Procedimento alle Nazioni Unite contro una ONG ebraica

Procedimento alle Nazioni Unite contro una ONG ebraica

La Commissione delle Nazioni Unite sulle ONG (Organizzazioni Non Governative) è riunita da mercoledì a Washington con un ordine del giorno che prevede, fra l’altro, la possibilità di togliere all’organizzazione ombrello dell’ebraismo riformato – la World Union of Progressive Judaism – lo status di osservatore riconosciutole sin dal 1972. “Sarebbe un gesto estremamente ingiusto e arbitrario – ha dichiarato il presidente dell’organizzazione, il rabbino Uri Regev – Sarebbe una presa di posizione particolarmente deprimente per il modo in funzionano dibattito e decisioni oggi all’Onu”.

È Cuba che ha chiesto la revoca dello status dell’Unione Mondiale dell’Ebraismo Progressive dopo una sessione del Consiglio Onu per i Diritti Umani tenuta lo scorso gennaio a Ginevra dal titolo: “Violazioni dei diritti umani derivanti dalle incursioni militari israeliane nel territori occupati”.

Durante i lavori, per protestare contro l’attenzione della sessione centrata esclusivamente su Israele, il rappresentante dell’Unione David Littman ha cercato di leggere alcuni brani della Carta Fondamentale di Hamas che invoca la distruzione di Israele. Littman veniva interrotto per tre volte dalla presidenza sulla base del fatto che l’ideologia di Hamas non era argomento per il Consiglio. A quel punto, prima di tornare a sedere, Littman affermava rivolto alla presidenza che “c’è del marcio nella condizione di questo Consiglio”. Tale affermazione suscitava immediate proteste da parte soprattutto dei paesi islamici, che sostenevano che l’Onu era stata insultata dal rappresentante della World Union of Progressive Judaism.

La settimana scorsa la World Union of Progressive Judaism veniva informata dell’iniziativa a suo carico intrapresa presso la Commissione delle Nazioni Unite sulle ONG, e le veniva data un settimana di tempo per preparare la sua replica.

Lo status di osservatore permette ai rappresentanti delle ONG di accedere alle istituzioni dell’Onu, seguirne i lavori e prendere la parola durante le riunioni. Ora per la World Union of Progressive Judaism queste prerogative sono messe in forse: la Commissione è presieduta dal Sudan e, fra i suoi 19 membri, figurano Pakistan, Cuba, Egitto, Angola e Qatar. Gli altri membri sono: Burundi, Cina, Columbia, Rep. Dominicana, Guinea, India, Perù, Romania, Russia, Turchia, Stati Uniti, Regno Unito e Israele.

(Da: Jerusalem Post, 5.06.08 )

Si veda anche:

The Covenant of the Islamic Resistance Movement (HAMAS), August 18, 1988 (in inglese)

La tragica barzelletta dei falsi diritti umani

Sempre e solo contro Israele

Israele.net

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“Sono ebreo!” Sei anni fa veniva ucciso Daniel Pearl

“Sono ebreo!” Sei anni fa veniva ucciso Daniel Pearl

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“Sono ebreo”. Con queste parole Daniel Pearl veniva costretto a congedarsi dalla vita, dalla famiglia, dalla moglie e dal figlio che doveva nascere quando venne sequestrato e assassinato. Con queste parole, “sono ebreo, mio padre è ebreo, mia madre è ebrea”, gli islamisti pakistani sgozzarono Daniel Pearl. È da poco trascorso il sesto anniversario dalla morte del giornalista del Wall Street Journal. Daniel era andato tra Afghanistan e Pakistan a seguire le tracce che portavano a Bin Laden. I fotogrammi della sua morte finirono in mano alla Cnn e ad altre emittenti internazionali pochi giorni dopo l’assassinio, ma prima che il corpo senza testa di Pearl fosse ritrovato.

Pearl era scomparso il 23 gennaio 2002 mentre si trovava a Karachi, nel Pakistan meridionale, dove stava cercando di entrare in contatto con gruppi islamici radicali legati ad Al Qaida. Il Movimento nazionale per la rinascita della sovranità del Pakistan, affiliato al movimento islamista internazionale, rivendicò il sequestro, accusando Pearl di essere un agente della Cia. Il Pakistan mise in piedi una colossale campagna per rintracciarlo. La moglie di Pearl, Marianne, allora incinta di sei mesi, lanciò disperati appelli ai rapitori. L’11 febbraio fu arrestato a Lahore Ahmed Saeed Omar Sheik, il regista del rapimento. Ma dieci giorni dopo la morte di ogni speranza. Fu recapitata una videocassetta con la registrazione dell’esecuzione di Pearl: le immagini mostrarono il giornalista che ammetteva di essere ebreo e riconosceva che i musulmani erano stati ingiustamente perseguitati, quindi una mano che lo afferrava per i capelli mentre un’altra con un coltello gli recideva la carotide. Il filmato si chiudeva sull’inquadratura del corpo del giornalista senza testa.

Il suo cadavere decapitato fu ritrovato a Karachi il 17 maggio 2002. Secondo gli investigatori americani furono Khalid Sheikh Mohammed, ex capo operativo di Al Qaida, e uno dei luogotenenti di Bin Laden, a uccidere il giornalista che attese la morte per ore, resistendo a tutti i tentativi dei carcerieri di somministrargli sedativi. Ha visto la propria morte in faccia Daniel Pearl. E’ stato sgozzato come si fa con agnelli, capre e montoni in occasione della Id al Adha, la festa musulmana che annualmente segna la fine del pellegrinaggio alla Mecca.

Il quotidiano israeliano Yediot Aharonot rivelò che Pearl aveva un passaporto israeliano. Dettaglio tenuto segreto da amici, colleghi e parenti per evitare di rendere ancora più precaria la sua situazione. Non era un giornalista di guerra. Non era neanche un reporter d’assalto. Era un uomo gentile, mite, allegro e amante della musica. Non certo il tipo da esporsi a rischi inutili. Sul lavoro però era molto tenace e quando trovava una storia non mollava l’osso. “Un bravissimo giornalista ed un carissimo amico”, avrebbe detto con la voce rotta dall’emozione Peter Kann, uno degli editori del prestigioso quotidiano di New York. “Era l’opposto di molti altri giornalisti, sempre ‘gasati’ e aggressivi, proprio l’antitesi del reporter-cowboy”, ha detto Alecia Swasy, una ex collega che ora lavora per il St. Pittsburg Times.

Era nato 38 anni prima a Princeton, nel New Jersey. Suonava il violino e alle feste dava sempre dei piccoli concerti. Bernard Henri Lévy ha raccolto e raccontato la storia in Chi ha ucciso Daniel Pearl (Rizzoli). Lo scrittore francese è andato a Karachi, crocevia del terrorismo, a Kandahar, a Los Angeles, a casa della vittima, e infine a Londra, per incontrare la famiglia e gli amici del suo carnefice, Omar Sheikh.

In Pakistan Pearl aveva indagato sui legami tra Richard Reid, il britannico con le scarpe imbottite di esplosivo, arrestato mentre tentava di farsi saltare in aria sul volo Parigi-Miami il 22 dicembre del 2001, e gruppi terroristici pachistani, sostenuti dai servizi segreti. Un’inchiesta che lo porta forse a scoprire troppo su uno dei segreti meglio custoditi di Al Qaida, il tentativo d’impossessarsi del nucleare. L’assassino islamista Ahmed Omer Saeed Sheikh, che ha confessato di aver partecipato nel 2002 al rapimento e allo sgozzamento del giornalista, non era un predicatore allevato nel chiuso di una scuola coranica. Era nato in Gran Bretagna, il padre ricco pachistano commerciante di tessuti orientali e la migliore educazione occidentale, frequentando scuole private e riportando ottimi voti. Nel 1992 era arrivato alla London School of Economics, uno dei college di maggior prestigio della capitale inglese.

Grazie a Liberali per Israele

Afghanistan: giallo sulla scomparsa dell’ambasciatore pakistano

Afghanistan,mistero su ambasciatore pakistano

Presidente Karzai si augura veloce liberazione

(ANSA) – ISLAMABAD, 12 FEB – Le autorita’ del Pakistan non sono ancora in grado di confermare se l’ambasciatore pachistano in Afghanistan sia stato rapito o meno. Il diplomatico, Tariq Azizuddin, e’ scomparso ieri mentre attraversava aree tribali durante un viaggio verso Kabul dalla citta’ pachistana di Peshawar. ‘Le ricerche continuano. Non sappiamo cosa sia accaduto’, ha detto il portavoce del ministero degli esteri. Il presidente afgano Karzai ha detto di augurarsi la rapida liberazione dell’ambasciatore.

Pakistan, giallo sulla morte del capo talebano

Ferito nello scontro con le truppe governative. Comandava i ribelli nel sud dell’Afghanistan

Pakistan, giallo sulla morte del capo talebano

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Mansour Dadullah, il terrorista liberato in cambio della liberazione di Mastrogiacomo, catturato a Quetta

ISLAMABAD (Pakistan) – E’ giallo sulla sorte di Mansour Dadullah, il comandante militare dei talebani nel sud dell’Afghanistan. In mattinata si era diffusa la voce della sua morte, a seguito di uno scontro a fuoco con le truppe pachistane a Quetta. Ma un portavoce dell’esercito di Islamabad ha smentito la circostanza e, in particolare, che il decesso sia sopravvenuto durante il trasporto in ospedale. Dadullah, è stato invece catturato insieme ad altri quattro militanti nel villaggio di Gwal Ismailzai, 240 chilometri a nord-est della capitale del Baluchistan, Quetta, da una forza congiunta di polizia, forze anti-terrorismo e commando dell’esercito. Sarebbe però rimasto ferito nello scontro a fuoco intervenuto con le truppe governative, così come gli altri quattro arrestati.

LIBERATO PER MASTROGIACOMO – Non è la prima volta che Mansour Dadullah finisce in manette. Nel marzo scorso fu però rilasciato assieme ad altri cinque militanti islamici in cambio della vita del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo. Le notizie al riguardo sono molto confuse, e la morte di Mansour era stata annunciata già altre volte. Mansour, quando venne fatto il suo nome all’epoca del sequestro Mastrogiacomo, era uno sconosciuto. Divenne comandante dei ribelli nel Sud, solo dopo la morte del fratello mullah Dadullah a maggio.

IL RAPPORTO CON I CAPI – In una delle ultime interviste a gennaio, Mansur Dadullah aveva detto di essere ancora il comandante e di avere chiesto al Mullah Omar di fare chiarezza sulle voci di una sua destituzione. In quell’occasione aveva anche detto di avere incontrato il numero due di al Qaida, Ayman al-Zawahri, alcuni mesi fa, ma mai Osama bin Laden.

Corriere.it

Pakistan: assassinata Benazir Bhutto

Benazir Bhutto assassinata, Pakistan nel caos
Decine di morti, in vista il rinvio delle elezioni

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Kamikaze sparano alla testa dell’ex premier, poi si fanno esplodere
Rivendicazione di Al Qaeda: è stata uccisa per ordine di Al Zawahiri

ROMA (27 dicembre) – Benazir Bhutto, 54 anni, leader dell’opposizione pakistana, rientrata in patria a ottobre dopo 8 anni di esilio a Londra, è morta in ospedale poco dopo il ricovero seguito a un attentato kamikaze alla fine di un comizio alla periferia di Rawalpindi. Due attentatori su una moto si sono avvicinati all’auto di Benazir Bhutto e hanno sparato almeno cinque colpi con un kalashnikov, colpendola alla nuca e al torace. I due si sono poi fatti esplodere poco lontano e i soccorsi hanno tardato a raggiungere l’auto della Bhutto perché si temeva un’altra esplosione. L’attentato ha fatto almeno 35 vittime, tra loro anche altri tre leader del Partito del Popolo Pakistano (Ppp): Zumarad Khan, Shert Rehman e Rehman Malik. Benazir Bhutto era già stata fatta oggetto di un attentato appena rientrata nel paese, il 18 ottobre, per prepararsi alle presidenziali del 2008: allora si erano contati 132 morti e oltre 400 feriti.

Le fasi dell’attentato. La televisione pakistana Ary One ha mostrato le immagini girate poco prima che Benazir Bhutto venisse uccisa. Si vede l’ex primo ministro scendere dal palco e salire sulla sua auto, dietro la quale si pone un agente di sicurezza. L’auto poi viene nascosta da un albero e l’immagine si interrompe. Poco dopo si vede la Bhutto che viene portata in un’ambulanza. La tv ha mostrato anche l’identikit di Baitullah Mahsud, leader talebano indicato come responsabile dell’omicidio.

Rivendicazione Al Qaeda. Sheikh Saeed, portavoce di Al Qaeda, in un colloquio telefonico con AKI-Adnkronos International ha detto che è stato il numero due di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri a ordinare l’uccisione di Benazir Bhutto: «Abbiamo eliminato il più importante asset nelle mani degli americani». Secondo Sheikh Saeed, l’assassinio è stato realizzato da militante della cellula terroristica Lashkar-i-Jhangvi del Punjab. Nessun membro del governo pakistano ha confermato la rivendicazione di Al Qaeda.

Il marito: «È opera del governo». Asif Ali Zardari, marito di Benazir Bhutto, poco prima di partire da Dubai, dove una parte della famiglia vive in esilio, alla volta del Pakistan, ha rilasciato una dichiarazione alla televisione indiana CNN-IBN accusando il governo pakistano di essere il mandante dell’attentato.

Attaccato Nawaz Sharif. Prima dell’attentato contro Benazir Bhutto, un raduno elettorale dell’ex premier Nawaz Sharif era stato attaccato da uomini armati che hanno ucciso cinque persone e ne hanno ferite due. Illeso Sharif, che aveva lasciato un altro raduno elettorale a Gujjar Khan, nel Punjab, ed era diretto a Rawalpindi. Sharif ha subito additato i sostenitori del Pakistan Muslim League Quaid-i-Azam, partito che appoggia il presidente Pervez Musharraf. Dopo la notizia dell’assassinio di Benazir Bhutto, Sharif si è rivolto ai sostenitori dell’avversaria: «Il mio cuore sanguina e sono in lutto come voi». Sharif ha anche annunciato di voler boicottare le elezioni presidenziali.

Verso il rinvio delle elezioni. Il presidente Pervez Musharraf ha riunito il suo gabinetto per un incontro urgente. La televisione pachistana riferisce che il presidente potrebbe decidere di rinviare le elezioni previste per l’8 gennaio. Musharraf ha lanciato un appello alla calma, «affinché i nefasti disegni dei terroristi vengano sconfitti». Il governo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

Scontri in tutto il paese. Alla notizia della morte di Benazir Bhutto i seguaci del Ppp hanno dato vita a scontri e devastazioni in tutto il Pakistan. A Peshawar (Nord ovest) la polizia è dovuta intervenire per sedare le rivolte. Diversi negozi sono stati chiusi, altri sono stati saccheggiati e auto date alle fiamme in ogni parte del Paese. Una forte esplosione è stata avvertita nei pressi della casa di Benazir Bhutto a Karachi, nel Pakistan meridionale. Secondo la televisione Dawn News nella sola Karachi sarebbero dieci i morti negli scontri seguiti all’assassinio. Incidenti anche a Lahore, ad est di Islamabad, dove colpi d’arma da fuoco sono stati sparati contro le abitazioni di sostenitori del presidente Pervez Musharraf.

La condanna del Consiglio di Sicurezza Onu. Il Consiglio di Sicurezza si è riunito d’urgenza a porte chiuse per consultazioni alle 12 di New York, le 18 in Italia. Al termine l’ambasciatore italiano Marcello Spatafora ha letto una dichiarazione presidenziale in cui si condanna «nei termini più forti possibili» l’assassinio dell’ex premier pakistano Benazir Bhutto. Nella dichiarazione il Consiglio ha lanciato un appello alla calma alla popolazione del Pakistan e ha ribadito che «il terrorismo in ogni sua forma e manifestazione è una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale».

Oggi i funerali. A tarda sera il corpo di Benazir Bhutto, in una bara di legno chiaro, è stato portato fuori dal General Hospital di Rawalpindi. La bara, con una finestrella all’altezza della testa, è stata caricata su un’ambulanza che ha raggiunto una base militare, da dove un aereo ha trasportato la salma verso Larkana, la città della provincia sud orientale del Sindh, dove nacque il padre della Bhutto, Zulfikhar Ali Bhutto, che fu anch’egli primo ministro. L’aereo è arrivato a Sukkur, aeroporto vicino a Larkana. Il corpo della ex leader sarà trasportato, a bordo di un elicottero, a Naudero, per i funerali che saranno celebrati oggi. Il marito Asif Zardari e i loro tre figli, tutti arrivati a Islamabad da Dubai dove risiedono, hanno potuto vedere la defunta brevemente poco prima del decollo. Benazir Bhutto sarà sepolta in giornata nel cimitero di famiglia a Garhi Khuda Baksh.