di pregare e non di lottare. Però nel 1987 scoppia l’Intifada e la direzione dell’Olp si trova in un momento di debolezza. Ecco che allora i Fratelli Musulmani dichiarano che l’operazione neotradizionalista ha avuto successo. La rete islamica è forte ovunque in Palestina. Quindi fondano Hamas, una parola che significa «fervore» ed è insieme acronimo di «Movimento di resistenza Islamico».

Quindi è corretto definire Hamas un movimento religioso?

Spesso in Occidente si commette l’errore metodologico di considerare i fenomeni religiosi come sovrastrutturali. È un retaggio dell’analisi marxista. Chiaramente in tutti i fenomeni complessi le cause sono molteplici e si intrecciano motivi economici, politici e religiosi; però nel caso di Hamas la religione è elemento determinante. Se leggiamo lo Statuto di Hamas vediamo come questa organizzazione ha come obiettivo quello di trasformare la Palestina in uno Stato islamico, quindi retto dalla shari’a, nella prospettiva di una riunificazione di tutto il mondo musulmano nel Califfato. Però con una specificità, enunciata nell’art. 14: la lotta per la liberazione della Palestina è un obbligo per ogni musulmano in qualunque Paese viva.

Che differenza sussiste tra Hamas e al-Qa’ida?

E un po’ la stessa che si determinò tra Stalin e Trotsky, il primo credeva nel comunismo in un unico Paese, il secondo predicava la rivoluzione permanente e internazionale. La questione palestinese per Hamas non è solo una questione nazionale, come la Cecenia o il Kashmir, ma presenta una essenziale componente religiosa: è lo scontro finale tra gli ebrei, protetti dai cristiani, e i musulmani. Gerusalemme è la terza città santa dell’Islam dopo la Mecca e Medina; è il luogo cui prima della Mecca si rivolgeva la preghiera dei credenti; è il punto di partenza per l’ascensione del Profeta. Per questo quella palestinese è una questione capace di mobilitare i musulmani dall’Indonesia al Marocco. Al-Qa’ida nega la centralità assoluta della questione palestinese. Infatti il maestro di bin Laden, lo shaykh Azzam, è un professore universitario palestinese esule in Arabia Saudita, che entra in contrasto con i Fratelli Musulmani quando scoppia il jihad in Afghanistan, iniziando a reclutare palestinesi per andare a combattere i sovietici.

Perché nel 1993 Hamas fa la scelta del terrorismo suicida?

Credo che una parte di colpa ce l’abbia Israele, quando nel 1992 deporta 415 dirigenti palestinesi nel Sud del Libano, dove questi entrano in contatto con i guerriglieri sciiti di Hezbullah. La teologia che giustifica come “martirio” le operazioni suicide è elaborata in ambito sciita durante la guerra Iran-Iraq, quando i ragazzi iraniani imbottiti di esplosivo si lanciavano di corsa contro le linee irachene.

Chi sono i terroristi suicidi?

Persone che si preparano secondo rituali tipicamente religiosi. Non hanno bisogno di un grande addestramento, devono solo nascondere una cintura esplosiva e premere un bottone. Quindi occorre che non abbiano paura. La preparazione è essenzialmente spirituale, insiste sulla preghiera, sulla recitazione di brani coranici. E una parte di questa preparazione è dedicata al superamento delle obiezioni secondo cui il suicidio sarebbe contrario all’Islam. Può essere sgradevole dire che il terrorista suicida palestinese è mosso dalla religione. Ma è così. È sbagliato considerarli dei manipolati o delle persone che nascondono motivazioni economiche. Un’analisi dei profili socioeconomici di coloro che hanno fatto la scelta del martirio, ci dice che il loro livello, sia di reddito sia di istruzione, è superiore alla media dei palestinesi e un paio di terroristi facevano parte della più alta borghesia. Per cui non si tratta certo dei disperati dei campi profughi.

Uno dei limiti delle analisi del conflitto Israele-Palestina non sta forse nella sottovalutazione dell’aspetto religioso?

Il problema è ancora più ampio, perché l’Occidente per decenni ha fatto una scommessa che si è rivelata una scommessa perduta: quella di puntare esclusivamente su un tipo di interlocutore laico. All’indomani della rivoluzione islamica in Iran si cominciò a credere che il modo migliore per “contenere” (l’espressione preferita da Kissinger) l’espansione del fondamentalismo fosse sostenere forze e leader “laici” che diffidano della religione e desiderano secolarizzare la società. È per questo che nella guerra Iraq-Iran l’Occidente sostenne Saddam Hussein, per questo si è sempre puntato tutto su Yassir Arafat. Dopo l’Iran, l’Algeria, la Turchia, l’Occidente comincia a rendersi conto che quel teorema non è più praticabile e che quindi non si può più ignorare forze politiche che hanno dimostrato di essere rappresentative di fasce molto consistenti della popolazione.

Hamas nell’art. 13 del suo Statuto nega ogni utilità delle iniziative di pace e delle conferenze internazionali. Ma allora si può dialogare con Hamas?

Se ci limitassimo allo Statuto no, però Hamas ha sempre saputo coniugare la poesia della retorica con la prosa della realtà, infatti in Hamas esistono oggi correnti più pragmatiche, soprattutto una parte della leadership interna alla Cisgiordania, che in questo si differenzia dagli esuli in Qatar. Non è forse un caso che gli israeliani non tocchino Yasin, nonostante che tutti sappiano dove si trova. Immaginare un processo di pace che consideri come unico interlocutore Fatah ed escluda completamente i partiti religiosi non è ragionevole. Una delle grandi sfide è proprio quella di trovare all’interno del mondo religioso degli interlocutori disponibili a un discorso, se non di pace, almeno di tregua.

(Liberali per Israele, 26 febbraio 2008)